Alien, Sputnik e Life: incontri incompatibili

L’incontro tra essere umani e alieni non è bello come possa sembrare, tra Alien, Sputnik e Life i tre film raccontano l’incompatibilità biologica con gli umani.

Introduzione

I thriller spaziali hanno sempre affascinato gli spettatori, offrendo emozioni e suspense in un ambiente extraterrestre. Tra i numerosi film di questo genere, tre titoli si sono distinti per le loro trame coinvolgenti e la capacità di tenere incollati gli spettatori alle loro sedie: “Alien“, “Sputnik” e “Life“. In questa recensione, metteremo a confronto questi tre film, esplorando le loro differenze e similitudini nel trattare con creature aliene spaventose e la lotta per la sopravvivenza nello spazio profondo.

Alien

Alien” (1979), diretto da Ridley Scott, è considerato un classico del genere e ha stabilito molti degli archetipi che i successivi thriller spaziali hanno seguito. Il film ci presenta l’equipaggio della nave spaziale Nostromo, che viene attaccato da un’entità aliena che si nasconde a bordo. L’atmosfera claustrofobica, la tensione crescente e il design creaturale iconico di H.R. Giger rendono “Alien” un’esperienza spaventosa e affascinante. Il film si concentra sull’orrore individuale e sul senso di isolamento, esplorando temi come la paura dell’ignoto e la sopravvivenza.

Sputnik

Sputnik, Alien e Life“Sputnik” (2020), diretto da Egor Abramenko, è un thriller di fantascienza russo che presenta una premessa interessante. Ambientato durante la Guerra Fredda, il film racconta la storia di un cosmonauta russo che torna sulla Terra con un parassita alieno all’interno di lui. Un dottore viene incaricato di studiare la creatura, ma scopre che il parassita ha intenzioni sinistre. “Sputnik” offre una trama intrigante, un’atmosfera cupa e un forte focus sui personaggi. La relazione complessa tra il cosmonauta, il dottore e la creatura genera tensione e dramma emotivo. Sebbene il film possa essere meno conosciuto a livello internazionale, merita sicuramente di essere scoperto dagli amanti del genere.

Life

“Life” (2017), diretto da Daniel Espinosa, presenta un equipaggio internazionale a bordo della Stazione Spaziale Internazionale che scopre una forma di vita aliena proveniente da Marte. Ciò che sembra inizialmente un importante traguardo scientifico si trasforma rapidamente in un incubo quando la creatura dimostra di essere molto più pericolosa e intelligente di quanto si potesse immaginare. “Life” si concentra sulla tensione costante, sulla paranoia e sull’impossibilità di fuggire dall’entità aliena. Il film si avvale di una solida interpretazione del cast, tra cui Jake Gyllenhaal e Ryan Reynolds, e offre sequenze d’azione intense che terranno gli spettatori sulle spine.

Conclusione, tra Alien e alieni

“Alien”, “Sputnik” e “Life” sono tutti film che esplorano l’orrore spaziale e la lotta per la sopravvivenza in presenza di creature aliene minacciose. Mentre “Alien” ha stabilito i canoni del genere e rimane un punto di riferimento, sia “Sputnik” che “Life” offrono un’interpretazione fresca e originale di questa tematica. “Sputnik” si distingue per la sua ambientazione durante la Guerra Fredda e le dinamiche psicologiche tra i personaggi, mentre “Life” cattura l’attenzione grazie alla suspense incessante e alla messa in scena spettacolare.

Il pregio maggiore di questi film o film dello stesso genere è di aver superato l’idea favolistica di un incontro bonario tra gli essere umani e creature aliene, di aver spostato su un campo più realistico questo incontro, cioè quella della incompatibilità biologica e alla fine di aver ricordato che la prima necessità è la sopravvivenza e non un favolistico incontro.

L’aver spostato sul tema biologico l’incontro tra specie diverse, ha anche ridimensionato l’altro aspetto ludico paranoico delle invasioni aliene, simil guerra umana, e i complottismi.

Tutto è ridimensionato o riportato al perimetro naturale della esistenza. Vince chi non ha dimenticato che esistere è più rilevante di altro.

Frankenstein Junior, il ritorno

Frankenstein Junior di Mel Brooks, con Gene Wilder, Marty Feldman e Peter Boyle. 1974.

