Ma il crimine paga?

La domanda non è capiziosa. Negli ultimi anni la televisione americana ha prodotto diverse serie televisive dove i personaggi principali sono criminali, dove il punto di vista non è più quello di Kojak o degli intrepidi poliziotti della mitica Sulle strade di San Francisco, ne tanto meno il Grissom di CSI.

Sons of AnarchyI nostri eroi sono capi banda, spacciatori, assassini, serial killer, avvocati dalla parte sbagliata e così via. A loro si uniscono mogli, fidanzate, amici, figli, parenti vari e un turbinio di eventi che troveremo in una pacifica serie come la Famiglia Bradford. E invece il figlio che non vuole studiare fa di cognome Soprano; è Jax Teller a portare i figli all’asilo nido prima o dopo aver scortato un carico di armi; è Dexter a parlare col figlio se non si comporta bene e sarà un padre premuroso e gentile… e il nostro signor White abbraccia affettuoso la moglie durante una festa con amici, tutte brave persone.

Ma il crimine paga?

Una volta, nelle serie poliziesche, nelle storie pulp, nelle storie di Dick Tracy la frase era senza alcun dubbio, senza quel punto interrogativo: il crimine non paga.

Ma ormai i confini tra bene e male sono sempre più sottili, in realtà lo sono sempre stati, ma il mondo della creatività ha elaborato solo ora il tema in modo così maturo e profondo da trasformarlo in un veicolo importante della produzione e comunicazione di massa.

DexterIl lancio della quarta stagione di Dexter è stata caratterizzata da una imponente cartellonistica per le strade americane, dove il nostro personaggio è mostrato come un papà… macchiato di sangue.

Un po’ gli insegnamenti del maestro Hitchcock hanno messo radici.

E il moralismo americano dove è finito? Quel sano moralismo che impregnava tutti i film e i telefilm, ma anche i giornali, fumetti e altro… Il bene e il male non sembrano più distinti, ed è quindi difficile fare moralismi, indicare strade precise. Anche i poliziotti, tutori della legge (ormai possiamo scriverlo solo in minuscolo), non sono meno di certi criminali.

E allora?

Allora diamo una occhiata a questi criminali.

La famiglia

Uno degli elementi ricorrenti in queste serie è l’attenzione quasi paranoica verso la famiglia. La famiglia è intesa in modo diverso, spesso allargato, ma stiamo parlando di legami che sono fondamentali e quasi inscindibili.

Ed ecco che la famiglia Teller e i Soprano non sono molto distanti, entrambi proteggono il presente e il futuro dei figli, per i quali si pone sempre molta attenzione agli studi, molto costosi negli USA, per l’università.

Breaking BadA tal punto che in Breaking Bad fino all’ultimo episodio il signor White è ancora convinto di aver creato una banda di narcotrafficanti per lasciare un patrimonio ai figli, cosa che farà. Ma dovrà ammettere che voleva principalmente costruire un impero.

Tutti sono fortemente impegnati a difendere, proteggere e pensare il futuro per la famiglia. Per i biker vuol dire i componenti del gruppo, per i Soprano sono anche gli affiliati, per Dexter è la sorella, per White sono la moglie, i due figli e il socio. Per esser condannati, bisogna violare le leggi storicamente condivise del clan o del patto che li ha uniti all’inizio della storia.

Ma la famiglia è il punto di debolezza. Sono facilmente attaccabili in quel punto.

Ah il moralismo però riemerge da qualche parte… i neo-nazisti americani sono sempre senza famiglia, anche se si chiamano zio e nipote in realtà sono solo gente senza anima, sono più cattivi dei criminali (che non è detto siano cattivi). Da qualche parte c’è ancora il coraggio dei soldati che sbarcarono in Normandia.

Michael Moorcock e i Campioni Eterni

[Articolo di approfondimento in appendice alla serie a fumetti Elric di Melniboné pubblicata dalla Phoenix Enterprise Publishing Company]

Si è già scritto dell’importanza dei romanzi di Elric nella letteratura fantasy, del cambiamento di prospettiva nell’eterna lotta tra il Bene (la Legge) e il Male (il Caos), ora bisogna parlare di una serie di caratteristiche che uniscono le opere dello scrittore inglese, unite fin quasi a realizzare una serie di crossover sul modello di quelli delle major fumettistiche statunitense.

