The watcher, è difficile scegliere una casa

The Watcher, miniserie televisiva di Ryan Murphy e Ian Brennan, basato sul libro “The Haunting of a Dream House” di Reeves Wiedeman, con Naomi Watts, Bobby Cannavale, Mia Farrow. Foto credit: Netflix.

The Watcher è una miniserie di Netflix basata su un fatto vero, quanto ancora misterioso e irrisolto. La rivista on line The Cut ricorda il fatto in questo articolo.

La serie in un primo momento si muove su binari molto noti e prevedibili: il padre che perde la pazienza ed è sempre arrabbiato; l’adolescente ribelle e sempre contro la famiglia; il figlio maschio pre-adolescente sempre spaventato; i vicini invadenti e inquietanti. E così via in una serie di cliché tipici americani.

Non mancano capolavori sul tema del “vicino di casa” e il rapporto tra proprietari/abitanti di una casa  e la stessa abitazione.

Tra i vicini di casa “buoni” possiamo ricordare La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, mentre Uno sconosciuto alla porta (titolo originale Pacific Heights) di John Schlesinger con un fantastico Michael Keaton.

Questo tipo di storia è frequente nella creatività statunitense ed evidentemente raccoglie una serie di leggende metropolitane e fatti veri, come quello di Watcher, che inquietano l’opinione pubblica.

La storia è ben inserita nel contesto delle periferie ricche americane, dove il club, il quartier ben tenuto, una edilizia residenziale molto ricca, disegnano i perimetri di benessere e posizione sociale. Ma i nostri nuovi proprietari non fatto i conti con un “qualcuno” che ama così tanto la villa che hanno comprato, da osservarla con scrupolosa attenzione.

Così arrivano lettere minacciose, eventi strani. Tutti fatti che possono essere attribuiti ai vicini o a qualche abitante della cittadina. Ma a chi?

The Watcher, la dinamica della storia

The WatcherCome si scriveva il racconto di The Watcher si basa su una serie di elementi classici, che vengano sapientemente montati progressivamente puntata per puntata in modo diverso dal solito. In questo modo, più o meno dalla metà degli episodi, la storia prende un percorso completamente diverso fino a una finale a sorpresa.

Non viene scelto un meccanismo a spirale o una matriosca narrativa, bensì sono una serie di pezzi di un puzzle che non ha contorni, ma intrecci bizzarri.

Secondo certi schemi horror, il luogo è il centro di una energia ossessiva, come un buco nero è attrattivo, assorbente. I personaggi non riescono ad opporre una forza pari o superiore per interrompere gli eventi.

Tutto è più o troppo per normali persone. Non ci sono eroi, antieroi.

C’è solo la Casa e il suo The Watcher. Tutto il resto non conta.

Trapped e Entrapped, omicidi in Islanda.

Trapped, due stagioni. Untrapped, una stagione. Serie televisiva dal 2015, di Baltasar Kormákur, con Ólafur Darri Ólafsson, Ilmur Kristjánsdóttir, Ingvar Eggert Sigurðsson.

I paesi nordici stanno invadendo ormai da anni i servizi streaming con serie tv di estremo interesse.

Sono prodotti decisamente di stampo britannico o statunitense e con un parco attori in crescita per capacità e qualità della recitazione.

Anche la regia, la drammaturgia e in generale tutti i settori della produzione cinematografia/televisiva sono ottimi.

Trapped EntrappedMolto interessanti sono la serie Trapped e il seguito, di fatto serie conclusiva, Entrapped.

Si tratta di storie ambientate a Reykjavik, nei primi minuti come per dare il via alla trama, per poi spostarsi nella cittadina di Fjallabyggð nel nord dell’Islanda.

La polizia locale è più in funzione di controllo del territorio, mentre le indagini “alla detective” sono gestite dagli uffici della capitale.

La trama.

La trama è una classica matrioska.

Gli investigatori ad ogni giro scoprono un livello della trama o meglio dei segreti collegati ai personaggi, ma senza mai riuscire a trovare il bandolo della matassa.

Solo nel finale emergono gli ultimi elementi che consentono di svelare l’identità dell’assassino.