Torna nelle sale cinematografiche un film culto per gli amanti del cinema di Mel Brooks, ma anche per gli amanti del film horror, dei film comici, dell’umorismo e di tanti altri generi. Con Frankenstein Junior Mel Brooks riesce a combinare diversi generi, senza mai perdere il ritmo narrativo e senza cadere in contraddizione o in un incoerenza narrativa o di stile.

Nella stessa scena ci fa ridere, ma introduce tematiche scientifiche, ci spaventa e stuzzica il nostro desiderio.

frankenstein_junior_wilderMel Brooks legge con attenzione il romanzo della Shelley, ma guarda con attenzione anche la versione cinematografica di Whale, di cui eredita il laboratorio e le scenografie.

Gene Wilder riesce a interpretare, ironicamente, il confine maledetto tra blasfemia (credere di essere D-o) e il limite dell’uomo (essere immagine di D-o, solo una immagine).

Le capacità, potenzialmente illimitate, della scienza mettono in pericolo l’uomo stesso da se stesso, che potrebbe perdere il senso del limite, che nella grande narrazione della Shelley, è la morte.

Oltre la morte stessa non possiamo andare, eppure bramiamo di superare questo limite. Allora Mel Brooks interviene deridendo tutto e tutti: la morte, l’uomo, la scienza, la società, anche lo stesso umorismo e il cinema, e anche l’amore.

L’ultima parola del film è uno schiaffo a tutto e tutti, lo Schwanzstück è un inno all’ipocrisia della società.

Yiddish e Frankenstein Junior

Non avremmo mai potuto avere un capolavoro di questo tipo, questo film, se non fosse stata l’anima umoristica ebraica, anzi dell’yiddishkeit a impregnare la pellicola del film.

Proprio dalla parola Schwanzstück, ma soprattutto dal tema principale, solo l’ebraismo aveva e ha gli strumenti culturali per confrontarsi con il divino, con il potere supremo della creazione e della morte per porsi la domanda principale, fondamentale: possiamo sconfiggere la morte?

La domanda rimane irrisolta e insoluta, perché anche di fronte la morte, sembra che lo stesso Creatore si fermi. Abele rimane morto e la morte stessa è una delle punizioni che D-o infligge a chi viola il Patto.

Forse solo l’amore è ammesso, forse solo l’amore è salvifico. A differenza della tragedia del romanzo originale, Frankenstein Junior finisce con un lieto fine… l’amore, vissuto onestamente, non ha limiti. Anche un mostro, l’ebreo errante forse, odiato da folle inferocite, può trovare la pace e la felicità cercata.

E poi il Schwanzstück risolve tutto.

Hannibal Lecter… lo specchio del Male

Hannibal Lecter, personaggio creato da Tom Harris.

Hannibal Lecter è uno di personaggi più curiosi e interessanti del cinema americano. Anche se il personaggio appare per la prima volta nel romanzo Il delitto della terza luna (1981) di Tom Harris e successivamente è presente in altri tre romanzi come comprimario e infine come personaggio principale.

Il successo e la fama di Hannibal è sicuramente dovuta alla interpretazione di Anthony Opkins nel film Il silenzio degli innocenti (1991) che gli porterà un Oscar. Il personaggio in realtà era stato già interpretato da un altro attore nel film Manhunter – Frammenti di un omicidio, Brian Cox.

L’interpretazione di Brian Cox fu molto buona, ma non riuscì a dare quello spessore e quella oscurità che invece Opkins risce a dare al personaggio.

Hannibal Lecter di Anthony Opkins

Quando Anthony Opkins raccoglie il testimone del serial killer cannibale, il tema dei profiler non è ancora famoso e non ha conquistato i mercati dell’industria culturale. Fuori dai romanzi thriller e probabilmente il mercato statunitense, questo ruolo è ancora per addetti al settore della criminologia.

Nel film Il silenzio degli innocenti Anthony Opkins deve recitare un personaggio all’apparenza secondario, marginale, utile per le indagini, ma non il cattivo ricercato dall’FBI. Eppure per la interpretazione di Opkins, per la definizione del personaggio data da Harris nei suoi romanzi, Hannibal diventa una leggenda.

