Hannibal Lecter… lo specchio del Male

Hannibal Lecter, personaggio creato da Tom Harris.

Hannibal Lecter è uno di personaggi più curiosi e interessanti del cinema americano. Anche se il personaggio appare per la prima volta nel romanzo Il delitto della terza luna (1981) di Tom Harris e successivamente è presente in altri tre romanzi come comprimario e infine come personaggio principale.

Il successo e la fama di Hannibal è sicuramente dovuta alla interpretazione di Anthony Opkins nel film Il silenzio degli innocenti (1991) che gli porterà un Oscar. Il personaggio in realtà era stato già interpretato da un altro attore nel film Manhunter – Frammenti di un omicidio, Brian Cox.

L’interpretazione di Brian Cox fu molto buona, ma non riuscì a dare quello spessore e quella oscurità che invece Opkins risce a dare al personaggio.

Hannibal Lecter di Anthony Opkins

Quando Anthony Opkins raccoglie il testimone del serial killer cannibale, il tema dei profiler non è ancora famoso e non ha conquistato i mercati dell’industria culturale. Fuori dai romanzi thriller e probabilmente il mercato statunitense, questo ruolo è ancora per addetti al settore della criminologia.

Nel film Il silenzio degli innocenti Anthony Opkins deve recitare un personaggio all’apparenza secondario, marginale, utile per le indagini, ma non il cattivo ricercato dall’FBI. Eppure per la interpretazione di Opkins, per la definizione del personaggio data da Harris nei suoi romanzi, Hannibal diventa una leggenda.

Non si tratta di un semplice “matto assassino”, come un poliziotto potrebbe definirlo con grottesca sempliciotteria, Hannibal Lecter è un cosciente, controllato, arguto, elegante, colto ed educato psichiatra. Questo aspetto è il più deflagrante del personaggio. Di solito i serial killer ci vengono presentati come intelligenti, anche se pazzi; ma mai “puliti”. La loro follia, presunta, li rende “altro” rispetto ai normali, quelli che rispettano le convenzioni sociali.

Ma Hannibal è uno di noi, possiamo specchiarci in lui e riconoscerci. Hannibal uccide e mangia persone che rompono l’armonia dell’Universo. Il musicista stonato, il ragazzo del censimento che invade lo spazio privato, il diretto del carcere che lo tortura, il ricco pedofilo… Hannibal Lecter cerca, come un demiurgo, di mettere ordine al Mondo, di curare le ferite causate da altri umani. Ma sempre un demiurgo è, la fonte della sua morale è l’auto-determinazione del Male. La auto-giustificazione che si possa fare giustizia, non Giustizia, al di fuori delle regole sociali è la base valoriale su cui Hannibal agisce.

Hannibal LecterAnthony Opkins riesce a incarnare questo ruolo, apparendo nello stesso tempo gentile e crudele, feroce e comprensivo, angelo e diavolo. Lo sguardo che imprime al personaggio entra dentro le nostre anime, siamo nudi e inermi. Dio e Diavolo, entrambi sullo stesso piano.

In tutto questo rimane umano, cioè non appare irreale, finto, ma è reale. Anche questo aspetto di abbattere la finzione dello schermo ed essere potenzialmente vero, rende tutto affascinante. Come l’uomo nero sotto il letto, Anthony Opkins ci prende la mano e guarda insieme a noi sotto il letto, dove non troviamo l’uomo nero o Hannibal; ma proprio noi stessi. Siamo noi il boogeyman della nostra vita.

Per ottenere questo risultato Anthony Opkins introduce l’ironia, anche la frase più feroce o l’azione più macabra ha sempre un tono e un tocco di ironia.

L’ironia è il vestito elegante della intelligenza. Ed è anche la sfumatura della realtà dalla finzione. L’ironia può essere toccata dalla intelligenza e quindi provare che la finzione è reale.

La mancanza di ironia nella interpretazione di Brian Cox è il limite e in qualche modo il fallimento della sua recitazione. Hannibal è finto, mentre Opkins è Lecter.

L’Hannibal di Mads Mikkelsen

Il successo dell’Hannibal di Anthony Opkins porta anni dopo alla produzione di una serie tv dedicata a lui. Per interpretare Hannibal Lecter è stato chiamato Mads Mikkelsen, bravissimo attore danese.

Probabilmente per la trama eccessivamente psichedelica e più simile a una performance artistica, che una vera e propria rinarrazione dei romanzi di Harris, sia anche per uno stravolgimento dei personaggi, il personaggio di Hannibal muta completamente tornando nello spazio della fiction e uscendo dalla reatà.

Mads Mikkelsen trasforma il noto cannibale in un personaggio statutario, talmente freddo da essere quasi un idolo, nel senso di qualcosa di morto e messo lì per rappresentare qualcosa di diverso, l’Hannibal di Anthony Opkins.

Il confronto è irrisolto, perché Mikkelsen non poteva imitare Opkins e nello stesso non poteva che trasformare Hannibal in un marmoreo personaggio senza espressione, scegliendo proprio la dissociazione dalla realtà l’espressione del personaggio.

Ma allora perché uccidere un musicista che rovina l’armonia di una orchestra?

