Città di vetro di Paul Auster

Paul Auster “Città di vetro”, adattamento e sceneggiatura Paul Karasik/David Mazzucchelli, disegni di David Mazzucchelli, trad. Carlo Oliva, Bompiani, £. 15.000

Tutto incominciò con un numero sbagliato…

Proprio così il caso porta un certo Daniel Quinn, scrittore di romanzi polizieschi, a diventare un investigatore dal nome di Paul Auster, proprio come lo scrittore del romanzo (omonimo edito dalla Einaudi) da cui il fumettista statunitense David Mazzucchelli ha tratto questa storia.

Città di vetroQuesta pubblicazione può essere considerata un “romanzo a fumetti”, oppure un “fumetto pubblicato come se fosse romanzo”, molto probabilmente non è altro che un contenitore con una storia che, oltre che con le parole, poteva essere rappresentata o raccontata anche con i disegni.

L’uso del disegno rafforza l’elemento onirico, fantastico che rompe la razionalità holmsiana e porta all’amara conclusione che l’epoca del Male che poteva essere sconfitto, è finita. Il crimine è dovunque, non c’è più spazio per investigatori come quelli di Hammett che in un modo o in un altro riuscivano a rimettere tutto in ordine.

Il mondo di Paul Auster ha un proprio ordine, che non è quello che vorremmo, un po’ come il fotografo del film Smoke che fotografava senza mirare, lo scrittore alla Auster scrive senza avere uno schema di come le cose dovrebbero essere, ma descrive cosa vede.

Il percorso dello scrittore Quinn/Auster sarà un viaggio che disgregherà le sue convinzioni e soprattutto l’essere stesso del giallo poliziesco, ma l’operazione non è nuova, allo stesso modo ha lavorato Friedrich Dürrenmatt con “La promessa” (ed. Einaudi Tascabili).

Due parole infine su questa edizione che non è altro che una ristampa del volume n.12 (giugno 1995) della collana Gli Squali, chiusa e dimenticata dalla Bompiani e di cui ora vengono proposte alcuni volumi di particolare richiamo.

Jiro Taniguchi e la via della linea 

Jiro Taniguchi (1947-2017) è considerato uno degli autori più importanti del Giappone e in alcuni stati europei, come la Francia, è considerato così rilevante il suo contributo culturale da riconoscergli onorificenze di grande valore, come quella di Cavaliere dell’Ordre des Arts e des Lettres, ricevuta dalla Francia nel 2011.

Dopo aver approfondito  lo studio dei fumetti europei, soprattutto francesi, è riuscito ad affermarsi a livello mondiale superando quegli elementi che caratterizzano una scuola, nello specifico quella giapponese, per divenire un autore mondiale.

Jiro TaniguchiOggi siamo ammirati ed emotivamente coinvolti dalle sue opere, soprattutto quelle dove la ricerca di una linea essenziale, di una trama riccamente drappeggiata sulla tavola, di un affrescare emotività umane e naturali ci consentono di superare i banali confini delle scuole di fumetto; dalla francese alla statunitense per arrivare a proprio quella che avrebbe dovuto essere un riferimento per Jiro Taniguchi, ma che dalla quale non si è mai sentito parte integrante per la difficoltà di trovare una posizione tra underground e mainstream.

Quelle sottile linee, chiare, che danzano sulle sue tavole, non sono un improvviso intuito, o un accadimento. Sono il frutto di una maturazione stilistica che dalle origini, per ogni linea, per ogni passo cambia la propria natura.

Jiro Taniguchi pubblica i primi lavori nel finire degli anni settanta lavorando subito con Natsuo Sekikawa e Caribu Marley. I lavori di questi anni sono preparatori alla maturazione stilistica dell’autore, non tanto sul lavoro grafico spesso modificato in relazione al tipo di narrazione e di contenuto del manga stesso, quanto sui temi che l’autore preferisce trattare autonomamente.