Di questi “crossover” si può ricordare quello contenuto nel libro I mari del fato, dove alcuni dei migliori Campioni Eterni vengono riuniti per sconfiggere un nemico particolarmente ostico, oppure il racconto che Jhary-a-Conel fa al principe Corum, nel romanzo Il Toro e la Lancia, in cui narra di altri Campioni Eterni che ha conosciuto nel suo peregrinare, personaggi come Kane, Hawkmoon e Cornelius.

Elric di MelnibonéTutti questi personaggi sono Campioni Eterni, eroi che vengono scelti dal destino per combattere nell’eterna lotta tra Legge e Caos. La loro adesione a una delle due forze non è sempre chiara: in alcuni casi devono sconfiggere le forze del Caos, in altri il loro atteggiamento è più sfumato e le loro azioni rientrano in uno schema che si svela nella sua completezza solo alla fine del ciclo, sia al lettore quanto allo stesso Campione Eterno.

Il caso di Dorian Hawkmoon è d’esempio. Il personaggio per tutta la quadrilogia che compone la sua saga, non riesce a comprendere il disegno della Runa Magica, anzi ogni qualvolta mostra impazienza viene invitato a seguire ciecamente quanto si deve compiere. Il finale ricomporrà i molti tasselli del puzzle creato dall’autore.

Tutti i Campioni Eterni vivono in universi tra di loro differenti sia nel progresso tecnologico, che nella organizzazione sociale. Così, mentre nel mondo di Corum gli umani si stanno affermando come razza dominante, in quello di Elric di Melniboné combattono per liberarsi dal giogo dei Melniboniani, mentre nel mondo della Runa Magica gli scontri sono tra umani.

Sono differenti anche nella potenza che ciascuna della Forze può esercitare: nel mondo del principe dalla Veste Scarlatta le forze del Caos sono deboli e possono essere distrutte (leggi cacciate), in quello del principe albino sono dominanti e all’apparenza vincenti.

Questa continua variazione sul tema del rapporto esistente tra la Legge e il Caos porta il lettore a ignorare cosa potrà mai leggere in una nuova saga, quale trame Moorcock abbia costruito.

Nella composizione dei “multiuniversi” lo scrittore inglese pesca a piene mani dalla Storia per poi apportare quelle modifiche che differenziano un universo dall’altro, come nel mondo di Hawkmoon dove una serie di guerre atomiche e batteriologiche hanno cambiato il quadro evolutivo della razza umana, isolando alcuni continenti e creando attorno a essi un alone di mistero sui loro popoli e il progresso tecnologico e scientifico.

Nel romanzo Il Mastino della Guerra in una ambientazione tardo rinascimentale un capitano di ventura, Graf von Bek, scopre l’esistenza di un altro mondo, il Mittelmarch, dove vivono strane e misteriose creature. Moorcock descrive meravigliosamente l’atmosfera di morte e distruzione che pervase l’Europa.

Questo pescare dalle conoscenze storiche e geografiche comuni a un lettore medio-colto, permette a Moorcock di creare mondi sempre nuovi, e rielaborare gli elementi classici del fantasy (come l’oggetto magico, la predestinazione o il cattivo di turno) per produrre trame originali e stimolanti, discostandosi dalle classiche storie simil-Tolkien che imperversano ormai nella letteratura.

Un altro elemento particolarmente interessante delle sue opere è la mancanza di una Corumvarietà di razze, che potremmo definire classiche, come elfi, nani, troll. Predominante è quella umana, differenziata per stati, popoli e culture, a cui si affiancano antiche razze che stanno perdendo il loro potere o che lo hanno perso e che non accettano la loro fine arroccandosi in una presunzione decadente: l’esempio potrebbe essere quello degli stessi Melniboniani o le vecchie razze dei libri di Corum, come i Vadhagh o i Nhadragh. Di solito queste razze sono portatrici di conoscenze magiche e religiose o ipertecnologiche che andranno perse.

I due maggiori cicli di Moorcock, quello di Corum e di Elric di Melniboné, e non solo questi, prospettano lo sviluppo di una razza umana ignorante e stupida, che arranca in un mondo che non comprende, o meglio che non può comprendere perché non dispone dei mezzi e delle conoscenze per farlo, o forse delle capacità.

