Alien, Sputnik e Life: incontri incompatibili

L’incontro tra essere umani e alieni non è bello come possa sembrare, tra Alien, Sputnik e Life i tre film raccontano l’incompatibilità biologica con gli umani.

Introduzione

I thriller spaziali hanno sempre affascinato gli spettatori, offrendo emozioni e suspense in un ambiente extraterrestre. Tra i numerosi film di questo genere, tre titoli si sono distinti per le loro trame coinvolgenti e la capacità di tenere incollati gli spettatori alle loro sedie: “Alien“, “Sputnik” e “Life“. In questa recensione, metteremo a confronto questi tre film, esplorando le loro differenze e similitudini nel trattare con creature aliene spaventose e la lotta per la sopravvivenza nello spazio profondo.

Alien

Alien” (1979), diretto da Ridley Scott, è considerato un classico del genere e ha stabilito molti degli archetipi che i successivi thriller spaziali hanno seguito. Il film ci presenta l’equipaggio della nave spaziale Nostromo, che viene attaccato da un’entità aliena che si nasconde a bordo. L’atmosfera claustrofobica, la tensione crescente e il design creaturale iconico di H.R. Giger rendono “Alien” un’esperienza spaventosa e affascinante. Il film si concentra sull’orrore individuale e sul senso di isolamento, esplorando temi come la paura dell’ignoto e la sopravvivenza.

Sputnik

Sputnik, Alien e Life“Sputnik” (2020), diretto da Egor Abramenko, è un thriller di fantascienza russo che presenta una premessa interessante. Ambientato durante la Guerra Fredda, il film racconta la storia di un cosmonauta russo che torna sulla Terra con un parassita alieno all’interno di lui. Un dottore viene incaricato di studiare la creatura, ma scopre che il parassita ha intenzioni sinistre. “Sputnik” offre una trama intrigante, un’atmosfera cupa e un forte focus sui personaggi. La relazione complessa tra il cosmonauta, il dottore e la creatura genera tensione e dramma emotivo. Sebbene il film possa essere meno conosciuto a livello internazionale, merita sicuramente di essere scoperto dagli amanti del genere.

Life

“Life” (2017), diretto da Daniel Espinosa, presenta un equipaggio internazionale a bordo della Stazione Spaziale Internazionale che scopre una forma di vita aliena proveniente da Marte. Ciò che sembra inizialmente un importante traguardo scientifico si trasforma rapidamente in un incubo quando la creatura dimostra di essere molto più pericolosa e intelligente di quanto si potesse immaginare. “Life” si concentra sulla tensione costante, sulla paranoia e sull’impossibilità di fuggire dall’entità aliena. Il film si avvale di una solida interpretazione del cast, tra cui Jake Gyllenhaal e Ryan Reynolds, e offre sequenze d’azione intense che terranno gli spettatori sulle spine.

Conclusione, tra Alien e alieni

“Alien”, “Sputnik” e “Life” sono tutti film che esplorano l’orrore spaziale e la lotta per la sopravvivenza in presenza di creature aliene minacciose. Mentre “Alien” ha stabilito i canoni del genere e rimane un punto di riferimento, sia “Sputnik” che “Life” offrono un’interpretazione fresca e originale di questa tematica. “Sputnik” si distingue per la sua ambientazione durante la Guerra Fredda e le dinamiche psicologiche tra i personaggi, mentre “Life” cattura l’attenzione grazie alla suspense incessante e alla messa in scena spettacolare.

Il pregio maggiore di questi film o film dello stesso genere è di aver superato l’idea favolistica di un incontro bonario tra gli essere umani e creature aliene, di aver spostato su un campo più realistico questo incontro, cioè quella della incompatibilità biologica e alla fine di aver ricordato che la prima necessità è la sopravvivenza e non un favolistico incontro.

L’aver spostato sul tema biologico l’incontro tra specie diverse, ha anche ridimensionato l’altro aspetto ludico paranoico delle invasioni aliene, simil guerra umana, e i complottismi.

Tutto è ridimensionato o riportato al perimetro naturale della esistenza. Vince chi non ha dimenticato che esistere è più rilevante di altro.