Va sottolineato che nella seconda stagione anche senza aver chiaro il movente o l’effetto scatenante, è abbastanza chiaro chi sia il criminale, mentre nella prima l’autore riesce ad essere inafferabile.

Entrapped, invece, è di fatto la terza stagione e  da una parte chiude alcune sottotrame aperte fin dall’inizio, dall’altra apre potenzialità inespresse del personaggio principale, Andri, ottimamente interpretato da Ólafur Darri Ólafsson.

Trapped. Entrapped e la natura.

Trapped Islanda

La natura ha un ruolo fondamentale in Islanda, sia per la grandezza dell’isola rispetto al numero di abitanti, per cui vi sono ampi spazi incontaminati e non abitati, sia per la sua naturale bellezza.

Non mancano però le contraddizioni della società moderna e anche gli eccessi industriali o rischi di inquinamento fanno parte delle trame delle storie di Trapped

Oltre questo comunque interessante, la serie riesce a mostrare la bellezza della natura islandese senza rallentare o annoiare.

La regia aiuta a addentrarsi nel contesto nordico, molto lontano da quello europeo e soprattutto da quello mediterraneo, mostrando panorami straordinari di roccia, acqua e spazi immensi.

La società islandese.

Una serie televisiva ambientata in Islanda offre l’opportunità di conoscere, anche se attraverso l’occhio di una telecamera, usi e costumi.

La società islandese si presenta fortemente e profondamente democratica, aperta al diverso, ma nello stesso non impermeabile alle ideologie nazionaliste e razziste che si diffondono grazie ai populismi e a pensieri sempliciotti e superficiali.

Non è esclusa anche una sottile critica alla dirigenza politica, soggetta anche lei a una certa fascinazione del progresso a tutti i costi.

Le trame delle tre serie infatti presentano riferimenti alle dinamiche sociali e ai problemi economici che negli ultimi vent’anni hanno colpito le nazioni europee. L’Islanda non è immune e non può isolarsi rispetto alla globalizzazione, che alla fine non è riuscita a controllare o cavalcare in modo proficuo.

Trapped e Entrapped  sono storie che riducono la distanza dei confini del nord europa con il Mediterraneo e danno un senso più locale e umano delle complesse trame dell’Europa.

 

 

 

Derry Girls

Derry Girls di Lisa McGee con Saoirse-Monica Jackson, Louisa Harland, Nicola Coughlan,
Jamie-Lee O’Donnell, Dylan Llewellyn, Tara Lynne O’Neill, Kathy Kiera Clarke, Siobhan McSweeney, Tommy Tiernan, Ian McElhinney. Tre stagioni, 2018-2022.

Irlanda del Nord, Derry. Mentre l’esercito britannico presidia le strade della città, cattolici e protestanti si confrontano e si combattono, un gruppo di adolescenti di una scuola cattolica femminile vive le caotiche turbe tipiche dell’età. Siamo negli anni Novanta, in pieno Troubles, il periodo della lotta armata tra cattolici e protestanti, tra gli invasori inglesi e l’IRA. Sono anche però gli anni della presidenza Clinton che ha l’ambizione di risolvere alcuni conflitti storici come quello irlandese.

La serie Derry Girls, ideata da Lisa McGee racconta quel periodo storico attraverso gli occhi di queste quattro adolescenti più uno. Quel “uno” è un ragazzo di madre irlandese, ma cresciuto in Inghilterra, per questo in pericolo in una scuola cattolica maschile. La conseguenza è trasferirlo nella scuola cattolica femminile con le conseguenti battute sulla sua presunta omosessualità.

Troubles e adolescenza

La narrazione è fortemente incentrata sui dialoghi di questi adolescenti senza menzionare direttamente i problemi sociali, economici e militari di Derry. Proprio per questo, quando i ragazzi si devono, inevitabilmente, confrontarsi con la realtà, questa è più dirompente e feroce di quanto si possa immaginare.

Derry girls 2Nello stesso tempo l’autrice guarda quel periodo con un certo tocco di ironia, di fatto si ride e si ride con intelligenza. Lo scarto tra la cruda realtà del pericolo, della violenza, dell’odio, e i desideri naturali di questi adolescenti, che in fondo vorrebbero viere come tutti i loro coetanei, crea un effetto distorto e ironico.

