Jiro Taniguchi e la via della linea 

Jiro Taniguchi (1947-2017) è considerato uno degli autori più importanti del Giappone e in alcuni stati europei, come la Francia, è considerato così rilevante il suo contributo culturale da riconoscergli onorificenze di grande valore, come quella di Cavaliere dell’Ordre des Arts e des Lettres, ricevuta dalla Francia nel 2011.

Dopo aver approfondito  lo studio dei fumetti europei, soprattutto francesi, è riuscito ad affermarsi a livello mondiale superando quegli elementi che caratterizzano una scuola, nello specifico quella giapponese, per divenire un autore mondiale.

Jiro TaniguchiOggi siamo ammirati ed emotivamente coinvolti dalle sue opere, soprattutto quelle dove la ricerca di una linea essenziale, di una trama riccamente drappeggiata sulla tavola, di un affrescare emotività umane e naturali ci consentono di superare i banali confini delle scuole di fumetto; dalla francese alla statunitense per arrivare a proprio quella che avrebbe dovuto essere un riferimento per Jiro Taniguchi, ma che dalla quale non si è mai sentito parte integrante per la difficoltà di trovare una posizione tra underground e mainstream.

Quelle sottile linee, chiare, che danzano sulle sue tavole, non sono un improvviso intuito, o un accadimento. Sono il frutto di una maturazione stilistica che dalle origini, per ogni linea, per ogni passo cambia la propria natura.

Jiro Taniguchi pubblica i primi lavori nel finire degli anni settanta lavorando subito con Natsuo Sekikawa e Caribu Marley. I lavori di questi anni sono preparatori alla maturazione stilistica dell’autore, non tanto sul lavoro grafico spesso modificato in relazione al tipo di narrazione e di contenuto del manga stesso, quanto sui temi che l’autore preferisce trattare autonomamente.

Degli anni ottanta possiamo prendere a riferimento Blue Fighter, un manga violento dedicato al mondo della boxe, ma l’elemento che più rilevante è la linea sporca, la tavola travolta dal nero, come se una boccetta di inchiostro fosse caduta sulle tavole. E negli anni successivi il maestro Taniguchi prosegue in questa modalità con Tokyo Killers anche se la linea diventa più ordinata e il grigio, quel luogo incerto di passaggio, comincia a conquistare spazio. Ma anche in Blanca, dove comincia a prendere fiato il Taniguchi naturista, quello che con Seton racconta la scoperta della natura da parte dell’uomo moderno, spesso l’autore ha bisogno di molti tocchi e oscurità per raccontarci la storia.

Però mentre realizza queste opere, ha iniziato uno sviluppo parallelo, qualcosa che farà dire al curatore dell’edizione francese dell’Uomo della tundra: “Cette évocation du Japon à l’orée du XX° siècle, à nouveau réalisée avec Sekikawa, met le dessinateur sur la voie d’un style graphique plus épuré et d’un mode de récit fondé sur le quotidien.”

Si parla di Ai tempi di Bocchan, lavoro in cinque volumi, dieci nella prima edizione italiana, che racconta il quotidiano dello scrittore Natsume Soseki.

Taniguchi lavora nove anni su quest’opera, nel frattempo realizza L’Uomo che cammina (1990-1991), Benkei a New York (1991-1995), Il libro del vento (1992), Allevare un cane (1991-1992) e così via fino Al tempo di papà e Gourmet.

Jiro Taniguchi costruisce un framework creativo e su questo elabora, matura una particolare “vista” del raccontare, che richiede una linea sempre più leggera, una maggiore assenza di ingombri e l’esigenza di dare evidenza del silenzio, della pausa come se fosse uno spartito dove è scritta una musica che necessita del silenzio per esaltare le poche note scritte. Senza per questo rinunciare al dettaglio, chiamiamolo fraseggio, del suonare la musica del disegno.

