50 – Santarcangelo Festival

50 – Santarcangelo Festival – Scritto e diretto da: Michele Mellara, Alessandro Rossi, Mammut Film

I due autori della Mammut Film ci hanno abituati a film documentari molto ricchi e profondi. Si tratta di un percorso narrativo molto rigoroso. Mellara e Rossi cercano di ricostruire attraverso documenti e testimonianze una storia, che non viene in realtà interpretata, ma scoperta con il pubblico. Come per esempio con I’m love with my car, dove si tratta un tema ormai normalizzato, quotidiano e dato per certo, automatico, quasi indispensabile, come l’automobile. Eppure Mellara e Rossi riescono a farci riflettere sugli impatti che ha sulla nostra vita, nel bene e nel male.

Con 50 – Santarcangelo Festival l’operazione non è molto dissimile. Il problema di raccontare un festival teatrale come quello di Santarcangelo è di tracciare inevitabilmente una  storia del teatro italiano e delle politiche di gestione e sviluppo.

Il film ripercorre dalle origini fino agli ultimi anni le scelte autoriali, politiche del comune e dell’ente organizzatore, di direttori artistici affrontando non solo le difficoltà pratiche, ma anche quelle che in prospettiva potevano incidere sulla storia del teatro italiano.

E in quel percorso, così difficile, fatto spesso di mancanze, come di un chiaro e ben tenuto archivio storico, Mellara e Rossi sono riusciti a ricostruire una storia di Santarcangelo, forse meglio anche di quanto la stessa cittadina romagnola abbia percepito e percepisca.Santarcangelo, Gruppo indagine visiva

Riflessioni su Santarcangelo

La percezione di tristezza o malinconia. Come se c’era una volta un progetto teatrale collettivo e sociale, ma col tempo si è sgranato. Dal primo tentativo di Patino, passando da Bacci fino a Leo De Berardinis. il tema del terzo teatro, del teatro politico, della attenzione al mondo circostante piuttosto che a se stessi, col tempo si perde. L’onda di autoreferenzialità degli anni Ottanta arriva anche nel teatro.

50 – Santarcangelo Festival non è una vera celebrazione di Santarcangelo, ma non ci saremmo aspettati questo dagli autori, quanto piuttosto un raccontare un percorso, una strada; e una strada può essere malinconica perché favorisce l’introspezione, il guardarsi dentro o anche indietro, i passi fatti.

Mentre si guarda 50 – Santarcangelo Festival si rimane in attesa che arrivi qualcosa, non subito si ha l’impressione di sapere cosa si attende. Si tratta di una assenza che solo alla fine appare evidente, gli abitanti di Santarcangelo. Forse il festival è ormai diventata una gigantesca operazione intellettuale che ha perso le sue origini? Penso al primo catalogo che era anche in tedesco, teso cioè a raccogliere l’attenzione anche dei turisti tedesci della riviera.

E allora questo dovrebbe diventare una grande riflessione sul teatro e sulla cultura in generale (come d’altra parte qualcuno menziona nel film), cioè la perdita o la caduta della parola “politica” nella cultura. Un progetto politico culturale, il terzo teatro, diventa un dibattito autoreferenziale del teatro o uno show di performance. Quindi torniamo al coraggio dei due autori, che hanno affrontato la storia di uno dei festival più importanti e significativi, ma un po’ come la RAI di un tempo, così tesa alla cultura e alla produzione di qualità, è diventato il luogo che deve esserci, non di cui abbiamo bisogno per riflettere sul significato profondo dell’essere umano.

Un po’ come gli antichi greci, abbiamo dimenticato le origini e 50 – Santarcangelo Festival ci sprona a riflettere su cosa sia il teatro oggi e se sia ancora lo specchio dei nostri più profondi archetipi.

Andrea Grilli

 

 

 

Fermata d’autobus

Fermata d’autobus di Gao Xingjian, traduzione di Daniele Crisà.

Gao Xingjian è il primo letterato cinese ad essersi assicurato il Premio Nobel nel 2000. Nel 1983 scrisse questo testo teatrale senza atti, Fermata d’autobus, che in Italia è stato tradoto da Daniele Crisà per In forma di parole nel 2000.