Frankenstein Junior, il ritorno

Frankenstein Junior di Mel Brooks, con Gene Wilder, Marty Feldman e Peter Boyle. 1974.

Torna nelle sale cinematografiche un film culto per gli amanti del cinema di Mel Brooks, ma anche per gli amanti del film horror, dei film comici, dell’umorismo e di tanti altri generi. Con Frankenstein Junior Mel Brooks riesce a combinare diversi generi, senza mai perdere il ritmo narrativo e senza cadere in contraddizione o in un incoerenza narrativa o di stile.

Nella stessa scena ci fa ridere, ma introduce tematiche scientifiche, ci spaventa e stuzzica il nostro desiderio.

frankenstein_junior_wilderMel Brooks legge con attenzione il romanzo della Shelley, ma guarda con attenzione anche la versione cinematografica di Whale, di cui eredita il laboratorio e le scenografie.

Gene Wilder riesce a interpretare, ironicamente, il confine maledetto tra blasfemia (credere di essere D-o) e il limite dell’uomo (essere immagine di D-o, solo una immagine).

Le capacità, potenzialmente illimitate, della scienza mettono in pericolo l’uomo stesso da se stesso, che potrebbe perdere il senso del limite, che nella grande narrazione della Shelley, è la morte.

Oltre la morte stessa non possiamo andare, eppure bramiamo di superare questo limite. Allora Mel Brooks interviene deridendo tutto e tutti: la morte, l’uomo, la scienza, la società, anche lo stesso umorismo e il cinema, e anche l’amore.

L’ultima parola del film è uno schiaffo a tutto e tutti, lo Schwanzstück è un inno all’ipocrisia della società.

Yiddish e Frankenstein Junior

Non avremmo mai potuto avere un capolavoro di questo tipo, questo film, se non fosse stata l’anima umoristica ebraica, anzi dell’yiddishkeit a impregnare la pellicola del film.

Proprio dalla parola Schwanzstück, ma soprattutto dal tema principale, solo l’ebraismo aveva e ha gli strumenti culturali per confrontarsi con il divino, con il potere supremo della creazione e della morte per porsi la domanda principale, fondamentale: possiamo sconfiggere la morte?

La domanda rimane irrisolta e insoluta, perché anche di fronte la morte, sembra che lo stesso Creatore si fermi. Abele rimane morto e la morte stessa è una delle punizioni che D-o infligge a chi viola il Patto.

Forse solo l’amore è ammesso, forse solo l’amore è salvifico. A differenza della tragedia del romanzo originale, Frankenstein Junior finisce con un lieto fine… l’amore, vissuto onestamente, non ha limiti. Anche un mostro, l’ebreo errante forse, odiato da folle inferocite, può trovare la pace e la felicità cercata.

E poi il Schwanzstück risolve tutto.

Da luoghi lontani: Memoria, Sogno e Spazi…

Da luoghi lontani di Giovanni Agnoloni, Carlo Cuppini e Sandra Salvato. Arkadia Editore, 2022.

Arkadia Editore propone una antologia di nove racconti, tre per ogni autore divisi su tre grandi temi: Memoria, Sogno e Spazi cosmici.

Da luoghi lontaniUna combinazione non proprio immediata per essere compresa, dove il legame tra gli stessi racconti sembra più lo stile degli stessi scrittori che i temi che guidano la lettura dell’antologia Da luoghi lontani. In realtà potremmo interpretare lo stile come una quarta dimensione, un modo per trovare altri luoghi emotivi, personali che possono sfuggire quando troppo spesso cerchiamo di leggere o interpretare la realtà usando brevi momento dei nostri cinque sensi.

 

Lo stile di Da luoghi lontani

I tre autori, Giovanni Agnoloni, Carlo Cuppini e Sandra Salvato, hanno in comune diversi elementi stilistici, tra tutti la ricca proprietà di linguaggio e una particolare attenzione agli effetti fisici delle parole scelte.

Per questo motivo quando parlano di Memoria, abbiamo spesso l’effetto degli odori e dei sapori che sono associati ormai da anni alle capacità mnemoniche. Mentre il Sogno è caratterizzato da ritmi spezzati, cambi di localizzazione e salti narrativi, tipici di un sogno. Chiunque sogna si trova immediatamente in un posto, così come può cambiare luogo e spazio senza accorgercene.