Saghe brevi.

Va anche detto che le saghe non hanno mai una durata eccessivamente lunga, come invece fanno Marion Zimmer Bradley, Terry Brooks o gli autori delle serie ispirate dai giochi di ruolo della TSR; anzi Moorcock non solo costruisce trilogie o quadrilogie autosufficienti, ma le stesse sono composte da romanzi mai così lunghi da stancare la lettura o da scoraggiarla. Diversamente per le edizioni italiane, pur sembrando voluminose, raccolgono più romanzi, offrendo quasi sempre un ciclo completo.

La enorme produttività dello scrittore inglese non permette di trovare un alto livello letterario nei suoi scritti, soprattutto nella produzione fantascientifica, sicuramente la meno significativa. Gran parte delle sue opere sono senza dubbio l’esempio di uno scrittore che ha trovato il modulo più adatto per raccontare le proprie storie, un modulo che se potrebbe sembrare a volte ripetitivo è stato in grado di apportare quei stravolgimenti di cui si parlava.

Se Moorcock è un maestro della fantasy moderna, non si può dire che lo sia della fantascienza, infatti pur essendo un abile scrittore, non è riuscito, come altri suoi colleghi che frequentano entrambi gli stessi generi, a lasciare romanzi particolarmente significativi, lo dimostra anche l’assenza di riedizioni di opere già apparse nei decenni precedenti nel nostro mercato, a parte Michael Kane il guerriero di Marte (recentemente pubblicato dalla Editrice Nord), che ripropone il mito del pianeta rosso e riscrive in chiave moderna le avventure di John Carter di E.R.Burroughs. In questo ciclo (sono tre i romanzi) lo scrittore britannico descrive un personaggio, Michael Kane, che non è solo uno scienziato che progetta la macchina (non più la caverna) che gli permette di trasportarsi involontariamente su Marte, ma ha anche una mente aperta alla comprensione del nuovo e del misterioso, pronto a sviluppare teorie sulla tecnologia aliena.

Moorcock, come è stato già scritto, cambia prospettiva, infatti non tracciando una netta separazione tra ciò che è accettabile e ciò che è rifiutabile, scava dentro quelle che sono le classiche dicotomie fantastiche (Bene-Male, buono-cattivo) per svelare i loro lati oscuri, ciò che non si vede, ma esiste. Così nell’Europa devastata dalle guerre religiose del seicento, è Lucifero a incaricare von Bek di trovare la Cura per la Sofferenza del Mondo per riguadagnare la posizione persa nelle schiere degli angeli, mentre saranno gli stessi duchi dell’Inferno a combattere il loro Signore per impedirgli che riesca a riappacificarsi con Dio. Alla fine del romanzo Dio incaricherà Lucifero di condurre l’umanità nell’età della Ragione.

Nei suoi libri troviamo la ricerca della Luce nei meandri dell’Oscurità, un raccontare ciò che altri scrittori, soprattutto della scuola tolkeniana, avrebbero raccontato come aberrante e di contorno alla storia dell’eroe. È frequente che affianco del Campione Eterno si schieri un precedente nemico, un ravvedimento dal Cattivo al Buono, anche solo per tornaconto personale.

Nella sua opera teorica sulla epic fantasy (Wizardry and Wild Romance, Victor Gollancz Ltd, 1988) Moorcock con una breve, ma efficace frase ha segnato la separazione tra le sue opere e quelle di Tolkien e dei suoi allievi:

Dopo tutto, chiunque odi gli hobbit non può essere del tutto cattivo.

Andrea Grilli

Diario di uno Psiconauta dalla Serbia

Chi è questo giornalista, fumettista serbo che da anni disegna i suoi sogni? E i suoi incubi?

ZografAleksandar Zograf appare quando ormai la guerra civile nella Jugoslavia è esplosa, un conflitto che il mondo occidentale non sa capire, o meglio non è in grado di capire, e che di conseguenza gestisce con metodi che sono troppo famigliari alla storia slava per intimorire i signori della guerra dei balcani: la violenza.

Diventa ancora più difficile avere informazioni corrette e equilibrate sul conflitto. Emergono dicotomie tipo: serbo criminale, croato e bosniaco vittime. Peccato che qualche tribunale internazionale sta dimostrando che carnefici si è tutti in guerra.