L’Hannibal Lecter di Mads Mikkelsen potrebbe avere anche un altro nome, non potrà mai dire che ha un vecchio amico per cena, perché non riuscirebbe a esprimere quel tocco di ironia della frase. Rimarebbe solo il significato autentico della frase e non quello ironico.

Esiste un solo Hannibal Lecter, perché esiste un solo Anthony Opkins. Tutti gli altri sono banali serial killer.

«Uno che faceva un censimento, una volta, tentò di interrogarmi. Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti.»
(Hannibal Lecter nel film Il silenzio degli innocenti)

 

La retorica del leggere

La retorica del leggere libri si sta diffondendo sempre di più.

Dopo la diffusione del populismo che ormai spadroneggia tra vita reale e sociale, la risposta di quella società definita “radical chic” è quella di esaltare la lettura, cioè il leggere libri, come un atto tipico di chi è rispettoso dei valori democratici, di chi è internazionalista, di chi non può che essere “non cattivo”.

Anzi il leggere è visto come un atto che favorisce il pensare, l’acquisizione di valori e comportamenti come l’essere educati, oppure comprendere il mondo in modo corretto, assorbendo i corretti modi di pensare.

retorica del leggere
Photo by Christin Hume on Unsplash

Questa retorica è diffusa sia tra i semplici lettori, come se così si assolvessero rispetto al peccatto dell’ignoranza altrui, sia dagli operatori del settore culturale, che in questo modo cercano di salvare il loro stesso mercato.

La realtà che possiamo avere un libro di Burioni, ma anche di un qualsiasi novax. Sono sempre libri e sono sempre letti.

Adolf Hitler scrisse un libro per chiarire in modo preciso e puntuale cosa pensava e cosa voleva fare. Un libro da leggere.

Esistono librerie in tutta Italia dove si vendono libri di esoterismo, fanta archeologia e fanta storia, libri dove pseudo scienziati “indipendenti” svelano i più profondi segreti dei “poteri forti”.

Anche chi crede che il vaccino serva per riscrivere il codice genetico per controllarci, legge un libro che racconta questa panzanata.

Retorica del leggere, forse bisogna cambiare prospettiva.

Se la prospettiva è che leggere libri non ha un valore positivo, per definizione. Allora bisogna cambiare punto di vista.

Probabilmente bisogna porsi le seguenti domande:

  • Cosa leggere?
  • Quanto leggere?
  • Quando leggere?

Si tratta di tre domande ch vogliono operare sul piano della qualità della lettura. Questo non vuol dire leggere solo i classici, perché rischiamo altrimenti di coltivare un pensiero troppo connesso al passato. Neanche però snobbarli per dare spazio solo alla letteratura contemporanea.

Leggere un libro fa bene, amplia i punti di vista, aumenta la nostra conoscenza, solo se abbiamo un piano di lettura ampio e ricco. E selezionando.

Se vogliamo conoscere la letteratura sudamericana non possiamo leggere solo la Allende o Marquez, ma espandere il nostro vocabolario letterario leggendo gli autori della casa editrice Edizioini SUR, oppure Feltrinelli.

Questo non vuol dire escludere un manuale di tarocchi, ma consapevoli che non ha alcunché di scientifico o vero. Se invece leggiamo un libro di storia dei tarocchi, scritto da uno storico vero, allora combatto le superstizioni, inserisco i tarocchi nel contesto culturale corretto ed espando le mie conoscenze.

Ma dire che chi legge è democratico, oppure tollerante, oppure razionale o consapevole del valore della scienza… è retorica. Pura e semplice retorica.

Andrea Grilli

Jiro Taniguchi e la via della linea 

Jiro Taniguchi (1947-2017) è considerato uno degli autori più importanti del Giappone e in alcuni stati europei, come la Francia, è considerato così rilevante il suo contributo culturale da riconoscergli onorificenze di grande valore, come quella di Cavaliere dell’Ordre des Arts e des Lettres, ricevuta dalla Francia nel 2011.

Dopo aver approfondito  lo studio dei fumetti europei, soprattutto francesi, è riuscito ad affermarsi a livello mondiale superando quegli elementi che caratterizzano una scuola, nello specifico quella giapponese, per divenire un autore mondiale.

Jiro TaniguchiOggi siamo ammirati ed emotivamente coinvolti dalle sue opere, soprattutto quelle dove la ricerca di una linea essenziale, di una trama riccamente drappeggiata sulla tavola, di un affrescare emotività umane e naturali ci consentono di superare i banali confini delle scuole di fumetto; dalla francese alla statunitense per arrivare a proprio quella che avrebbe dovuto essere un riferimento per Jiro Taniguchi, ma che dalla quale non si è mai sentito parte integrante per la difficoltà di trovare una posizione tra underground e mainstream.

Quelle sottile linee, chiare, che danzano sulle sue tavole, non sono un improvviso intuito, o un accadimento. Sono il frutto di una maturazione stilistica che dalle origini, per ogni linea, per ogni passo cambia la propria natura.

Jiro Taniguchi pubblica i primi lavori nel finire degli anni settanta lavorando subito con Natsuo Sekikawa e Caribu Marley. I lavori di questi anni sono preparatori alla maturazione stilistica dell’autore, non tanto sul lavoro grafico spesso modificato in relazione al tipo di narrazione e di contenuto del manga stesso, quanto sui temi che l’autore preferisce trattare autonomamente.

