Una riflessione sull’immigrazione e l’integrazione delle culture
CI AVEVA EMOZIONATO QUANDO AVEVA PORTATO in scena Bobò, uomo tenuto segregato in un istituto, oppure quando aveva raccolto barboni, bambini down, disadattati, e aveva scoperto in loro il potere di conquistare il pubblico, di emozionarlo e regalargli sentimenti e immagini che solo loro potevano dare.
Delbono è capace di cogliere l’energia delle persone e farla esplodere sul palcoscenico, questa è la sua forza.
Ora ha spostato la sua attenzione sull’immigrazione con il nuovo spettacolo “Esodo”, presentato il 30 dicembre 1999 al Teatro Storchi di Modena e replicato in vari momenti fino al 18 gennaio del 2000 anche al Teatro delle Passioni.
“Esodo” è costruito sullo schema di “Guerra” (spettacolo che prendiamo come riferimento), presentato l’anno scorso a Bologna da La Soffitta. Uno schema che vede la creazione di immagini forti e dolorose che ispirano riflessioni sul tema che Delbono vuole affrontare. Oltre ai suoi fedeli attori un gruppo di extra comunitari ha contestualizzato i temi dell’esodo, delle guerre civili, dell’odio etnico-religioso.
Anche se lo spettacolo è molto bello e suggestivo, qualche appunto bisogna farlo.
Il meccanismo è ormai senza varianti e attori come Bobò vegono usati sempre nello stesso modo, molto probabilmente perché non presentabili in altra maniera. Le accellerazioni e i pronfondi rallentamenti del ritmo se creano uno spaesamento utile per staccare lo spettatore dal proprio benessere, ricordano però troppo “Guerra”. Anche l’uso delle citazioni d’altronde (Bibbia, Brecht, Il Sutra del Loto, Primo Levi e così via), che sottolineano e richiamano alla mente senza pietà i dolori e le atrocità che tagliano la storia, s’era già visto in “Guerra”.
Così un po’ di rammarico rimane nel cuore, perché un grande autore, qual è Delbono, non ha saputo intuire che era il caso di cambiare registro: lo spettacolo è comunque molto bello, ma forse era il caso di cambiare perché gli spunti non mancavano. Quel senso di incompiutezza che deve provare ogni profugo ed emigrato e che resta alla fine, di “senza terra ospitale”, è sufficiente a incidere il cuore e ad obbligarci ad un confronto con le nostre belle vite e i nostri “problemi”.
È obbligatorio confrontarsi con l’arte di Pippo Delbono, materia dirompente e deflagrante nei nostri cuori.
Andrea Grilli
Pubblicato su Stradanove il 3 febbraio 2000