Così questo serbo, che dovrebbe essere cattivo, diventa il riflesso del nostro limitato modo di affrontare la vita, di tirare linee di confine arbitrarie e stupide per loro stessa natura.

Aleksandar Zograf è serbo, ma (il ma è per chi tira le linee di confine) si dispera come essere umano delle morti (qualunque morte), dell’odio, della disperazione e della distruzione che porta la guerra. E siccome la guerra nei Balcani sembra non finire mai, Aleksandar Zograf da anni disegna e scrive i suoi interventi per informare il mondo di quello che succede.

Ormai è un fumettista affermato, conosciuto in Europa che dal “nemico” statunitense.

Saluti dalla Serbia di Aleksandar ZografL’autore serbo disegna i propri sogni, o meglio ha scelto i propri sogni per descrivere quello che gli succede attorno.

I sogni non mentono. Se qualcuno ci racconta un sogno, non sta nascondendo nulla. L’effetto che ottiene Aleksandar Zograf è di mettersi a nudo, nel modo più semplice e disperato usando uno stile tipicamente underground, quasi alla Crumb.

Senza troppe lungaggini, senza troppi trucchi per allungare il brodo, ma in poche e semplici pagine, trasmette il suo pernsiero (sarà un modo di essere telepatici?), le sue riflessioni che ci appaiono sincere e oneste.

Tutte le sue storie sono pagine di un diario, forse di viaggio, ma non di quelli di qualche nobile inglese che scopre la Toscana o il Lazio. No. Questo diario, che sia scritto o disegnato, è il racconto di un uomo che ha patito(-isce) il freddo, che vede il suo paese rappresentato come la Germania Nazista. Ma siamo propri sicuri che siano tutti uguali questi esseri umani, che per eventi storici millenari, ora si chiamano serbi?

Ma Aleksandar Zograf appare onesto e sincero perché non può mentire, ed è crudo e attraverso le matafore dei suoi sogni ci picchia in testa dicendo: “Ehi sveglia!! Sveglia!! Apri gli occhi!!”

E noi siamo sconvolti perché attraverso di lui vediamo cosa è successo e succede al di là del nostro mare. In questo caso i disegni di Aleksandar Zograf sono come la foto dell’ultimo fratello di Napoleone di cui Barthes parla nel suo “La camera chiara” (Einaudi, pag.5):

“Sto vedendo gli occhi che hanno visto l’Imperatore”.

Abbiamo lo stesso effetto, solo che gli occhi di Aleksandar Zograf hanno visto la guerra insensata dei Balcani. Non un uomo che voleva unficare l’Europa troppo anticipatamente rispetto ai tempi.

Rimane sempre da dire cosa leggere in italiano e dove trovare le sue opere.

Diversi editori in Italia hanno pubblicato le sue opere.

Prima di tutto la PuntoZero di Bologna con ben due volumi a fumetti:

  • Psiconauta, collana Bianco&Nero, 4,13 euro
  • Saluti dalla Serbia, collana Bianco&Nero, 7,75 euro
  • Lettere dalla Serbia, collana PuntoSpot, 7,50 euro

Il Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona gli ha dedicato il volume nr. 9 della collana Schizzo Presenta. Il titolo è Diario (4.000 lire).

Black Velvet ha pubblicato Appunti 1 e Appunti 2 e C’è vita nei balcani?

Infine altre storie sono apparse sulla rivista “Mano”, ora edita dalla Coconino Press, e da Kerosene. Sempre Coconino Press ha pubblicato Storie e Segnali.

Andrea Grilli

Manoscritti e agenzie letterarie

Qualche settimana fa una agenzia letteraria ha postato sulla pagina Facebook i propri servizi, tra i quali anche la lettura a pagamento dei manoscritti. Una lettrice, evidentemente contraria alla pratica del pagamento per la valutazione dei manoscritti, ha sollevato pesanti critiche. Conseguenza: post sparito e commenti anche.