Degli anni ottanta possiamo prendere a riferimento Blue Fighter, un manga violento dedicato al mondo della boxe, ma l’elemento che più rilevante è la linea sporca, la tavola travolta dal nero, come se una boccetta di inchiostro fosse caduta sulle tavole. E negli anni successivi il maestro Taniguchi prosegue in questa modalità con Tokyo Killers anche se la linea diventa più ordinata e il grigio, quel luogo incerto di passaggio, comincia a conquistare spazio. Ma anche in Blanca, dove comincia a prendere fiato il Taniguchi naturista, quello che con Seton racconta la scoperta della natura da parte dell’uomo moderno, spesso l’autore ha bisogno di molti tocchi e oscurità per raccontarci la storia.

Però mentre realizza queste opere, ha iniziato uno sviluppo parallelo, qualcosa che farà dire al curatore dell’edizione francese dell’Uomo della tundra: “Cette évocation du Japon à l’orée du XX° siècle, à nouveau réalisée avec Sekikawa, met le dessinateur sur la voie d’un style graphique plus épuré et d’un mode de récit fondé sur le quotidien.”

Si parla di Ai tempi di Bocchan, lavoro in cinque volumi, dieci nella prima edizione italiana, che racconta il quotidiano dello scrittore Natsume Soseki.

Taniguchi lavora nove anni su quest’opera, nel frattempo realizza L’Uomo che cammina (1990-1991), Benkei a New York (1991-1995), Il libro del vento (1992), Allevare un cane (1991-1992) e così via fino Al tempo di papà e Gourmet.

Jiro Taniguchi costruisce un framework creativo e su questo elabora, matura una particolare “vista” del raccontare, che richiede una linea sempre più leggera, una maggiore assenza di ingombri e l’esigenza di dare evidenza del silenzio, della pausa come se fosse uno spartito dove è scritta una musica che necessita del silenzio per esaltare le poche note scritte. Senza per questo rinunciare al dettaglio, chiamiamolo fraseggio, del suonare la musica del disegno.

Le opere successive hanno un disegno sempre più leggero, chiaro, quasi l’autore voglia cogliere più i pensieri o i sentimenti dei personaggi. Opere come Un cielo radioso oppure Uno zoo d’inverno fino a Furari dove sembra quasi proseguire il lavoro iniziato con Ai tempi di Bocchan, ci trasmettono l’esigenza di inserire un tocco di magia che sembra caratterizzare la produzione degli ultimi anni. Anche un’opera come I guardiani del Louvre o Un anno primavera riflettono un punto di vista particolare, la vita è magica, anche nelle sue particolarità come l’arte o lo stato di ritardo nella crescita di una bambina che, grazie alla sua dolcezza, esalta la bellezza del creato.

Questo nuovo percorso narrativo spinge Taniguchi ad abbracciare il colore proprio in queste opere e ne La montagna magica e infine l’opera che in qualche modo si può definire il suo testamento, La foresta millenaria, edito in Italia da Oblomov.

Questa ultima opera racchiude e sintetizza sia l’attenzione a una linea leggera, ma anche a un dettaglio che deve essere specifico con il tema della tavola stessa, come se la sintesi non sia semplificare ma focalizzare.

Un’opera dove il colore e la linea si fondono in un unico atto creativo, come se quel viaggio iniziato  negli anni settanta, fatto di neri e linee pesanti, compresse, fatte di azione e storie di fiction, hanno raggiunto uno stadio evolutivo, un percorso di trascendenza verso uno stato emotivo e spirituale che si traduce sur la voie d’un style graphique plus épuré.

Andrea Grilli

 

Resident Evil – Fine di un mito?

Finalmente l’ultimo capitolo di Resident Evil è arrivato. Era atteso da anni, rinviato per altri impegni anche personali della attrice che ha incarnato la serie, Milla Jovovich, alla fine ha deluso.

Ha deluso perché il penultimo episodio era stato epico nel finale, con un bel cliffhanger finale. Una combinazione bizzarra di eroi alleati contro un nemico comune, una intelligenza artificiale impazzita che vuole distruggere gli esseri umani e usa soldati lobotomizzati per farlo. Anzi usa l’intera infrastruttura della Umbrella per riuscirci.

Resident Evil - la regina rossa

La Regina Rossa fin dal primo film ha dimostrato chiaramente di essere l’elemento crudele, il lato oscuro della Umbrella. Anche la sua rappresentazione era totalmente asettica, artificiale, senza alcuna possibilità di creare un pur minima empatia.

Ecco il finale epico che suggeriva una battaglia finale tra quello che rimane dell’esercito statunitense, i nostri eroi, un alleato imprevisto e tutti gli zombi/mostri come avversari. Quindi poi spostare lo scontro contro la Regina Rossa.

Per non parlare dei personaggi, nel finale Albert Wesker, che sapevamo fosse il presidente della Umbrella, è schierato con gli umani insieme ad altri personaggi come Ada Wong, Jill Valentine. Ma non dimentichiamo che nel quarto film avevamo anche i fratelli Redfiled.

Resident Evil - fratelli Redfield e Wesker

Ci aspettavamo un grande formazione, tutti gli eroi schierati con la IA Regina Rossa e quanto rimasto della Umbrella.