Le opere successive hanno un disegno sempre più leggero, chiaro, quasi l’autore voglia cogliere più i pensieri o i sentimenti dei personaggi. Opere come Un cielo radioso oppure Uno zoo d’inverno fino a Furari dove sembra quasi proseguire il lavoro iniziato con Ai tempi di Bocchan, ci trasmettono l’esigenza di inserire un tocco di magia che sembra caratterizzare la produzione degli ultimi anni. Anche un’opera come I guardiani del Louvre o Un anno primavera riflettono un punto di vista particolare, la vita è magica, anche nelle sue particolarità come l’arte o lo stato di ritardo nella crescita di una bambina che, grazie alla sua dolcezza, esalta la bellezza del creato.

Questo nuovo percorso narrativo spinge Taniguchi ad abbracciare il colore proprio in queste opere e ne La montagna magica e infine l’opera che in qualche modo si può definire il suo testamento, La foresta millenaria, edito in Italia da Oblomov.

Questa ultima opera racchiude e sintetizza sia l’attenzione a una linea leggera, ma anche a un dettaglio che deve essere specifico con il tema della tavola stessa, come se la sintesi non sia semplificare ma focalizzare.

Un’opera dove il colore e la linea si fondono in un unico atto creativo, come se quel viaggio iniziato  negli anni settanta, fatto di neri e linee pesanti, compresse, fatte di azione e storie di fiction, hanno raggiunto uno stadio evolutivo, un percorso di trascendenza verso uno stato emotivo e spirituale che si traduce sur la voie d’un style graphique plus épuré.

Andrea Grilli

 

Alice e il sindaco

Alice e il sindaco, di Nicolas Pariser, con Fabrice Luchini e Anaïs Demoustier

Storia ambientata a Lione nel mondo della politica e delle trasformazioni sociali che le grandi città francesi hanno subito negli ultimi vent’anni, generando da una parte la crisi degli approcci dei partiti tradizionali al disagio sociale, d’altra l’emergere di nuovi linguaggi e criticità. Già Netflix aveva proposto una serie tv dedicata alla città di Marsiglia e alle lotte interne tra i partiti di maggioranza, Marseille.

Così gli autori di Alice e il sindaco sviluppano una tramma non troppo classica, ma molto francese, nel costruire un dialogo tra una giovane donna, studiosa, intellettuale e idealista rispetto invece al navigato ed esperto politico che si trova nelle condizioni di salire nelle gerarchie del partito o affrontare il viale del tramonto.

D’altra parte non è infrequente in Francia il nascere di passioni e forti rapporti tra generazioni diverse, rapporti che possono essere amorosi, quanto intellettuali. Alice entra abbastanza velocemente nella macchina politica, superando diffidenze e meccanismi ormai super rodati ma adatti a un vecchio modo di fare politica.

Il sindaco, affascinato dal pensiero innovativo della giovane filosofa, cerca di impostare un forte cambiamento nella strategia politica, ma ormai anche il partito guarda oltre nuove sponde.

Alice e il sindaco è girato direttamente nei luoghi più suggestivi di Lione, la terza città di Francia, dopo Parigi e Marsiglia. Una città fondamentale, un nodo economico e culturale che è sempre più presente nei film quanto nelle serie tv, come Cherif, serie di grande successo che ha giocato su una lettura meta-televisiva del genero stesso poliziesco.

Gli attori di Alice e il sindaco.

Alice e il sindacoFabrice Luchini recita con la delicatezza e le generosità che lo ha sempre distinto, sottoponendo se stesso a un doppio binario recitativo, da una parte il corpo a rappresentare l’età del riposo, dall’altra invece la mente, l’energia curiosa e audace del politico pronto sempre a mettersi in gioco. Ma le regole sono cambiate e neanche Alice potrà condurlo nella nuova era.

Anaïs Demoustier gioca bene il ruolo di speccio e contraltare culturale ed emotivo del sindaco. Si muove negli spazi occupandoli senza mai invadere lo spazio attoriale, ma anche emotivo di Luchini e del sindaco. Il loro recitare è fraseggio di rara intensità attoriale e artistica.

Il finale.