Degli anni ottanta possiamo prendere a riferimento Blue Fighter, un manga violento dedicato al mondo della boxe, ma l’elemento che più rilevante è la linea sporca, la tavola travolta dal nero, come se una boccetta di inchiostro fosse caduta sulle tavole. E negli anni successivi il maestro Taniguchi prosegue in questa modalità con Tokyo Killers anche se la linea diventa più ordinata e il grigio, quel luogo incerto di passaggio, comincia a conquistare spazio. Ma anche in Blanca, dove comincia a prendere fiato il Taniguchi naturista, quello che con Seton racconta la scoperta della natura da parte dell’uomo moderno, spesso l’autore ha bisogno di molti tocchi e oscurità per raccontarci la storia.

Però mentre realizza queste opere, ha iniziato uno sviluppo parallelo, qualcosa che farà dire al curatore dell’edizione francese dell’Uomo della tundra: “Cette évocation du Japon à l’orée du XX° siècle, à nouveau réalisée avec Sekikawa, met le dessinateur sur la voie d’un style graphique plus épuré et d’un mode de récit fondé sur le quotidien.”

Si parla di Ai tempi di Bocchan, lavoro in cinque volumi, dieci nella prima edizione italiana, che racconta il quotidiano dello scrittore Natsume Soseki.

Taniguchi lavora nove anni su quest’opera, nel frattempo realizza L’Uomo che cammina (1990-1991), Benkei a New York (1991-1995), Il libro del vento (1992), Allevare un cane (1991-1992) e così via fino Al tempo di papà e Gourmet.

Jiro Taniguchi costruisce un framework creativo e su questo elabora, matura una particolare “vista” del raccontare, che richiede una linea sempre più leggera, una maggiore assenza di ingombri e l’esigenza di dare evidenza del silenzio, della pausa come se fosse uno spartito dove è scritta una musica che necessita del silenzio per esaltare le poche note scritte. Senza per questo rinunciare al dettaglio, chiamiamolo fraseggio, del suonare la musica del disegno.

Le opere successive hanno un disegno sempre più leggero, chiaro, quasi l’autore voglia cogliere più i pensieri o i sentimenti dei personaggi. Opere come Un cielo radioso oppure Uno zoo d’inverno fino a Furari dove sembra quasi proseguire il lavoro iniziato con Ai tempi di Bocchan, ci trasmettono l’esigenza di inserire un tocco di magia che sembra caratterizzare la produzione degli ultimi anni. Anche un’opera come I guardiani del Louvre o Un anno primavera riflettono un punto di vista particolare, la vita è magica, anche nelle sue particolarità come l’arte o lo stato di ritardo nella crescita di una bambina che, grazie alla sua dolcezza, esalta la bellezza del creato.

Questo nuovo percorso narrativo spinge Taniguchi ad abbracciare il colore proprio in queste opere e ne La montagna magica e infine l’opera che in qualche modo si può definire il suo testamento, La foresta millenaria, edito in Italia da Oblomov.

Questa ultima opera racchiude e sintetizza sia l’attenzione a una linea leggera, ma anche a un dettaglio che deve essere specifico con il tema della tavola stessa, come se la sintesi non sia semplificare ma focalizzare.

Un’opera dove il colore e la linea si fondono in un unico atto creativo, come se quel viaggio iniziato  negli anni settanta, fatto di neri e linee pesanti, compresse, fatte di azione e storie di fiction, hanno raggiunto uno stadio evolutivo, un percorso di trascendenza verso uno stato emotivo e spirituale che si traduce sur la voie d’un style graphique plus épuré.

Andrea Grilli

 

Black ’47: Ireland’s Great Hunger

Black ’47: Ireland’s Great Hunger, Scritto e disegnato da Damien Goodfellow, O’Brien Press, Dublino.

Black ’47: Ireland’s Great Hunger è una graphic novel su uno dei periodi più tristi della storia irlandese, The Great Femine. La grande carestia, in irlandese An Gorta Mór, causò la perdita del 25% della popolazione dell’isola tra morti e immigrazione, tra il 1847 e il 1849, anche se gli effetti, compresa la mancanza di cibo, perdurò per molti pi anni. La data del 1849 è solo indicativa e nei documenti ufficiali dei britannici che la fissarono solo ufficialmente senza tener conto dello stato di miseria e povertà delle campagne irlandesi.