Eppure niente di tutto questo. Anzi Resident Evil The final chapter è come se fosse un’altra storia.

Wesker è un semplice dipendente e senza particolari poteri, la battaglia di Washington è stato un massacro ed una trappola. Riappare il dottor Isaacs, travolto da una missione spiritico-apocalittica per far rinascere l’umanità secondo nuovi presupposti.

Tutto ribaltato. La Regine Rossa è una entità positiva collegata ad altri personaggi della storia, Isaacs da scienziato delegittimato nel terzo film diventa proprietario della Umbrella e altri interventi nella trama che sembrano contraddire e cancellare ben cinque film.

Sorprende la totale dissociazione con la trame dei precedenti film, che in un modo o nell’altro erano riusciti a rimanere coerenti e costruire una serie di personaggi interessanti e dare corpo a quelli dei video game.

Insomma in Resident Evil the final chapter si cambia la trama, si riscrivono eventi narrati nei primi film e alla fine quello che rimane e una serie di contraddizioni difficile da spiegare.

Un vero peccato. Una bella saga, non banale, sui soliti zombie. Ma alla fine troppo tempo tra un penultimo episodio e l’ultimo hanno fatto perdere la barra della navigazione.

Fine di una serie.

Andrea Grilli

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Da Star Trek a Battlestar Galactica: la ricerca di D-0

In Star Trek V Kirk incontra Dio o quasi. Nel dialogo surreale tra il nostro beniamino e l’essere supremo si rivela tutto il pragmatismo positivista e scientifico della serie Star Trek, ma anche di un periodo della fantascienza “visiva”, cinematografica, che ha sempre avuto qualche problema nel rapportarsi alla divinità.

Spesso e volentieri l’incontro con gli esseri superiori si trasforma in un contatto con simil divinità greche o egizie. È molto difficile trattare in termini fantastici l’esistenza stessa del dio cristiano o quello ebraico o quello islamico.

A D-0 si unisce un altro tema, quello della Creazione e dell’esistenza di altre creature, esseri viventi nello Spazio. In pratica siamo soli?

Star Trek alieniSerie televisive come Star Trek o Babylon V hanno marcato molto il fatto che l’Universo è popolato di altre creature, di altre civiltà, le quali però non sono umanoidi nel senso stretto, ma relativamente. Cioè spesso e volentieri sono comunque bipedi di forma simile a quella umana, ma poi caratterizzati da un circo di colori e estensioni corporee per cercare di creare una certa differenza con gli umani.

La prima serie televisiva di Star Trek, forse costretta per problemi di budget a usare pochi trucchi cinematografici e quindi attori non truccati, cercò di dare una spiegazione all’esistenza di tanta umanità in giro, attribuendo a un’altra razza la distribuzione o diffusione su altri pianeti degli umanoidi. Più violenta e penosa è la versione di Stargate dove i crudeli Goa’uld schiavizzarono l’umanità a fini produttivi e militari.

Stargate però solleva una questione interessante, cioè che in fondo di razze non Stargateumanoide possono anche essercene poche, ma chi gioca il ruolo fondamentale, chi è il centro del creato è proprio la razza umana. Anzi sfruttando il mistero della civiltà egizia gli autori riuscirono a creare una ambientazione efficace, creativa e molto rielaborabile, Nella serie televisiva poi l’introduzione degli Antichi che sono ascesi a un altro piano dimensionale, a un altro stato dell’esistenza, favorisce una certa menzione dell’essere divino, ma in piena ottica orientale o buddista, tutti siamo o possiamo diventare divinità se percorriamo le varie fasi della ascesi verso una dimensione immateriale.

Ma questo creatore o creatori come sono? buoni? cattivi? creduli? In realtà le serie per ora menzionate cercano sempre di evitare l’argomento. Se sei una civiltà avanzata, sei “buono” perché civiltà superiore vuol dire abbandonare certi metodi violenti.

Il film Prometheus invece apre il tema, ma forse casualmente e quindi non riesce poi a svilupparlo in modo efficace, a tal punto che il seguito cambia nome e rimane un mistero sulla trama. Ma gli ingegneri, cioè i creatori della razza umana, sono dei guerra fondai, costruttori di armi di distruzione di massa… gli alien. L’incontro tra questi dei e la razza umana è dei peggiori.

PrometheusLa questione sollevata da Prometheus sarebbe molto intelligente, ma forse è il tema più grande di quanto gli autori possano o siano capaci di trattare. La visione positivista che la superiorità scientifica porti all’abbandono della violenza, dell’odio, dell’aggressività viene meno di fronte agli ingegneri, costruttori di armi genetiche distruttive. Ma soprattutto pronti a scaricarle sulla Terra. Dopo aver costruito distruggono.

Difficile capire se avessero anche una intenzione moralistica ne descrivere i creatori come mostruosi assassini. Certamente nel pieno rispetto della mitologia classica la madre/creatrice uccide i propri figli se necessario.

È necessario?

Domanda a cui speriamo dia risposta Alien Covenant.

Ma a questo punto arriviamo a Battlestar Galactica, un remake di una serie classica che aveva anch’essa, come per Stargate, cavalcato i miti classici, le antiche civiltà e prospettato un collegamento molto stretto tra razza umana sulla Terra e altre umanità dello Spazio.

