L’umorismo yiddish di oy, oy, oy! di Leo Rosten

Umorismo yiddish: Leo Rosten oy oy oy! – umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yiddish, Mondadori, pagg. 338

Leo Rosten, scomparso da pochi anni, realizzò questo dizionario, “oy oy oy!” edito dalla Mondadori, delle parole yiddish più significative e forse più importanti del suo umorismo. Ma il lavoro proposto da Rosten non si limita a rubarci qualche sorriso, ci offre l’occasione di incontrare la saggezza ebraica attraverso le caricature, i personaggi, i significati delle parole.

Lo stesso Moni Ovadia considera Rosten come un maestro, cercando di proseguire in questa strada così insidiosa. Insidiosa perché è necessario trovare il giusto metro tra umorismo e contenuti, sapienzialità delle storie e scelta del momento giusto per strapparci il riso.

Quello che abbiamo tra le mani ci proprio comparire come dizionario: dalla lettera A fino alla Z.

umorismo yiddishLe parole sono tra le più varie e diverse, sacre e profane, serie e scherzose, ma anche gustose e amare. Si passa da Bulvòn (zuccone) a Batlàn (fannullone), da Rachmònes (pietà) fino Simchàch (gioia). e così tante altre parole che ci portano dentro la vita comune dell’ebreo europeo come della sua anima e del suo pensare/si nel rapporto con il prossimo.

Per ogni parola Rosten indica uno o più possibilità di pronuncia (l’yiddish è lingua senza regole universali), una o più storielle per farci ridere (= riflettere) sul contenuto della parola, e una spiegazione, oltre all’etimologia.

La mancanza di Rosten nei pochi, ma fondamentali libri sull’umorismo ebraico, era grave, soprattutto perché veniva a mancare uno dei suoi esponenti più importanti. Da non dimenticare che Rosten creò la stupenda figura di Hyman Kaplan, immigrato alle prese con il Nuovo Mondo, con esileranti risvolti linguistici.

D’altra parte sul modo assai particolare di parlare degli ebrei anche nel film “Tran de vie” i personaggi scherzavano: l’yiddish è la versione ironica del tedesco!!

Un libro assolutamente imperdibile per tutti coloro che amano e vogliono  conoscere ancora più approfonditamente il mondo yiddish.

Se Dio esiste: Quaderni parigini. Gennaio – novembre 2015

di Joann Sfar

Joann Sfar è un autore poliedrico, dal fantasy francese, molto distante dallo schema classico statunitense, al fumetto ebraico fino al diario dove tra disegni e parole, affronta in modo articolato e ricco il vivere nella Francia sotto attacco.

copJoann Sfar è famoso per essere intervenuto su Facebook e aver respinto il tag “prayforparis” sottolineando come la Francia sia uno stato laico e il tag sottolineava un aspetto religioso rinforzando in realtà coloro che hanno sparato. Un approccio decisamente francese, molto distante dalla confusione culturale e religiosa tipica italiana o di altre nazioni come gli USA, dove laicità e religiosità si confondono.

La Francia è forse uno dei pochi stati europei o mondiali veramente laico.

Joann Sfar si confronta tra la sua francesità e l’origine ebraica, tra l’essere padre, uomo e il rapporto controverso con le donne, belle, affascinanti, simpatiche. Ancora questo è tutto molto francese.

Il diario, Se Dio esiste di Joann Sfar aiuta il lettore a comprendere la Francia non solo in questa fase difficile di scontro con il mondo terroristico medio orientale, ma in generale la società francese con la libertà, l’uguaglianza e lo spirito ribelle che la distingue.

Si alternano tavole straordinarie di forte impatto emozionale a pagine ricche e dense di Se Dio esiste di Joann Sfarparole, cascate di pensieri e commenti, racconti dell’infanzia e dei drammatici fatti presenti e passati della storia ebraica. L’autore si aiuta anche con dialoghi e testimonianze di amici e parenti che, come uno specchio, lo confrontano con i temi dell’identità ebraica, dell’interpretazione più o meno laica dell’Islam e la convivenza tra culture e religiosità all’apparenza diverse, sicuramente di intensità diversa.