Damien GoodfellowDamien Goodfellow ha raccontato An Gorta Mór attraverso la storia di una famiglia che perde la terra e la casa a favore del nobile latifondista che col ricatto e l’inganno li priva della minima sussistenza.

Jack, un giovane irlandese, è costretto alla fuga, fino a imbarcarsi e raggiungere gli Stati Uniti dove avrà l’opportunità di crearsi una nuova vita. In poco meno di 96 pagine, Goodfellow ha raccontato la storia di milioni di irlandesi.

Il disegno è una tensione costante, una esplosione di tratteggi che drammatizzano Black '47: Ireland's Great Hungerogni scena, come se fossero quadri del Caravaggio. Ogni tavola è un concetto che colpisce per la sua violenza emotiva, l’autore fissa nel disegno il dolore, la sofferenza, la miseria umana del governo britannico; nello stesso tempo Damien Goodfellow racconta anche la vita e gli ambienti della società irlandese, fino a quella america che fu terra promessa per molti popoli.

Va sottolineato che il modo di raccontare la storia non è didascalico, l’autore preferisce non fare digressioni storiche o “spiegoni”, anzi forse perde in completezza del racconto del An Gorta Mór, ma guadagna in forza e consistenza narrativa. Invece di soffermarsi sulla malattia che colpì le patate, preferisce invece raccontare il dramma del padre di Jack che perde il raccolto.

Leggere Black ’47: Ireland’s Great Hunger non vuol dire documentarsi sul tema della Great Famine, ma leggerne il dramma storico di un popolo.

Andrea Grilli

La notte dell’alligatore

di Loustal, Coconino Press 13,50 euro

Ho visto città enormi coi tetti fino al cielo
Ho visto donne dolci che sembravano miele
Ma non quella che cerco, Signore
Ma non quella che cerco

La casa editrice diretta da Igort all’epoca della pubblicazione, prosegue nelle sue proposte qualitativamente alte. Ne è una delle più recenti prove questo volume che raccoglie alcune storie apparse su Metal Hurlant.

Ben sei ambientate in quei luoghi dove germogliano le shorty story, la periferia, non della città, della metropoli, ma dell’animo.

La copertina de La notte dell'alligatore di Loustal.
La copertina di Loustal

Così ci spostiamo nel Nex Mexico per una storia di omocidi alla mass murder, oppure alla campagna francese o alle colonie dove gli sconfitti possono tentare una seconda vita.

Ma c’è anche il passato che torna, come ne La lotte dell’alligatore, la storia che più di tutte ci svela le capacità narrative e pittoriche di Loustal.

In questa occasione la shorty story ci mostra tutta la sua abilità di sintetizzare emozioni passate e presenti, di far risaltare le colonne portanti del carattere dei personaggi. Esalta solo gli istanti, le milestone, che danno il ritmo alla storia.

Ritmo Blues ovviamente. Come anche in la Donna bianca, dove un pugile scopre quato sia diversa l’america. E chiaramente in Le vie en blues, tre tavole tre, che fuse con il testo, trabordano di vita.

Forse proprio darsi il ritmo del Blues permette a Loustal di essere così efficace nella sua narrazione. Di spronare la nostra immaginazione tra una tavola e l’altra per colmare quanto manca di emozioni, gesti, sospiri.

E se si parla di sospiri non possono mancare coloro che con il loro ondeggiare nel cielo della vita, ci fanno sospirare.

Le storie di Loustal sono storie di Blues, ma sopratutto di donne, donne che passano lasciandoci imbrigliati nel loro respiro e di uomini alla ricerca di qualcosa. Chissà cosa e chissà dove…

Andrea Grilli

Se Dio esiste: Quaderni parigini. Gennaio – novembre 2015

di Joann Sfar

Joann Sfar è un autore poliedrico, dal fantasy francese, molto distante dallo schema classico statunitense, al fumetto ebraico fino al diario dove tra disegni e parole, affronta in modo articolato e ricco il vivere nella Francia sotto attacco.

copJoann Sfar è famoso per essere intervenuto su Facebook e aver respinto il tag “prayforparis” sottolineando come la Francia sia uno stato laico e il tag sottolineava un aspetto religioso rinforzando in realtà coloro che hanno sparato. Un approccio decisamente francese, molto distante dalla confusione culturale e religiosa tipica italiana o di altre nazioni come gli USA, dove laicità e religiosità si confondono.

