Con l’ultimo respiro e Lo strano caso di Michael Farmer

di Lorenzo Sartori

Si tratta di due romanzi brevi o racconti lunghi scritti da Lorenzo Sartori al suo esordio come scrittore, ma già giornalista e figura importante del mondo ludico come autore del wargames Impetus e direttore della rivista Dadi & Piombo.

Un game designer che scrive racconti porta con sé l’approccio del matematico e del sistemista. Di chi vede gli eventi con una serie di passi verso una tappa finale. In qualche modo i racconti di Sartori hanno questo elemento che li unisce. Si tratta di sentieri narrativi o pezzi di un puzzle che vanno via via montandosi come se il lettore si trovasse in un gioco dove la mappa si scopre indizio per indizio, pagina per pagina. Nel caso di un ebook byte per byte.

cover_ultimorespiroCon l’ultimo respiro abbiamo un racconto fantasy e come tutti i romanzi fantasy propone un mondo nuovo da scoprire. Sartori sa bene che questo genere letterario soffre di  mancanza di “opzioni” creative. La dicotomica visione del bene e del male non permette molte scelte narrative. La strada alternativa sarebbe il dark fantasy dove gli antieroi hanno un ruolo dominante.

Invece l’autore riesce a smarcarsi da questo pasticcio creativo e rilancia una bella storia d’amore, con cavalieri e giostre, eroi e misteri di un foresta misteriosa. Ma soprattutto ci lascia sempre quella sensazione di non aver detto tutto, che ci sia qualcosa che per essere scoperto bisogna giungere all’ultima pagina.

Ma poi vogliamo veramente arrivare all’ultima pagina? Non siamo in fondo curiosi di questo nuovo mondo fantasy che poi così normale non è, così semplice non è.

Aspetti che si ripetono anche con l’altro lavoro di Sartori, Lo strano caso di Michael Farmer, un giallo dai toni mistery che ricorda le trame bizzarre di Woody Allen senza quella pesantezza intellettuale che alla fine fa girare la testa.

Un racconto che ha o può avere anche toni horror se il lettore è uno scrittore. Infatti il nostro Michael Farmer ha una bella gatta dCOPERTINA600x800-450x600a pelare per dirla tutta. Essere scrittori senza idee, o meglio con troppe idee che ti inseguono di persona, non aiuta e non permette di
riflettere.

Quando poi c’è di mezzo una donna, bella, allora siamo in un bel guaio.

In questo racconto l’autore ha giocato una doppia partita, vero è che il mistero si compone pagina per pagina, ma con frequenti colpi di scena. Anzi la trama si sviluppa come una spirale a quattro dimensioni e non è detto che tutto sia come appare, proprio come una formula quantistica.

Eppure Michael Farmer avrebbe capito tutto, allora perché non riesce a risolvere il mistero?

Un mistero sicuramente c’è per Sartori, è ora di passare a sfide più complesse, il romanzo è il prossimo passo. Sperando che non si trasformi nello Strano caso di Lorenzo Sartori o Michael Farmer o…

Andrea

L’ultima vacanza a memoir

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La storia della lotta della maggioranza nera negli Stati Uniti è attraversata dalle vite di molti uomini, molti uomini che ha fatto scelte, anche e soprattutto culturali, artistiche.

Come rappresentare se stessi e i principi che lo guidavano. Quale fosse la forma di lotta da perseguire per essere ciò che si era. Essere umani. Un percorso che ancora oggi negli Stati Uniti è una questione fondamentale, se l’elezione di un afro-americano  come Presidente è stata un trauma per molti e che solo oggi libri come Il buio oltre la siepe di Harper Lee sono stati riconosciuti come classici della letteratura, ma soprattutto libri di formazione della società statunitense.

La storia di Gil Scott-Heron è anche questa storia, non solo le vicende di un giovane nero,  un afro-americano, della sua vita di ragazzo che cresce tra madre, zio Buddy e i ricordi del padre. Ma anche del suo incontro con la scuola superiore, e soprattutto l’arrivo alla Lincoln, fondamentale per la formazione e lo sviluppo di una coscienza nera di lotta.