La questione non è particolarmente rilevante. Le agenzie letterarie non brillano per capacità di dialogo con i propri “potenziali clienti”. Questo perché il numero di scrittori esordienti è così alto, che le agenzie, ma anche molti editori, hanno scelto di essere cattivi, arroganti, antipatici e in qualche cinici. Tutti valori che non dovrebbero essere presenti nel mondo della letteratura, sempre che non siano elementi distintivi di uno scrittore, tale per cui diventa un “personaggio”.

È certo, almeno per chi scrive, che il sistema editoriale è ormai bloccato. Spesso e volentieri nuovi autori, risultano essere dipendenti di case editrici, mentre il perfetto sconosciuto deve passare tra colpi di fortuna, coincidenze ecc… anche e pur avendo un buon testo o storia da raccontare.

In realtà leggere il manoscritto a pagamento, probabilmente, è diventato il business principale delle medie e piccole agenzie.

Scoprire nuovi autori non è business, perché costa tempo leggere le centinaia di lavori che arrivano. Allora meglio inserire un filtro. I soldi.

Forse hanno ragione le agenzie, le case editrici. Forse hanno ragione gli autori. Quello che colpisce è la perdita di attenzione al vero motivo per cui da secoli ci mettiamo attorno al fuoco, raccontare storie.

Raccontare storie è difficile, ma ancora di più è difficile ideare una storia da raccontare. Troppo spesso le agenzie letterarie danno spazio al tecnicismo. La prova ne è la bassa capacità di storytelling dei nostri scrittori. Bloccati in corto circuiti auto referenziali.

Ma tanto ci sono molti manoscritti da valutare, ogni anno ci sono nuovi autori che sognano di essere pubblicati e così il mercato va.

Ma hanno ragione tutti. In fondo…. al pozzo del nulla dove stiamo cadendo.

Andrea Grilli

Da Bastardi senza gloria a Django Unchained… fine della poesia

« Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie »
(Theodor W. Adorno, 1949)

Anche se anni dopo Adorno criticherà negativamente questa frase, mi sembra che la stessa sia un ponte, una giuntura tra gli ultimi due film di Quentin Tarantino. Bastardi senza gloria e Django Unchained.

Ricordiamoci brevemente le trame. Nel primo film un commando alleato, arricchito da un soldato tedesco disertore, gira per l’Europa uccidendo nazisti. La missione finale li vede impegnati nell’uccidere tutti i gerarchi compreso lo stesso Hitler. La Germania descritta è quella nazista.

Nel secondo film invece, Django Unchained, un tedesco (lo stesso attore Christoph Waltz recita in entrambi i film il cattivo nel primo, il buono nel secondo) salva Django dalla schiavitù e muore per lui e per la libertà della moglie, Brunilde.

Christoph Waltz ha vinto due Oscar per questi due film ed è il minimo comun denominatore, anzi il nesso tra i due film. Perché?

In Bastardi senza gloria Tarantino racconta una totale degenerazione di un popolo e di una cultura, anzi l’assenza stessa della cultura. Questo elemento è sottolineato dal fatto stesso che la morte di Hitler e dei suoi gerarchi avviene proprio dentro un teatro. Un teatro. Il luogo dove Re e tiranni muoiono colpiti dalla spada della creatività dello scrittore e degli attori. Riccardo III, terribile dittatore dell’omonima opera di Shakespeare, trova la morte sul palcoscenico, così come i gli assassini del padre di Amleto e così via in un universo di anarchia che non perdona tiranni e malfattori della libertà umana.

Il popolo tedesco cancella una storia di letteratura, cultura, filosofia appiattendosi sulle folli elucubrazioni di un piccolo dittatore. Dov’è il popolo tedesco, quello stesso che in Django Unchained combatte per la libertà di due schiavi?

Ascoltiamo King Schultz, video in inglese con sottotitoli in italiano.

Nel seguito King Schultz offre il suo aiuto a Django perché si sente responsabile dopo averlo liberato e perché un tedesco non si potrebbe rifiutare avendo incontrato un Sigfrido.

Dov’è il popolo che può sentire nel cuore una storia così romantica, sognare l’esistenza di un eroe e pensare di averlo trovato nella cruda realtà?

