Le origini di Capitan America

Captain AmericaÈ il 1941, marzo, siamo sempre a New York, dove vari fumettisti, scrittori e tipografi stanno scrivendo la storia del fumetto. E’ appena uscito un nuovo comic book con un nuovo supereroe. Si tratta di Capitan America. Dedicare qualche riga a Cap, come spesso viene amichevolmente chiamato è doveroso, visto che dalla sua creazione ha ispirato oltre tre generazioni di supereroi.

Fu creato oltre che da Jack Kirby anche da Joe Simon. Joe era cresciuto a Rochester, New York, in una famiglia di ebrei dove il padre praticava il mestiere del sarto. Il co-autore di Cap inizia a lavorare con diversi autori e syndacate come freelance. È in quella occasione che incontra Kirby, nel 1998 ha così descritto quell’evento:

I had a suit and Jack thought that was really nice. He’d never seen a comic book artist with a suit before. The reason I had a suit was that my father was a tailor. Jack’s father was a tailor too, but he made pants! Anyway, I was doing freelance work and I had a little office in New York about ten blocks from DC [Comics]’ and Fox [Feature Syndicate]’s offices, and I was working on Blue Bolt for Funnies, Inc. So, of course, I loved Jack’s work and the first time I saw it I couldn’t believe what I was seeing. He asked if we could do some freelance work together. I was delighted and I took him over to my little office. We worked from the second issue of Blue Bolt…

Successivamente la Timely Comics, prima di diventare la Marvel Comics, commissiona ai due autori la creazione di un nuovo supereroe dopo il successo della Torcia Umana. Nasce così Capitan America che vende subito un milione copie. Si tratta di un personaggio figlio del periodo della guerra.

Sempre Simon dice ”The opponents to the war were all quite well organized. We wanted to have our say too.” Proprio così. Il personaggio combatte nazisti e giapponesi, presentando il punto di vista di chi ritiene che si debba combattere il pericolo nazista. Il personaggio generò una ricca discussione tra i lettori di comics spesso con lettere molto negative e la nascita di fan club.

Il duo Simon-Kirby produsse solo i primi dieci numeri, poi passò alla DC Comics. Il loro Jack Kirbypersonaggio resisterà fino al 1950 per poi andare in vacanza e tornare nelle edicole americane nel marzo del 1964 nel numero 4 del comic book The Avengers. Il personaggio ha sempre rappresentato i valori di libertà tipici della società statunitensi. E li difenderà fino a morire in una delle miniserie più forti anche politicamente della Marvel, Civil War, dove i supereroi si dividono tra coloro che rivelano la loro identità e chi si rifiuta per non essere controllato dallo Stato. Una miniserie che riflette il drammatico dibattito politico e sociale sulla Libertà durante l’amministrazione di Bush junior.

Cap è contro la schedatura, contro il carcere per coloro che si oppongono. Difende quella libertà assoluta, piena, autentica che aveva difeso contro il nazismo. E morirà per questo.

Per poi tornare, come tutti gli eroi non può veramente morire. Il suo destino è perseguire l’obiettivo che gli autori gli hanno affidato. Spesso è stato associato a temi nazionalistici e troppo-americanofili, perdendo spesso nel confronto con altri “super” meno marcatamente statunitensi. Ma alla fine non può che emergere il significato più profondo, la sua identità di difensore della Libertà. Come i supereroi creati da Stan Lee, Bob Kane e tanti altri autori ebrei statunitensi, il Capitan America di Jack Kirby e Joe Simon si erge al golem che non è più tra noi e difende i più deboli da chi come il nazismo conosce solo la violenza morale e fisica.

Andrea Grilli

Sono figlia dell’olocausto

di Bernice Eisenstein – Guanda

Durante una Fiera del Libro di Torino mi sono fermato presso lo stand della Giuntina. Così navigando tra le pagine dei libri, mi è stato consigliato di leggere un libro di Lizzie Doron, una autrice che potremmo definire della seconda generazione dei narratori della Shoà.