Anche gli Spazi cosmici ci propongono un cambio di prospettiva, di spazio, a cui spesso non siamo abituati.

Antologia o guida?

Da luoghi lontaniDa luoghi lontani appare più come una guida o uno strumento per identificare una quarta dimensione personale del lettore, ancora prima dello scrittore. Uno spazio definibile solo se attraversato da nove punti o coordinate che il lettore deve attraversare o raggiungere.

Esploderà così una mappa, si “esploderà” davanti ai suoi sentimenti, alla sua anima, ma anche ai suoi occhi un luogo inesplorato e lontano.

Forse, se qualche inciampatura appare, è quella di una assenza di un curatore che introduca e spieghi il testo aiutando il lettore meno maturo alla comprensione del libro. Spesso è un rischio lasciare il lettore da solo, con una mappa in mano e doverla orientare; ma gli autori sono abili navigatori della parola.

Sandra Salvato

Due parole vanno dette su Sandra Salvato, allieva di scrittori come Stefano Tassinari, ne raccoglie la penna, percorrendo una strada di parole, struttura del testo e percorsi emotivi che rischiano di perdersi se la giornalista e scrittrice fiorentina non ne avesse raccolto l’eredità.

Sandra conosce il significato di ogni parola e come mattoncini pensati con grande attenzione, li ordina tra le righe dell’antologia. Per chi la conosce, il parlato e lo scritto sintetizzano la sua anima di scrittrice, giornalista e poetessa.

Dopo questa prova, si attende il romanzo, la prova finale di un vero scrittore e Sandra Salvato lo è da molto tempo.

 

 

 

L’affaire Montbazon di Giorgio Bert

Giorgio Bert “L’affaire Montbazon”, Hobby&Work, £.6.900

Bisognerebbe chiedersi quali sono gli effetti di collane di narrativa come Segretissimo o SAS, o di gialli di spionaggio come quelli di Ian Flemming, su persone che vivono e lavorano tranquillamente, senza troppi pensieri e senza troppi entusiasmi.

Nel cinema James Cameron lo ha fatto con il bellissimo True Lies, nella narrativa italiana lo fa Giorgio Bert con questo mistero ambientato tra i giorni nostri e quelli di Luigi XIII e del cardinale Richelieu. Un mistero che accompagna gli ultimi trecento anni di storia della Francia, della monarchia dei Barboni.

Il personaggio della storia è un semplice medico della mutua che si ritrova involontariamente coinvolto in un’ indagine, e fin qui nulla di nuovo, se non per il fatto che incomincia ad applicare o cerca di farlo le tecniche dei vari superagenti di cui legge i romanzi. E poi c’è la donna bellissima, i due killer, una specie di donna in giallo che riesce a trasmettere al prossimo le sue fantasie e un po’ di generale ingenuità e un tesoro, uno di quei tesori che viaggia tra i secoli e i luoghi e non si riesce mai ad afferrarlo, comunque ci si provi.

C’è tutto, manca solo che lo leggiate, ma attenti a non farvi prendere dalle sue fantasie, di quelle di cui raccontava anche Dumas… ma senza maschere di ferro.

Full of Life di John Fante

John Fante “Full of Life”, trad. Alessandra Osti, Fazi editore, 1998, £.25.000

Suona un po’ strano dire che questo è il nuovo libro di John Fante (NR. la recensione è stata scritta nel 1998 e pubblicato su Stradanove), visto che l’autore statunitense, di origini italiane, è morto ormai da quasi un decennio (NR. John Fante è morto nel 1983). Eppure il romanzo è l’ultimo pubblicato dall’editore romano, che ormai da tempo sta editando tutte le sue opere con un buon successo di vendita, che fa ben sperare nell’esistenza di un pacchetto di buoni lettori nel nostro mercato.

Full of life, John FanteIl titolo Full of life è significativo sull’argomento su cui ruoterà la storia: la moglie del personaggio, uno scrittore con lo stesso cognome di Fante, è incinta. La storia si sviluppa attorno ai cambiamenti di umore della donna, alle difficoltà del quotidiano che in queste casi sembravano più grandi di quanti fossero.