Fermata d'autobusSi tratta del secondo testo teatrale, dopo Segnale d’allarme del 1982, e sicuramente segna da una parte un tentativo di conquistare una propria autonomia creativa, dall’altra ci sono interessanti richiami alle opere di Samuel Beckett e in particolare ad Aspettando Godot.

Il tema dell’attesa, in questo caso di un autobus, che passa regolarmente ma non si ferma mai, si combina con la percezione del tempo. I personaggi sono soggetti a una distorsione temporale (il tempo passa velocemente, quasi che ogni secondo è un anno) pur lasciandoli sempre fermi all’età e allo stato sociale, quanto al motivo del loro viaggio, sempre costanti.

Gao Xingjian riesce a creare una narrazione a multi-dimensione, dove tempo, spazio e attesa sono dimensioni di una narrazione che scorre senza pause, senza rispettare gli effetti o i danni del tempo… la giovane ragazza che deve andare il centro città per il suo primo appuntamento, non invecchia mai; mentre l’uomo anziano sembra rimanere congelato in una terza età infinita. E così per ogni personaggio.

Nel dibattito però che si crea tra i personaggi, si evince invece il tema sociale, del ruolo delle istituzioni e dell’interesse collettivo. Gao Xingjian è direttamente impegnato nel Partito Comunista, ma dopo Tien Amen lascia il partito fino ad approdare in Francia. In questo testo, di diversi anni prima della protesta studentesca, lo scrittore cinese già identifica gli elementi di crisi del sistema politico e sociale, la perdita di attenzione agli interessi della collettività, per l’emergere di forme di classismo tecnocratico, di abbandono dei valori educativi e colletivi del progetto maoista.

Gao Xingjian è chiaro: la società cinese rimane in un eterno, secolare attesa di una maggiore qualità della società. E forse rimane ancora in attesa, pur con la sempre maggiore ricchezza e il PIL sempre in crescita.

Andrea Grilli

 

Il Tango

Tango di Jorge Luis Borges, Adelphi, A cura di Martín Hadis. Edizione italiana a cura di Tommaso Scarano.

Nel lontano 1965 lo scrittore argentino e premio Nobel, Jorge Louis Borges, tiene quattro conferenze sulle origini del Tango. Si pensa che gli incontri non siano mai stati registrati o comunque non ve ne sia un resonconto puntuale… Mai errore fu così più gradito.

Il Tango BorgesDopo anni riemergono le registrazioni che consentono di ascoltare prima di tutto la voce dello scrittore argentino e di sentirlo parlare di un periodo storico molto caro a Borges, le origini non solo del Tango, ma di una certa Buonas Aires, quando ancora c’era spensieretezza, tanta povertà e una serie di personaggi, in molti casi mitologici più che reali, quasi cinematografici che colorarono il periodo delle origini.

Borges probabilmente confonde fatti, idealizza personaggi e cerca di dare eroismo a un periodo difficile e complesso della storia di Buones Aires. La città che racconta è una città fantastica, forse più desiderata che reale.

Ma tra questi aspetti molti sognanti, c’è un sottile respiro di un ambiente musicale, artistico e umano che rimane il fascino dell’Argentina e dello scrittore Borges.

Il libro è arricchito da versi in spagnolo e tradotti in italiano dei tanghi letti da Borges, da un ricco apparato di note per comprendere le varie citazioni dell’autore. Per chi è amante della letteratura di lungua spagnola e soprattutto argentina, questo libro è un ricco quaderno di appunti, pieno di citazioni, ricordi dell’autore e di un mondo, quello borgesiano, tanto accennato quando vivido e magico.

Andrea Grilli

I prolissi sposi

Di Cristiano Falaschi con Dario Criserà. Sala del Suffragio, Medicina (BO).

I Promessi Sposi è uno dei romanzi storici più famosi della letteratura italiana. Ne è autore quel Alessandro Manzoni che diventerà un caposaldo del romanzo moderno italiano e soprattutto della lingua italiana.