Il fallimento della convention del partito segna la fine politica del sindaco. La giovane filosofa gli renderà omaggio, come un giovane soldato riconosce il maestro. Percorsi e strade diverse li hanno allontanati, ma non quella sensazione di intensa attrazione politica e intellettuale che spesso è l’unico vero amore.

Un film francese, nell’estetica, nei modi, nel linguaggio dei corpi e nelle espressioni dei volti che intrecciano sguardi, emozioni ed eventi. Nell’amore.

 

 

Black spot (Zone blanche)

Black Spot (Zone blanche) è una serie televisiva franco-belga, ormai alla seconda stazione e presente anche sulla piattaforma Netflix.

Black SpotNei boschi della Francia, in un piccolo paese dove neanche il telefono ha campo, ci sono troppi omocidi, ci sono ragazze che spariscono e c’è un sostituto procuratore che vuole fare chiarezza. Ma in Black Spot abbiamo anche un maggiore, Laurène Weiss, che è anche lei vittima vent’anni prima di un rapimento.

Nel frattempo il piccolo villaggio è al centro di traffici poco chiari di scori inquinanti, una famiglia troppo potente e soprattutto invadente.

Ma qualcosa non torna, ci sono gruppi ambientalisti molto attivi e uno strano lupo bianco che appare. E un essere che appare… e un vecchio rapimento mai risolto e… un miscuglio, al momento ben congeniato, tra narrazione crime, o polàr secondo una cara classificazione francese, e il paranormale o il mistero antico.

Forse antiche divinità dei boschi, forse donne capaci di sfruttare antiche superstizioni. Dopo la seconda stagione di Black Spot (Zone blanche) ancora rimane aperto il mistero di cosa sia successo al maggiore Laurène Weiss quando era adolescente e si preoccupa di difendere il bosco.

Non dimentichiamo la divinità celtica Cernunnos, figura in sottofondo, forse mitica forse no… la terza stagione dovrebbe chiarire e risolvere i misteri che, con un colpo di scena, negli ultimi minuti dell’ultimo episodio un bel colpo di scena ha lasciato i fan di Black Spot a bocca aperta.

Gli attori sono ottimi, riuscendo a delineare personaggi ben strutturati e senza troppe sbavature. L’atmosfera è tipicamente francese, così come comportamenti e abitudini dei personaggi, dagli adolescenti agli adulti.

Andrea Grilli

Favole a colori

di Jean De La Fontaine e Marc Chagall, Donzelli.

Nel 1668 Jean De La Fontaine inizia a pubblicare raccolte di favole ispirate alle opere di Esopo, Pedro ed Epicuro, prosegue nel 1679 scrivendo un corpus di opere, potremmo dire moralistiche che attraverso la voce degli animali approfondiscono l’animo umano e le relazioni sociali.

Spesso Jean De La Fontaine ha toni troppo moraleggianti, spesso fa riferimento a una visione statica e gerarchica della società, ma si tratta anche di un autore del 1600 con tutti i limiti dell’epoca.

Il pavone e GiunoneNel 1867 Dorè illustra le fiabe di Jean De La Fontaine, ma nel 1926 e poi successivamente nel 1927 Marc Chagall inizia a illustrare alcune favole e prosegue negli anni, a cui seguono mostre dedicate agli stupendi animali favolistici.

Va sottolineato che la Donzelli ha pubblicato una edizione aggiornata nelle traduzioni, grazie al lavoro di Maria Vidale, lavoro in alcuni passaggi un po’ localizzato, ma nel complesso uno splendido lavoro che cosente di leggerle in un linguaggio moderno.

Va detto che il vero autore del libro è Marc Chagall con le sue illustrazioni, senza per questo sminuire l’autore francese.

Si tratta di illustrazioni fortemente colorate, vive, ricche, vivaci, che provocano e stimolano Marc Chagalll’occhio. Il volto rosso di coloro che vogliono causare un danno come nella favola del Cigno e il cuoco, reiscono a comunicare non solo l’evento ma anche la volontà, il desiderio dell’uccisione. I papagalli, come l’elefante, sono ricchi di pennellate rapide e veloci di colori che ne esaltano la vivacità e l’immagine trionfale che possiamo avere di quegli animali.