La Francia è forse uno dei pochi stati europei o mondiali veramente laico.

Joann Sfar si confronta tra la sua francesità e l’origine ebraica, tra l’essere padre, uomo e il rapporto controverso con le donne, belle, affascinanti, simpatiche. Ancora questo è tutto molto francese.

Il diario, Se Dio esiste di Joann Sfar aiuta il lettore a comprendere la Francia non solo in questa fase difficile di scontro con il mondo terroristico medio orientale, ma in generale la società francese con la libertà, l’uguaglianza e lo spirito ribelle che la distingue.

Si alternano tavole straordinarie di forte impatto emozionale a pagine ricche e dense di Se Dio esiste di Joann Sfarparole, cascate di pensieri e commenti, racconti dell’infanzia e dei drammatici fatti presenti e passati della storia ebraica. L’autore si aiuta anche con dialoghi e testimonianze di amici e parenti che, come uno specchio, lo confrontano con i temi dell’identità ebraica, dell’interpretazione più o meno laica dell’Islam e la convivenza tra culture e religiosità all’apparenza diverse, sicuramente di intensità diversa.

Questo libro, Se Dio esiste: Quaderni parigini. Gennaio – novembre 2015, di Joann Sfar aiuta il lettore ad allargare l’orizzonte, a scoprire una maggiore vastità valoriale della laicità e della identità francese ed ebraica. Come sempre Joann Sfar gioca in modo intelligente con le sue tradizioni e riesce usando livelli e tecniche diverse di narrazione a ricordarci che possiamo vivere insieme. Nel rispetto dei valori laici e democratici.

Andrea Grilli

Il complotto

Nel 2005 Will Eisner produsse un lavoro totalmente differente dagli altri. Il titolo è emblematico. Il complotto. La storia segreta dei protocolli di Sion, nello stesso anno l’editore italiano Einaudi lo pubblica nella collana Stile Libero. Come racconta Will Eisner nell’introduzione “per la prima volta non ho usato il fumetto per raccontare una storia inventata. Stavolta ho tentato di impiegare questo potente mezzo di comunicazione per affrontare un tema che ha un’importanza fondamentale nella mia vita.”

Il complottoGià perché se le altre graphic novel raccontavano storie sicuramente ispirate dall’esperienza e dalla sua creatività, questo fumetto è una ricostruzione storia della creazione di questo falso, che ahimè con enorme ipocrisia, viene ancora pubblicato e passato per vero o “in dubbio quindi ve lo proponiamo così potete valutare” (espressione ormai diffusa nel neonazismo o neofascismo per proseguire nelle sue attività criminali).

Il fumetto quindi non è certamente paragonabile al valore delle altre opere di Will Eisner e sinceramente dubito che un fumetto pubblicato dalla Einaudi, distribuito solo nelle librerie, possa ottenere quel risultato che Will Eisner spera, almeno in Italia. Questo è uno dei tanti casi di confusione metodologica, si prepara un libro perché abbia un certo effetto, ma poi lo si distribuisce nei canali sbagliati e verso il “ricevente” della comunicazione già informato e interessato. È come sottolineare più volte una frase già chiara. Ma sicuramente non si raggiungono nuovi lettori e non si diffonde, nel caso specifico, la falsità dei Protocolli di Sion. Rimane così un’opera di grande valore, ben costruita ed estremamente chiara nel disegnare la mappa di questa menzogna.

Prima di tutto il suo lavoro è estremamente documentato e particolare anche nel far emergere una serie di personaggi minori, responsabilità spesso incrociate, ma anche aspetti culturali e sociali che potrebbero sfuggire a una trattazione troppo attenta solo al falso in sé dei protocolli. Così la vita di Golovinskij o di Joly sono sicuramente utili per dare un contorno storico più preciso e senza dubbio più credibile, che semplicemente affermare “Golovinskij copiò da un’opera do Joly”.