Cristiano Falaschi non è nuovo in operazioni teatrali che si ispirano ai grandi classici della letteratura mondiale. Così dopo aver affrontato l’Odissea e la Divina Commedia, ecco che affronta una delle trame più complesse e ricche del romanzo dell’800.

Dario Criserà

Dario Criserà è solo sul palcoscenico… anzi no, siamo noi soli in sala, capaci solo di gestire un personaggio, una dimensione caratteriale; Criserà invece interpreta quasi tutti i personaggi dei Promessi Sposi. Interpretare vuol dire anche dargli una riconoscibilità: posa, movimenti, intonazione e timbro linguistico. A tal punto che quando incontriamo di nuovo Fra Cristoforo lo riconosciamo dal tono di voce.

Comunque Alessandro Manzoni vuole scrivere un romanzo e incarica il nostro Dario Criserà di tornare indietro nel tempo per parlare con Renzo e Lucia, ma la situazione si è già aggravata e il nostro eroe vaga per Lombardia cercando di incontrare i due promessi sposi… finale a sorpresa con un bellissimo monologo sul valore dei personaggi.

Cristiano Falaschi ricostruisce la storia del romanzo di Manzoni dalle prime stesure di Fermo e Lucia fino ai riferimenti pirandelliani… ma è proprio Pirandello il vero padre di questo piccolo capolavoro, è stato l’autore siciliano a liberare i personaggi dai suoi autori, anzi a dare loro coscienza e forse anche un po’ di quella incoscienza necessaria per voler vivere.

Andrea Grilli

AMMUTINAMENTI 2017 – Altri Paesaggi

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato del festival Ammutinamenti che ha raggiungo ormai la sua XIX edizione.

Comune di Ravenna – Assessorato alla Cultura con il contributo di Regione Emilia-Romagna e il patrocinio della Provincia di Ravenna – Dipartimento dello Spettacolo dal Vivo – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali

AMMUTINAMENTI 2017 – Altri Paesaggi

Festival di danza urbana e d’autore – XIX edizione
direzione artistica Monica Francia e Selina Bassini
Ravenna dal 9 al 19 settembre 2017
A cura dell’Associazione CANTIERI

Vetrina Giovane Danza D’autore®
(15-17 settembre 2017)

Artificerie Almagià e altri luoghi della città

Dal 9 al 19 settembre 2017 la giovane danza ritorna ad essere la protagonista della XIX edizione di Ammutinamenti-festival di danza urbana e d’autore, a cura dell’Associazione CANTIERI, con la direzione artistica di Monica Francia e Selina Bassini.

Ammutinamenti è ideato e guidato da CANTIERI, una realtà culturale che promuove la danza come strumento di ricerca artistica, politica e sociale. Il Festival, come da tradizione, promuove la parte più giovane e innovativa delle arti performative, ponendo fra i suoi obiettivi anche la promozione e la formazione inclusiva attraverso progetti site specific e partnership con le realtà di ricerca più sperimentali a livello nazionale.

Altri Paesaggi è il tema di Ammutinamenti 2017 in cui la danza diventa il dispositivo per raccontare gli altri paesaggi della contemporaneità; si fa strumento della crisi, intesa come krisis, cioè momento del giudizio e della scelta. Si fa strumento anche del dubbio, vissuto come occasione di trasformazione e esperienza diversa dello spazio della nostra esistenza. La città diventa allora scena per azioni performative che colonizzano, come erbe pioniere, i luoghi; ne mutano radicalmente la fenomenologia, esponendoli a diversi punti di vista, a differenti pratiche umane, affettive, sociali e culturali. Ammutinamenti quest’anno apre la strada a micro-utopie realizzabili attraverso il corpo, l’azione e la parola. Non fornisce soluzioni, ma ipotesi concrete di altri paesaggi/passaggi possibili per la nostra esistenza.

“Abitare i luoghi, colonizzarli, farne scenografia o un tutt’uno con le performance che vi si svolgono. È uno degli aspetti che da sempre caratterizza Ammutinamenti – afferma l’assessora alla Cultura Elsa Signorino –. Festival che ha avuto l’intuizione, quasi vent’anni fa, di fare di Ravenna uno dei punti di riferimento della danza urbana in Italia e in Europa, ponendo al centro la creatività e la sperimentazione di linguaggi del corpo e non solo che conquistano spazi insoliti, rendendo complici le persone che li frequentano”.