Questo libro, Se Dio esiste: Quaderni parigini. Gennaio – novembre 2015, di Joann Sfar aiuta il lettore ad allargare l’orizzonte, a scoprire una maggiore vastità valoriale della laicità e della identità francese ed ebraica. Come sempre Joann Sfar gioca in modo intelligente con le sue tradizioni e riesce usando livelli e tecniche diverse di narrazione a ricordarci che possiamo vivere insieme. Nel rispetto dei valori laici e democratici.

Andrea Grilli

Il complotto

Nel 2005 Will Eisner produsse un lavoro totalmente differente dagli altri. Il titolo è emblematico. Il complotto. La storia segreta dei protocolli di Sion, nello stesso anno l’editore italiano Einaudi lo pubblica nella collana Stile Libero. Come racconta Will Eisner nell’introduzione “per la prima volta non ho usato il fumetto per raccontare una storia inventata. Stavolta ho tentato di impiegare questo potente mezzo di comunicazione per affrontare un tema che ha un’importanza fondamentale nella mia vita.”

Il complottoGià perché se le altre graphic novel raccontavano storie sicuramente ispirate dall’esperienza e dalla sua creatività, questo fumetto è una ricostruzione storia della creazione di questo falso, che ahimè con enorme ipocrisia, viene ancora pubblicato e passato per vero o “in dubbio quindi ve lo proponiamo così potete valutare” (espressione ormai diffusa nel neonazismo o neofascismo per proseguire nelle sue attività criminali).

Il fumetto quindi non è certamente paragonabile al valore delle altre opere di Will Eisner e sinceramente dubito che un fumetto pubblicato dalla Einaudi, distribuito solo nelle librerie, possa ottenere quel risultato che Will Eisner spera, almeno in Italia. Questo è uno dei tanti casi di confusione metodologica, si prepara un libro perché abbia un certo effetto, ma poi lo si distribuisce nei canali sbagliati e verso il “ricevente” della comunicazione già informato e interessato. È come sottolineare più volte una frase già chiara. Ma sicuramente non si raggiungono nuovi lettori e non si diffonde, nel caso specifico, la falsità dei Protocolli di Sion. Rimane così un’opera di grande valore, ben costruita ed estremamente chiara nel disegnare la mappa di questa menzogna.

Prima di tutto il suo lavoro è estremamente documentato e particolare anche nel far emergere una serie di personaggi minori, responsabilità spesso incrociate, ma anche aspetti culturali e sociali che potrebbero sfuggire a una trattazione troppo attenta solo al falso in sé dei protocolli. Così la vita di Golovinskij o di Joly sono sicuramente utili per dare un contorno storico più preciso e senza dubbio più credibile, che semplicemente affermare “Golovinskij copiò da un’opera do Joly”.

Inoltre evita il rischio di diventare pedante, come spesso capita ai fumetti con scopi didattici. Di Golovinskij conosciamo anche la madre, la vita del padre, e dal racconto di poliziotto anche l’amara vita di Joly, sempre pronto a combattere i tiranni. Il percorso storico disegnato è così dalle origini del libro da cui Mathieu Golovinskij si ispirò, anzi da dove copiò, per scrivere questa infamia dei Protocolli di Sion. Da quel primo volume che spinse lo Zar Nicola II a sostenere i progrom e scacciare i politici illuminati di cui si era circondato, seguono le varie ristampe, idee, ispirazioni che hanno mantenuto viva l’esistenza di questo falso. Spesso il racconto deve gestire fatti storici molteplici accaduti in circa cento anni di storia, ma Will Eisner riesce a maneggiarli bene e darci un quadro decisamente “isterico”. Se tribunali, giornali, storici hanno ampiamente ricostruito la verità, dall’altra parte chi vuole odiare crede che siano veri perché chi vuole smentire “ovviamente” lavora per “coloro che tramano contro l’umanità”. Può sembra un cane che si morde la coda. E lo è. Finché non si adotteranno metodologie nuove di comunicazioni, chi parlerà prima sarà sempre il più ascoltato, chi darà sempre la risposta più comoda e facile da comprendere, sarà creduto.