Il cane di Erin scompare, la madre incolpa l’esercito brittanico di averlo investito, ma in realtà l’animale è stato regalato. Oppure l’esigenza di fare una gita fuori città per l’imminente marcia orangista che mette in pericolo la comunità cattolica.

Per non parlare di sorella Michael, personaggio ormai famoso in Irlanda, che puntualizza durante una messa che “loro sono i buoni”, rispetto ai protestanti.

A questo contesto tragico, si uniscono usi e costumi tipici irlandesi che rendono ancora più ricca e unica la narrazione, come l’amore per il fritto e il rifiuto per la pizza.

Derry Girls, un piccolo successo

Derry Girls è stata accolta con grande entusiasmo sia negli ambienti irlandesi che britannici. La serie racconta in realtà come si viveva in quel periodo. Il segno più tangibile di questa ottima accoglienza sono due murales, uno dedicato al gruppo di adolescenti le “derry girls” e uno a sorella Michael che sottolineano, forse, cambiamenti positivi nella percezione del conflitto.

Proprio in una città come quella di Derry, dove la violenza protestante, perpetrata dall’esercito britannico e movimento orangista ha fortemente ferito la comunità cattolica.

Netflix

Infine va sottolineata l’ottima scelta di Netflix di non far doppiare la serie, ma lasciare l’inglese-irlandese facendoci apprezzare il tono di voce e l’accento tipico. Dei buoni sottitoli consentono di far seguire la storia, anche se la conoscenza del contesto, dai Troubles agli usi irlandesi aiuta a comprendere meglio gli eventi e i comportamenti dei personaggi.

Better Call Saul

Better Call Saul, di Vince Gilligan e Peter Gould, Netflix, 2015-2022, con Bob Odenkirk, Jonathan Banks, Rhea Seehorn, Patrick Fabian, Michael Mando, Michael McKean, Giancarlo Esposito, Tony Dalton.

L’ultimo atto della saga di Breaking bad finisce con l’ultima stagione di Better Call Saul, uno degli spin off meglio riusciti della storia della televisione. Serie prodotta da Netflix insieme a film El Camino, sempre della stessa serie, racconta la storia dell’avvocato Saul Goodman, dalle origini fino alla caduta, la fuga e il finale.

Gli autori, Vince Gilligan e Peter Gould, hanno dovuto confrontarsi con la creazione principale, Breaking bad, acclamata serie tv, un piccolo capolavoro. L’aver creato una ambientazione ricca di personaggi e relazioni, ha consentito agli autori di spaziare tra trame improbabili, personaggi disperati in cerca di una via per sopravvivere.

Better Call Saul, la morale

Proprio questo aspetto è uno degli elementi fondamentali, i personaggi di Breaking bad e  di Better Call Saul sono esseri minori, piccole formiche che cercano di emergere o di uscire da un catino controllato da gente più serie e cattiva e potente.

better-call-saul-finale-1Tutto è più grande di loro e loro scalpitano, si agitano cercando di trovare un posto, un ruolo, un destino migliore di quello che gli ha proposto il destino: dalla malattia di White, al lavoro umile di Godman, al piccolo spacciatore come Pinkman. Pesciolini dentro una vasca dove squali, veri squali, comandano.

Per le cinque stagioni di Better Call Saul abbiamo assistito a una grande assente, la dignità. Saul Goodman è in fondo un omuncolo, invidioso, arrabbiato con tutti, che nei soldi vedi il riscatto di se stesso e la realizzazione della sua vendetta. Nell’ultimo episodio della sesta stagione gli autori hanno evidenziato la mediocrità di Saul Goodman.

Un altro aspetto, forse decisamente moralista, è la questione se il crimine paga. Dal finale sembra proprio che gli autori siano tornati alle origini delle serie tv dove il crimine non pagava, la giustizia prima o poi vince ed esiste un solo destino. Ma Vince Gilligan e Peter Gould hanno voluto inserire altri elementi nuovi, come la partecipazione del criminale perché la giustizia vinca. In qualche modo è l’ammissione che senza una condivisione, voluta o casuale, di una ricerca della giustizia, sia impossibile per la società statunitense punire il crimine.