Sono protagonisti di Ammutinamenti più di 40 giovani danzatori e coreografi, tra artisti emergenti e artisti già affermati sulla scena nazionale ed internazionale.

TortelliIl cuore pulsante del Festival è da sempre la Vetrina della giovane danza d’autore® (15-17 settembre). Protagonisti giovani autori e compagnie emergenti, selezionati dai più importanti operatori della danza nazionale che fanno parte della rete Anticorpi XL. Dal 2007 la Vetrina della Giovane Danza d’Autore è la prima azione del Network Anticorpi XL, la rete dedicata alla giovane danza d’autore, che attualmente coinvolge 35 operatori di 15 regioni. La Vetrina della Giovane Danza D’Autore ha permesso di far emergere la vitalità della danza italiana e dei nuovi autori, che si sono via via affermati sulla scena. La sua funzione è oggi più che mai essenziale e non potrà che crescere con la stessa ostinazione e vitalità mostrate in questi primi venti anni.

Partecipano alla Vetrina: Isabella Giustina (Friuli Venezia Giulia), Mattia Russo, Antonio De Rosa, Umberto Ciceri – Kor’sia (Campania), Antonio Bissiri – Prendashanseaux (Sardegna), Diego Tortelli (Lombardia), Luna Cenere (Campania), Olimpia Fortuni (Emilia-Romagna), Matteo Marfoglia (Marche), Sara Sguotti, Nicola Simone Cisternino – Sa.Ni. (Toscana), Simone Zambelli (Lazio), Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi (Lazio), Francesco Colaleo, Maxime Freixas – MF (Campania), Angelo Petracca (Puglia), Camilla Monga (Veneto), Siro Guglielmi (Veneto).

Gli spettacoli della Vetrina sono ospitati in luoghi storici ed inediti della città come la Biblioteca Classense, Piazza del Popolo e alle Artificerie Almagià.

Intervista a Moni Ovadia

Oylem GolemAbbiamo incontrato Moni Ovadia a Minerbio il 26 aprile 2000 qualche ora prima di andare in scena. È stato un incontro con il pubblico bolognese e del comune di Minerbio per parlare della cultura ebraica e non solo. Confrontarsi con un uomo di così grande cultura, vuol dire parlare di molto più di una semplice domanda. Gli argomenti e le parole scorrono come fiume.

Moni Ovadia è (lo diciamo con affetto) logorroico, una domanda è l’occasione per aprire mille rivoli, mille argomenti, di cui Moni Ovadia parla con cognizione di causa, con sapiente cultura. In diversi momenti ha parlato della spiritualità ebraica, ha spiegato passi significativi delle antiche scritture, ha soprattutto posto l’accento sulla libertà dell’uomo. L’uomo nasce libero, è libero, e questa libertà ha fondamento nelle stesse parole del Signore. L’uomo è Suo servo e di nessun altro, niente tiranni, tutti uguali.

Ascoltarlo è un piacere, vi riportiamo le sue risposte alle uniche due domande che siamo riusciti a fare per il ridotto limite di tempo.

Qual è la funzione dell’umorismo ebraico oggi giorno?

Oylem GolemL’uomorismo ebraico autodelatorio, rivolto verso se stessi, cotnro se stessi, è una specie di sterminato patrimonio, come uno scrinio senza fondo, da cui escono perle di intelligenza. Mi rendo conto che ogni volta che mi avvicino a questo repertorio, che è un repertorio tradizionale, elaborato da ognuno di noi a sua maniera, di cogliere nuove suggestioni.

Sembra offrire mille sfacciatature possibili per un cammino È come se fossero per me i capitoli di un lungo libro che potrei intitolare “L’ebreo che ride” (1), non per rifarmi al libro, ma per rifarmi al cammino umoristico, un cammino millenario.