Questa considerazione mi ha fatto riflettere sul fatto che nel mondo del fumetto non è mai Sono figlia dell'Olocaustoesistita una prima generazione di narratori. Chi è sopravvissuto ha usato il metodo della scrittura, della parola ferma su un foglio, per memorizzare e raccontare quanto aveva vissuto. Il mondo del fumetto era al di là dell’oceano, per assurdo rinnovato e sviluppato da editori e fumettisti ebrei, ma nessuno dei quali era “sopravvissuto”, era una parte di un qualcosa perso. Così i padri della memoria come Primo Levi o Elie Wiesel si esprimono con la parola e non con il disegno.

Sarà poi Art Spiegelman a dare il via alla memoria disegnata per conto terzi, per conto del padre. Oppure Joe Kubert ipotizzerà la vita che avrebbe potuto vivere in Polonia, ma sono orecchie di testimonianze, mani che raccolgono le parole del ricordo e le conservano in un vaso nuovo, forse più vicino al nuovo modo di esprimersi dei nostri ultimi decenni.

Bernice EisensteinUn tema nuovo inoltre si inseriva in questa memoria, il tema di esseri figli o nipoti di sopravvissuti. Cosa vuol dire vivere affianco a uomini e donne che portano, ne portaron
o ne porteranno, ma con un pesante indicativo portano con tutto il peso e la fatica psicologica che ne consegue, la memoria della Shoà?

Berice Eisenstein ha scritto e disegnato un libro raccontando la sua vita di figlia di due deportati. Non abbiamo però il racconto della esperienza dei genitori, ma la sua esperienza nella famiglia, nelle emozioni, nei legami e sentimenti che ogni suo parente ha tessuto con lei. Vuol dire inevitabilmente definire luoghi, istanti della propria identità che non potranno essere paragonabili ad altri.

La memoria collettiva di una generazione parla, e io sono obbligata ad ascoltare, a vederne gli orrori, a sentirne l’offesa.

Andrea Grilli

Americana

Americana, di James Sturm, Coconino Press, 190 pagine, 2002, 14 euro

Americana di James Sturm è una trilogia di racconti disegnati sulla storia degli USA. La prima storia, Il colpo mitico del Golem del 2001, è il racconto delle vicissitudine di una squadra di baseball, Le Stelle di David, che gira per i piccoli centri a caccia di ingaggi. Sulla maglietta campeggia la stessa di Davide e viaggiano su un vecchio autobus. Quando arrivano nei paesi dove giocheranno, i bambini si chiedono sono arrivati gli ebrei? mentre Hetty Douglas, una signora modello zitella con la croce al collo e una figlia con un vestito lungo da suora a quadrettoni da tovaglia, inspiegabilmente si presenta alla partita: non sono qui per il baseball, ma per vedere gli Ebrei…

Americana di James SturmJames Sturm descrive con poche battute la diffidenza dell’americano medio, che vive fuori dai grandi centri urbani, e che crede che l’America sia il baseball. D’altra parte anche Noah Strauss il manager del team prende le distanze dal padre, sarto per conto terzi nella Grande Mela, mio padre sarebbe profondamente deluso se sapesse che giochiamo di Sabato. Lui resterà sempre un immigrato. La sua mente vive nel paese da cui se ne è andato. La mia vive in America e il baseball è l’America.

Poi arriva l’idea di schierare uno dei giocatori, Hershl Bloom, con un costume che lo rappresenti come un Golem, un’idea commerciale di un pubblicitario che immagina il baseball più come un circo che come uno sport. Ed ecco che la nostra squadra arriva a Putnam, il giornale locale esorta alla vittoria contro gli sporchi giudei, uno di loro viene picchiato prima della partita, la città è in subbuglio per l’arrivo del mitico Golem che scaglia palle veloci come saette fiammeggianti. Ma quando lo scontro diventa duro e la folla picchia un giocatore e le urla sovrastano ogni senso sportivo, andatevene ebrei, ecco che Hershl è veramente il mitico Golem e la folla che vorrebbe suonargliele agli ebrei, si ferma. Al riparo nel dugout gli altri giocatori si nascondo, una voce recita lo Sh’ma, Amerai il Signore tuo… Per migliaia di anni gli Ebrei sono spirati con lo Sh’ma sulle labbra, commenta Noah.