Scott-Heron però fa scelte precise, la musica, la scrittura, la non violenza, la lotta come affermazione di una coscienza. L’uomo e l’artista che si stanno formando iniziano un percorso che lo porterà ad accompagnare i grandi degli anni settanta e ottanta, ma soprattutto il grande concerto-manifestazione voluto da Stevie Wonder per proclamare festa nazionale il giorno della nascita di Martin Luther King.

Sarà con le sue canzoni e svelare i problemi della società americana, di una borghesia conservatrice seduta nei salotti medi di case medie di una cultura media.

Questo libro racconta questo percorso, questa strada percorsa con coraggio e fiducia nelle proprie capacità.

Sicuramente la seconda parte è la più intrecciata con la storia americana, più universale perché coinvolge personaggi famosi e fatti storici, mentre la prima parte potrebbe essere il racconto della vita di qualsiasi ragazzo che affronta la dura Gil-Scott-Heron-and-Stevi-007vita del Bronx.

Lascia un po’ perplessi la parte centrale scritta in terza persona. Un residuo della prima stesura di questa biografia che non convince. È vero che può rappresentare la cima di un percorso della coscienza che ha o può aver bisogno di una oggettivazione fornita dalla terza persona. Probabilmente l’autore si è specchiato e questa modalità gli permetteva di osservare meglio. Ma quattro pagine su 256 sono un po’ poche per segnare una tecnica di scrittura o di narrazione.

Detto questo, anche se con qualche scricchiolatura nella parte iniziale della traduzione, il libro di LiberAria si inserisce in quei volumi che non possono mancare nella libreria di un amante della grandi battaglie civili della società umana.

Lo stile di Scott-Heron è molto molto dettagliato. Ripercorre la vita con grandi accelerazioni per poi soffermarsi con puntigliosità su passaggi che l’autore considera fondamentali. Bisognerebbe essere esperti di cultura statunitense per capire il valore di certi racconti, aneddoti, personaggi che vengono citati e che riempiono questa biografia come stelle in un cielo pieno di note e parole.

Gil Scott-Heron non è citato in ogni trasmissione radiofonica, e sicuramente anche chi è amante della musica rap e hip-hop non lo conosce. È prima di tutto un padre spirituale, culturale e artigiano umile della coscienza.

È una biografia, come tutte le biografie, la storia di un uomo si fa storia. Storia in questo universale degli afro-americani. Storia che oggi ha prodotto anche un presidente degli Stati Uniti.

Buon ascolto:

Andrea Grilli

 

Sei come sei

di Melania G. Mazzucco, Einaudi.

Il tema dell’omosessualità è ormai in bocca a tutti e si sta sdoganando a dispetto di un mondo conservatore e bigotto che cerca in tutti i modi di ostacolare questo processo sociale.

Un tema decisamente strano, per molti versi siamo in una fase matura dei temi da affrontare. Già dato per acquisito il diritto a una libera esternazione della nostra sessualità, si discute del limite della parificazione sociale con gli etero. Per esempio possono sposarsi? Possono adottare figli?

Come in una battaglia, superata la prima linea di difesa, si attaccano i baluardi in seconda linea, toccando elementi fortemente tradizionali. Finché l’omosessualità è recintata nell’area del sesso, tra perversione e mondo privato, si può anche concedere l’accettazione sociale. Sempre che non si bacino in pubblico. Ma se le richieste aumentano, beh il problema è più serio.

Il romanzo di Melania G. Mazzucco si spinge oltre, sembra quasi un libro di fantascienza. Di fronte a un mondo ostile alle famiglie omosessuali, due giovani uomini, innamorati, decidono di avere un figlio o una figlia. Lo decidono perché il loro amore, di fronte a una crisi, invece di spegnersi, matura, si trasforma, cambia livello.