Viene da chiedersi se l’autore sia ottimista sperando che prima o poi si possa porre fine alla loro diffusione. Will Eisner ha un tono spesso altalenante tra l’ottimistico e il pessimistico in base soprattutto ai fatti storici che sembrano ogni volta sconfessare chi pensa di aver eliminato i protocolli.

Ancora oggi vengono pubblicati con grande perizia da chi vuole sostenere e diffondere l’odio. Una domanda sorge spontanea: ma a chi interessa svelare la falsità dei protocolli di Sion? A parte le vittime, a nessuno. Un nemico serve a tutti, già pronto per tutti gli usi.

Andrea Grilli

L’ebreo di New York

di Ben Katchor

L'ebreo di New YorkNel 1830 Mordecai Noah cercò di fondare uno stato ebraico a Buffalo. Noah era nato a Philadelphia nel 1785, giornalista, diplomatico, saggista, riteneva che gli indiani d’America fossero una delle dodici tribù d’Israele. Ben Katchor è nato a Brooklyn nel 1951. Opera sia nel mondo del fumetto che teatrale, con le scene dell’opera teatrale The Carbon Copy Building, insignita dell’Obie Award come “miglior nuova produzione 1999-2000”. Le sue opere fumettistiche sono pubblicate a puntate sui maggiori giornali statunitensi. Di particolare interesse è il blog grafico curato sulla rivista on line Slate (http://www.slate.com/id/3733/entry/24714/) nel 1997.

Nel 1998 per i tipi della Bantam Books esce questo fumetto, L’ebreo di New York, che la Mondadori ha proposto nella traduzione di Daniele Brolli. Si tratta di una intreccio di personaggi ebrei sullo sfondo degli Stati Uniti della metà del 1800. Personaggi di varia natura, di professioni diverse, che tessono una serie di racconti che si ricollegano alle teorie di Mordecai Noah sugli Indiani d’America.

La storia centrale è quella di un uomo Nusin Khison che vive per quasi cinque anni con un cacciatore di pelli, che poi si scoprirà anche lui essere ebreo. L’uomo tornato a New York viene confuso per un indiano che parla in ebraico e si esibisce in un teatro della città. Questa presenza di indiani che sembrano essere di origine ebraica genera l’attenzione di molti ebrei newyorchesi, commercianti, linguisti, inviati dalla comunità ebraica tedesca. Ma in questo intreccio si presenta anche un uomo, Francis Oriole, che vuole trasformare in acqua frizzante il lago Erie e cerca finanziatori, tra i quali troviamo un nunzio palestinese che porta con sè un sacco di terra santa. Nel frattempo l’inviato della comunità ebraica tedesca, vestito da sub, legge brani di un libro dove si sostiene l’origine ebraica degli indiani d’America.

Confusi? Beh la storia è questo intreccio incredibile di racconti, flashback, incontri di Ben Katchoruomini che sono sempre dinamici, attivi, pronti a fare qualcosa, perché infondo gli USA sono una terra di opportunità, a volte legali a volte no. Ben Katchor ripercorre così, secondo un sentiero tortuoso, ma avvincente, le speranze di uomini che cercavano una terra nuova dove prosperare senza progrom, dove si potesse più pensare a una vita tranquilla fatta di sacrifici, piuttosto che morte e distruzione.

Ben Katchor ha dichiarato sulla rivista on line The New Jersey Jewish News di non sentirsi legato al mondo ebraico, con la cultura ebraica ha una relazione storica: “For me, Jewish culture is a piece of history rather than part of the modern world I live in.” Questa sensibilità storica appare ben chiara ne L’ebreo di New York, dove gli intrecci storici, spesso parziali e insignificanti nel contesto generale della Storia degli Stati Uniti, insaporiscono però le tavole e ci mostrano quella storia degli uomini comuni, che poi sono loro a fare realmente la storia della società civile.