Inoltre un rapporto con il padre, legato a vecchie credenze su come si fanno nascere figli maschi o come si deve viaggiare, non ancora risolto, portano il futuro padre verso una serie di scelte che gli permetteranno di appianare i vari nodi che si sono formati.

Alla fine il figlio tanto atteso nasce, ma la loro vita è cambiata.

Fante è un grande scrittore, con poche pagine pennella un personaggio e una storia che prende forma e vive nelle pagine del libro. Senza cercare chissà quale fantastorie, ma semplicemente uno degli eventi più belli per due esseri umani: la nascita di un figlio.

Il romanzo uscì nel 1952 e qualche anno dopo adattato per il cinema. Fu l’unico romanzo di grande successo in vita di John Fante.

Good morning Karaoke, Hong Kong

Un libro su Hong Kong e Hanoi, Franco La Cecla “Good morning Karaoke”, 97 pagg., Theoria – Editori Associati, £. 15.000

Nella collana Geografie della casa editrice Theoria, passata poi nel gruppo editoriale Editori Associati, troviamo questo diario di viaggio di Franco La Cecla, all’epoca della pubblicazione del libro ricercatore di antropologia presso l’università di Bologna.

Un viaggio tra Hong Kong e Hanoi, un diario di viaggio per conoscere diversamente città così distanti, completamente diversi, eppure così vicino, non tanto geograficamente, quanto nell’essere parte di uno sviluppo economico (ricordate le tigri asiatiche) che si confronta con l’esistenza di realtà politiche ed ideologiche molto diverse.

Se Hong Kong è ritornata in possesso della madre patria senza però perdere le sue caratteristiche di economia capitalistica, Hanoi, o meglio il Vietnam, cerca di risolvere i propri problemi aprendosi con prudenza all’economia di mercato.

Hong KongAppare così una Hong Kong votata al successo, alla ricchezza, alla conquista dello status di “ricco”, all’esigenza di spendere per mantenere una società votata al consumo. Nello stesso tempo tradizioni culturali cercano di sopravvivere tra grattacieli, shopping mall, health center tutti percorribili senza vedere la luce del sole e con ambienti regolati dall’aria condizionata.

Una corsa frenetica alla conquista della ricchezza per rispenderla in un giro vizioso, dove la schiavitù sopravvive anche se in forme meno evidenti: la cameriera filippina che viene segregata in casa 24 ore su 24 a lavorare.

Oppure Hanoi, città che non ha macchine, ma solo biciclette e motocicli, dove le donne mostrano i loro gioielli non per venderli, i giovani riconquistano la propria identità tra costumi di antica tradizione e divisa rivoluzionaria. Ma il diario di La Cecla è anche un racconto delle attuale stato delle società di queste due comunità, di come vivono e come è ripartita la ricchezza, i costumi di vita e il rapporto con l’ambiente circostante.

È l’occasione per conoscere tra le righe questi due luoghi e forse organizzare un viaggio che non sia il solito turistico per conoscere meglio Hong Kong e Hanoi che potrebbero sembrarci così lontane e con questo libro si sono avvicinate ancora di più.

Nota redazione sulle città di Hanoi e Hong Kong

La recensione di questo libro fu scritta nel gennaio 2000, dopo 22 anni alcuni elementi non sono cambiati, altri invece acquistano elementi nuovi e devono essere letti sotto una luce diversa. Dalla crisi di Taiwan fino alla crescita delle coree e la necessità di riarmo di alcune nazioni come il Giappone dopo l’invasione della Ucraina da parte della Russia. Il saggio di La Cecla è come una tappa in un gioco di geopolitica, la fotografia sociale e antropologica dell’autore è una delle tappe che queste nazioni hanno percorso nel agone internazionale.

Credits foto: Foto di Silver Ringvee su Unsplash e Foto di Nic Low su Unsplash

Un raggio di buio di Ethan Hawke

Un raggio di buio di Ethan Hawke, Edizioni Sur, 2022, traduzione di Martina Testa.

Ethan HawkeEthan Hawke è sicuramente famoso come attore e sceneggiatore cinematografico, ma ha una carriera di autore molto più ricca e complessa di quanto si possa pensare.