Giose e Christian decidono di volere un figlio, davanti al San Giuseppe e Gesù diherrera-gesu Herrera, non possono che confrontarsi con quel falegname che, per amore, accetta un figlio che non è suo, e lo cresce come se fosse suo. Non è forse simile il loro stato di futuri padri, di potenziali padri?

Blasfema la teoria, blasfemo il paragone, dirompente esattamente come il messaggio di Gesù. L’autrice non fa altro che seguire il tema narrativo del Vangelo. Il messaggio cristiano si propone lì dove lo status quo discrimina e offende la dignità umana.

Ma l’autrice vuole seguire il tema narrativo del vangelo, dove la maternità è la grande sfida della vita, una maternità imposta ma accetta come se fosse voluta, condotta con grande dignità pur sapendo dei rischi e del destino a cui andava incontro.

Quando Giose informa la madre di andare a prendere un figlio in Armenia, la madre senza scomporsi:

Un maschio? gli chiese invece tranquilla […] Se è maschio non lo chiamare Egidio, gli disse la signora Pia, prima di riagganciare. Le madri sono sempre capaci di sorprenderti.

E non c’è solo una madre che diventa nonna secondo un percorso inedito, ma anche Giose è una madre. Una madre che non ha una tradizione a cui pescare conoscenze e competenze, esperienze e insegnamenti. Nel mondo delle nuove famiglie di fatto che si formano nella società moderna, i ruoli cambiano? Giose deve reinvertarsi il mestiere di madre, da solo e senza l’aiuto del compagno troppo preso dal lavoro. Esattamente come una banale e normale famiglia. Perché alla fine se cambiassimo i nomi dei personaggi, trasformando Giose in una donna, avremmo una normale coppia con una figlia che cerca affetto, con un marito distante e quindi idealizzato, dai mille problemi educativi.

Giose porta un nome scomodo, quasi simile a quel Joseph K del processo di Kafka, travolto dal labirinto della giustizia e così lo stesso Giose è intrappolato tra ruoli e regole che fanno difficoltà a comprendere che il ruolo di madre, è un ruolo che travalica l’essere femmina. È uno status mentale che accetta uno dei due elementi della coppia.

Giose è una madre perché accoglie senza chiedere, aiuta senza rimproverare, ama senza condizione, consola senza prendere. Giose è madre perché ha voluto e accettato di essere madre, come Giuseppe accettò di essere padre. Senza un legame di sangue, un legame di scelta di condivisione. Uno nasce, uno prende in carico la sua crescita.
Senza altro elemento comune che l’amore.

Ecco perché questo libro Sei come sei è un inno all’amore e al ruolo di madre, un ruolo talmente assoluto nella sua devozione e sacrificio da essere incomprensibile per un maschio nel ruolo di marito e padre. Poi il sesso non conta, amare un figlio non ha confini e limiti.

Non vuol dire questo essere genitori?

Andrea

È una vita che ti aspetto

di Fabio Volo, Mondadori.

Questo autore ha generato molto dibattito, soprattutto tra i lettori forti, quelli che leggono molti libri durante l’anno e in qualche modo temono di essere massificati. In qualche modo credono di essere pochi, eletti e toccati da una particolare fede della cultura. Giudicano spesso e con veloce sciabolate decidono le sorti di un libro o di un altro. Di solito il nuovo perde se confrontato al classico o all’autore decorato secondo dei titoli o standard culturali.

È una vita che ti aspetto - Fabio Volo

Un autore come Fabio Volo genera non pochi problemi. Posso dire che lo leggo? è nobile leggerlo? Non verrò confuso con la massa informe, un po’ ignorante, che non capisce che bisogna leggere una Munro invece di un banale Tom Clancy?

Eppure questo libro, delicato, leggero all’apparenza, è un bel racconto di un uomo che riscopre se stesso. Che affronta in modo poco banale, un percorso di riscoperta del valore della vita.