Che funziona ha oggi? Dovrebbe avere una grande funzione, ma come tutte le spiritualità quella ebraica ha dei problemi grossi, ha dei problemi estremamente densi e molto gravosi per l’identità ebraica, perché c’è una sorta di delirio di sé.

Nel momento in cui non sei più disperso, esiste una terra, questa terra ti da una copertura di sicurezza e addirittura in alcuni casi produce forme di teoparanoia o di delirio dell’anticipazione messianica.

Secondo me questo è il vero problema ebraico nel futuro: l’idolatria di sé.

Allora l’umorismo potrebbe avere una enorme funzione, ma sembra temporaneamente affaticato L’umorismo è stimolato sempre in qualche misura dal rischio. C’è una sorta di ritorno in Egitto degli Ebrei. Ma non è l’Egitto quella della schiavitù dura, è quello della schiavitù dorata, che è molto peggio. Perché il primo ti fa rendere conto di chi sei, viene voglia di ribellione, di pensiero, l’Egitto della schiavitù dorata fa rimpiangere a quella parte di ebrei che uscirono con Mosé la terra da cui fuggivano.

Allora c’è qualcosa di estremamente inedito per gli ebrei ed è la costruzione di un Egitto non fuori nell’esilio, ma in quella che dovrebbe essere una casa.

Il problema della terra con gli ebrei, del loro rapporto è estremamente drammatico e verrà fuori nella sua pienezza quando verrà fatta la pace con gli arabi.

Credo sarà l’attesa di qualche lustro non più. Questa pace arriverà.

Allora si capirà che esiste ancora una funzione per l’ebraismo, che cos’è il problema degli ebrei, se il problema degli ebrei è la riattivazione di una presunta israele biblica che non esiste più, che non è esistita per duemila anni. È quello il problema?

È altro?

Quale sarà il rapporto che gli ebrei stabiliranno nel futuro fra particolarismo e universalismo?
In questo momento l’umorismo ebraico sembra guardare al suo glorioso passato, così faccio io certo per sollecitare il futuro.

E questo è il meccanismo della memoria ebraica. Noi per larlare del domani, guardiamo all’ieri, nel senso che tutto il lavoro ebraico è percuotere quel testo millenario e attraverso un lavoro emeneutico di interpretazione, rivitalizzare i pozzi, le fonti, che le acque non siano stagnanti, ma siano sorgive.

L’uomorismo dovrebbe percorrere questo cammino, non siamo noi la generazione. Conosco i limiti della mia generazione: sono intanto di guardare solo dentro i limiti della mia generazione.

Moni OvadiaCredo che la nostra generazione, per attivare un meccanismo nuovo di umorismo autodelatorio sufficientemente feroce da scardinare tutta una serie di nuovi totem, debba uscire dall’Egitto, dal nuovo egitto che è stato il Nazismo, il più duro. Siamo troppo influenzati da questo, è stato qualcosa che ha vibrato un colpo talmente impressionante al cammino ebraico, al rapporto col divino che richiede un tempo di elaborazione.

I segni interessanti ci sono. Molti vecchi ebrei dell’est, che vivono in Israele, non amano l’umorismo israeliano, più rude di quello ebraico, però ci sono segni affascinanti.

Per esempio quesat storiella, che non è umoristica ma parecchio dura di un bambino che gira con suo nonno e questi gli indica un albero e dice “vedi questa quercia  una volta non c’era, l’ho piantata io”, poi cammina “vedi questa casa, una volta non c’era, l’ho costruita io”, girano girano e il nonno con la fierezza di dire queste cose, finché il nipote perplesso gli chiede: “nonno, di’, una volta eri arabo?”.

Allora questa storiella molto aspra pone il problema del ritorno ebraico e della situazione già trovata lì, la tragedia di due popoli non prevista.

L’uomorismo potrebbe giovare a scuotere un po’ le acque stagnanti. Forse l’umorismo reciproco, i palestinesi sono persone molte vicine agli ebrei di altri popoli arabi, perché hanno vissuto una diaspora, un esilio. Sono due popoli fatti per intendersi, anche qui ci vorrà ancora un po’ di tempo.