Forse in qualche modo è vero che con l’arrivo del nazismo, di Auschwitz, finisce la poesia. Finisce la poesia tedesca, si spegne quella fiamma che nell’Ottocento aveva espresso una forza senza pochi.

sigfridoTarantino realizza uno specchio con Waltz, carnefice e salvatore. Il vero Sigfrido è lui, ma ormai non ha più l’anima e i sentimenti di un popolo che lo ispirino. Muore col finire dell’Ottocento, muore prima che con la Guerra di Secessione inizi un’era di guerre talmente sanguinose e feroci da cancellare l’idealismo romantico della poesia.

Forse la poesia è già morta quando arriverà il nazismo, è morta nei campi di Gettysburg, nelle trincee della Somme o di Caporetto. Ma è morto anche travisando il significato mitico della leggenda dei Nibelunghi, tanto amata dai nazisti.

Sigfrido non salverà più Brunilde, perché il suo spazio leggendario, culturale e mitologico è occupato dal vuoto totale, dalla insensatezza della ideologia nazi-fascista.

Brunilde è ancora in quel castello, prigioniera di un drago.
Sigfrido vaga cieco per il mito.

Andrea Grilli

Je suis Charlie

Era da tempo che la Nona Arte era sotto attacco. Così come la Nona Arte non accettava chi voleva schiacciare la Libertà, così come la Nona Arte combatteva a modo suo per la Libertà. Combatteva con delle armi veramente strane, armi che non sparano, non tagliano, non esplodono, ma proprio per questo fanno più male a chi vuole schiacciare la Libertà, chi vuole ridurre il pensiero umano a un monotono suono senza armonie, ritmi.

hedbo-1Chi ha sparato oggi, chi ha massacrato la redazione del Charlie Hebdo, pensava di eliminare la loro voce. Ha applicato il suo modo di vedere il mondo, un modo crudele e senza anima. Ma chi usa la violenza non è un uomo coraggioso o un grande eroe, è solo un vigliacco. Sparare su uomini e donne disarmati non è un atto di qualche significato, se non semplicemente vigliaccheria e miseria.

Miseria spirituale, miseria.

Noi che leggiamo fumetti siamo sconvolti perché pensavamo di essere immuni dalle miserie ideologiche che insozzano questo mondo. Pensavamo che i cattivi non avrebbero capito la forza della Nona Arte. Ora che sappiamo che l’hanno capito, abbiamo anche imparato che ci temono.

La strage di oggi è un chiaro segnale di debolezza, di paura.

charlie-hebdo-no1163-011014Ma chi ha oggi ucciso 12 persone non è rappresentate di una civiltà o di una religione o di un popolo, ma sono solamente dei miserevoli terroristi, che facciano parte di Alqaida o dell’ISIS o di Hamas o di chissà quale strana organizzazione terroristica che strumentalizza una religione, sempre e comunque saranno assassini.

E non dovrà essere l’odio a guidare le nostre reazioni, l’odio acceca, l’odio fa perdere il senso della vita, l’odio serve a giustificare il male che potremmo fare.

Gli assassini dovranno essere processati come tutti gli assassini e come tali puniti, la società che i nostri padri hanno creato non deve perdere quanto costruito fino a oggi. Non può rinunciare.

Nicolas Pinet-Charlie Hebdo 1073La Libertà si accoppia con la Pace, sono legate strettamente. Non può esistere l’una senza l’altra. Perché la Libertà ha bisogno di un ambiente dove prosperare senza limiti dettati dalla violenza, senza imposizioni che nascono dalla forza. La Pace invece ha bisogno di un ragione d’essere, raison d’être, esistere per qualcosa. Questo qualcosa è la Vita di ogni essere umano, ma anche la Libertà.

La miglior reazione contro questo attacco è la Pace, il rispetto delle leggi  senza dichiarare guerra a chi non è coinvolto.

Toujours Charlie Hebdo

The Postman e David Brin

Articolo scritto per Zero in Condotta, 1998.

David Brin, scrittore americano, ha senza dubbio il suo seguito nel nostro paese, dove è pubblicato da alcuni grossi editori di fantascienza, come l’Editrice Nord e la Mondadori. Senza dubbio non ci troviamo di fronte a un autore dallo spessore visionario di un Dick o di un Gibson e dal tra parte non può neanche essere inserito in quella correnti della science fiction, che vengono usate da alcuni per distinguere il genere di distrazione da quello “impegnato”.