Il vero problema è che tutta questa riscoperta non avviene combattendo per la libertà di un popolo, affrontando viaggi lunghissimi pieni di droghe o di una esistenza socialmente selvaggia, ne tanto meno secondo percorsi super intellettuali. No. tutto avviene secondo il quotidiano che c’è intorno a lui, affrontando la banalità della vita.

Un impiegato che vive una vita senza emozioni, senza contenuti. E una mattina scopre che può cercare qualcosa di diverso. E lo fa capendo, forse con frase da libro “trova la verità in dieci mosse”, ma riesce.

Fabio Volo

Agisce.

Invece di distruggersi, di cadere, compie un percorso positivo. Perché l’altro aspetto di questo

romanzo è la positività del percorso, del vivere. Il personaggio alla fine giunge alla fine di un viaggio per affrontarne un altro. E tutto questo senza drammi, senza perdere qualcosa.

Capisce, cambia, si guarisce. Con la banalità del quotidiano. Eppure in quella banalità, c’è la luce dolce, poco accecante, ma intensa,
calda dell’essere vivo.

E forse questo è difficile accettare per cui vuole soffrire insieme a Kerouac. Un romanzo positivo, solare, sembra quasi una contraddizione in termini. Il romanzo, come forma d’espressione di un sistema economico e sociale, dovrebbe esprimere una profonda incapacità di risolvere la crisi del sistema. Eppure può esserci una alternativa. Un romanzo delicato, leggero, che ci da speranza.

Perché negarcela?

Andrea

Scatola nera

Di Jennifer Egan, Minimum Fax, traduzione di Matteo Colombo

Un racconto strano, strano nel modo con cui è stato pensato e scritto. Niente di originale, la web scrittura aveva già sperimentato negli anni novanta modi e tempi veloci di scrittura.

Ma sono sempre i contenuti, la storia, che richiamano il cuore e la pancia del lettore. Alla fine della giostra.

E la storia pur nella sua semplicità, un po’ alla James Bond, non tradisce. L’esperimento formale richiedeva l’uso di stereotipi e meccanismi già conosciuti dal lettore per evitare uno spaesamento che avrebbe indebollito l’evento mediatico annunciato dal NYC Times sulle pagine on line.

Quindi ben venga uno schema alla Bond con motoscafi, super criminali in isolotti, belle donne, harem e così via. Ben venga il richiamo a classici della televisione.

Quello che è realmente interessante ed è la chiave forte del racconto, è la visione depauperata del sogno americano, l’impossibilità oggettiva di riuscire a sconfiggere i nemici. L’eroe interpretato magistralmente in tutto in ventesimo secolo da John Wayne, che salva i buoni e innocenti, si sconfigge il male in tutte le sue forme. L’identità unica e indissolubile che dovrebbe esaltarsi nella società statunitense si spegne di fronte alle torri gemelle, ebbene sì sempre loro come sfondo di una crisi identitaria senza ritorno.

Per combattere il male, non ci saranno super commando alla Navy Seal o Berretti Verdi, ma semplici cittadini che devono sacrificare la stessa vita per permettere al vicino di casa di prendere la bottiglia di latte e il giornale la mattina senza temere di essere uccisi; di giocare con il figlio a basket; di guardare alla televisione il Super Bowl… di essere americani come lo furono i padri. Un richiamo a un senso collettivo, a un sacrificio per la collettività che è sempre stata prerogativa dell’eroe, non del cittadino normale. L’eroe rimane tale, il cittadino torna a casa e nella più assolute segretezza su quanto ha compiuto, torna a vivere il sogno:

Nel nuovo eroismo, l’obiettivo è fondersi in qualcosa di più grande del singolo individuo.

Nel nuovo eroismo, l’obiettivo è sbarazzarsi di generazioni di egocentrismo.

Nel nuovo eroismo, l’obiettivo è rinunciare all’ossessione americana della visibilità e del riconoscimento.

e poco dopo:

(Questa felicità…) può derivare dalla consapevolezza che, realizzando tale obiettivo, avrai contribuito a perpetuare il modello americano così come lo conosci.