Bisognerà rivisitare l’umorismo e rifertilizzare i campi, riattivare le acque morte attraverso il pensiero, perché l’umorismo ebraico è una struttura cognitiva, non è qualcosa per far ridere, ma per fare pensare.

È sempre per mettere qualcuno di fronte a se stesso.

È un grande strumento di intelligenza e di pietas nei confronti dell’uomo, perhé ne fa vedere i difetti.

Credo che nel cammino umoristico, si debba attendere una generazione che ritrovi i cammini dell’incertezza, i cammini dell’alea, del rischio.

Non c’è il rischio che si conosca della cultura ebraica solo l’umorismo e non altri aspetti?

Credo che l’umorismo abbia avuto successo nei non ebrei perché per questi è stata una scoperta. Gli ebrei erano pensati come personaggi scuri, brutti, difficile pensare che uno di questi rabbini con i riccioli e con un passo pensoso e strano, possa ballare in una platea dopo aver bevuto mezza bottiglia di wodka.

Non è vero che l’ebraismo è stato conosciuto solo attraverso l’umorismo, posso dirlo perchéMoni Ovadia sono il principale responsabile, tutti i miei libri, quelli di Fölkel (2) no, perché Fölkel ha fatto una cosa molto semplice, ha preso dei repertori e poi li ha ordinati. La sua operazione ha avuto il pregio di essere la prima in Italia, io invece mi considero un allievo di Leo Rosten, anche se lui non mi ha conosciuto. Tutti i miei libri collegano l’umorismo alla spiritualità.

Perché secondo me il cammino cognitivo ebraico è inaugurato fortemente dalla opzione umoristica.

Oggi i libri sull’ebraismo in ambito cristiano, cattolico, se ne pubblicano a migliaia, di umorismo ne esistano 7-8. Se noi andiamo a vedere Giuntina (http://www.giuntina.it), casa editrice che pubblica solo argomenti ebraici, pubblicazioni umoristiche forse non ce n’è neanche una.

Ha fatto molto rumore soprattutto nel mio lavoro, quello più conosciuto, Oylem Goylem, che è stata una specie di sorpresa. Ma anche in questo c’è una preghiera sulla Shoà, e ci sono momenti di grande riflessione, di grande tensione espressiva.

Se andiamo a prendere tutto quanto è stato pubblicato, romanzi, salmi, vediamo che le pubblicazioni umoristiche non siano più dello 0.2%.

Assolutamente super esiguo, ha fatto più impressione perché ha permesso di vedere per la prima volta gli ebrei in un modo diverso.

Si parla sempre di umorismo, ma facendo quattro conti vadiamo che se ne parla pochissimo, se prendo il catalogo della case editrici cattoliche dehoniane e le Paoline, trovo centinaia e centinaia di libri sull’ebraismo, ma non trovo libri sull’umorismo.

Dei libri specifici sull’umorismo pubblicati in Italia conosco i due di Fölkel, i miei, uno della Loewenthal (3) e un libro di Rosten, finalmente tradotto come “oy oy oy!” (4). Poi abbiamo Woody Allen, i fratelli Marx, che erano fortemente inseriti nell’umorismo ebraico, però non sono esplicitamente tali. Jerry Lewis, Mel Brooks non sono esplicitamente umorismo ebraico, mentre Chaplin è quello che fa la sintesi più folgorante dei tipi umoristici del ghetto, dello shtetl. Mostra l’universalità di quei tipi che sono quelli dell’omino pieno di disavventure, ma mai domo, dignitoso e sempre pronto a battersi per le buone cause.

Andrea Grilli

Note

(1) di Moni Ovadia, pubblicato da Einaudi, Stile Libero

(2) pubblicati nel 1988 e nel 1990 nella collana BUR della Rizzoli con il titolo: “Storielle ebraiche” e “Nuove storielle ebraiche”

(3) Elena Loewenthal, “Un’aringa in Paradiso – Enciclopedia della risata ebraica”, Baldini & Castoldi, 245 pagg., £. 22.000

(link non più attivo: http://www3.stradanove.net/news/testi/libri/lagri1709982.html)

(4) Leo Rosten “oy oy oy! – umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yiddish”, 338 pagg., Mondadori

Viaggio tra gli ammutinati

La foto non rappresenta lo spettacolo recensito. Recensione dell’evento speciale del festival Ammutinamenti.

