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Somewhere
Sep 16th, 2010 by Andrea Grilli

di Sofia Coppola – con Stephen Dorff e Elle Fanning

Il film della Coppola ha due meriti: ci ricorda che ogni uomo, indipendentemente dal ruolo sociale che assume, è sempre un essere umano con le normali problematiche della vita che può avere chiunque; che per ritrovare se stessi, per dare un significato alla vita, mettersi sulla strada e partire è il metodo migliore.

On the road è sempre lì a dettare lo spirito americano.

Il film è un piccolo capolavoro di tenica: il suono è curatissimo, totalmente rivisto in post-produzione per riempire i vuoti della vita di Marco, il personaggio così famoso e così vuoto. Per ogni scena la regista ha individuato i suoni, spesso impercettibili, ma che in realtà sono i suoni che sente il personaggio, perché solo quelli sono la sua compagnia: il bruciare della sigaretta, il respiro, lo scorrere del liquore nel bicchiere o le voci di sconosciuti in una festa. Le scene sono incredibili nella loro lentezza eppure nella capacità di bloccare l’attenzione dello spettatore.

Estremamente riuscita anche la struttura narrativa, non tanto di eventi, quanto di concetti espressi secondo una mappa emotiva che si trasforma via via che il personaggio si deve confrontare con la vita e con le sue scelte.

Come una meteora Marco riesce a liberarsi dalla forza di gravità del pianeta “Nulla” o “Vuoto”, chiamatelo come vi pare, e riparte verso lo spazio profondo della propria vita.

On the road, sempre e comunque.
Imperdibile, profondo, da apnea emotiva.

PS. …e impietoso verso l’Italia. Giustamente.

The road
Jun 10th, 2010 by Andrea Grilli

di John Hillcoat – con Viggo Mortensen, Charlize Theron, Kodi Smit-McPhee, Guy Pearce, Robert Duvall, Molly Parker, Michael Kenneth Williams

Trasposizione dell’ultimo romanzo di McCarthy, il film rientra nel genere fantascienza-catastrofismo. E’ la storia di un padre e un figlio che cercano di raggiungere il sud degli USA dopo che una misteriosa catastrofe ha posto fine all’umanità, almeno a quella che vive negli USA. Perché non ci è dato sapere cosa succede al di fuori delle americhe. Il film è caratterizzato da una stupenda fotografica, gelida, grigia, da natura morta, come la natura è nel film.

Non ci sono più esseri viventi al di fuori degli esseri umani sopravissuti che si mangiano tra di loro perché da mangiare non ce n’è più, così come la terra non produce più frutti. Si tratta di un catastrofismo talmente eccessivo, talmente esasperato che a un certo punto non trasmette più niente. Si rischia di non provare più niente e di desiderare di cambiare sala del cinema e vedersi un avvincente “Prince of Persia”.

Il tono generale poi è moralista, esiste un Bene, esistono i Buoni, che sono coloro ricordano e vivono del ricordo del passato. I nuovi umani, feroci, cannibali, sono il Male. Un moralismo che fa sorridere, soprattutto se inserito in una trama che dovrebbe essere di fantascienza, ma con tutto questo moralismo sulla famiglia, sui Buoni e Cattivi, viene da rimpiangere vecchi capolavori come “Io sono leggenda” (il libro ovviamente) o le sue prime trasposizioni al cinema (Occhi bianchi sul pianeta Terra) dove non si dimenticava che i valori sono relativi.

Qui esiste una sola strada, ed è francamente noiosa.

Bastardi senza gloria
Nov 5th, 2009 by Andrea Grilli

di Quentin Tarantino – con Brad Pitt, Christoph Waltz, Eli Roth, Mélanie Laurent, Diane Kruger e altri…

Il nuovo film di Tarantino è un sunto intelligente e accattivante del genere film storico seconda guerra mondiale. Un genere molto famoso negli anni cinquanta e sessanta quando film su film raccontavano l’eroismo, il coraggio, i sacrifici di tutti quei soldati che hanno combattuto contro il Nazismo.

Erano film dove giustamente non si poteva mostrare altro che il punto di vista dei vincitori. D’altra parte il punto di vista di fascisti e nazisti era agghiacciante.

Tarantino realizza un film, o meglio il film che molti registi avrebbero voluto girare. Quel film dove la storia non è tanto riscritta, quanto è l’occasione per un bagno purificatore del nostro dolore più intimo, del nostro odio più profondo verso quella immondizia di nazisti.

Finalmente li vediamo morire come cani rognosi, senza pietà, senza la minima attenzione a quello che non sono mai stati… essere umani.

Ma per farceli odiare più di quanto si possono rifiutare, per imprimerci nella mente quali esseri fossero, il regista statunitense usa una serie di combinazioni di colori, suoni, immagini che irrompono nel nostro immaginario e ci scuotono.

Il nazista che beve il bicchiere di latte bianco candido con i simboli di morte delle divise naziste, oppure il suono del masticare lo strudel di mele con tanta panna sopra (sempre bianca), solleticano il nostro disgusto se pensiamo che al bianco non si associa morte e distruzione.

La scena finale de fuoco, purificatore, è un inno al valore culturale del cinema che non può essere sottomesso alle barbarie ideologiche, esso sempre libero, aiuterà gli uomini a confrontarsi con i tiranni e combatterli.

Perché alla fine di tutto la banda di bastardi riesce in quello che nessuno nel cinema aveva mai osato fare… uccidere Adolf Hitler. Un gruppo di ebrei, tali sono in gran parte i componenti della banda, che spara contro un folla di gerarchi nazisti.

Quasi un inno alla gioia vederli morire.

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