Il messaggio è chiaro. Alla fine della missione non ci saranno trionfi, celebrazioni pubbliche, premi. Dal nulla sei stato richiamato, al nulla tornerai.

In realtà questa è la procedura degli agenti segreti. Abbiamo dovuto aspettare oltre trent’anni per conoscere l’operazione Argo con il nome di colui che ha pensato ed eseguito il piano più bizzarro che a oggi si conosca.

Interessante e ben costruita è anche l’idea portante di Scatola nera. I tweet scorrono come sbobinamenti di una registrazione e di istruzioni, proprio come una scatola nera sono dati post-mortem di un fatto di cui alla fine conosciamo poco. I personaggi non hanno un nome, sono classificati con pseudonimi senza valore, come Partner Designato. Anzi esiste un doppio binario narrativo tra i fatti che vengono registrati dalla scatola nera e le istruzioni che ricevono tutti gli agenti sotto copertura.

Un modo per cercare di creare una struttura con un minimo di variabilità narrativa per evitare un noioso scorrere di messaggi a 140 battute.

E ora? Difficile dire se abbia senso un proseguo di qualche tipo. Sembra un pezzo di un puzzle più grande che Jennifer Egan sta componendo con i suoi libri, e come ogni buon esperto di External Relation vi direbbe, l’evento oggi si realizza anche su internet. Ma questo non era un semplice giochetto pubblicitario, era uno sbattere in faccia ai lettori americani la loro lenta consumazione identitaria.

Andrea

Una città dai molti giorni

di Shulamith Hareven, Giuntina, 2006, traduzione di Rosanella Volponi.

Abbiamo scambiato il senso del tempo con il senso dello spazio.

Una città dai molti giorniForse bisogna conoscere Gerusalemme per capire questo romanzo. Per sorridere e piangere per il destino amaro di questa città che da secoli cerca una pace che sembra non le sia concessa.
Basterebbe queste parole per farci comprendere il senso di una storia umana e urbana che dovrebbe essere tutelata ed esaltata dagli stessi popoli che vi abitano. Invece perdono tempo a combattersi.
Shulamith Hareven ha speso la sua vita per la pace, il settimanale francese l’Express l’ha indicata nel 1995 come una delle donne 100 donne che muovono il mondo.

Il titolo italiano lascia questa sensazione di una città multiforme nel tempo, con mille sentieri e strade di storie umane che si sono incontrate e si incontreranno senza pace. I personaggi di Hareven sono testimoni degli eventi tra le due guerre mondiali, quando una speranza di convivenza si stava concretizzando nella città santa, città santa per la sua storia, per gli eventi, per ciò che l’uomo vede in lei come testimone della storia.

La famiglia Amarillo come il dott. Bazel e Matti e tanti altri sono parte di quella vorticosa essenza della storia ma anche testimoni di un lento declino della spiritualità e dell’attenzione all’uomo stesso.

Shulamith Heraven

Quando Sara sul finire del romanzo, di notte, cerca aiuto, sarà accolta in un cimitero della comunità scozzese, un luogo di pace eterna per salvare una donna preda delle grandi passioni amorose e passionali che le donne di quella città hanno sempre vissuto. E romanzo di donne non può che essere questo Una città dai molti giorni. Che siano donne, bambine, anziane, loro sono il punto fermo, l’asse intorno al quale ruota il tempo di Gerusalemme. Ruota l’ansia maschile di trovare uno spazio.

Tempo è cosa da donne, spazio è cosa da uomini. Gli uomini escono di casa e dalla loro comunità e impazziscono, lavorano, combattono nella ricerca di qualcosa. Le donne invece cercano nello stesso posto nel tempo che scorre.

Forse questo è un primo elemento da considerare leggendo questo romanzo.