Una pioggia torrenziale fa fuggire la folla e i giocatori possono ripartire per un’altra partita.

Golem di James SturmJames Sturm disegna in bianco e nero, con un linea pesante e netta, con poche linee che colgono l’essenza dei personaggi e dei luoghi. Un tratto continuo di color sabbia riempie quei bianchi e neri e da il senso della concretezza. Quando il disegno è così essenziale e semplice, il testo emerge nella sua forza e in questo caso nella sua amarezza di raccontare quella diffidenza a volte sottile a volte pesante e violenta di una società che comunque non è riuscita a scrollarsi di dosso i pregiudizi e gli odii del vecchio continente. Il giornale locale non manca di scrivere un articolo pieno del solito odio condito con le solite accuse: succhieranno il denaro di questa città. Sturm è abile nel navigare dentro la mediocrità e farla emergere nella sua chiarezza, nella sua meschinità.

Andrea Grilli

Il mastino e altre storie

di H.P. Lovecraft, adattamento e disegni di Gou Tanabe.

La creatività giapponese ha sempre amato ispirarsi alla cultura occidentale. Parte dell’animazione, basti ricordare Heidi o Remì per citarne alcuni, si è nutrita di immagini, personaggi, trame tipicamente europee reinterpretandole e dando quel colore invece tipicamente giapponese, che ha resto queste opere una originale presenza nell’immaginario contemporaneo.

Il mastino e altre storieDirei che in questo contesto si può inserire l’opera di Gou Tanabe Il mastino e altre storie di H. P. Lovecraft. L’autore giapponese ha adattato alcuni dei racconti del maestro di Providence con una linea scura e tenebrosa che bene proiettano le atmosfere cupe delle storie horror. Il colore nero ricopre quasi completamente le tavole, cancellando la funzione salvifica della luce e spingendo il lettore in una dimensione tipica dei racconti di Lovecraft.

Se anche i volti sono fortemente orientali, tutto il resto, dai vestiti agli elementi scenografici e iconografici sono quelli propri di quell’epoca dove razionalità e misticismo si sono confrontate senza trovare un vincitore.

Gou Tanabe mostra di possedere una ottima tecnica fino a padroneggiare le prospettive che cambiando quasi da vignetta a vignetta, il lettore non può che essere spaesato di fronte a una oscurità che trasuda da ogni pagina.

L’atmosfera di un destino o di una realtà ingovernabile dalla razionalità, dove esiste un filo sottile tra il reale e un mondo di mistero e orrore, emerge dagli occhi vitrei dei personaggi, quegli occhi che non riescono a cogliere e catturare quanto vedono, perché non hanno menti in grado di comprendere.

L’universo di Lovecraft è una caverna senza fondo da dove emergono tutti i demoni che si possono immaginare. Demoni che non si vedono, ma si sa che esistono. E Gou Tanabe è riuscito a darci questa terrificante sensazione.

Andrea Grilli

Diario di uno Psiconauta dalla Serbia

Chi è questo giornalista, fumettista serbo che da anni disegna i suoi sogni? E i suoi incubi?

ZografAleksandar Zograf appare quando ormai la guerra civile nella Jugoslavia è esplosa, un conflitto che il mondo occidentale non sa capire, o meglio non è in grado di capire, e che di conseguenza gestisce con metodi che sono troppo famigliari alla storia slava per intimorire i signori della guerra dei balcani: la violenza.

Diventa ancora più difficile avere informazioni corrette e equilibrate sul conflitto. Emergono dicotomie tipo: serbo criminale, croato e bosniaco vittime. Peccato che qualche tribunale internazionale sta dimostrando che carnefici si è tutti in guerra.

Così questo serbo, che dovrebbe essere cattivo, diventa il riflesso del nostro limitato modo di affrontare la vita, di tirare linee di confine arbitrarie e stupide per loro stessa natura.

Aleksandar Zograf è serbo, ma (il ma è per chi tira le linee di confine) si dispera come essere umano delle morti (qualunque morte), dell’odio, della disperazione e della distruzione che porta la guerra. E siccome la guerra nei Balcani sembra non finire mai, Aleksandar Zograf da anni disegna e scrive i suoi interventi per informare il mondo di quello che succede.