Inoltre evita il rischio di diventare pedante, come spesso capita ai fumetti con scopi didattici. Di Golovinskij conosciamo anche la madre, la vita del padre, e dal racconto di poliziotto anche l’amara vita di Joly, sempre pronto a combattere i tiranni. Il percorso storico disegnato è così dalle origini del libro da cui Mathieu Golovinskij si ispirò, anzi da dove copiò, per scrivere questa infamia dei Protocolli di Sion. Da quel primo volume che spinse lo Zar Nicola II a sostenere i progrom e scacciare i politici illuminati di cui si era circondato, seguono le varie ristampe, idee, ispirazioni che hanno mantenuto viva l’esistenza di questo falso. Spesso il racconto deve gestire fatti storici molteplici accaduti in circa cento anni di storia, ma Will Eisner riesce a maneggiarli bene e darci un quadro decisamente “isterico”. Se tribunali, giornali, storici hanno ampiamente ricostruito la verità, dall’altra parte chi vuole odiare crede che siano veri perché chi vuole smentire “ovviamente” lavora per “coloro che tramano contro l’umanità”. Può sembra un cane che si morde la coda. E lo è. Finché non si adotteranno metodologie nuove di comunicazioni, chi parlerà prima sarà sempre il più ascoltato, chi darà sempre la risposta più comoda e facile da comprendere, sarà creduto.

Viene da chiedersi se l’autore sia ottimista sperando che prima o poi si possa porre fine alla loro diffusione. Will Eisner ha un tono spesso altalenante tra l’ottimistico e il pessimistico in base soprattutto ai fatti storici che sembrano ogni volta sconfessare chi pensa di aver eliminato i protocolli.

Ancora oggi vengono pubblicati con grande perizia da chi vuole sostenere e diffondere l’odio. Una domanda sorge spontanea: ma a chi interessa svelare la falsità dei protocolli di Sion? A parte le vittime, a nessuno. Un nemico serve a tutti, già pronto per tutti gli usi.

Andrea Grilli

L’ebreo di New York

di Ben Katchor

L'ebreo di New YorkNel 1830 Mordecai Noah cercò di fondare uno stato ebraico a Buffalo. Noah era nato a Philadelphia nel 1785, giornalista, diplomatico, saggista, riteneva che gli indiani d’America fossero una delle dodici tribù d’Israele. Ben Katchor è nato a Brooklyn nel 1951. Opera sia nel mondo del fumetto che teatrale, con le scene dell’opera teatrale The Carbon Copy Building, insignita dell’Obie Award come “miglior nuova produzione 1999-2000”. Le sue opere fumettistiche sono pubblicate a puntate sui maggiori giornali statunitensi. Di particolare interesse è il blog grafico curato sulla rivista on line Slate (http://www.slate.com/id/3733/entry/24714/) nel 1997.

Nel 1998 per i tipi della Bantam Books esce questo fumetto, L’ebreo di New York, che la Mondadori ha proposto nella traduzione di Daniele Brolli. Si tratta di una intreccio di personaggi ebrei sullo sfondo degli Stati Uniti della metà del 1800. Personaggi di varia natura, di professioni diverse, che tessono una serie di racconti che si ricollegano alle teorie di Mordecai Noah sugli Indiani d’America.

La storia centrale è quella di un uomo Nusin Khison che vive per quasi cinque anni con un cacciatore di pelli, che poi si scoprirà anche lui essere ebreo. L’uomo tornato a New York viene confuso per un indiano che parla in ebraico e si esibisce in un teatro della città. Questa presenza di indiani che sembrano essere di origine ebraica genera l’attenzione di molti ebrei newyorchesi, commercianti, linguisti, inviati dalla comunità ebraica tedesca. Ma in questo intreccio si presenta anche un uomo, Francis Oriole, che vuole trasformare in acqua frizzante il lago Erie e cerca finanziatori, tra i quali troviamo un nunzio palestinese che porta con sè un sacco di terra santa. Nel frattempo l’inviato della comunità ebraica tedesca, vestito da sub, legge brani di un libro dove si sostiene l’origine ebraica degli indiani d’America.