Non si tratta di un semplice “matto assassino”, come un poliziotto potrebbe definirlo con grottesca sempliciotteria, Hannibal Lecter è un cosciente, controllato, arguto, elegante, colto ed educato psichiatra. Questo aspetto è il più deflagrante del personaggio. Di solito i serial killer ci vengono presentati come intelligenti, anche se pazzi; ma mai “puliti”. La loro follia, presunta, li rende “altro” rispetto ai normali, quelli che rispettano le convenzioni sociali.

Ma Hannibal è uno di noi, possiamo specchiarci in lui e riconoscerci. Hannibal uccide e mangia persone che rompono l’armonia dell’Universo. Il musicista stonato, il ragazzo del censimento che invade lo spazio privato, il diretto del carcere che lo tortura, il ricco pedofilo… Hannibal Lecter cerca, come un demiurgo, di mettere ordine al Mondo, di curare le ferite causate da altri umani. Ma sempre un demiurgo è, la fonte della sua morale è l’auto-determinazione del Male. La auto-giustificazione che si possa fare giustizia, non Giustizia, al di fuori delle regole sociali è la base valoriale su cui Hannibal agisce.

Hannibal LecterAnthony Opkins riesce a incarnare questo ruolo, apparendo nello stesso tempo gentile e crudele, feroce e comprensivo, angelo e diavolo. Lo sguardo che imprime al personaggio entra dentro le nostre anime, siamo nudi e inermi. Dio e Diavolo, entrambi sullo stesso piano.

In tutto questo rimane umano, cioè non appare irreale, finto, ma è reale. Anche questo aspetto di abbattere la finzione dello schermo ed essere potenzialmente vero, rende tutto affascinante. Come l’uomo nero sotto il letto, Anthony Opkins ci prende la mano e guarda insieme a noi sotto il letto, dove non troviamo l’uomo nero o Hannibal; ma proprio noi stessi. Siamo noi il boogeyman della nostra vita.

Per ottenere questo risultato Anthony Opkins introduce l’ironia, anche la frase più feroce o l’azione più macabra ha sempre un tono e un tocco di ironia.

L’ironia è il vestito elegante della intelligenza. Ed è anche la sfumatura della realtà dalla finzione. L’ironia può essere toccata dalla intelligenza e quindi provare che la finzione è reale.

La mancanza di ironia nella interpretazione di Brian Cox è il limite e in qualche modo il fallimento della sua recitazione. Hannibal è finto, mentre Opkins è Lecter.

L’Hannibal di Mads Mikkelsen

Il successo dell’Hannibal di Anthony Opkins porta anni dopo alla produzione di una serie tv dedicata a lui. Per interpretare Hannibal Lecter è stato chiamato Mads Mikkelsen, bravissimo attore danese.

Probabilmente per la trama eccessivamente psichedelica e più simile a una performance artistica, che una vera e propria rinarrazione dei romanzi di Harris, sia anche per uno stravolgimento dei personaggi, il personaggio di Hannibal muta completamente tornando nello spazio della fiction e uscendo dalla reatà.

Mads Mikkelsen trasforma il noto cannibale in un personaggio statutario, talmente freddo da essere quasi un idolo, nel senso di qualcosa di morto e messo lì per rappresentare qualcosa di diverso, l’Hannibal di Anthony Opkins.

Il confronto è irrisolto, perché Mikkelsen non poteva imitare Opkins e nello stesso non poteva che trasformare Hannibal in un marmoreo personaggio senza espressione, scegliendo proprio la dissociazione dalla realtà l’espressione del personaggio.

Ma allora perché uccidere un musicista che rovina l’armonia di una orchestra?

L’Hannibal Lecter di Mads Mikkelsen potrebbe avere anche un altro nome, non potrà mai dire che ha un vecchio amico per cena, perché non riuscirebbe a esprimere quel tocco di ironia della frase. Rimarebbe solo il significato autentico della frase e non quello ironico.

Esiste un solo Hannibal Lecter, perché esiste un solo Anthony Opkins. Tutti gli altri sono banali serial killer.

«Uno che faceva un censimento, una volta, tentò di interrogarmi. Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti.»
(Hannibal Lecter nel film Il silenzio degli innocenti)

 

Topgun Maverick

Topgun Maverick di Joseph Kosinski, con Tom Cruise, Val Kilmer, Jennifer Connelly. 2022.