Ormai è un fumettista affermato, conosciuto in Europa che dal “nemico” statunitense.

Saluti dalla Serbia di Aleksandar ZografL’autore serbo disegna i propri sogni, o meglio ha scelto i propri sogni per descrivere quello che gli succede attorno.

I sogni non mentono. Se qualcuno ci racconta un sogno, non sta nascondendo nulla. L’effetto che ottiene Aleksandar Zograf è di mettersi a nudo, nel modo più semplice e disperato usando uno stile tipicamente underground, quasi alla Crumb.

Senza troppe lungaggini, senza troppi trucchi per allungare il brodo, ma in poche e semplici pagine, trasmette il suo pernsiero (sarà un modo di essere telepatici?), le sue riflessioni che ci appaiono sincere e oneste.

Tutte le sue storie sono pagine di un diario, forse di viaggio, ma non di quelli di qualche nobile inglese che scopre la Toscana o il Lazio. No. Questo diario, che sia scritto o disegnato, è il racconto di un uomo che ha patito(-isce) il freddo, che vede il suo paese rappresentato come la Germania Nazista. Ma siamo propri sicuri che siano tutti uguali questi esseri umani, che per eventi storici millenari, ora si chiamano serbi?

Ma Aleksandar Zograf appare onesto e sincero perché non può mentire, ed è crudo e attraverso le matafore dei suoi sogni ci picchia in testa dicendo: “Ehi sveglia!! Sveglia!! Apri gli occhi!!”

E noi siamo sconvolti perché attraverso di lui vediamo cosa è successo e succede al di là del nostro mare. In questo caso i disegni di Aleksandar Zograf sono come la foto dell’ultimo fratello di Napoleone di cui Barthes parla nel suo “La camera chiara” (Einaudi, pag.5):

“Sto vedendo gli occhi che hanno visto l’Imperatore”.

Abbiamo lo stesso effetto, solo che gli occhi di Aleksandar Zograf hanno visto la guerra insensata dei Balcani. Non un uomo che voleva unficare l’Europa troppo anticipatamente rispetto ai tempi.

Rimane sempre da dire cosa leggere in italiano e dove trovare le sue opere.

Diversi editori in Italia hanno pubblicato le sue opere.

Prima di tutto la PuntoZero di Bologna con ben due volumi a fumetti:

  • Psiconauta, collana Bianco&Nero, 4,13 euro
  • Saluti dalla Serbia, collana Bianco&Nero, 7,75 euro
  • Lettere dalla Serbia, collana PuntoSpot, 7,50 euro

Il Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona gli ha dedicato il volume nr. 9 della collana Schizzo Presenta. Il titolo è Diario (4.000 lire).

Black Velvet ha pubblicato Appunti 1 e Appunti 2 e C’è vita nei balcani?

Infine altre storie sono apparse sulla rivista “Mano”, ora edita dalla Coconino Press, e da Kerosene. Sempre Coconino Press ha pubblicato Storie e Segnali.

Andrea Grilli

Sprayliz

Nell’ottobre 1992 uscì sull’Intrepido un nuovo fumetto dal nome accattivante, almeno perché ricordava i graffiti, murales et similia: Sprayliz. Attraversando stagioni più o meno fortunate questo piccolo gioiello del fumetto italiano ci ha raccontato la vita allegra e non poco impegnata di due ragazze e dei loro amici, tutti giovani adolescenti alle prese con la complessità della vita delle metropoli.

SpraylizMa chi è Sprayliz? È Elizabeth, una ragazza di 16-17 anni, studentessa liceale, con ottime doti da ginnasta e gusti sessuali ambigui, e con una sconfinata passione per i graffiti murali con cui di notte colora le periferie urbane. “Sprayliz” è lo pseudonimo con cui colora vivacizza le grigie atmosfere della sua città.

Non manca a tal proposito il poliziotto cattivo che le deve dare la caccia, Kinnock, il sindaco Brown, classico burocrate, che deve, a suo dire, ripulire la città da gente come Liz (la nostra Elisabeth), la sua amica, in tutti i sensi, Kate e tutti gli altri personaggi che frequentano il centro sociale Maconbo.