Confusi? Beh la storia è questo intreccio incredibile di racconti, flashback, incontri di Ben Katchoruomini che sono sempre dinamici, attivi, pronti a fare qualcosa, perché infondo gli USA sono una terra di opportunità, a volte legali a volte no. Ben Katchor ripercorre così, secondo un sentiero tortuoso, ma avvincente, le speranze di uomini che cercavano una terra nuova dove prosperare senza progrom, dove si potesse più pensare a una vita tranquilla fatta di sacrifici, piuttosto che morte e distruzione.

Ben Katchor ha dichiarato sulla rivista on line The New Jersey Jewish News di non sentirsi legato al mondo ebraico, con la cultura ebraica ha una relazione storica: “For me, Jewish culture is a piece of history rather than part of the modern world I live in.” Questa sensibilità storica appare ben chiara ne L’ebreo di New York, dove gli intrecci storici, spesso parziali e insignificanti nel contesto generale della Storia degli Stati Uniti, insaporiscono però le tavole e ci mostrano quella storia degli uomini comuni, che poi sono loro a fare realmente la storia della società civile.

Lo stile di Ben Katchor è “in miniatura”, le vignette sembrano fotogrammi di un film, che racconta le vicende solo dei personaggi comprimari, quelli di cui non si ricorda mai il nome. È significativo il suo stile, gli spazi sono occupati da linee nere ben impresse nel foglio che determinano le figure su un piano bidimensionale, un bianco e nero piatto, se non che, come nello stile dei primi anni sessanta, una serie di pennellate o macchie d’acquarello danno tridimensionalità alle figure. Ben Katchor ha la particolarità di lavorare per i quotidiani statunitensi proponendo uno stile che tutto ha tranne una proposta grafica semplice e lineare. L’occhio del lettore si educa a leggere gli effetti di pienezza e sfumatura tipica del fresh painting danno il senso di non trovarsi di fronte a una banale rappresentazione di una storia. D’altra parte proprio Ben Katchor, sempre nell’intervista al The New Jersey Jewish News, spiega che “images are a corrective to the text, and the text is a corrective to the image. When you deal with one alone, there’s room for misconceptions”. Questa consapevolezza autoriale si riflette nella lettura de L’ebreo di New York, un fumetto non facile da leggere, dai cambi di ambientazione, ma soprattutto dei personaggi, tantissimi, che ruotano senza sosta e che generano un cambio di registro nella fitta trama creata da Ben Katchor. Ma soprattutto l’aspetto più bizzarro dell’autore newyorchese che, anche se sembra negare la sua ebraicità, se ne appropria proprio nel suo aspetto più vivo, quello storico, quello mnemonico.

Andrea Grilli

Il gatto del Rabbino – il Bar-Mitzvah

Può un gatto celebrare il Bar-Mitzvah? È questo il filo conduttore, il dilemma, il gioco narrativo che accompagna il primo episodio della serie Il gatto del Rabbino di Joann Sfar. Il rabbino di una città del nord Africa ha due animali, un gatto sempre taciturno e un pappagallo che parla sempre. Il gatto vorrebbe passare il tempo con la figlia del Rabbino, 01sfar1.gifcosì un giorno il gatto si mangia il pappagallo. Niente di strano che un gatto si mangi un uccello, ma ecco fatto il gatto inizia a parlare. Ne segue un confronto dialettico tra ben due Rabbini e lo stesso animale che cerca in tutti i modi di convincerli che può celebrare il Bar-Mitzvah. Ma l’uso della parola non è facile, il gatto mente subito, oppure è troppo veemente e aggressivo quando vuole dire la sua senza prestare la minima attenzione alla sensibilità degli interlocutori.

Il Rabbino di fronte alle bugie del gatto così risponde: la parola serve a descrivere il mondo, non a contraffarlo. E il timore che conduca sua figlia su una brutta strada (nel fumetto vediamo il gatto che suggerisce di leggere Il rosso e il nero di Stendhal) lo spingono a tenere sempre con sé il gatto e infine a impartirgli una educazione ebraica al fine di migliorare e di poter frequentare la padroncina.