La nuova Battlestar Galactica è un rilettura e riscrittura che non consente Battlestar galacticamezze misure. Il pubblico è costretto a odiare o amare questa serie. Da momenti di scoraggiante ingenuità dei personaggi a un intricatissima trama religiosa, dove idee religiose classiche, nel senso di divinità alla “greca” per intenderci, si mescolano a misteri dell’origini dell’Umanità e una nuova spiritualità che nasce grazie all’incontro di due civiltà che si erano dimenticate.

Da una parte la razza umana, ma come antagonista anche evolutiva e mistica, la razza robotica dei Cyloni.

L’intera serie è caratterizzata dall’esistena prospettata proprio dai robot-cyloni di un unico D-0, un essere senziente che ha dei piani per gli umani e i cyloni. L’elemento ebraico è molto forte, le colonie sono 12 come le dodici tribù d’Israele e i cyloni risultano i sacerdoti che diffondo la novella. Dodici sono anche i modelli cyloni che interagiscono con la razza umana.

Spesso la serie sconfina nel misticismo vero e proprio, con personaggi che rinascono per adempiere a un compito divino oppure coincidenze di scoperte che servono a costruire un percorso o viaggio iniziatico verso la comprensione del messaggio divino.

Seppur la serie è spesso pesante e noiosa, con episodi ordinari, il tema della divinità è la trama portante. Gli autori non hanno timore di parlare di D-0, della divinità unica, assoluta e onnipresente, capace di decidere del destino di ogni uomo o essere vivente.

Ed è questo il merito. Battlestar Galactica non teme, come nei romanzi e nei film Dune, l’uso di un linguaggio religioso che richiama direttamente religiosità contemporanee, anzi spesso gelose della propria Verità.

Il D-0 di Battlestar Galactica è il D-0 di Israele, della Chiesa Cattolica, il dio unico anche islamico. È l’entità assoluta, il Dio di Abramo.

Ma Abramo non esiste, ancora. Forse è un cylone o lo sarà. Ma tutto deve ancora avvenire, il disegno divino è misterioso, anche dopo 150.000 anni. Forse questa data o questo numero è esagerato. Forse gli autori all’ultimo momento si sono spaventati dall’idea di costruire un collegamento così stretto tra una creazione fantastica e la Creazione associata alle divinità monotoiste.

Battlestar Galactica è una serie che va vista con attenzione da chi vuole assaporare la ricerca dell’esistenza di D-0 da un punto di vista inedito e fantascientifico, combinando origini dell’Umanità e scontro tra civiltà e razze diverse. Il tutto in un lungo viaggio nello spazio e nell’animo e anima di un popolo in rischio di estinzione.

Andrea Grilli

Tra sentimenti e natura, la poetica di Moira Di Fabrizio

Vorrei volare come una nuvola al di là dei confini del cielo…

La feluca con le aliLa poesia non gode di un grande favore nel nostro sistema produttivo culturale. È ormai genere ristretto a pochi appassionati cultori che la leggono e la scrivono. I motivi sono tanti, complessi e si collegano anche a un cortocircuito educativo, formativo che non è riuscito a mantenere il passo dei tempi che ormai abbandonavano la complessità della lingua letteraria per un facile smistamento delle parole mal scritte.

La poesia è un sistema di regole, sintassi, ritmi musicali e zoppicanti respiri che non si può sposare con la banalità della comunicazione moderna, fatta di velocità, superficialità e semplificazioni.

Ecco perché è sempre motivo di grande piacere leggere antologie di poesie nuove, inedite e attenzione, una poesia è sempre nuova e inedita. Nuova perché indica sempre una strada non percorsa nel complesso labirinto dei sentimenti umani; inedita rispetto a chi legge, aiutandolo a confrontarsi con l’emotività che sempre un po’ neghiamo o con grande fatica accettiamo.

Moira Di FabrizioCosì Moira Di Fabrizio ha raccolto in unico volume una ricca produzione poetica che riflette una ricchezza e profondità emotiva ormai sempre più rara.

La sua poesia è in bilico tra la materia e un orizzonte di sogni e speranze che l’autrice brama con potente forza emotiva.

Resto sempre incantata dalla tua soave voce sembra quasi trasportarmi e guidarmi fino ad arrivare a te… È come il vento che cullandomi mi porta alla fonte della felicità e della serenità… è come il suono del mare… che noi due ascoltiamo tenendoci per mano sulla spiaggia… mentre una splendida e luminosa stella cadente s’infrange all’orizzonte.

Il linguaggio è un moto costante che traghetta le passioni da uno stato onirico o emotivo a uno reale.

L’inquietudine emotiva scuote l’autrice spingendola verso orizzonti spesso inediti ma mai irreali. I sentimenti sono veri, pesanti, portatori di un universo emotivo maturo e complesso, dove non manca mai il desiderio ultimo della positività dell’amore.

Dolcemente ti guardo dormire… Raggiante ai miei occhi, sogni indisturbato… Accarezzo i tuoi capelli e li sento tra le mie dita… Percepisco la forza e la felicità che mi trasmetti ad ogni contatto con la tua pelle!