In qualche modo la lezione della seria The Closer e Major Crimes è ereditata da Better Saul Godman, ma questa volta il tema è visto dal punto di vista del criminale, che deve trovare nell’amore, nella ricerca di una dignità persa, la ragione per accettare la punizione.

Better Saul Call, la regia

Una  particolare attenzione va dedicata alla regia. Better Call Saul di fatto è un spin off che racconta fatti avvenuti prima e dopo Breaking Bad, ma il momento considerato “ora”, cioè l’esigenza di mantenere la coerenza temporale, spostava tutti gli elementi dell’asse temporale.

Per il pubblico il punto zero, quello di partenza, era la storia di Breaking Bad. Ecco che ribaldando la prassi tipica del bianco e nero come rappresentazione del passato, questo diventa il futuro perché i nostri occhi, le immagini di Breaking bad sono a colori.

Un ribaltamento del punto di vista. Tutto quanto avviene dopo l’ultima puntata di Breaking bad è un futuro passato, un insieme di eventi da titolo di coda, da racconto sfumato di personaggi ormai immortalati.

Infatti El Camino, il film di Breaking bad è a colori perché nell’onda della serie madre, prosegue nel raccontare la storia di uno dei suoi ultimi personaggi, Pinkman.

better-call-saul-3Un altro elemento estremamente rilevante è l’attenzione ai piccoli gesti, al dettaglio. La narrazione non è focalizzata su pochi elementi quasi zoomati, ma sui tanti piccoli passi che preparano alla scena fondamentale. Spesso gli episodi iniziano con scene dall’apparenza inutili per la narrazione, ma gli autori hanno cercato anche di tornare alle origini della narrazione, ricodandosi che prima di raccontare del tentativo del principe di liberare la principessa dal drago, questi deve prima fare un viaggio e il viaggio è se stesso narrazione.

E ora?

Better Call Saul!

 

I mostri di Cracovia, Krakowskie potwory

I mostri di Cracovia di Kasia Adamik e Olga Chajdas. Polonia, 2022.

I mostri di Cracovia, Krakowskie potwory, è una serie di 8 episodi ambientati a Cracovia, dove un gruppo di studenti guidati da un professore universitario, combatte il Male.

Lo schema della serie è molto elementare, un gruppo di buoni illuminati che combatte il Male o chi lo rappresenta che vuole tornare sulla Terra a seguito di una classica combinazione di eventi.

Niente di nuovo, ma anche niente di originale nella interpretazione di questo schema. La trama è contorta e piena di ripensamenti. I personaggi sembrano un manipolo di tossici che vaga per la città improvvisandosi esperti di occulto. Per molti versi ricorda il film Costantine, ma senza lo spessore del personaggio della Vertigo/DC.

Eppure l’occasione era ottima, basti pensare a una operazione molto simile con La trilogia del Baztàn, dove il recupero di antiche tradizioni delle valli basche aveva consentito di creare una trilogia sicuramente di grande interesse, seppur con i limiti del personaggio principale.

mostri-di-cracovia-2I mostri di Cracovia è ispirato o tenta di ispirarsi alla mitologia slava, precristiana. Il fatto che sia poco conosciuta fuori dagli ambienti dell’Est Europa, era una occasione straordinaria di creare uno scenario inedito. Ma la debolezza dei personaggi, la trama confusa e pasticciata e la poca chiarezza nelle spiegazioni, hanno fatto perdere valore all’intera serie.

Difficile immaginare una seconda stagione, dopo questo esito disastroso. Il tema della mitologia slava però non dovrebbe essere abbandonato. Speriamo in interpretazioni migliori.

Hellbound

Hellbound di Yeon Sang-ho, autore e regista, con Yoo Ah-in, Kim Hyun-joo, Park Jeong-min, Won Jin-ah, Yang Ik-june. 2021, Corea.

Dal cinema “l’invasione coreana” prosegue anche nelle serie televise, con Squid Games e piccoli capolavori come questo Hellbound, dove la stessa società corena viene indagata e approfondita senza troppi veli e senza troppa retorica.