Lo stile di Ben Katchor è “in miniatura”, le vignette sembrano fotogrammi di un film, che racconta le vicende solo dei personaggi comprimari, quelli di cui non si ricorda mai il nome. È significativo il suo stile, gli spazi sono occupati da linee nere ben impresse nel foglio che determinano le figure su un piano bidimensionale, un bianco e nero piatto, se non che, come nello stile dei primi anni sessanta, una serie di pennellate o macchie d’acquarello danno tridimensionalità alle figure. Ben Katchor ha la particolarità di lavorare per i quotidiani statunitensi proponendo uno stile che tutto ha tranne una proposta grafica semplice e lineare. L’occhio del lettore si educa a leggere gli effetti di pienezza e sfumatura tipica del fresh painting danno il senso di non trovarsi di fronte a una banale rappresentazione di una storia. D’altra parte proprio Ben Katchor, sempre nell’intervista al The New Jersey Jewish News, spiega che “images are a corrective to the text, and the text is a corrective to the image. When you deal with one alone, there’s room for misconceptions”. Questa consapevolezza autoriale si riflette nella lettura de L’ebreo di New York, un fumetto non facile da leggere, dai cambi di ambientazione, ma soprattutto dei personaggi, tantissimi, che ruotano senza sosta e che generano un cambio di registro nella fitta trama creata da Ben Katchor. Ma soprattutto l’aspetto più bizzarro dell’autore newyorchese che, anche se sembra negare la sua ebraicità, se ne appropria proprio nel suo aspetto più vivo, quello storico, quello mnemonico.

Andrea Grilli

Il gatto del Rabbino – il Bar-Mitzvah

Può un gatto celebrare il Bar-Mitzvah? È questo il filo conduttore, il dilemma, il gioco narrativo che accompagna il primo episodio della serie Il gatto del Rabbino di Joann Sfar. Il rabbino di una città del nord Africa ha due animali, un gatto sempre taciturno e un pappagallo che parla sempre. Il gatto vorrebbe passare il tempo con la figlia del Rabbino, 01sfar1.gifcosì un giorno il gatto si mangia il pappagallo. Niente di strano che un gatto si mangi un uccello, ma ecco fatto il gatto inizia a parlare. Ne segue un confronto dialettico tra ben due Rabbini e lo stesso animale che cerca in tutti i modi di convincerli che può celebrare il Bar-Mitzvah. Ma l’uso della parola non è facile, il gatto mente subito, oppure è troppo veemente e aggressivo quando vuole dire la sua senza prestare la minima attenzione alla sensibilità degli interlocutori.

Il Rabbino di fronte alle bugie del gatto così risponde: la parola serve a descrivere il mondo, non a contraffarlo. E il timore che conduca sua figlia su una brutta strada (nel fumetto vediamo il gatto che suggerisce di leggere Il rosso e il nero di Stendhal) lo spingono a tenere sempre con sé il gatto e infine a impartirgli una educazione ebraica al fine di migliorare e di poter frequentare la padroncina.

Rabbino: L’occidentale vuole risolvere il mondo. Fare l’uno con il multiplo. È un’illusione, mi dice il rabbino.
Il gatto: Sì, ma in fin dei conti, maestro, non è che anche il giudaismo cerchi di fare l’uno con il multiplo?
Rabbino: Sì. Ma non allo stesso modo. Il Logos consiste di tesi, antitesi e sintesi. Mentre il giudaismo è fatto di tesi, antitesi, antitesi, antitesi…

Questo è uno dei tanti passaggi, confronti tra il gatto e il Rabbino, momenti che ci permettono di pensare altre antitesi, antitesi…

Il gatto però è anche il nostro narratore, si confronta con tutti anche con il lettore. Con i suoi occhi cinici e senza infrastrutture osserva, giudica, analizza il comportamento dei vari personaggi della storia. Anche gli allievi del Rabbino subiscono le sue attenzioni, uno in particolare che sembra volere la mano della padroncina. È un giovane dalla parola tagliente, sempre preso a difendere i costumi e richiamare le donne come a sottolineare che Se temi Dio, se rispetti lo Shabbat e fai bene le tue preghiere, non ti può succedere niente. È logico. Ma il giovane così rigoroso ha la sua vita segreta fatta del bordello arabo, frequentato per non farsi scoprire. Al gatto piace quell’anima ambigua e ipocrita. D’altra parte il gatto si diverte a dialogare con i suoi interlocutori così come a tacere e osservare il mondo che scorre intorno a lui, prediligendo i più imperfetti oppure coloro che lo coccolano.