Jerry Bruckheimer riporta sullo schermo cinematografico Topgun con una operazione di nostalgia. Il film è costruito secondo il modello del primo, aggiornando le scene alle nuove tecnologie apparse dopo gli anni Ottanta, come lo smartphone, anche se il film cerca sempre di riproporre contesti e oggetti tipici di un mondo dove l’esaltazione del superego, prima maschile negli anni Ottanta, e ora anche femminile, non mancano.

Gli autori hanno dovuto affrontare diversi problemi legati al tempo trascorso tra i due  film, ben 34 anni. Maverick ha fatto un po’ di carriera, ma non troppa. Alcuni personaggi sono morti, altri sono cresciuti e altri ancora ormai stanno morendo. Maverick è di fatto l’ombra di se stesso, un pilota relegato a testare aerei sperimentali a cui viene offerta l’ultima missione.

Non manca la retorica anni Ottanta, un po’ reaganiana, un po’ ormai americana a tutto tondo. Rispetto alla Guerra Fredda non è corretto fare nomi, così si parla di un fantomatico stato canaglia, armato con un po’ di tutto sia americano che russo. Il film è pieno di imprecisioni dettati da esigenze narrative in pieno stile anni Ottanta. D’altra parte la necessità di una operazione nostalgia impone di recuperare quella leggerezza narrativa dell’epoca.

Topgun MaverickSiamo comunque nel ventunesimo secolo e anche le donne pilotano e combattono, così la presenza di una ottima Monica Barbaro, professionista che non travolge, ma fa il suo onesto lavoro.

Topgun Maverick è un film ben fatto, ben costruito per la semplice necessità di un paio d’ore di emozioni. Tom Cruise tiene bene la posizione, ormai ombra di certi stili e lontano da ben altre recitazioni. L’attore americano sembra abbia la capacità di immergersi nelle assonanze recitative dell’epoca, come se non avesse interpretato capolavori come Codice d’onore, Rain man o L’ultimo samurai.

Scene di combattimento in Topgun

Il film non propone grandi scene di combattimento, ma lavora sulla capacità dei piloti di gestire situazioni al limite dell’impossibile. Fin dall’inizio viene chiarita la debollezza delle tecnologie statunitensi e solo grazie alla capacità degli uomini, della loro volontà di superare le difficoltà il nemico potrà essere sconfitto.

Si ha l’impressione che gli USA di Topgun Maverick vogliano ricordare le grandi gesta di attori come John Wayne, che potevano vincere anche con un braccio ferito, una gamba zoppa e un esercito di indiani che lo inseguivano. L’America si ripensa, riflette sui valori e sulle sua capacità di nazione di opporsi al nemico e come sostenere i suoi alleati. Gli anni Ottanta sono quel momento storico in cui l’URSS viene sconfitta e si deve ripensare al proprio destino.

Forse anche per questo motivo è interessante il richiamo a Star Wars. La missione è di fatto una riproposizione della missione della distruzione della Morte Nera in versione centrale nucleare, montagne e vecchi aerei. L’Imperno non c’è, ma lo stato canaglia, qualunque esso sia, rappresenta l’ostacolo.

La Forza è con Maverick e i suoi uomini o meglio gli anni Ottanta.

Doctor Strange nel Multiverso della Follia

Doctor Strange nel Multiverso della Follia, di Sam Raimi, con Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen, 2022, Marvel Studios.

Nuovo episodio del Marvel Universe e del Doctor Strange. Questa volta, anche se il tema sembra travolgere i multiversi e riguardare eventi di tale portata da coinvolgere forze immense, in realtà gli autori hanno centrato la storia su un archetipo, sì universale, ma così elementare da essere semplice, diretto e travolgente.

Ancora una volta, come grandi saghe come gli X-Men ci hanno abituato, non esiste un villain, distruttore, un cattivo da rifiutare. Chiunque di noi abbia visto questo film non può che essere affianco alla presunta cattiva, alla presunta nemica di Doctor Strange.

doctor-strangeAnche il mistico non può che tentare in ogni istante del film di dialogare con il devastante dolore di una madre. Perché questo Doctor Strange nel Multiverso della Follia racconta una storia molto semplice: l’amore di una figlia per le madri, l’amore di una madre per i figli. Ma tutto questo è condito dentro il Marvel Universe, dove il disegno creativo dei suoi autori, trasforma gli eventi della vita dei loro personaggi come universali.