Rabbino: L’occidentale vuole risolvere il mondo. Fare l’uno con il multiplo. È un’illusione, mi dice il rabbino.
Il gatto: Sì, ma in fin dei conti, maestro, non è che anche il giudaismo cerchi di fare l’uno con il multiplo?
Rabbino: Sì. Ma non allo stesso modo. Il Logos consiste di tesi, antitesi e sintesi. Mentre il giudaismo è fatto di tesi, antitesi, antitesi, antitesi…

Questo è uno dei tanti passaggi, confronti tra il gatto e il Rabbino, momenti che ci permettono di pensare altre antitesi, antitesi…

Il gatto però è anche il nostro narratore, si confronta con tutti anche con il lettore. Con i suoi occhi cinici e senza infrastrutture osserva, giudica, analizza il comportamento dei vari personaggi della storia. Anche gli allievi del Rabbino subiscono le sue attenzioni, uno in particolare che sembra volere la mano della padroncina. È un giovane dalla parola tagliente, sempre preso a difendere i costumi e richiamare le donne come a sottolineare che Se temi Dio, se rispetti lo Shabbat e fai bene le tue preghiere, non ti può succedere niente. È logico. Ma il giovane così rigoroso ha la sua vita segreta fatta del bordello arabo, frequentato per non farsi scoprire. Al gatto piace quell’anima ambigua e ipocrita. D’altra parte il gatto si diverte a dialogare con i suoi interlocutori così come a tacere e osservare il mondo che scorre intorno a lui, prediligendo i più imperfetti oppure coloro che lo coccolano.

Il gatto del Rabbino – il Bar-Mitzvah è una delle tantissime serie a fumetti che Joann Sfar disegna. Autore francese tra i più prolifici e innovativi pesca a piene mani dalle tradizioni dei propri genitori, madre askenazita e padre sefardita. In una intervista al sito Joann Sfarinternet francese www.parutions.com nel 2002 ha sottolineato la profonda educazione religiosa che ha ricevuto fin da bambino. Anzi il Gatto del Rabbino è chiaramente ispirato all’educazione del padre.

Il tratto di Joann Sfar è vicino al fumetto favolistico, con i personaggi quasi infantili nella
loro rappresentazione, il disegno ci riflette immediatamente il loro animo, i loro sentimenti. Nello stesso tempo l’autore francese è interprete di una nuova strada del fumetto franco-belga, ormai sempre meno aderente alla linea-chiara di Hergé. La linea di Joann Sfar è spezzata, anzi più che una linea, sono decine di linee piccole, nervose, sferruzzate sulla tavola senza una apparente logica. Sembrano tante antitesi in un processo logico tra parola e disegno

Andrea Grilli

La shoà e gli X-Men

Quando parliamo di fumetto e Shoà siamo abituati a pensare a Maus di Art Spiegelman oppure più recentemente a Yossel di Joe Kubert o Sono figlia dell’olocausto di Bernice Eisenstein. Eppure dagli sessanta esce mensilmente nelle edicole statunitensi una serie a fumetti che è fortemente caratterizzata dal tema della Shoà. The Uncanny X-Men (settembre 1963) di Stan Lee e Jack Kirby. Entrambi gli autori erano famosi al pubblico per aver creato personaggi come L’uomo ragno, Capitan America e tanti altri, ma tutti questi supereroi erano uomini che avevano acquisito i loro poteri a causa di incidenti, esperimenti scientifici. Anche il Batman della DC Comics non era altro che un eccentrico miliardario che combatteva il crimine.

Xavier e MagnetoMa gli X-Men cambiarono radicalmente la percezione dei supereroi nel mondo dei fumetti. I loro poteri sono genetici, cioè questi uomini nascono con i superpoteri, quasi un popolo eletto. Possono leggere nel pensiero, trasformarsi in acciaio, volare con proprie ali, autocurarsi, lanciare raggi gamma dagli occhi. Proprio nel primo episodio della seria, settembre 1963, esordisce anche quello che sarà poi il nemico numero uno, la nemesi, lo specchio dell’ideale che unirà gli X-Men. Questi mutanti sono uniti dall’ideale di un telepate, Charles Xavier, di una convivenza civile tra uomini comuni e mutanti. Dall’altra parte Magneto un uomo con profonde ferite.