L’amore di cui parla l’autrice è fisicamente definito dai confini fisici dell’esistere dell’oggetto dell’amore. Si può toccare, sentire, vedere nei momenti più intimi e indifesi. Ma l’amore è anche un ponte tra spazio reale e onirico, come si diceva:

Nella culla dei tuoi sogni mi lascio trasportare… come unica spettatrice di quest’ anima raggiante al cospetto della vita. Liberi vagano i tuoi pensieri, i tuoi gesti, mi sfiorano… e iniziano a danzare attorno a me, rendendomi protagonista, in quell’ istante, in quel minuto, in quell’ ora… della tua pura essenza di dormiente. Non ti accorgi di nulla… e mentre respiri piano io sono già parte di te!

La natura ha un ruolo fondamentale nelle poesie di Moira Di Fabrizio, essa sembrare colmare o essere complementare alle identità umane. C’è un disegno di positività nei versi, un istante che guarda positivo a fronte dei bombardamenti negativi del reale. è come se l’autrice riuscisse a dribblare gli influssi negativi e cogliesse solo che ciò che è più bello, puro e positivo possa esistere.

Ho sognato il mare, le onde infrangersi contro gli scogli, il calore della sabbia sotto i piedi. Ho sognato la neve, sui monti d’Abruzzo, scendere in festa da rami imbiancati e straboccanti.

C’è una sensazione di incompletezza, di riduzione per differenza di sentimenti, di emozioni mancate e mancanti. Forse c’è una ricerca di semplicità, di sentire nel profondo del cuore i sentimenti più genuini.

Notte furiosa, notte di tempesta, la pioggia è assordante mentre batte sulla mia anima… in questa notte solitaria.

e ancora:

Che il sole illumini la via come la luna custodirà i nostri sogni più reconditi nell’immensità del cielo!

Moira Di Fabio scrive poesie in una società che non è più in grado di comprendere il passo poetico della parola. È un atto coraggioso, generoso perché va a condividere con l’umana cecità quella parte dell’anima che non è mai sazia a sufficienza di sentimenti propri e altrui, non per divorarli, ma per condividerli.

È forse questo il passo che dobbiamo preservare nella frettolosa esigenza di raggiugnere non si sa che cosa, ma di cui i media ci assillano. Obiettivi confusi ma soprattutto che non hanno più l’essenza del poetico respiro della vita.

Andrea Grilli

Ragione e sentimento, House e Bones

Diciamolo subito, non parliamo del romanzo di Jane Austin. Il gioco di parole è per introdurre un argomento che è sempre più parte delle narrativa televisive statunitensi. Il titolo originale è Sense and Sensibility, ricordando che comunque sono i sensi, i cinque sensi ad aiutare la comprensione.

La Cambridge University così definisce “sense”: an ability to understand, recognize, value, or react to something, especially any of the five physical abilities to see, hear, smell, taste, and feel.

È interessante confrontare alcune serie televisive come Dr. House e Bones per esempio per accorgersi che la narrazione del rapporto tra ragione e sentimento non è risolto nello stesso modo, ma soprattutto merita attenzione comprendere come gli autori abbiano raccontato gli effetti dell’incontro/scontro tra la parte emotiva e quella razionale dei personaggi.

Dr. HouseHouse e Bones sono due scienziati. Non ci sono dubbi che la scienza è il fondamento stesso della loro vita. Entrambi i personaggi partono dallo stesso punto: massima razionalità, massimo controllo del sapere o meglio del Sapere e un rifiuto quasi ossessivo per le emozioni. Anche il sesso è gestito praticamente allo stesso modo, prostitute per il primo e toy-men per la seconda. Ma il discorso non cambia.

Non abbiamo caratteri propriamente uguali, House è carico di ironia, cattiveria e sarcasmo contro un mondo con cui è in guerra; mentre Bones, pur vivendo in un grande rifiuto verso una umanità che cerca di razionalizzare e inquadrare in regole antropologiche, esprime un distacco da alieno che osserva.

House da medico non può che accettare la psicanalisi, almeno per identificare segnali che lo aiutino ad aggiustare o corpi difettosi, mentre Bones riflette quel mondo scientifico più collegato ai numeri e ai dati, meno intuizione e più ricerca sul campo.

Ma entrambi non sono in grado di affrontare i sentimenti, la razionalità e la scienza Bonesservono come uno scudo, una difesa al dolore che spesso i sentimenti possono dare. Entrambi compiono una valutazione dove gli aspetti positivi vengono persi paragonati al dolore delle frustrazioni e fallimenti dei sentimenti.

Sembra che gli uomini possano far soffrire se non incastonati in un pensiero scientifico.

Eppure i personaggi percorreranno strade diverse e approderanno a soluzioni diverse.

House ha una percorso di costante auto distruzione, non che manchi di cercare affetto ed amore, fino ad iniziare una storia sentimentale con Cuddy e quasi innamorarsi della finta moglie. Ma in realtà dietro tutto questo c’è un profondo egoismo e una profonda paura della Vita. Anche se cerca di aprirsi, in realtà la Medicina è una scienza che gli consente di trovare un porto sicuro, piccolo forse, ma sicuro.