Si è concluso Ammutinamenti – Visioni di danza urbana, festival di danza con un evento speciale (il 20 settembre) a prenotazione obbligatoria, con due repliche, all’interno del Porto San Vitale in occasione del 70° anniversario della fondazione della Compagnia Portuale.

Gerardo Lamattina, regista e video maker, ha diretto alcune delle compagnie e ballerini che hanno partecipato al festival. Diretti all’interno di un percorso che il pubblico ha attraversato tra i magazzini del porto e gli spazi normalmente adibiti al lavoro.

Nove punti di attracco, così potremmo chiamarli i nove momenti di performance della serata, dove gli artisti hanno mostrato ampi stralci dei loro spettacoli, spesso acquistando nuovi significati negli spazi portuali.

Katia dalla Muta ha ballato su palcoscenico che in realtà era il piano di un tir, così come Giancarlo Sessa, mentre Massimo Giordani ha trasformato la sua processione in un percorso di sangue e sudore verso l’uscita dal magazzino, dove simbolicamente riacquista la libertà.

Le ballerini dirette da Alessandra Sini hanno danzato tra rulli in metallo e sacchi inebriando il pubblico con movimenti eleganti e dolci, quasi a lanciare messaggi d’amore.

Non mancava la compagnia M.K., ma anche Luca Attilio Sartori con il suo affascinante e inquietante “Pinocchio-Lucignolo”, mentre le Almescabre hanno presentato un progetto realizzato per l’occasione, un po’ troppo lungo, ma suggestivo, dove un violino accompagnava un video proiettato su una montagna di sabbia.

Il festival di Danza Urbana di Ravenna ha recuperato lo spirito della danza architettura: la riscoperta e l’intrusione dentro gli spazi del quotidiano, dove sembra, ma non è così, non possa esistere l’arte e la poesia. L’intervento nel porto San Vitale è la prova che esistono anche e soprattutto lì dove il quotidiano più ferocemente infierisce sull’uomo, dove il lavoro è il più duro.

Realizzare spettacoli e festival come questi vuol dire non concedere spazi all’abbandono: architettonico e spirituale.

Andrea Grilli

La danza si ammutina

La stagione del festival di danza è ancora al suo culmine, quasi che i ballerini riuscissero a premere un pulsante “pause” delle stagioni e l’estate con il suo caldo torbido si potesse protrarre oltre il naturale percorso.

Soprattutto in Romagna, dopo Lavori in pelle IV edizione, ecco Ammutinamenti- visioni di danza urbana. Gli organizzatori sono gli stessi e questo a garanzia del prodotto e a testimonianza di riserve energetiche enormi.

Ammutinamenti, è la prima edizione, sarà dal 16 al 20 settembre 1999, con la direzione artistica di Monica Francia, e l’organizzazione dell’Associazione Culturale Cantieri.

Il tutto è inserito in un progetto triennale di intervento nella città di Ravenna sulla cultura contemporanea in materia di danza.

L’idea è sempre quella dei festival di danza urbana e danza architettura: la riscoperta del territorio e della sua socialità attraverso l’arte, la danza come vettore di conoscenza. Ma non solo la danza, anche graffitisti e artisti visivi approderanno nel Porto, nelle strade, nella Stazione, in luoghi storici e posti di ritrovo giovanili della città.

Anche la danza contemporanea ne giova da questo festival, attraverso la sperimentazione di nuovi spazi e nuovi modi di fruizione, si propone di spogliare la danza di ritualità superate e inutili, per avvicinarla in modo efficace all’ignaro passante, incuriosendolo e coinvolgendolo in una relazione fatta di attrazione fisica, prima e poi di amore.