Siamo tutti Wanda, siamo tutti America Chavez, siamo tutti replicati nei vari multiversi, con tutte le diversità e le specificità di ogni variante e ogni cultura. Il mondo Marvel è sempre un mondo multiculturale.

Doctor Strange e Wanda

Benedict Cumberbatch prosegue nella sua regolare interpretazione, solida, sicura, molto simile a quella di Holmes. L’attore regge benissimo ogni secondo delle scene, non perdi mai il ritmo e l’energia. Ormai è Doctor Strange, ma non ha l’occasione di dare prova di recitazione profonda. Anche se il personaggio viene abbellito di un dramma personale, il classico amore incompiuto, tutto questo è tropppo debole rispetto alla potenza drammatica di Wanda e del dolore espresso in modo così efficace dalla attrice Elizabeth Olsen.

In realtà è Wanda il personaggio principale, centrale e profondamente vero del film. Qualunque magia, forza oscura, energia universale non può competere con il profondo dolore di una madre. Ed infatti solo Wanda stessa può fermare se stessa, può risolvere l’intreccio malefico del dolore e della morte.

Doctor Strange e tutti gli altri sono comparse. Comparse della vita. Solo una madre è la vita stessa.

Andrea Grilli

OLD

OLD di M. Night Shyamalan, con Rufus Sewell, Ken Leung e altri, 2021.

Il nuovo film di Shyamalan, OLD, è tratto dalla graphic novel Château de sable, di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters e pubblicata in Italia da Coconino Press.

OLD è un film alla Shyamalan, rigorosamente classico nella struttura, si parte cioè da un genere o una impostazione narrativa, di solito calma e tranquilla, dove si descrive una piacevole o gestibile situazione con piccoli drammi; per poi passare ad atmosfere sempre più cupe e inspiegabili fino ad arrivare al colpo di scena.

Classificato come thriller, OLD è senza dubbio un film di fantascienza. Per molti versi Shyamalan potrebbe essere paragonato a Stephen King per la capacità di strutturare storie che possono surfare tra un genere a un altro senza perdere vigore, ma anzi trasformarsi in ansiogene narrazione dove lo spettatore proietta se stesso sugli eventi e i personaggi della storia stessa.

OLD di ShyamalanSi tratta di fantascienza, e non di horror o un thriller, perché il regista, anche autore, offre una spiegazione scientifica e focalizza con molta attenzione il pensiero logico e razionale come via e strumento per orientarsi nella realtà, seppur misteriosa.

Per gran parte di OLD, il pubblico vede i personaggi barcollare e morire senza poter comprendere cosa stia accadendo. Il sensore di quale genere sia il film, si muove tra l’horror, cioè la mancanza di spiegazione razionale, al thriller angosciante in attesa di un colpevole, di un fattore umano che dia senso a tutto questo. Ma ci sono segnali evidenti, indizi che qualcosa non sia come dovrebbe essere, ma che comunque si possa comprendere.

Lo stesso Shyamalan ogni tanto si distrae e ci lancia una briciola di pane… seguimi, sembra dire al pubblico. Ma solo quando i personaggi riescono ad accettare la morte, come un samurai, allora la ragione, libera da ogni zavorra della paura, può espandere le proprie capacità e trovare quegli indizi, collegare le informazioni e infine trovare la scienza.

OLD di Shyamalan è un piccolo gioiello, ci obbliga a riflettere sulla vita, su come spendiamo il tempo che abbiamo, a chi lo dedichiamo, quali sono i veri temi della vita e delle relazioni. Dedichiamo il giusto tempo agli anziani, ai figli? Doniamo del nostro tempo a chi amiamo?

È così breve la vita. Sembra dirci Shyamalan. Non rischiamo di trovarci nel mezzo del cammin senza avere una idea di come l’abbiamo spesa. La Vita.