Il gatto del Rabbino – il Bar-Mitzvah è una delle tantissime serie a fumetti che Joann Sfar disegna. Autore francese tra i più prolifici e innovativi pesca a piene mani dalle tradizioni dei propri genitori, madre askenazita e padre sefardita. In una intervista al sito Joann Sfarinternet francese www.parutions.com nel 2002 ha sottolineato la profonda educazione religiosa che ha ricevuto fin da bambino. Anzi il Gatto del Rabbino è chiaramente ispirato all’educazione del padre.

Il tratto di Joann Sfar è vicino al fumetto favolistico, con i personaggi quasi infantili nella
loro rappresentazione, il disegno ci riflette immediatamente il loro animo, i loro sentimenti. Nello stesso tempo l’autore francese è interprete di una nuova strada del fumetto franco-belga, ormai sempre meno aderente alla linea-chiara di Hergé. La linea di Joann Sfar è spezzata, anzi più che una linea, sono decine di linee piccole, nervose, sferruzzate sulla tavola senza una apparente logica. Sembrano tante antitesi in un processo logico tra parola e disegno

Andrea Grilli

La shoà e gli X-Men

Quando parliamo di fumetto e Shoà siamo abituati a pensare a Maus di Art Spiegelman oppure più recentemente a Yossel di Joe Kubert o Sono figlia dell’olocausto di Bernice Eisenstein. Eppure dagli sessanta esce mensilmente nelle edicole statunitensi una serie a fumetti che è fortemente caratterizzata dal tema della Shoà. The Uncanny X-Men (settembre 1963) di Stan Lee e Jack Kirby. Entrambi gli autori erano famosi al pubblico per aver creato personaggi come L’uomo ragno, Capitan America e tanti altri, ma tutti questi supereroi erano uomini che avevano acquisito i loro poteri a causa di incidenti, esperimenti scientifici. Anche il Batman della DC Comics non era altro che un eccentrico miliardario che combatteva il crimine.

Xavier e MagnetoMa gli X-Men cambiarono radicalmente la percezione dei supereroi nel mondo dei fumetti. I loro poteri sono genetici, cioè questi uomini nascono con i superpoteri, quasi un popolo eletto. Possono leggere nel pensiero, trasformarsi in acciaio, volare con proprie ali, autocurarsi, lanciare raggi gamma dagli occhi. Proprio nel primo episodio della seria, settembre 1963, esordisce anche quello che sarà poi il nemico numero uno, la nemesi, lo specchio dell’ideale che unirà gli X-Men. Questi mutanti sono uniti dall’ideale di un telepate, Charles Xavier, di una convivenza civile tra uomini comuni e mutanti. Dall’altra parte Magneto un uomo con profonde ferite.

Stan Lee, ovvero Stan Lee Lieber nato da una famiglia di ebrei rumeni, così spiega il suo personaggio: “Non ho immaginato Magneto come un cattivo ragazzo. Voleva solo rispondere a quella gente che era così bigotta e razzista… Cercava di difendere i mutanti e poiché la società non li trattava bene, voleva dargli una lezione. Era naturalmente uno pericoloso… ma non ho mai pensato che fosse un villain.

Lo schema che sarà alla base della serie degli X-Men è impostato. Gli umani temono la diversità dei mutanti, li odiano, come precedentemente avevano odiato gli ebrei o gli zingari. Ma gli X-Men non decollano e la testata rimane a languire finché Chris Claremont non viene assunto alla Marvel Comics. Chris aveva trascorso alcuni mesi in un kibbutz dove aveva incontrato sopravvissuti dei lager nazisti, dove di notte i soldati del Tzahal montavano la guardia e gli caccia con la stella di Davide volavano verso la Giordania per difendere Israele.