Oltre a essere un attore teatrale, è scrittore e grazie a Minimum Fax e Sonda i suoi primi romanzi sono stati pubblicati in Italia.

Nel 2022 le Edizioni Sur hanno proposto Un raggio di buio.

L’Enrico IV di Shakespeare

Si tratta di un romanzo complesso e ricco di elementi emotivi e personali, o almeno ispirati dalla diretta esperienza di vita professionale di Ethan Hawke.

Un raggio di buio racconta la messa in scena dell’Enrico IV di Shakespeare a New York in un momento critico per la vita privata del personaggio principale, William Harding.

Harding ha tradito la moglie, da cui ha avuto due figli; nello stesso tempo esordisce a teatro con un’opera di Shakespeare che lo porta a confrontarsi con attori esperti del bardo inglese e conoscitori del mondo teatrale.

La scrittura di Ethan Hawke

Ethan Hawke mette così in gioco come in frullato diversi elementi, drammi e stati emotivi cheEthan Hawke mantengono tutti la loro riconoscibilità, ma sono connessi l’uno all’altro. Mentre tutti puntano il dito su di lui, tra sesso, droga, litigi famigliari, ansie di prestazioni, in entrambi i sensi, sessuale e recitativo; Harding cerca di sbrogliare la matassa ingarbugliata della vita e, come un personaggio shalesperiano, un novello Amleto, risolve i dubbi, le domande fondamentali della vita.

Ethan Hawke non scrive  un romanzo a lieto fine, tanto meno un dramma. Abbiamo piuttosto una parentesi della vita di Harding, una tappa fondamentale della sua vita.

Se venisse scritto un altro romanzo su di lui, avremmo un’altra tappa, forse il momento dell’Oscar con altri intrecci e passioni.

Lo stile di Ethan Hawke è un fiume di parole ben strutturato e ragionato, ma senza mai perdere la spontaneità e l’emotività raccontata del personaggio. Non siamo di fronte a un capolavoro, ma Un raggio di buio è un ottimo romanzo, una bella storia che non può non essere letto.

Hannibal Lecter… lo specchio del Male

Hannibal Lecter, personaggio creato da Tom Harris.

Hannibal Lecter è uno di personaggi più curiosi e interessanti del cinema americano. Anche se il personaggio appare per la prima volta nel romanzo Il delitto della terza luna (1981) di Tom Harris e successivamente è presente in altri tre romanzi come comprimario e infine come personaggio principale.

Il successo e la fama di Hannibal è sicuramente dovuta alla interpretazione di Anthony Opkins nel film Il silenzio degli innocenti (1991) che gli porterà un Oscar. Il personaggio in realtà era stato già interpretato da un altro attore nel film Manhunter – Frammenti di un omicidio, Brian Cox.

L’interpretazione di Brian Cox fu molto buona, ma non riuscì a dare quello spessore e quella oscurità che invece Opkins risce a dare al personaggio.

Hannibal Lecter di Anthony Opkins

Quando Anthony Opkins raccoglie il testimone del serial killer cannibale, il tema dei profiler non è ancora famoso e non ha conquistato i mercati dell’industria culturale. Fuori dai romanzi thriller e probabilmente il mercato statunitense, questo ruolo è ancora per addetti al settore della criminologia.

Nel film Il silenzio degli innocenti Anthony Opkins deve recitare un personaggio all’apparenza secondario, marginale, utile per le indagini, ma non il cattivo ricercato dall’FBI. Eppure per la interpretazione di Opkins, per la definizione del personaggio data da Harris nei suoi romanzi, Hannibal diventa una leggenda.

Non si tratta di un semplice “matto assassino”, come un poliziotto potrebbe definirlo con grottesca sempliciotteria, Hannibal Lecter è un cosciente, controllato, arguto, elegante, colto ed educato psichiatra. Questo aspetto è il più deflagrante del personaggio. Di solito i serial killer ci vengono presentati come intelligenti, anche se pazzi; ma mai “puliti”. La loro follia, presunta, li rende “altro” rispetto ai normali, quelli che rispettano le convenzioni sociali.