Diversamente Bones è comunque una ricercatrice, non può fare a meno di porsi domande anche se vorrebbe isolarsi e proteggersi. L’incontro con l’agente di polizia Booth segna il cambio di confronto con il mondo. Booth è credente, è padre, uomo duro o dolce in base ai momenti e alle situazioni. Accetta le debolezze e soprattutto i doni, sa commuoversi e soprattutto donare e amare. Potrebbe essere lo specchio di Bones, ma in realtà ne è il complemento, quella mezza mela che cerca la parte mancante.

House invece non riesce a trarre beneficio dagli amici, non esiste un complemento alla follia di House, al suo raziocinio asettico.

Ed ecco forse la chiave per comprendere come Bones diventi una donna più ricca, più completa fino a scegliere la maternità, mentre House affonda fino alla distruzione totale della vita, della carriera. Gli amici sono il ponte o la nave che traghetta Bones verso una maggiore apertura alla Vita, mentre quelli di House falliscono perché temono fino all’ultimo di combattere gli errori dell’amico.

Anche se Cuddy, Wilson ci piacciono e ci affascinano, in realtà non sono buoni amici. House affonda senza controllo, mentre Bones matura. Due linee narrative diverse, stupende nella loro narrazione. Ma con un solo lieto fine… c’è un aspetto importante di cui dobbiamo rendere conto: Bones in tutto questo diventa noioso. È il dolore e il dramma di House che ci tengono attaccati allo schermo del televisore.

Andrea Grilli

La shoà e gli X-Men

Quando parliamo di fumetto e Shoà siamo abituati a pensare a Maus di Art Spiegelman oppure più recentemente a Yossel di Joe Kubert o Sono figlia dell’olocausto di Bernice Eisenstein. Eppure dagli sessanta esce mensilmente nelle edicole statunitensi una serie a fumetti che è fortemente caratterizzata dal tema della Shoà. The Uncanny X-Men (settembre 1963) di Stan Lee e Jack Kirby. Entrambi gli autori erano famosi al pubblico per aver creato personaggi come L’uomo ragno, Capitan America e tanti altri, ma tutti questi supereroi erano uomini che avevano acquisito i loro poteri a causa di incidenti, esperimenti scientifici. Anche il Batman della DC Comics non era altro che un eccentrico miliardario che combatteva il crimine.

Xavier e MagnetoMa gli X-Men cambiarono radicalmente la percezione dei supereroi nel mondo dei fumetti. I loro poteri sono genetici, cioè questi uomini nascono con i superpoteri, quasi un popolo eletto. Possono leggere nel pensiero, trasformarsi in acciaio, volare con proprie ali, autocurarsi, lanciare raggi gamma dagli occhi. Proprio nel primo episodio della seria, settembre 1963, esordisce anche quello che sarà poi il nemico numero uno, la nemesi, lo specchio dell’ideale che unirà gli X-Men. Questi mutanti sono uniti dall’ideale di un telepate, Charles Xavier, di una convivenza civile tra uomini comuni e mutanti. Dall’altra parte Magneto un uomo con profonde ferite.

Stan Lee, ovvero Stan Lee Lieber nato da una famiglia di ebrei rumeni, così spiega il suo personaggio: “Non ho immaginato Magneto come un cattivo ragazzo. Voleva solo rispondere a quella gente che era così bigotta e razzista… Cercava di difendere i mutanti e poiché la società non li trattava bene, voleva dargli una lezione. Era naturalmente uno pericoloso… ma non ho mai pensato che fosse un villain.

Lo schema che sarà alla base della serie degli X-Men è impostato. Gli umani temono la diversità dei mutanti, li odiano, come precedentemente avevano odiato gli ebrei o gli zingari. Ma gli X-Men non decollano e la testata rimane a languire finché Chris Claremont non viene assunto alla Marvel Comics. Chris aveva trascorso alcuni mesi in un kibbutz dove aveva incontrato sopravvissuti dei lager nazisti, dove di notte i soldati del Tzahal montavano la guardia e gli caccia con la stella di Davide volavano verso la Giordania per difendere Israele.

Chris Claremont impone un ritmo diverso alla saga degli X-Men trasformandola in una delle serie fumettistiche più lette al mondo e ritenuta, a torto o a ragione, un capolavoro assoluto di discussione e narrazione sul tema della diversità e del diritto di difendersi. Con la sua penna di sceneggiatore Magneto scopre le sue carte. Fino al numero 12 della serie Classic X-Men, pubblicata in Italia dalla Star Comics nel mensile Gli Incredibili X-Men. Magneto è un sopravvissuto di Auschwitz, il suo nome forse è Max Eisenhardt, ed è anche un padre che ha perso la figlia uccisa dall’odio del potere sovietico.

Così nasce un personaggio che non può fidarsi degli uomini, che, come racconta Stan Lee, vuole difendere il suo popolo, ora i mutanti oggetto dell’odio razziale. Nei decenni che seguiranno questo personaggio guiderà anche gli X-Men cercando nuove vie per realizzare i propri obiettivi. Magneto rimane comunque un personaggio tra i più amati dai lettori di fumetti, diciassettesimo nella classifica dei cattivi più amati. Ma al di fuori degli schemi del villain, cioè del cattivo che il supereroe di turno deve sconfiggere, Max Eisenhardt è caratterizzato da una forte senso degli ideali e da un obiettivo che nessuno potrebbe contestare: difendere un popolo.