Gli altri personaggi sono gay, hacker, giovani artisti, poliziotti buoni (avete letto bene, soprattutto se innamorati di Liz), musicisti, preti etc etc…

Forse può subito emergere che il mondo ideato da Enoch è un po’ troppo strutturato per stereotipi, soprattutto nella dicotomia pubblica amministrazione, quindi burocrazia da una parte e giovani, libertà dall’altra.

Ma è anche vero che in questo modo l’autore riesce a mostrarci chiaramente come si sono sviluppati negli ultimi 20 anni certe dinamiche sociali nelle metropoli italiane. Come per esempio si possa essere genitore vicino al figlio senza vietarli erba o uscite notturne. La mamma di Liz è il chiaro esempio di strategia positiva da parte di un genitore: se non può impedirle di fare quello che vuole, allora cerca di capirla e di farla ragionare, di esserle vicina.

Così come certi insegnanti di Liz sono la classica immagine del tipo che non ha capito nulla della adolescenza e spara giudizi a raffica.

Gli argomenti trattati nel fumetto sono tanti: dall’ambientalismo ai diritti umani, hacker, traffico d’armi, vivisezione, guerre, predicatori religiosi, Malcom X, mafia, immigrazione e nucleare. Come dire, parlo della realtà e la affronto.

Ma resta comunque il fatto che Sprayliz non è riuscito a sfondare nel panorama del fumetto italiano. Anche se molto apprezzato, in realtà è un prodotto di nicchia. Dopo l’Intrepido (fino all’agosto 1994 con 14 episodi) fu la Star Comics a pubblicare una serie regolare di 11 numeri. Dopo alcune apparizioni è stata la casa editrice Comics & Dintorni a curare le nuove storie, distribuite solo in libreria. Da segnalare che Mare Nero, editore della rivista di erotismo Blue, ha ristampato le storie apparse sull’Intrepido; mentre Edizioni BD ha ristampato in tre volumi le storie di Sprayliz.

Andrea Grilli

Troll

L’altra storia della nascita dell’Umanità. E se non fosse stato una divinità o gli UFO a creare gli esseri umani?

TrollSappiamo tutti come è andata. A un certo punto il Signore (dategli voi un nome: Dio, il Dio d’Israele, Allah…) ha creato Adamo dal fango e da una sua costola Eva (non dimenticate che a seconda della religione, può variare la materia prima: mais per i Maya per esempio). Poi ci sarebbero coloro che pensano che siano stati gli UFO a intervenire nella evoluzione della scimmia. Insomma di versioni ce ne sono molte. Tutte però molto poco fantasy.

Ora se vi dicessi che forse un Troll e un Goblin c’entrano qualcosa nella creazione della razza umana?

Beh, Jean-David Morvan e Joan Sfar hanno scritto nel lontano 1996 una loro versione della genesi in ambientazione e con temi tipici fantasy.

Ma andiamo con ordine. La storia.

Un Goblin e un Troll litigano, quest’ultimo si mangia un dito del primo accompagnandolo con una buona birra romulana.

Niente di speciale, se non per il fatto che la carne di Goblin con la suddetta birra ingravida il Troll… si ho scritto “ingravida” e nasce un essere brutto, tutto carne bianca, liscia e puzza. Come scopriremo un umano.

A tutto questo si aggiunge il medico dei Troll che teme una grande disgrazia da questa nascita e vuole stroncarla prima che si diffonda.

Benvenuti in Troll, miniserie di tre volumi editi in Francia dalla Guy-Delcourt Productions e riproposti dalla BD dal 2000 (la serie nella sua edizione italiana è terminata nel 2003). Oltre a Morvan e Sfar per la sceneggiatura, troviamo ai disegni O.G. Boiscommun.

Si tratta di cartonati dalle dimensioni di 23×32 cm, dal prezzo di 13,42 euro per i primi due volumi e 14,00 euro per il terzo.