Ma Hannibal è uno di noi, possiamo specchiarci in lui e riconoscerci. Hannibal uccide e mangia persone che rompono l’armonia dell’Universo. Il musicista stonato, il ragazzo del censimento che invade lo spazio privato, il diretto del carcere che lo tortura, il ricco pedofilo… Hannibal Lecter cerca, come un demiurgo, di mettere ordine al Mondo, di curare le ferite causate da altri umani. Ma sempre un demiurgo è, la fonte della sua morale è l’auto-determinazione del Male. La auto-giustificazione che si possa fare giustizia, non Giustizia, al di fuori delle regole sociali è la base valoriale su cui Hannibal agisce.

Hannibal LecterAnthony Opkins riesce a incarnare questo ruolo, apparendo nello stesso tempo gentile e crudele, feroce e comprensivo, angelo e diavolo. Lo sguardo che imprime al personaggio entra dentro le nostre anime, siamo nudi e inermi. Dio e Diavolo, entrambi sullo stesso piano.

In tutto questo rimane umano, cioè non appare irreale, finto, ma è reale. Anche questo aspetto di abbattere la finzione dello schermo ed essere potenzialmente vero, rende tutto affascinante. Come l’uomo nero sotto il letto, Anthony Opkins ci prende la mano e guarda insieme a noi sotto il letto, dove non troviamo l’uomo nero o Hannibal; ma proprio noi stessi. Siamo noi il boogeyman della nostra vita.

Per ottenere questo risultato Anthony Opkins introduce l’ironia, anche la frase più feroce o l’azione più macabra ha sempre un tono e un tocco di ironia.

L’ironia è il vestito elegante della intelligenza. Ed è anche la sfumatura della realtà dalla finzione. L’ironia può essere toccata dalla intelligenza e quindi provare che la finzione è reale.

La mancanza di ironia nella interpretazione di Brian Cox è il limite e in qualche modo il fallimento della sua recitazione. Hannibal è finto, mentre Opkins è Lecter.

L’Hannibal di Mads Mikkelsen

Il successo dell’Hannibal di Anthony Opkins porta anni dopo alla produzione di una serie tv dedicata a lui. Per interpretare Hannibal Lecter è stato chiamato Mads Mikkelsen, bravissimo attore danese.

Probabilmente per la trama eccessivamente psichedelica e più simile a una performance artistica, che una vera e propria rinarrazione dei romanzi di Harris, sia anche per uno stravolgimento dei personaggi, il personaggio di Hannibal muta completamente tornando nello spazio della fiction e uscendo dalla reatà.

Mads Mikkelsen trasforma il noto cannibale in un personaggio statutario, talmente freddo da essere quasi un idolo, nel senso di qualcosa di morto e messo lì per rappresentare qualcosa di diverso, l’Hannibal di Anthony Opkins.

Il confronto è irrisolto, perché Mikkelsen non poteva imitare Opkins e nello stesso non poteva che trasformare Hannibal in un marmoreo personaggio senza espressione, scegliendo proprio la dissociazione dalla realtà l’espressione del personaggio.

Ma allora perché uccidere un musicista che rovina l’armonia di una orchestra?

L’Hannibal Lecter di Mads Mikkelsen potrebbe avere anche un altro nome, non potrà mai dire che ha un vecchio amico per cena, perché non riuscirebbe a esprimere quel tocco di ironia della frase. Rimarebbe solo il significato autentico della frase e non quello ironico.

Esiste un solo Hannibal Lecter, perché esiste un solo Anthony Opkins. Tutti gli altri sono banali serial killer.

«Uno che faceva un censimento, una volta, tentò di interrogarmi. Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti.»
(Hannibal Lecter nel film Il silenzio degli innocenti)

 

Città di vetro di Paul Auster

Paul Auster “Città di vetro”, adattamento e sceneggiatura Paul Karasik/David Mazzucchelli, disegni di David Mazzucchelli, trad. Carlo Oliva, Bompiani, £. 15.000

Tutto incominciò con un numero sbagliato…

Proprio così il caso porta un certo Daniel Quinn, scrittore di romanzi polizieschi, a diventare un investigatore dal nome di Paul Auster, proprio come lo scrittore del romanzo (omonimo edito dalla Einaudi) da cui il fumettista statunitense David Mazzucchelli ha tratto questa storia.