Poi c’è lo scorrere della scrittura sempre in movimento come un popolo nel deserto in marcia verso la Terra Promessa. L’autrice non si ferma mai, non prende mai una sosta per far riposare il lettore. Scorre il tempo e la storia non può fermarsi. Gli Amarillo sono una famiglia che vive intensamente la città di Gerusalemme e la Terra. Le loro relazioni con i popoli che attraversano la città è multiculturale e secolare. Fanno parte di una ebraicità che non capisce lo scontro che via via si sta montando da entrambe le parti. Ma perché tutto questo?

L’autrice non da una risposta, registra gli eventi come accadono mostrando quanto è poi più facilmente comprensibile. Ognuno ha guardato il suo orto senza osservare quello del vicino.

Pace adesso.

Andrea

The stuff of Legend

di Mike Raicht e Brian Smith

Si tratta di un comic book pubblicato nel 2009 dall’editore The 3rd world studios, scritto da Mike Raicht e Brian Smith, disegnato Charles Paul Wilson III. È un fumetto che si compra prima di tutto per la qualità grafica. Si sa un libro come un fumetto spesso è una sensazione, un qualcosa che ci spinge a comprare. Si tratta di un fumetto monocromatico, tendente al seppia, come quelle foto del primo quinquennio del Novecento. Infatti è ambientato durante la seconda guerra mondiale, e mentre le forze alleate debellano il marciume nazista, un bambino viene rapito da un classico dei classici delle favole statunitensi, delle paure dei bambini, The Boogeyman. Ma ormai siamo abituati che da qualche parte nella nostra stanza ci sono gli eroi, quei imprevedibili compagni di vita che interverranno per aiutarci.

Così i giocattoli del bambino rapito, si organizzano per salvarlo, guidati da un soldatino che si fa chiamare colonnello. Certo non tutti i giocattoli sono coraggiosi, ma alla fine la compagnia viene formata e attraversa il portale che li condurrà nel loro primo campo di battaglia. Già perché il primo elemento interessante di questo fumetto è l’ incessante presenza della guerra. Pagina 12 si apre con una spiaggia piena di morti, come se fossimo a Omaha beach e d’altra parte siamo nel settembre del 1944, l’azzardata di sbarcare su una spiaggia francese è andata in porto e gli alleati puntano su Berlino.
Anche se non è chiaro fin da subito, si ha l’impressione che il fumetto raccolga in qualche modo le paure, le fantasie del bambino rapito che probabilmente ha il papà in battaglia.

L’elemento di incredulità, è possibile che dietro una porta ci sia un mondo fantastico? è possibile che dei giocattoli prendano vita? Tutto questo rimane sospeso dalla mancanza del colore o anche del bianco e nero. La soluzione del color seppia è un atto di sospensione della nostra capacità di distinguere il vero dal falso. L’unica pecca di questo comic book è la serialità molto diluita nel tempo, solo tra pochi mesi uscirà il secondo volume, dopo un anno dal primo.

Andrea

link http://www.th3rdworld.com/book/The-Stuff-of-Legend

Quell’anno a Madrid

di Daniel Chavarrìa, Marco Tropea Editore, 1998, £. 27.000

Si dice che il primo amore rimanga nei nostri cuori in eterno. Forse è vero leggendo la storia che Daniel Chavarrìa racconta in uno dei suoi ultimi romanzi: “Quell’anno a Madrid”, ed. Marco Tropea Editore.

Si tratta di una autobiografica avventura d’amore che lo scrittore uruguaiano, ma cubano di adozione, ha vissuto quando aveva diciannove durante la sua permanenza nella Spagna franchista.

«Una cascata di riccioli neri su una pelliccia di ermellino spazzò via la mia nostalgia. A giudicare dalla camminata era una donna giovane. In quel momento» in quel momento il giovane Daniel, ancora lontano a diventare uno dei più grandi scrittori del Sudamerica e di Cuba, inserì nella propria vita un elemento di disturbo che per mesi segnò definitivamente la sua vita.

La ragazza che aveva conosciuto non era una semplice argentina che lo farà soffrire, si rivelerà una donna che raccoglie in sé tutte le astuzie, i dolori e le emozioni che può dare un travolgimento di sentimenti come quelli che nacquero all’epoca.