Andrea Grilli

50 – Santarcangelo Festival

50 – Santarcangelo Festival – Scritto e diretto da: Michele Mellara, Alessandro Rossi, Mammut Film

I due autori della Mammut Film ci hanno abituati a film documentari molto ricchi e profondi. Si tratta di un percorso narrativo molto rigoroso. Mellara e Rossi cercano di ricostruire attraverso documenti e testimonianze una storia, che non viene in realtà interpretata, ma scoperta con il pubblico. Come per esempio con I’m love with my car, dove si tratta un tema ormai normalizzato, quotidiano e dato per certo, automatico, quasi indispensabile, come l’automobile. Eppure Mellara e Rossi riescono a farci riflettere sugli impatti che ha sulla nostra vita, nel bene e nel male.

Con 50 – Santarcangelo Festival l’operazione non è molto dissimile. Il problema di raccontare un festival teatrale come quello di Santarcangelo è di tracciare inevitabilmente una  storia del teatro italiano e delle politiche di gestione e sviluppo.

Il film ripercorre dalle origini fino agli ultimi anni le scelte autoriali, politiche del comune e dell’ente organizzatore, di direttori artistici affrontando non solo le difficoltà pratiche, ma anche quelle che in prospettiva potevano incidere sulla storia del teatro italiano.

E in quel percorso, così difficile, fatto spesso di mancanze, come di un chiaro e ben tenuto archivio storico, Mellara e Rossi sono riusciti a ricostruire una storia di Santarcangelo, forse meglio anche di quanto la stessa cittadina romagnola abbia percepito e percepisca.Santarcangelo, Gruppo indagine visiva

Riflessioni su Santarcangelo

La percezione di tristezza o malinconia. Come se c’era una volta un progetto teatrale collettivo e sociale, ma col tempo si è sgranato. Dal primo tentativo di Patino, passando da Bacci fino a Leo De Berardinis. il tema del terzo teatro, del teatro politico, della attenzione al mondo circostante piuttosto che a se stessi, col tempo si perde. L’onda di autoreferenzialità degli anni Ottanta arriva anche nel teatro.

50 – Santarcangelo Festival non è una vera celebrazione di Santarcangelo, ma non ci saremmo aspettati questo dagli autori, quanto piuttosto un raccontare un percorso, una strada; e una strada può essere malinconica perché favorisce l’introspezione, il guardarsi dentro o anche indietro, i passi fatti.

Mentre si guarda 50 – Santarcangelo Festival si rimane in attesa che arrivi qualcosa, non subito si ha l’impressione di sapere cosa si attende. Si tratta di una assenza che solo alla fine appare evidente, gli abitanti di Santarcangelo. Forse il festival è ormai diventata una gigantesca operazione intellettuale che ha perso le sue origini? Penso al primo catalogo che era anche in tedesco, teso cioè a raccogliere l’attenzione anche dei turisti tedesci della riviera.

E allora questo dovrebbe diventare una grande riflessione sul teatro e sulla cultura in generale (come d’altra parte qualcuno menziona nel film), cioè la perdita o la caduta della parola “politica” nella cultura. Un progetto politico culturale, il terzo teatro, diventa un dibattito autoreferenziale del teatro o uno show di performance. Quindi torniamo al coraggio dei due autori, che hanno affrontato la storia di uno dei festival più importanti e significativi, ma un po’ come la RAI di un tempo, così tesa alla cultura e alla produzione di qualità, è diventato il luogo che deve esserci, non di cui abbiamo bisogno per riflettere sul significato profondo dell’essere umano.

Un po’ come gli antichi greci, abbiamo dimenticato le origini e 50 – Santarcangelo Festival ci sprona a riflettere su cosa sia il teatro oggi e se sia ancora lo specchio dei nostri più profondi archetipi.

Andrea Grilli

 

 

 

Alice e il sindaco

Alice e il sindaco, di Nicolas Pariser, con Fabrice Luchini e Anaïs Demoustier

Storia ambientata a Lione nel mondo della politica e delle trasformazioni sociali che le grandi città francesi hanno subito negli ultimi vent’anni, generando da una parte la crisi degli approcci dei partiti tradizionali al disagio sociale, d’altra l’emergere di nuovi linguaggi e criticità. Già Netflix aveva proposto una serie tv dedicata alla città di Marsiglia e alle lotte interne tra i partiti di maggioranza, Marseille.

Così gli autori di Alice e il sindaco sviluppano una tramma non troppo classica, ma molto francese, nel costruire un dialogo tra una giovane donna, studiosa, intellettuale e idealista rispetto invece al navigato ed esperto politico che si trova nelle condizioni di salire nelle gerarchie del partito o affrontare il viale del tramonto.