David BrinSe leggerete Brin potrete trovare racconti di esplorazione spaziale, di uomini che viaggiano alla ricerca di quello spazio tanto agognato dall’umanità post Luna ‘69. Oppure come nel caso di The postman, da cui è stato tratto il discusso film di Kevin Kostner, è la storia di uomini che ricostruiscono la propria identità.

Glen David Brin (California 1950), autore del romanzo , è il classico scrittore americano della vecchia guardia, anche se l’età lo porrebbe tra i nuovi autori “tutto cyber”. Prima di tutto per la preparazione scolastica; segnata da diversi titoli di studio scientifici, in secondo luogo perché è un autore che non guarda al futuro prossimo, quello per intenderci degli autori Cyberpunk, ma allo spazio, alle incognite e ai misteri, il tentativo forse di rinnovare la fantascienza classica.

Ha esordito nel 1980 con un racconto, Sundiver. Ha iniziato così una prolifica attività di scrittore, che lo ha visto vincere diversi premi letterari: Nebula, Hugo, Locus e il Campbell Memorial, questi ultimi due proprio per The Postman. Infine nel 1988, a coronamento di una rapida e brillante carriera, gli è stato assegnato il Locus Award for Best ‘80s Author (il miglior autore degli anni Ottanta).

In Italia è edito dalla Mondadori e dalla Editrice Nord, negli Stati Uniti dalla Bantam Spectra.

Andrea Grilli

Alphaville – f for fake

Erano sei anni che aspettavamo questo volume, dopo che nel 1992 era uscito per la Telemaco di Bologna il primo volume. Ora la Phoenix riparte sempre con un primo numero – nuova serie, stesso prezzo e quasi stessa squadra. In quel lontano 1992 un vastissimo pubblico di lettori scoprì che leggeva cose intelligenti e in sintonia con i tempi e soprattutto che fumetti, cinema e letteratura erano facce della stessa medaglia. Quale? L’immaginario di genere, anzi i temi e i luoghi dell’immaginario come recita il sottotitolo della rivista, che come sei anni fa ha un tema che viene approfondito dai vari collaboratori. Questa volta, nel 1992 era stato il cyberpunk, è il falso, la copia e la riscrittura. Gli interventi sono di professori universitari come Abruzzese e Minganti, oppure semplici, per usare un eufemismo, operatori culturali. Vengono esaminate figure come Batman, Dracula, Tarzan e The Shadow, si parla di Angela Carter e Dick. Mentre tre tra i più grossi fumettisti internazionali parlano dei supereroi: Steve Bissette, Neil Gaiman e Tom Veitch. Infine non poteva mancare l’intervista al guru della realtà virtuale Jaron Lanier. Questo numero era stato progettato qualche anno fa, ma non risente degli anni, molto probabilmente gli articoli sono stati aggiornati e anche le note, ma ciò che ne esce è senza dubbio una rivista che ha una visione d’insieme dei processi culturali e immaginifici della nostra società. E non è poco.

AA.VV. Alphaville – temi e luoghi dell’immaginario di genere F for fake – falso copia riscrittura, semestrale – luglio 1998, diretta da Daniele Brolli e Antonio Caronia, 250 pagg., Phoenix, £. 26.000

Almost blue

di Carlo Lucarelli, Stile Libero – Einaudi, pagg.194, Lire 13,000

Almost Blue è il nuovo romanzo dello scrittore emiliano, che da poco giorni cura anche una rubrica su l’Unità 1, Feuilleton. Ma soprattutto è ancora ambientato a Bologna, dopo Falange Armata (Metrolibri/Granata Press) e Vie delle Oche (Sellerio). Mentre nel primo l’ispettore Coliandro aveva dovuto risolvere un complotto eversivo e districarsi nella giungla dei gruppi giovanili di Naziskin e nel secondo il commissario De Luca aveva risolto un assassinio ambientato nei bordelli bolognesi del 1948, questo racconta la scia di sangue e di orrore che lascia un serial killer, Iguana, nel mondo universitario bolognese. A scoprire chi sia, perché lo faccia, sarà incaricata l’ispettore Grazia Negro, a cui si affiancherà un cieco con un modo tutto suo di descrivere le persone. Alla fine Grazia capirà chi e perché. Il problema sarà prenderlo prima che uccida ancora…

Andrea