Chris Claremont impone un ritmo diverso alla saga degli X-Men trasformandola in una delle serie fumettistiche più lette al mondo e ritenuta, a torto o a ragione, un capolavoro assoluto di discussione e narrazione sul tema della diversità e del diritto di difendersi. Con la sua penna di sceneggiatore Magneto scopre le sue carte. Fino al numero 12 della serie Classic X-Men, pubblicata in Italia dalla Star Comics nel mensile Gli Incredibili X-Men. Magneto è un sopravvissuto di Auschwitz, il suo nome forse è Max Eisenhardt, ed è anche un padre che ha perso la figlia uccisa dall’odio del potere sovietico.

Così nasce un personaggio che non può fidarsi degli uomini, che, come racconta Stan Lee, vuole difendere il suo popolo, ora i mutanti oggetto dell’odio razziale. Nei decenni che seguiranno questo personaggio guiderà anche gli X-Men cercando nuove vie per realizzare i propri obiettivi. Magneto rimane comunque un personaggio tra i più amati dai lettori di fumetti, diciassettesimo nella classifica dei cattivi più amati. Ma al di fuori degli schemi del villain, cioè del cattivo che il supereroe di turno deve sconfiggere, Max Eisenhardt è caratterizzato da una forte senso degli ideali e da un obiettivo che nessuno potrebbe contestare: difendere un popolo.

Magneto e XavierAnche Chris Claremont ha speso un commento su questo personaggio così controverso: “Una volta che trovai il punto di partenza per Magneto (come vittima dell’Olocausto), tutto il resto andò al suo posto, perché mi permetteva di trasformarlo in una figura tragica che vuole salvare il suo Popolo… quindi ho avuto l’opportunità… di tentare di redimerlo… di vedere… se si poteva evolvere nello stesso modo in cui Menachem Begin si trasformò da il ragazzo che i britannici consideravano “shoot on sight” nel 1945… in uno statista che vinse il Premio Nobel per la Pace nel 1976.

Sono questi commenti che mostrano quanto la Shoà sia un tema molto presente nella saga degli X-Men, forse sottovaluto e troppo spesso inserito in un contesto generico di trattazione del tema della “diversità”. Mentre appare evidente che gli autori da Stan Lee a Chris Claremont hanno posto la Shoà come un faro che illumina moralmente le scelte e la vita dei loro personaggi, perché direttamente coinvolti. E non solo per aver reso l’avversario principale dei mutanti un sopravvissuto di Auschwitz, ma anche per altri personaggi come Kitty Pride, giovane mutante che nell’episodio 199 de The Uncanny X-Men (gennaio 1985) partecipa a un incontro del National Holocaust Museum di New York per cercare la sorella del nonno.

Sono qui per mio nonno, Samuel Prydeman. Avrebbe voluto essere qui più di ogni altra cosa, ma è morto l’anno scorso. Aveva una sorella, la mia prozia Chava. Viveva a Varsavia prima della guerra.

Andrea Grilli

Le origini di Capitan America

Captain AmericaÈ il 1941, marzo, siamo sempre a New York, dove vari fumettisti, scrittori e tipografi stanno scrivendo la storia del fumetto. E’ appena uscito un nuovo comic book con un nuovo supereroe. Si tratta di Capitan America. Dedicare qualche riga a Cap, come spesso viene amichevolmente chiamato è doveroso, visto che dalla sua creazione ha ispirato oltre tre generazioni di supereroi.