Il festival inizierà il 16 con una compagnia che ha già dato ottima prova a Lavori in pelle: compagnia salernitana M.K. con Michele Di Stefano e Biagio Caravano. Per concludersi il 20 settembre con l’evento speciale firmato dalla regia di Gerardo Lamattina: percorso “pellegrinaggio” tra spettacoli e performance al Porto San Vitale, in luoghi normalmente riservati al lavoro. L’evento è promosso dalla Compagnia Portuale nell’ambito delle iniziative per le celebrazioni del 70° anniversario della Fondazione, in collaborazione con le aziende del Porto che promuovono l’iniziativa. Gli “Ammutinati” sbarcano al tramonto nei luoghi della S.A.P.I.R., durante gli orari di lavoro. Il pubblico, accompagnato dal personale della compagnia portuale, assiste a brevi spettacoli dentro i magazzini merci, tra i container, vicino alle montagne di argilla.

Tra queste due date spettacoli e performance daranno un senso a questa città che già bella per la sua storia, si arricchisce sempre di più di realtà artistiche di enorme valore e si candida anno per anno a diventare uno dei poli dell’arte visiva della nostra regione.

L’ingresso al festival Ammutinamenti è gratuito per informazioni e prenotazioni Desk Ammutinamenti presso Emeroteca – via Da Polenta 4 – Ravenna (dal 16 al 19 settembre ore 10 – 12/16 – 18 tel. 0348.7383218), mentre per l’evento speciale al Porto allo 0544.452863 interno 33.

e-mail: sbassini@racine.ra.it

Andrea Grilli

Prima pubblicazione Stradanove.net 1999

China Doll

di David Mamet, regia di Pam MacKinnon, con Al Pacino è Mickey Ross, Christopher Denham è Carson, scene di Derek McLane, luci di Russell H. Champa e costumi di Jess Goldstein

Christopher DenhamIl momento tanto atteso è arrivato, di nuovo insieme una coppia ormai rodata dello spettacolo statunitense: Al Pacino e David Mamet. Questa volta in uno spettacolo con due attori in scena, con Al Pacino il promettente Christopher Denham affermatosi con il film Argo di Ben Affleck.

David Mamet costruisce una storia che mescola comicità quasi surreale con il cinismo del personaggio, Ross multimilionario quasi a riposo e la subdola presenza di un assistente che vuole imparare troppo in fretta. Il meccanismo non è nuovo, ma Mamet è sempre in sintonia con il suo stile, quello che nel mondo del teatro statunitense chiamano il Mamet speak, uno stile che esalta alcune parole per stimolare il pubblico creando tensione e stati emotivi diversi. Mamet si considera un erede di Harold Pinter e non si può negare che con il drammaturgo britannico condivide l’attenzione per la forza delle parole e gli effetti che genera nel pubblico.

Al Pacino ha dichiarato:

For me over the years the relationship and the collaboration with David Mamet has been one of the richest and most rewarding. We’ve done four projects together and the opportunity to create a new character in the David Mamet canon was an opportunity I couldn’t pass up.

Il personaggio questa volta è un cinico uomo d’affari in pensione che dispensa insegnamenti all’assistente in attesa di risolvere uno stupido, all’apparenza, incidente che impedisce alla giovane fidanzata di raggiungerlo. Ma la storia non è così semplice e il nostro Ross non fa i conti con tutti i personaggi presenti o non che lo circondano.

China DollAl Pacino è grande nel cambiare ritmo, nel definire gesti precisi che descrivono il personaggio oltre le
semplici parole. Sappiamo quando è nervoso, balbetta; quando usa la forza e l’autorità per guidare il discorso, si tira sù il cavallo dei pantaloni; piega la schiena quando subisce sorprese e stupore come se indicasse il peso del colpo che riceve.

Simmetrico nel gesticolare, le braccia spesso aperte quasi ad abbracciare un universo che solo Ross può controllare dall’alto della sua potenza economica. O crede di poter controllare tra un telefono e l’altro. La metafora dell’uomo moderno “always connected” cela però l’impossibilità di avere un quadro completo, ma soprattutto diretto del mondo conoscibile. Come un video game Ross gioca uno scenario di cui non conosce tutte le regole.

Chiusi in una stanza di un albergo di lusso non si può seguire e comprendere il mondo nella sua interezza. Oppure l’esperienza consente di ribaltare le situazioni più disparate?
Il finale rimane aperto.

Andrea Grilli