D’altra parte non è infrequente in Francia il nascere di passioni e forti rapporti tra generazioni diverse, rapporti che possono essere amorosi, quanto intellettuali. Alice entra abbastanza velocemente nella macchina politica, superando diffidenze e meccanismi ormai super rodati ma adatti a un vecchio modo di fare politica.

Il sindaco, affascinato dal pensiero innovativo della giovane filosofa, cerca di impostare un forte cambiamento nella strategia politica, ma ormai anche il partito guarda oltre nuove sponde.

Alice e il sindaco è girato direttamente nei luoghi più suggestivi di Lione, la terza città di Francia, dopo Parigi e Marsiglia. Una città fondamentale, un nodo economico e culturale che è sempre più presente nei film quanto nelle serie tv, come Cherif, serie di grande successo che ha giocato su una lettura meta-televisiva del genero stesso poliziesco.

Gli attori di Alice e il sindaco.

Alice e il sindacoFabrice Luchini recita con la delicatezza e le generosità che lo ha sempre distinto, sottoponendo se stesso a un doppio binario recitativo, da una parte il corpo a rappresentare l’età del riposo, dall’altra invece la mente, l’energia curiosa e audace del politico pronto sempre a mettersi in gioco. Ma le regole sono cambiate e neanche Alice potrà condurlo nella nuova era.

Anaïs Demoustier gioca bene il ruolo di speccio e contraltare culturale ed emotivo del sindaco. Si muove negli spazi occupandoli senza mai invadere lo spazio attoriale, ma anche emotivo di Luchini e del sindaco. Il loro recitare è fraseggio di rara intensità attoriale e artistica.

Il finale.

Il fallimento della convention del partito segna la fine politica del sindaco. La giovane filosofa gli renderà omaggio, come un giovane soldato riconosce il maestro. Percorsi e strade diverse li hanno allontanati, ma non quella sensazione di intensa attrazione politica e intellettuale che spesso è l’unico vero amore.

Un film francese, nell’estetica, nei modi, nel linguaggio dei corpi e nelle espressioni dei volti che intrecciano sguardi, emozioni ed eventi. Nell’amore.

 

 

Trilogia del Baztán

Trilogia del Baztán, Regia di Fernando González Molina, con Marta Etura.

Nel film Trilogia del Baztán Amaia Salazar, ispettore della Policia Foral, è arrivata alla fine della sua indagine. Tre film, tratti da altrettanti libri della scrittrice basca Dolores Redondo. Una trama travagliata e sofferta, piena di scatole cinesi dentro scatole cinesi, in una serie di colpi di scena che se nei primi due film potevano anche essere poco prevedibili, nel terzo film diventano una serie di eventi scontati e poco misteriosi.

Il primo film della Trilogia del Baztán, Il guardiano invisibile, ci propone la bellissima valle di Baztán, nei paesi Baschi, e costruisce una serie di relazioni presentando la famiglia di Amaia Salazar con i suoi segreti e oscure ombre di magia e terrore. Anche se già nel primo film ci sono alcuni elementi abbastanza inutili, come il rapporto con il marito, personaggio inutile dal primo film fino al terzo. Ma la vera forza è il mistero e le storie, le leggende e le tradizioni di Baztàn. Fin dal primo film è evidente che la debollezza dei personaggi principali è ampiamente compensata dalla regia, dalla fotografia, dalle location naturali veramente suggestive.

Trilogia del BaztánVa sottolineato che Marta Etura in realtà è molto efficace nella sua recitazione, è proprio il personaggio che peggiora ad ogni film. Nel secondo film della Trilogia del Baztán, Inciso nelle ossa, la scontro con la madre, personaggio di grande potenza narrativa ed  espressiva, diventa la chiave della trama. Vari elementi vengono sparsi nella narrazione, alcuni dei quali probabilmente consentirebbero di chiudere l’intera vicenda già al secondo film. Basti pensare che si parla di una setta, ma si indaga poco sulla setta.

Così si arriva alla terza puntata, Offerta alla tormenta, dove per metà del film assistiamo ad Amaia Salazar che piange, urla e soffre; a tal punto che si possono indovinare i momenti in cui “frignerà” il personaggio. Una totale perdita di controllo con scatti di azione che scompaiono di fronte all’ennessima drammatizzazione. Una serie di eventi abbastanza prevedibili e di fatto nessuna soluzione. La setta in realtà vince, i colpevoli rimangono liberi.