Si tratta, almeno per ora, di una stagione di sei episodi, dove una serie di demoni appaiono per catturare il prescelto e condurlo all’Inferno. Il tutto avviene senza alcuna possibilità di avviare una trattativa o altro. I demoni, due giganteschi demoni, golem o elementali, uccidono con totale ferocia e violenza il condannato. Anche senza alcuna distinzione tra giovani e vecchi, anche un neonato può essere condannato.

Hellbound, il santoneMa, qualcosa non è chiara. Un detective della polizia coreana inizia ad indagare e cominciano ad emergere sette, santoni e misteri poco chiari. I demoni che vediamo sono autentici? C’è un trucco?

Hellbound non chiarisce, più la storia procede, più lo spettatore si accorge di avere tante informazioni, ma di fatto senza risposte. Scienza e magia sembrano scontrarsi senza riuscire a trovare un percorso. Può apparire come una scontro di boxer che stia andando ai punti… ma proprio quando tutta la fotografia sembra chiara, il colpo di scena. Un colpo di scena che necessita di una seconda stagione per avere risposte, o forse altri indizi. In alternativa possiamo rimanere con le nostre convinzioni e interpretazioni su questa storia.

I coreani quando raccontano di storie tra mito e religione non sono propensi a sposare il lato scientifico, ma preferiscono coltivare una sana fantastica creatività magica.

Domande come: se meritiamo l’Inferno o quando lo meritiamo, oppure il senso del peccato e del perdono. L’avvento dei demoni, Hellbound, indice in una società molto religiosa, ma che, come le nostre, non vedeva in pubblico, da tempo, l’apparizione del divino.

Cosa cambia nella società moderna, se il divino o sue forme dovesse apparire di nuovo? Come reaggiremmo?

Andrea Grilli

The Fall

The Fall, con Gillian Anderson e Jamie Dornan, serie tv creata da Allan Cubitt, 2013-2016.

The Fall è una serie televisiva britannica ambientata nell’Irlanda del Nord, esattamente a Belfast. In tre stagioni si sviluppa la caccia a un serial killer e le successive attività giudiziarie per raccogliere le prove definitive per il processo.

Gli autori hanno preferito costruire un racconto su un doppio binario, da una parte il serial killer, la famiglia, gli amici, i comportamenti, le modalità con cui uccide; dall’altra parte gli investigatori, con le loro  relazioni, i problemi, le indagini. I due binari operano all’interno di un contesto, l’Irlanda del Nord, e sono connessi tra loro, come degli scambi di veri binari di due treni, dalle vittime, passate e presenti.

L’intreccio è sempre ben lineare, cioè non è di fatto un intreccio nel senso di una incomprensiblità o difficoltà nel mappare gli eventi. A fronte di incapacità, errori da entrambe le parti, mediocrità dei personaggi, Stella Gibson, interpretata in modo straordinario da Gillian Anderson, arriva alla fine a identificare il serial killer, che noi, pubblico, già conosciamo secondo lo spirito che sappiamo chi c’è dietro la tenda e vorremo avvisare il nostro personaggio di prestare attenzione ai piedi che escono dai bordi del tessuto.

The FallJamie Dornan, poi famoso per la trilogia 50 sfumature di grigio, incarna con grande efficacia un uomo che vive una sociopatia che si alterna tra una consapevole ferocia e la affettuosa gestione della famiglia.

Il contesto irlandese è critico per i personaggi. Stella Gibson, catapultata dalla tranquilla Londra, si trova a investigare in una società armata dove la dicotomia cattolici-orangisti è ancora viva e non sopita, neanche dopo gli accordi del Venerdì Santo. Tensione su tensione, violenza su violenza. I personaggi sono travolti da una caduta, the fall, costante, verso un fondo dove non sembra esserci salvezza; attratti da una forza distruttiva che travolge tutti.

La parola the fall in inglese può avere diverse connottazioni, sia positive che negative. Pensiamo a falling in love, dove si può scorgere solo un aspetto positivo; d’altra parte può vuol dire fallimento, sconfitta, perdita di dignità e rispetto. Ma di chi?

Di tutti, dei singoli personaggi, della società irlandese, dell’intero universo di relazioni e fatti che ruotano attorno e dentro la storia di The Fall.

Paul Spector, il serial killer, viene sconfitto; Stella Gibson perde la sua infallibilità e il rigore che la distingue; Jim Burns, Assistant chief constable, perde la sua dignità; e così via tutti i personaggi.