La storia prosegue. Nasce un altro umano, i nostri eroi scappano inseguiti dal medico cattivo e fanno nuove e utili amicizie. Gli autori non mancano di citare favole classifiche come Pinocchio, o i giochi di ruolo con castelli, dungeons e mostri nelle stanze. E non manca il drago.

Il tutto è imbastito secondo una buona dose di ironia sottile, leggera.

La fatina di Pinocchio salva uno dei nascituri umani, ma gli lascia anche una maledizione se dovesse mentire. Oppure i genitori dei bambini umani per vivere trovano lavoro in un castello, dove avventurieri cercano di superare livelli sempre più difficili e sconfiggere un drago per conquistare un tesoro. Proprio una quest a mo’ di fantasy classico.

E il finale è intorno a una tavola da pranzo, nel bosco, ma non sarà un bardo legato sotto un albero ad essere in primo piano (Goscinny e Uderzo ringraziano!), ma i nostri progenitori che stanno per far partire una delle più grandi avventure della storia dell’Universo. La storia dell’Umanità.

Andrea Grilli

Giara di stolti

di Jason Lutes, traduzione di Luca Bernardi, b/n, Black Velvet, 10,33 euro

È un fumetto di illusioni, di sogni. Dove l’autore ci spinge a vivere le stesse situazioni, gli stessi istanti dei personaggi.

Giara degli stoltiD’altra parte era nelle sue intenzioni realizzare “un’esperienza di forte intensità”. Evidentemente ci è riuscito meravigliosamente.

Anche alla fine della storia, sempre che si tratti di un finale quello che leggiamo, non possiamo ancora essere convinti che abbiamo letto qualcosa di veramente vero (oppure di veramente falso). E poi si tratta di una storia di maghi, ladri, di folli, di famiglie spaccate e ricomposte ove possibile, oggetti smarriti e ricomparsi dal nulla.

Illusioni nelle illusioni, immagini nelle immagini e sogni. E quale sognatore migliore di un mago? Di un illusionista che sa giocare con la realtà?

E c’è un truffatore con la figlia, una donna che ama e un fratello, grande artista della fuga, che è morto.
Giara di stoltiTutti questi personaggi fuggono, si incontrano e cercano di aiutarsi, ma in qualche modo la somma dei sogni e delle illusioni (e delle ossessioni) non produce salvezza. Anzi induce rinascita, il fondo è una molla che fa risalire o nobilitare gli animi.

Così un sacrificio per una figlia che merita una vita migliore e un vecchio mago che illumina il finale:

“Togliamoci una volta per tutte da quest’ombra in cui abbiamo vissuto”.

Andrea Grilli

The Odd Couple

Eli Valley è l’autore di The Great Jewish Cities of Central and Eastern Europe: A Travel Guide and Resource Book to Prague, Warsaw, Cracow, and Budapest pubblicato nel 1999, un libro molto apprezzato dai viaggiatori statunitensi nei loro viaggi per riscoprire le città dell’Est Europa.

Ma Eli Valley si è ritagliato anche un ruolo di eccellente cartonista sulla versione on line del settimanale ebraico Forward (http://forward.com) con una serie di tavole graficamente ispirate all’underground statunitense di James Burns o Robert Crumb con un taglio drasticamente ironico o umoralmente sadico sugli ebrei e l’ebraismo. Valley incarna quell’umorismo critico che obbliga, a tratti “con colpi bassi”, a confrontasi con la propria identità. Pregi e difetti.

The Odd CoupleNella tavola The Odd Couple troviamo due modelli estremi di identità: da una parte Avi Klopnik, un ortodosso israeliano, dall’altra Brian Greenstein, un giovane statunitense totalmente ignorante delle sue origini. Il nostro giovane ragazzo arriva in Israele dove impatta con il fanatismo di Klopnik, il loro dialogo è tra sordi. Mentre l’ortodosso parla in ebraico, il giovane non lo capisce e solo perché sente parlare in ebraico entra in uno stato emotivo ascetico, dove una serie di emozioni lo spingono a rimanere in Israele ed aderire all’ortodossia senza aver capito una parola del proprio interlocutore. Il buon Klopnik intanto esprime una serie di concetti tutti intransigenti ed oltranzisti: contro i valori liberali, contro il governo israeliano, contro gli arabi, contro i progressisti, etc… Ma Brian è preso da una tempesta emotiva che gli impedisce di chiedersi: cosa sta dicendo Avi?