Magneto e XavierAnche Chris Claremont ha speso un commento su questo personaggio così controverso: “Una volta che trovai il punto di partenza per Magneto (come vittima dell’Olocausto), tutto il resto andò al suo posto, perché mi permetteva di trasformarlo in una figura tragica che vuole salvare il suo Popolo… quindi ho avuto l’opportunità… di tentare di redimerlo… di vedere… se si poteva evolvere nello stesso modo in cui Menachem Begin si trasformò da il ragazzo che i britannici consideravano “shoot on sight” nel 1945… in uno statista che vinse il Premio Nobel per la Pace nel 1976.

Sono questi commenti che mostrano quanto la Shoà sia un tema molto presente nella saga degli X-Men, forse sottovaluto e troppo spesso inserito in un contesto generico di trattazione del tema della “diversità”. Mentre appare evidente che gli autori da Stan Lee a Chris Claremont hanno posto la Shoà come un faro che illumina moralmente le scelte e la vita dei loro personaggi, perché direttamente coinvolti. E non solo per aver reso l’avversario principale dei mutanti un sopravvissuto di Auschwitz, ma anche per altri personaggi come Kitty Pride, giovane mutante che nell’episodio 199 de The Uncanny X-Men (gennaio 1985) partecipa a un incontro del National Holocaust Museum di New York per cercare la sorella del nonno.

Sono qui per mio nonno, Samuel Prydeman. Avrebbe voluto essere qui più di ogni altra cosa, ma è morto l’anno scorso. Aveva una sorella, la mia prozia Chava. Viveva a Varsavia prima della guerra.

Andrea Grilli

Le origini di Capitan America

Captain AmericaÈ il 1941, marzo, siamo sempre a New York, dove vari fumettisti, scrittori e tipografi stanno scrivendo la storia del fumetto. E’ appena uscito un nuovo comic book con un nuovo supereroe. Si tratta di Capitan America. Dedicare qualche riga a Cap, come spesso viene amichevolmente chiamato è doveroso, visto che dalla sua creazione ha ispirato oltre tre generazioni di supereroi.

Fu creato oltre che da Jack Kirby anche da Joe Simon. Joe era cresciuto a Rochester, New York, in una famiglia di ebrei dove il padre praticava il mestiere del sarto. Il co-autore di Cap inizia a lavorare con diversi autori e syndacate come freelance. È in quella occasione che incontra Kirby, nel 1998 ha così descritto quell’evento:

I had a suit and Jack thought that was really nice. He’d never seen a comic book artist with a suit before. The reason I had a suit was that my father was a tailor. Jack’s father was a tailor too, but he made pants! Anyway, I was doing freelance work and I had a little office in New York about ten blocks from DC [Comics]’ and Fox [Feature Syndicate]’s offices, and I was working on Blue Bolt for Funnies, Inc. So, of course, I loved Jack’s work and the first time I saw it I couldn’t believe what I was seeing. He asked if we could do some freelance work together. I was delighted and I took him over to my little office. We worked from the second issue of Blue Bolt…

Successivamente la Timely Comics, prima di diventare la Marvel Comics, commissiona ai due autori la creazione di un nuovo supereroe dopo il successo della Torcia Umana. Nasce così Capitan America che vende subito un milione copie. Si tratta di un personaggio figlio del periodo della guerra.

Sempre Simon dice ”The opponents to the war were all quite well organized. We wanted to have our say too.” Proprio così. Il personaggio combatte nazisti e giapponesi, presentando il punto di vista di chi ritiene che si debba combattere il pericolo nazista. Il personaggio generò una ricca discussione tra i lettori di comics spesso con lettere molto negative e la nascita di fan club.

Il duo Simon-Kirby produsse solo i primi dieci numeri, poi passò alla DC Comics. Il loro Jack Kirbypersonaggio resisterà fino al 1950 per poi andare in vacanza e tornare nelle edicole americane nel marzo del 1964 nel numero 4 del comic book The Avengers. Il personaggio ha sempre rappresentato i valori di libertà tipici della società statunitensi. E li difenderà fino a morire in una delle miniserie più forti anche politicamente della Marvel, Civil War, dove i supereroi si dividono tra coloro che rivelano la loro identità e chi si rifiuta per non essere controllato dallo Stato. Una miniserie che riflette il drammatico dibattito politico e sociale sulla Libertà durante l’amministrazione di Bush junior.

Cap è contro la schedatura, contro il carcere per coloro che si oppongono. Difende quella libertà assoluta, piena, autentica che aveva difeso contro il nazismo. E morirà per questo.

Per poi tornare, come tutti gli eroi non può veramente morire. Il suo destino è perseguire l’obiettivo che gli autori gli hanno affidato. Spesso è stato associato a temi nazionalistici e troppo-americanofili, perdendo spesso nel confronto con altri “super” meno marcatamente statunitensi. Ma alla fine non può che emergere il significato più profondo, la sua identità di difensore della Libertà. Come i supereroi creati da Stan Lee, Bob Kane e tanti altri autori ebrei statunitensi, il Capitan America di Jack Kirby e Joe Simon si erge al golem che non è più tra noi e difende i più deboli da chi come il nazismo conosce solo la violenza morale e fisica.

Andrea Grilli