Fu creato oltre che da Jack Kirby anche da Joe Simon. Joe era cresciuto a Rochester, New York, in una famiglia di ebrei dove il padre praticava il mestiere del sarto. Il co-autore di Cap inizia a lavorare con diversi autori e syndacate come freelance. È in quella occasione che incontra Kirby, nel 1998 ha così descritto quell’evento:

I had a suit and Jack thought that was really nice. He’d never seen a comic book artist with a suit before. The reason I had a suit was that my father was a tailor. Jack’s father was a tailor too, but he made pants! Anyway, I was doing freelance work and I had a little office in New York about ten blocks from DC [Comics]’ and Fox [Feature Syndicate]’s offices, and I was working on Blue Bolt for Funnies, Inc. So, of course, I loved Jack’s work and the first time I saw it I couldn’t believe what I was seeing. He asked if we could do some freelance work together. I was delighted and I took him over to my little office. We worked from the second issue of Blue Bolt…

Successivamente la Timely Comics, prima di diventare la Marvel Comics, commissiona ai due autori la creazione di un nuovo supereroe dopo il successo della Torcia Umana. Nasce così Capitan America che vende subito un milione copie. Si tratta di un personaggio figlio del periodo della guerra.

Sempre Simon dice ”The opponents to the war were all quite well organized. We wanted to have our say too.” Proprio così. Il personaggio combatte nazisti e giapponesi, presentando il punto di vista di chi ritiene che si debba combattere il pericolo nazista. Il personaggio generò una ricca discussione tra i lettori di comics spesso con lettere molto negative e la nascita di fan club.

Il duo Simon-Kirby produsse solo i primi dieci numeri, poi passò alla DC Comics. Il loro Jack Kirbypersonaggio resisterà fino al 1950 per poi andare in vacanza e tornare nelle edicole americane nel marzo del 1964 nel numero 4 del comic book The Avengers. Il personaggio ha sempre rappresentato i valori di libertà tipici della società statunitensi. E li difenderà fino a morire in una delle miniserie più forti anche politicamente della Marvel, Civil War, dove i supereroi si dividono tra coloro che rivelano la loro identità e chi si rifiuta per non essere controllato dallo Stato. Una miniserie che riflette il drammatico dibattito politico e sociale sulla Libertà durante l’amministrazione di Bush junior.

Cap è contro la schedatura, contro il carcere per coloro che si oppongono. Difende quella libertà assoluta, piena, autentica che aveva difeso contro il nazismo. E morirà per questo.

Per poi tornare, come tutti gli eroi non può veramente morire. Il suo destino è perseguire l’obiettivo che gli autori gli hanno affidato. Spesso è stato associato a temi nazionalistici e troppo-americanofili, perdendo spesso nel confronto con altri “super” meno marcatamente statunitensi. Ma alla fine non può che emergere il significato più profondo, la sua identità di difensore della Libertà. Come i supereroi creati da Stan Lee, Bob Kane e tanti altri autori ebrei statunitensi, il Capitan America di Jack Kirby e Joe Simon si erge al golem che non è più tra noi e difende i più deboli da chi come il nazismo conosce solo la violenza morale e fisica.

Andrea Grilli

Sono figlia dell’olocausto

di Bernice Eisenstein – Guanda

Durante una Fiera del Libro di Torino mi sono fermato presso lo stand della Giuntina. Così navigando tra le pagine dei libri, mi è stato consigliato di leggere un libro di Lizzie Doron, una autrice che potremmo definire della seconda generazione dei narratori della Shoà.

Questa considerazione mi ha fatto riflettere sul fatto che nel mondo del fumetto non è mai Sono figlia dell'Olocaustoesistita una prima generazione di narratori. Chi è sopravvissuto ha usato il metodo della scrittura, della parola ferma su un foglio, per memorizzare e raccontare quanto aveva vissuto. Il mondo del fumetto era al di là dell’oceano, per assurdo rinnovato e sviluppato da editori e fumettisti ebrei, ma nessuno dei quali era “sopravvissuto”, era una parte di un qualcosa perso. Così i padri della memoria come Primo Levi o Elie Wiesel si esprimono con la parola e non con il disegno.

Sarà poi Art Spiegelman a dare il via alla memoria disegnata per conto terzi, per conto del padre. Oppure Joe Kubert ipotizzerà la vita che avrebbe potuto vivere in Polonia, ma sono orecchie di testimonianze, mani che raccolgono le parole del ricordo e le conservano in un vaso nuovo, forse più vicino al nuovo modo di esprimersi dei nostri ultimi decenni.