Eli Valley disegna spesso personaggi che ascoltano poco, che fanno piani assurdi e che esprimono concetti così folli da sopravvivere dal giudizio critico, perché alla fine questo non esiste più. Sono personaggi disegnati in toni sopra le righe. Alla fine Brian e Avi rappresentano i due estremi di una identità che nel momento in cui prende alloggio nella casa di un pensiero e si ferma, diventa sorda, incapace di ascoltare, di porre quelle domande, quel processo di antitesi costante di cui parla spesso Joann Sfar.

Eli non denigra od offende le figure sociali che rappresentano i suoi personaggi, si limita ad estremizzarle per far emergere i difetti. In fondo con l’ironia smonta le certezze per mostrare quanto sfugge al nostro pensiero. I vari Klopnik e Greenstein stiano in campana…

Andrea Grilli

The adventures of Yaakov & Isaac

di Joe Kubert

Nel 1985 Joe Kubert riceve una visita molto particolare, Rabbino Dr. David Sholom Pape, editor della rivista Moshiac Times, che in quel periodo stava cercando un fumettista ebreo per un incarico particolare. Nella sua ricerca si era imbattuto in Paul Levitz della DC Comics che lo aveva mandato da Kubert.

Così un giorno si presentano dal nostro autore quattro uomini che gli prospettano l’occasione di disegnare storie ispirate dalla tradizione ebraica o dalla Torah secondo un obiettivo chiaramente didattico. Dopo una prima resistenza Kubert accetta, da quel giorno inizia a produrre circa due pagine al mese. Il risultato è un volume The adventures of Yaakov and Isaac, oggi reperibile direttamente su Amazon.com e sono pubblicati dall’editore Mahrwood Press, impegnato nella pubblicazioni di libri illustrati di argomenti religiosi.

51BZG0JF8AL._SY344_BO1,204,203,200_Si tratta di due ragazzi, due giovani ebrei come tanti, che curiosano nelle libreria della scuola rabbinica e leggono diverse storie, in una, intitolata L’importanza della Torah, leggono di Rabbi Chiya, in un’altra storia apprendono l’importanza dei Tefillin. E così via. Ogni storia, in due-tre pagine, Kubert presenta i due giovani in particolari situazioni che sono l’occasione per sottolineare l’importanza di un mitzvah. Il disegno di Kubert è sempre eccellente, ogni inquadratura ci accompagna nella storia, cogliendo gli elementi fondamentali: l’impegno di Yaakov durante la corsa è sottolineato da una serie di immagini che esprimono il modo con cui il ragazzo ha vinto la gara. Ma alla fine del racconto lo stesso Yaakov spiegherà che indossare i Tefillin ogni mattina gli permette di riflettere sul significato della disciplina, che a sua volta lo ha aiutato a essere migliore.

Per ogni storia c’è una introduzione e un finale scritto dove vengono offerte ulteriori riflessioni e spunti per approfondire i valori dell’ebraismo.

Si tratta di un volume veramente strano, ma non è il primo, a combinare illustrazioni ed educazione, basta ricordare le bellissime Haggadah di Mark Podwal e di Emanuele Luzzati; oppure “L’ebraismo per principianti” di Charles Szlakmann che con molto umorismo e anche ironia racconta la storia degli ebrei e i principi dell’ebraismo.

Da quando la madre di Chagall prese per matto il figlio quando gli rivelò la sua attenzione di fare il pittore, l’approccio alla rappresentazione dell’uomo è cambiata a tal punto da pensare che l’illustrazione e i fumetti possano essere un veicolo importante di conoscenza per i giovani. Ma attenzione. Il disegno deve sempre essere realizzato non solo secondo le miglior tecniche, ma anche secondo le migliori sensibilità. Spesso l’approccio didattico può essere pedante. Ecco perché fu un’ottima idea chiedere aiuto a Kubert.

Andrea Grilli