Città di vetroQuesta pubblicazione può essere considerata un “romanzo a fumetti”, oppure un “fumetto pubblicato come se fosse romanzo”, molto probabilmente non è altro che un contenitore con una storia che, oltre che con le parole, poteva essere rappresentata o raccontata anche con i disegni.

L’uso del disegno rafforza l’elemento onirico, fantastico che rompe la razionalità holmsiana e porta all’amara conclusione che l’epoca del Male che poteva essere sconfitto, è finita. Il crimine è dovunque, non c’è più spazio per investigatori come quelli di Hammett che in un modo o in un altro riuscivano a rimettere tutto in ordine.

Il mondo di Paul Auster ha un proprio ordine, che non è quello che vorremmo, un po’ come il fotografo del film Smoke che fotografava senza mirare, lo scrittore alla Auster scrive senza avere uno schema di come le cose dovrebbero essere, ma descrive cosa vede.

Il percorso dello scrittore Quinn/Auster sarà un viaggio che disgregherà le sue convinzioni e soprattutto l’essere stesso del giallo poliziesco, ma l’operazione non è nuova, allo stesso modo ha lavorato Friedrich Dürrenmatt con “La promessa” (ed. Einaudi Tascabili).

Due parole infine su questa edizione che non è altro che una ristampa del volume n.12 (giugno 1995) della collana Gli Squali, chiusa e dimenticata dalla Bompiani e di cui ora vengono proposte alcuni volumi di particolare richiamo.

Un secolo di ordinaria follia di John Barnes

Un secolo di ordinaria follia di John Barnes, Solaria, Anno I vol. 7, 2000, traduzione di Anna Polo.

Nel 2000 Fanucci lanciò uno storico marchio Solaria per una collana di fantascienza dove furono raccolti diversi romanzi e autori di grande interesse.

Un secolo di ordinaria follia di John BarnesUn secolo di ordinaria follia (Kaleidoscope Century) di John Barnes fa parte della serie Century Next Doors ed è stato pubblicato nel 1995, candidato per il premio Locus.

Si tratta di un romanzo ambientato in un mondo futuro, rispetto all’anno in cui fu scritto, dove un misterioso agente segreto o assassino o mercenario racconta la sua vita.

Un secolo di ordinaria follia di John Barnes può sembrare un banale tentativo di fare l’indovino di cosa potrà succedere tra le fine degli anni novanta e un futuro ignoto, misterioso. Un errore tipico è ingabbiare la letteratura di fantascienza nel mondo magico degli indovini, cercando o catalogando i romanzi tra chi ha indovinato come sarà il futuro e chi ha preso una cantonata.

In realtà tutti i romanzi di fantascienza indovinano il futuro, il nodo che molti dovrebbero comprendere è che futuro è una parola plurale. Futuri.

John Barnes esplora potenziali percorsi del secolo ventunesimo, soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda. L’anno di pubblicazione, il 1995, è un anno incrocio perché la caduta del Muro di Berlino aveva aperto diverse ipotesi e sviluppi in geopolotica che non erano ancora tutti comprensibili. E forse comprendiamo solo ora con l’invasione della Ucraina da parte della Federazione Russa.

L’autore statunitense ha quindi mille strade e percorsi narrativi da esplorare. Ma il cuore della trama non è il futuro post Guerra Fredda, come fa intendere il titolo italiano, ma le caleidoscopiche potenzialità di viaggi nel tempo che sono governati da cicli di riscrittura e sovrapposizione delle linee temporali.

John Barnes non banalizza il tema del viaggio nel tempo, ma lo ripensa come una spirale che può far viaggiare nel tempo passato, per il semplice fatto che il passato è stato vissuto ed è nella spirale del tempo.

Altri espedienti di Barnes, come super farmarci e modificazione genetiche, consentono all’autore di evitare tematiche come la morte dei personaggi, ma anche sono anche leve narrative per consentirgli di strutturare percorsi narrativi dove lo stesso personaggio è costretto ad indagare su stesso, perché ignora il passato.

Kaleidoscope Century fa parte del ciclo Century Next Door, quattro romanzi, il primo del 1991 Orbital Resonance, oltre a Candle (2000) e The Sky So Big and Black (2002).