Ma un sospetto nel finale può venire al pubblico, che forse questa caduta travolga tutti, anche coloro che non sono coinvolti nelle indagine e nei crimini del serial killer.

In qualche modo la società irlandese, dopo gli accordi, non riesce a risolvere e risolversi, proseguendo nella caduta che sembra più dettata dalla mancanza di diaologo.

Andrea Grilli

 

 

Equinox

Equinox, serie Netflix, 2020, Danimarca.

Equinox è una serie danese per Netflix, di sei episodi. Non è chiaro se sarà prodotta una seconda stagione, ma molto difficile che possa funzionare, visto la debolezza della trama della prima stagione.

21 ragazzi scompaiono durante una gita post diploma, Astrid diventata adulta cerca di scoprire cosa sia successo alla sorella, Ida, dopo che uno sconosciuto la chiama per rilevarle informazioni sul fatto. Inizia quindi l’indagine di Astrid per scoprire cosa sia realmente accaduto e dove possa essere la sorella: morta, prigioniera, non si sa.

L’ispirazione della storia proviene da una leggenda nordica della dea Ostara, divinità collegata all’equinozio di primavera e ai suoi rapporti con una lepre (o coniglio che fa le uova, le famose uova di Pasqua); questo culto è anche diffuso in gran parte dell’Europa con nomi diversi e viene associato proprio alla Pasqua. Inoltre la storia stessa della serie tv è ispirata al podcast Equinox 1985.

EquinoxIl problema della serie è che già dal terzo episodio è chiara quasi tutta la trama, comprese le sottotrame. Anzi si rimane stupiti del perché Astrid non faccia l’unica cosa da fare (per evitare spoiler non approfondiamo). Per tutti gli altri tre episodi la ragazza vaga tra un personaggio e un altro rimbalzando tra pianti e attacchi isterici. Nel frattempo l’unica reazione del padre e dell’ex marito è di tentare di rinchiuderla in manicomio. La madre invece che conosce il mistero riesce sempre a non rispondere, passando da pseudo matta e bugiarda.

Anche quando Astrid si trova di fronte a fatti talmente chiari che c’è poco altro da fare, non approfondisce. A parte la trama, va sottolineata la bravura degli attori, delle atmosfere nordiche, sempre belle e avvincenti; e la natura, dove spesso i personaggi si immergono.

Non possiamo dimenticare il finale, o forse vorremmo dimenticarlo. Un finale senza senso, falsamente poetico e poco coerente con tutto quanto seminato nei cinque episodi precedenti. Si tratta di un tentativo di creare una serie horror-fantasy, ma poco riuscita, probabilmente per un tentativo, legittimo comunque, di cercare una originalità che non è visibile. Si tratta comunque di trame simili con altre serie Netflix o acquistate dal canale streaming, come la francese Zone Blanche (Black Spot), di ben altro spessore, ma ancora ferma alla seconda stagione.

Trilogia del Baztán

Trilogia del Baztán, Regia di Fernando González Molina, con Marta Etura.

Nel film Trilogia del Baztán Amaia Salazar, ispettore della Policia Foral, è arrivata alla fine della sua indagine. Tre film, tratti da altrettanti libri della scrittrice basca Dolores Redondo. Una trama travagliata e sofferta, piena di scatole cinesi dentro scatole cinesi, in una serie di colpi di scena che se nei primi due film potevano anche essere poco prevedibili, nel terzo film diventano una serie di eventi scontati e poco misteriosi.

Il primo film della Trilogia del Baztán, Il guardiano invisibile, ci propone la bellissima valle di Baztán, nei paesi Baschi, e costruisce una serie di relazioni presentando la famiglia di Amaia Salazar con i suoi segreti e oscure ombre di magia e terrore. Anche se già nel primo film ci sono alcuni elementi abbastanza inutili, come il rapporto con il marito, personaggio inutile dal primo film fino al terzo. Ma la vera forza è il mistero e le storie, le leggende e le tradizioni di Baztàn. Fin dal primo film è evidente che la debollezza dei personaggi principali è ampiamente compensata dalla regia, dalla fotografia, dalle location naturali veramente suggestive.