Stan Lee, ovvero Stan Lee Lieber nato da una famiglia di ebrei rumeni, così spiega il suo personaggio: “Non ho immaginato Magneto come un cattivo ragazzo. Voleva solo rispondere a quella gente che era così bigotta e razzista… Cercava di difendere i mutanti e poiché la società non li trattava bene, voleva dargli una lezione. Era naturalmente uno pericoloso… ma non ho mai pensato che fosse un villain.

Lo schema che sarà alla base della serie degli X-Men è impostato. Gli umani temono la diversità dei mutanti, li odiano, come precedentemente avevano odiato gli ebrei o gli zingari. Ma gli X-Men non decollano e la testata rimane a languire finché Chris Claremont non viene assunto alla Marvel Comics. Chris aveva trascorso alcuni mesi in un kibbutz dove aveva incontrato sopravvissuti dei lager nazisti, dove di notte i soldati del Tzahal montavano la guardia e gli caccia con la stella di Davide volavano verso la Giordania per difendere Israele.

Chris Claremont impone un ritmo diverso alla saga degli X-Men trasformandola in una delle serie fumettistiche più lette al mondo e ritenuta, a torto o a ragione, un capolavoro assoluto di discussione e narrazione sul tema della diversità e del diritto di difendersi. Con la sua penna di sceneggiatore Magneto scopre le sue carte. Fino al numero 12 della serie Classic X-Men, pubblicata in Italia dalla Star Comics nel mensile Gli Incredibili X-Men. Magneto è un sopravvissuto di Auschwitz, il suo nome forse è Max Eisenhardt, ed è anche un padre che ha perso la figlia uccisa dall’odio del potere sovietico.

Così nasce un personaggio che non può fidarsi degli uomini, che, come racconta Stan Lee, vuole difendere il suo popolo, ora i mutanti oggetto dell’odio razziale. Nei decenni che seguiranno questo personaggio guiderà anche gli X-Men cercando nuove vie per realizzare i propri obiettivi. Magneto rimane comunque un personaggio tra i più amati dai lettori di fumetti, diciassettesimo nella classifica dei cattivi più amati. Ma al di fuori degli schemi del villain, cioè del cattivo che il supereroe di turno deve sconfiggere, Max Eisenhardt è caratterizzato da una forte senso degli ideali e da un obiettivo che nessuno potrebbe contestare: difendere un popolo.

Magneto e XavierAnche Chris Claremont ha speso un commento su questo personaggio così controverso: “Una volta che trovai il punto di partenza per Magneto (come vittima dell’Olocausto), tutto il resto andò al suo posto, perché mi permetteva di trasformarlo in una figura tragica che vuole salvare il suo Popolo… quindi ho avuto l’opportunità… di tentare di redimerlo… di vedere… se si poteva evolvere nello stesso modo in cui Menachem Begin si trasformò da il ragazzo che i britannici consideravano “shoot on sight” nel 1945… in uno statista che vinse il Premio Nobel per la Pace nel 1976.

Sono questi commenti che mostrano quanto la Shoà sia un tema molto presente nella saga degli X-Men, forse sottovaluto e troppo spesso inserito in un contesto generico di trattazione del tema della “diversità”. Mentre appare evidente che gli autori da Stan Lee a Chris Claremont hanno posto la Shoà come un faro che illumina moralmente le scelte e la vita dei loro personaggi, perché direttamente coinvolti. E non solo per aver reso l’avversario principale dei mutanti un sopravvissuto di Auschwitz, ma anche per altri personaggi come Kitty Pride, giovane mutante che nell’episodio 199 de The Uncanny X-Men (gennaio 1985) partecipa a un incontro del National Holocaust Museum di New York per cercare la sorella del nonno.

Sono qui per mio nonno, Samuel Prydeman. Avrebbe voluto essere qui più di ogni altra cosa, ma è morto l’anno scorso. Aveva una sorella, la mia prozia Chava. Viveva a Varsavia prima della guerra.

Andrea Grilli