La produzione di Chagall fu richiesta da Vollard nel 1926, l’anno dopo si realizzano ben tre mostre che vedono tutta le opere vendute e di fatto sparire dal circuito museale  e galleristico. Quando nel 1995 sarà organizzata una mostra su Chagall  con 36 opere originali e 10 riproduzioni. Ecco perché anche questa edizione delle favole di Jean De La Fontaine è monca, ma fondamentale per dare un senso storico e artistico al lavoro commissionato da Vollard

Rimane misterioso perché la Donzelli abbia aggiunto elementi non presenti nella edizione francese, ma non aggiungono e non tolgono qualcosa al valore dell’opera.

Andrea Grillli

La foresta (La forêt)

La foresta (La forêt) è una miniserie televisiva francese in sei episodi, disponibile anche sulla piattaforma Netflix.

Non siamo lontani ormai da un format narrativo francese sempre più diffuso e molto intrigante. Invece di ambientare storie e misteri nelle classiche città come Parigi, Lione o Marsigllia, gli autori francesi esplorano il rapporto tra uomo e l’ambiente meno urbano, meno cittadino, ma molto più dinamico e carico di spunti narrativi non banali.

Anzi è frequente la combinazione tra magico, non sempre poi esistente, mistero e realtà nuda e cruda.

Così anche la serie La foresta non tradisce per una serie di combinazioni molto interessanti: la scomparsa di una adolescente, scomparsa simile a quelle di trent’anni fa… esiste forse un maniaco?

E l’insegnante Eve Mendel, interpretata da Alexia Barlier, salvata nel bosco vent’anni prima? Quale mistero si nasconde dietro la sua storia?

La forestaIn sei episodi La foresta propone un incalzare di eventi che diventano sempre più drammatici, ma nello stesso tempo consentono di raccogliere piccoli segnali, indizi che consentono alla Gendarmerie e all’insegnante Eve Mendel di scoprire il maniaco e le sue origini.

Finale non banale e scontato. Ottime le interpretazioni di Samuel Labarthe, navigato attore di serie televisive, Frédéric Diefenthal, noto per film come la seria Taxxi, e Suzanne Clément, attrice canadese vincitrice anche di un premio come Miglior attrice (sezione Un Certain Regard), per Laurence Anyways e il desiderio di una donna…

Andrea Grilli

Come fare un film

Come fare un film di Claude Chabrol, Einaudi, 2005

Come fare un film di Claude Chabrol Il regista francese Claude Chabrol è uno dei fondatori della Nouvelle Vague. Nel 2003 scrive un piccolo libello di poche pagine dove racconta con grande sintesi Come fare un film.

78 pagine di intensa e densa attenzione al cinema, ma anche attenzione ad alcune serie tv e una costante attenzione alle differenze tra i due media. Chabrol, spiegando come si realizza un film, racconta come esso stesso li realizza e in qualche modo la poetica o cosa lo ha spinto a fare il regista invece, per esempio, del pescivendolo o dell’avvocato.

Anzi sembra che fare il regista non sia così difficile, tant’è che Claude Chabrol dice:

«Quando ero agli inizi, ebbi a dichiarare che erano sufficienti quattro ore – o qualcuna di piú, se si era poco dotati – per imparare la regia, e continuo a pensarlo. Quattro ore sono sufficienti per imparare quanto è necessario».

Si tratta di un piccolo saggio, un micro saggio che vale molto e che in qualche modo andrebbe letto dai giovani filmaker, ma è importante non pensare che sia risolutivo, che dopo averlo letto in qualche modo pensi di non dover studiare per questo mestiere. Claude Chabrol proprio perché è un grande regista riesce a sintetizzare un mestiere complesso, anche se, come ha sempre detto, erano sufficienti quattro ore per imparare la regia.

Il problema è quale regia si impara.