Trilogia del BaztánVa sottolineato che Marta Etura in realtà è molto efficace nella sua recitazione, è proprio il personaggio che peggiora ad ogni film. Nel secondo film della Trilogia del Baztán, Inciso nelle ossa, la scontro con la madre, personaggio di grande potenza narrativa ed  espressiva, diventa la chiave della trama. Vari elementi vengono sparsi nella narrazione, alcuni dei quali probabilmente consentirebbero di chiudere l’intera vicenda già al secondo film. Basti pensare che si parla di una setta, ma si indaga poco sulla setta.

Così si arriva alla terza puntata, Offerta alla tormenta, dove per metà del film assistiamo ad Amaia Salazar che piange, urla e soffre; a tal punto che si possono indovinare i momenti in cui “frignerà” il personaggio. Una totale perdita di controllo con scatti di azione che scompaiono di fronte all’ennessima drammatizzazione. Una serie di eventi abbastanza prevedibili e di fatto nessuna soluzione. La setta in realtà vince, i colpevoli rimangono liberi.

Questo terzo film della Trilogia del Baztán è una patchwork di eventi senza controllo. La parte investigativa è a singhiozzo, interrotta da inutili scene con il marito e dialoghi con la zia, personaggio poco sfruttato e che poteva essere in qualche modo una delle chiavi della narrazione. Mentre si limita a leggere i tarocchi e rischiare la vita, ma non troppo.

Eppure si tratta comunque di tre film ben diretti, belli da vedere nel loro complesso, senza troppo aspettatative sui personaggi. Il fascino è nella valle di Baztàn, nei suoi misteri, nei colori della natura, delle montagne; nella lingua basca e nel suo popolo. E forse Amaia Salazar è semplicemente la voce di un popolo e di una serie di storie e di emozioni, di sentimenti veri e autentici.

Andrea Grilli

Bad Blood

Bad Blood è una serie TV prodotta in Canada con Kim Coates nella parte di Declan Gardiner e Anthony Lapaglia nella parte del famoso mafioso italo-canadese Vito Rizzuto. A questi personaggi/attori si aggiunge Paul Sorvino nella  parte di Nicola Rizzuto, per la prima stagione, e Louis Ferreira nella seconda.

Anche se si tratta di una serie tv, le due stagioni sono decisamente diverse sia per originalità della storia che per le dinamiche dei personaggi.

Bad BloodLa prima stagione è di fatto la storia romanzata degli ultimi anni del boss mafioso Vito Rizzuto che per diversi anni convinse tutta la criminalità di Montreal a lavorare unità con un unico obiettivo: fare tanti soldi senza spararsi. Si combinarono così gli interessi di irlandesi, byker, italiani e altre comunità. Questa stagione, sia per il fatto che racconta fatti in parte reali e in parte ipotizzati, sia per un parco attori di alto profilo, è la migliore e ha elementi di realismo e autenticità molto forti. Questa stagione si può affiancare a i Soprano e fornisce, anche se in forma romanzata, un racconto o un punto di vista su una parte della storia canadese poco approfondita. Del Canada si ha una narrazione positiva, vita simil statunitense ma senza le storture dell’eccesso del liberismo. Una società inclusiva, bilingue e di fatto positiva. Ma spesso sfugge che la criminalità è fortemente radicata nelle varie comunità di emigranti e la presenza di un importante porto.

Alla fine il Canada non è molto diverso da mitologici luoghi come New York, Palermo, Chicago o Los Angeles.

La seconda stagione lascia alquanto perplessi. Abbandonato il filone storico, gli autori hanno cercato di raccontare il periodo di guerra post-Rizzuto creando una serie di eventi che non sembrano propriamente credibili. Kim Coates riesce a reggere la narrazione, ma il personaggio sembra forzato e spesso poco credibile, un Robin Hood criminale con un codice d’onore fatto di morti e facili uccisioni. Louis Ferreira, ottimo attore, non riesce sempre ad alzare il livello, ma “tiene la posizione”; mentre gli attori che interpretano i giovani rampolli calabresi sembrano usciti dalla versione trash di John Wick 2.

In pratica: Buona la prima, sufficiente la seconda. E la terza?

Andrea Grilli