Questo terzo film della Trilogia del Baztán è una patchwork di eventi senza controllo. La parte investigativa è a singhiozzo, interrotta da inutili scene con il marito e dialoghi con la zia, personaggio poco sfruttato e che poteva essere in qualche modo una delle chiavi della narrazione. Mentre si limita a leggere i tarocchi e rischiare la vita, ma non troppo.

Eppure si tratta comunque di tre film ben diretti, belli da vedere nel loro complesso, senza troppo aspettatative sui personaggi. Il fascino è nella valle di Baztàn, nei suoi misteri, nei colori della natura, delle montagne; nella lingua basca e nel suo popolo. E forse Amaia Salazar è semplicemente la voce di un popolo e di una serie di storie e di emozioni, di sentimenti veri e autentici.

Andrea Grilli

Parasite

Parasite, Corea del Sud, film di Bong Joon-ho, 2019.

Parasite è un film ambientato in Corea del Sud in un contesto sociale dalla doppia faccia: chi vive di lavoretti ed escamatoge spesso associati a truffe e chi fa parte della classe borghese ricca e attiva, benestante,  di quella Corea super tecnologica, che appare nei rotocalchi nascondendo il lato oscuro della crescita economica e tecnologica del paese asiatico.

A. O. Scott del New York Times lo ha definito «terribilmente divertente, quel tipo di film intelligente, generoso, esteticamente energico che annulla le stanche distinzioni tra film d’essai e film di intrattenimento». In effetti Parasite è quel film che riesce a soddisfare un po’ tutti i gusti, tranne quelli meno avezzi al film dark o thriller. Parasite infatti è un film strano, con due tempi o meglio due ritmi diversi, come una sinfonia.

Nella prima parte scopriamo come la famiglia Kim sopravviva e come riesca ad ingannare la ricca famiglia Park, come passo dopo passo, riesca a infitrarsi nei risvolti delle loro esigenze giornaliere, delle loro paure ed eccessi di una vita lussuosa che ormai ha perso il contatto con la realtà della società coreana.

Bong Joon-ho è impietoso nel descrivere la profonda differenza tra una casa dei Kim posta sotto il manto stradale, che un alluvione innonda confondendo le acque nere da quelle bianche (cioè fogne da acqua potabile) e dove i componenti della famiglia non hanno difficoltà nell’immergersi per salvare quel poco di oggetti che hanno;  e la casa dei Park, progettata da un architetto, con la governante che regola ogni evento, con l’autista, con l’insegnante privato e tante comodità che solo i ricchi possono permettersi.

Ma è anche vero che la famiglia Kim non abbandona mai lo smartphone, che diventa l’unico vero contatto e tramite delle notizie utili per sopravvivere.

Parasite, famiglia KimUn elemento ricorrente è la puzza che i bambini della famiglia Park sentono della loro controparte povera, troppo insaponati, puliti e profumati per sopportare l’odore della povertà, tradizionalmente assimilato alla puzza. Non si tratta dello storico odore dell’olio della fabbrica, del grasso che segnava l’appartenenza a una classe sociale che nel lavoro e nel dolore dei sacrifici costruiva un domani per i figli. Questa è una nuova puzza, quella prodotti dai bassifondi di una miseria non eccessiva ma che tiene ancorati gli uomini in uno stallo di sopravvivenza. Non si muore di fame, non si migliora. Si galleggia. Nella merda.

Ma nella seconda parte del film Parasite, un po’ come il capolavoro di Kusturica, Underground, emerge anche una Corea ancora più sotterranea, quella dietro le pieghe della ricchezza, quella che riesce ad anche a nascondersi sotto il tappetto, dove si è soliti nascondere la polvere.

E a seguire una serie di colpi di scena che alternano momenti di grandi risate, macabre, a scene drammatiche, quasi splatter.

Parasite è un piccolo capolavoro, diretto da un ottimo regista, Bong Joon-ho, e un gruppo di attori di grandissima qualità che hanno saputo interpretare i personaggi, personaggi di un teatro dell’assurdo che poi non troppo assurdo dovrà pur essere.

Andrea Grilli