Bernice EisensteinUn tema nuovo inoltre si inseriva in questa memoria, il tema di esseri figli o nipoti di sopravvissuti. Cosa vuol dire vivere affianco a uomini e donne che portano, ne portaron
o ne porteranno, ma con un pesante indicativo portano con tutto il peso e la fatica psicologica che ne consegue, la memoria della Shoà?

Berice Eisenstein ha scritto e disegnato un libro raccontando la sua vita di figlia di due deportati. Non abbiamo però il racconto della esperienza dei genitori, ma la sua esperienza nella famiglia, nelle emozioni, nei legami e sentimenti che ogni suo parente ha tessuto con lei. Vuol dire inevitabilmente definire luoghi, istanti della propria identità che non potranno essere paragonabili ad altri.

La memoria collettiva di una generazione parla, e io sono obbligata ad ascoltare, a vederne gli orrori, a sentirne l’offesa.

Andrea Grilli

Americana

Americana, di James Sturm, Coconino Press, 190 pagine, 2002, 14 euro

Americana di James Sturm è una trilogia di racconti disegnati sulla storia degli USA. La prima storia, Il colpo mitico del Golem del 2001, è il racconto delle vicissitudine di una squadra di baseball, Le Stelle di David, che gira per i piccoli centri a caccia di ingaggi. Sulla maglietta campeggia la stessa di Davide e viaggiano su un vecchio autobus. Quando arrivano nei paesi dove giocheranno, i bambini si chiedono sono arrivati gli ebrei? mentre Hetty Douglas, una signora modello zitella con la croce al collo e una figlia con un vestito lungo da suora a quadrettoni da tovaglia, inspiegabilmente si presenta alla partita: non sono qui per il baseball, ma per vedere gli Ebrei…

Americana di James SturmJames Sturm descrive con poche battute la diffidenza dell’americano medio, che vive fuori dai grandi centri urbani, e che crede che l’America sia il baseball. D’altra parte anche Noah Strauss il manager del team prende le distanze dal padre, sarto per conto terzi nella Grande Mela, mio padre sarebbe profondamente deluso se sapesse che giochiamo di Sabato. Lui resterà sempre un immigrato. La sua mente vive nel paese da cui se ne è andato. La mia vive in America e il baseball è l’America.

Poi arriva l’idea di schierare uno dei giocatori, Hershl Bloom, con un costume che lo rappresenti come un Golem, un’idea commerciale di un pubblicitario che immagina il baseball più come un circo che come uno sport. Ed ecco che la nostra squadra arriva a Putnam, il giornale locale esorta alla vittoria contro gli sporchi giudei, uno di loro viene picchiato prima della partita, la città è in subbuglio per l’arrivo del mitico Golem che scaglia palle veloci come saette fiammeggianti. Ma quando lo scontro diventa duro e la folla picchia un giocatore e le urla sovrastano ogni senso sportivo, andatevene ebrei, ecco che Hershl è veramente il mitico Golem e la folla che vorrebbe suonargliele agli ebrei, si ferma. Al riparo nel dugout gli altri giocatori si nascondo, una voce recita lo Sh’ma, Amerai il Signore tuo… Per migliaia di anni gli Ebrei sono spirati con lo Sh’ma sulle labbra, commenta Noah.

Una pioggia torrenziale fa fuggire la folla e i giocatori possono ripartire per un’altra partita.

Golem di James SturmJames Sturm disegna in bianco e nero, con un linea pesante e netta, con poche linee che colgono l’essenza dei personaggi e dei luoghi. Un tratto continuo di color sabbia riempie quei bianchi e neri e da il senso della concretezza. Quando il disegno è così essenziale e semplice, il testo emerge nella sua forza e in questo caso nella sua amarezza di raccontare quella diffidenza a volte sottile a volte pesante e violenta di una società che comunque non è riuscita a scrollarsi di dosso i pregiudizi e gli odii del vecchio continente. Il giornale locale non manca di scrivere un articolo pieno del solito odio condito con le solite accuse: succhieranno il denaro di questa città. Sturm è abile nel navigare dentro la mediocrità e farla emergere nella sua chiarezza, nella sua meschinità.

Andrea Grilli