Il romanzo nasce dopo che lo scrittore ha incontrato i vari personaggi che furono coinvolti nella storia e dopo aver compiuto una attenta ricostruzione dei fatti.

I nomi sono stati cambiati, ovviamente, per celare le vere identità di persone che all’epoca agirono anche nella clandestinità in anni, si parla del 1953, in cui gli effetti della II Seconda Guerra Mondiale non si erano ancora trasformati in concrete esperienze nelle menti dei loro testimoni.

Così alla prima parte che è il racconto dell’incontro con quella affascinante creatura e il breve periodo che trascorsero insieme, segue una seconda parte fatta di testimonianze e lettere che permisero a Chavarrìa di capire cosa fosse successo in quegli anni.

Da buon scrittore di gialli Daniel non ci fornisce tutti gli elementi per capire come possa essere finita o come possa essersi sviluppata quella che potremmo definire tranquillamente una trama da romanzo giallo. Anzi soffermandosi sui propri sentimenti, descrivendo minuziosamente quali fermenti amorosi suscitasse quella ragazza, mette il lettore nelle condizioni di stupirsi anche quando il tutto sembra entrare nel semplice ricordo nostalgico dell’amore, di capire perché abbia senso dedicare oltre 200 pagine a quello che ad una prima lettura potrebbe nient’altro che sembrare un amore giovanile civettamente ricambiato.

Forse in qualche passo il calore e la passione sudamericana possono sembrare eccessive, ma lo sguardo che pone lo scrittore su se stesso “giovane” è sia di curiosità che di paterno affetto.

Sul finire l’incontro con l’antica fiamma risveglia antiche debolezze, ma adesso è un uomo di oltre sessant’anni con ben altre esperienze e una moglie. Pur con tutto quello che avrebbe potuto rivendicare dopo aver scoperto gli inganni di cui è stato soggetto, l’uomo Chavarrìa afferma a fino romanzo: «Non c’è nessun rancore. Gli anni hanno addolcito i miei sentimenti.»

L’avventatezza romantica della gioventù acquista un altro aspetto se rivista da uomo saggio.

E si sa con gli anni si acquista anche la saggezza.

Andrea Grilli

Incontro con Giulio Einaudi

Articolo scritto in occasione della visita di Giulio Einaudi a Bologna.

A Bologna il 16 ottobre è stato inaugurata la nuova sede della libreria Einaudi. L’evento è stato particolarmente suggestivo per la presenza dello stesso editore Giulio Einaudi. L’incontro è stato interessante, non solo per le novità future del catalogo, tra cui un nuovo libro di Cerami, “Fattacci”, casi veri riscritti, per la collana Stile Libero.

Giulio EinaudiMa anche per l’incontro con un uomo che ha letteralmente scritto la storia editoriale dell’Italia democratica e antifascista, insieme a uomini come Feltrinelli e Mondadori. Durante l’incontro con la stampa, poi allargato anche al pubblico accorso per l’inaugurazione, è emersa la propria stima per Stile Libero, che, secondo l’editore, sta proseguendo quella politica di rottura con il passato sclerotizzato della letteratura italiana.

Buone notizie anche per il mercato del libro sia per la stessa Einaudi che per il settore in generale, dove si registra una ripresa, nello stesso tempo altri mercati come quello francese e tedesco, notoriamente più forti, stanno avendo un calo. Mentre alla solita domanda sul rischio che il libro rischi di sparire per l’avvento delle tecnologie informatiche e digitali, l’editore ha affermato che almeno la nostra generazione vedrà ancora i caratteri stampati su carta. Einaudi ha dimostrato durante l’incontro che non è l’età a determinare l’apertura mentale di una persona, i suoi ottancinque anni non gli hanno impedito di comprendere i nuovi filoni della letteratura italiana, senza farsi impaludare da diatribe letterarie inutili.

Un incontro umano, prima ancora che culturale, che ha arricchito tutti i presenti.

Andrea