Andrea Grilli

La notte dell’alligatore

di Loustal, Coconino Press 13,50 euro

Ho visto città enormi coi tetti fino al cielo
Ho visto donne dolci che sembravano miele
Ma non quella che cerco, Signore
Ma non quella che cerco

La casa editrice diretta da Igort all’epoca della pubblicazione, prosegue nelle sue proposte qualitativamente alte. Ne è una delle più recenti prove questo volume che raccoglie alcune storie apparse su Metal Hurlant.

Ben sei ambientate in quei luoghi dove germogliano le shorty story, la periferia, non della città, della metropoli, ma dell’animo.

La copertina de La notte dell'alligatore di Loustal.
La copertina di Loustal

Così ci spostiamo nel Nex Mexico per una storia di omocidi alla mass murder, oppure alla campagna francese o alle colonie dove gli sconfitti possono tentare una seconda vita.

Ma c’è anche il passato che torna, come ne La lotte dell’alligatore, la storia che più di tutte ci svela le capacità narrative e pittoriche di Loustal.

In questa occasione la shorty story ci mostra tutta la sua abilità di sintetizzare emozioni passate e presenti, di far risaltare le colonne portanti del carattere dei personaggi. Esalta solo gli istanti, le milestone, che danno il ritmo alla storia.

Ritmo Blues ovviamente. Come anche in la Donna bianca, dove un pugile scopre quato sia diversa l’america. E chiaramente in Le vie en blues, tre tavole tre, che fuse con il testo, trabordano di vita.

Forse proprio darsi il ritmo del Blues permette a Loustal di essere così efficace nella sua narrazione. Di spronare la nostra immaginazione tra una tavola e l’altra per colmare quanto manca di emozioni, gesti, sospiri.

E se si parla di sospiri non possono mancare coloro che con il loro ondeggiare nel cielo della vita, ci fanno sospirare.

Le storie di Loustal sono storie di Blues, ma sopratutto di donne, donne che passano lasciandoci imbrigliati nel loro respiro e di uomini alla ricerca di qualcosa. Chissà cosa e chissà dove…

Andrea Grilli

120 battiti al minuto

Regia e sceneggiatura di Robin Campillo, con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud. Francia, 2017.

Inutile ingannarsi si tratta di un piccolo capolavoro. Robin Campillo ha ricostruito sulla base dei suoi ricordi di quegli anni così combattuti, quando l’AIDS si diffondeva senza controllo, tra politiche assenti da parte dei governi e una società civile che non si aspettava una epidemia vera e propria.

120 battiti al minutoRobin Campillo racconta le azioni civili di Act up, il tentativo dell’associazione di sensibilizzare la società civile francese, ma soprattutto le autorità che negano l’esistenza del problema. Anzi emergono bene i tentativi di mercanteggiare sulla vita di essere umani che vengono percepiti come minoranze che non rispettano la moralità ipocrita e piccolo borghese.

I personaggi ricordano sempre quali sono le categorie sociali a rischio: detenuti, omosessuali, lesbische, trans, drogati. Neanche al governo Mitterand, governo socialista, interessano questi essere umani.

Il gruppo Act up di Parigi ricorda anche le parole vergognose di Baudrillard, che descriveva i costumi degli omosessuali come pervertiti e dediti al sesso quasi orgiastico. La descrizione del filosofo francese è quasi uguale a quella di un medico cattolico e di destra. Act up attacca degli adesivi sulle loro pubblicazioni per segnalarne la pericolosità in modo ironico e scherzoso.

120 battiti al minuto Celine Nieszawer

Ma all’ironia si unisce spesso l’azione vera e propria, quella da combattenti passivi, alla Gandhi, con cui il movimento mette le industrie farmaceutiche di fronte alla loro ipocrisia e alla loro sete di soldi guadagnati senza etica.

Il sangue finto è una forte metafora, da liquido che dentro il nostro corpo ci consente di vivere, traghettatore di energia, degli elementi vitali, in realtà si rivela essere debole, capace di trasformarsi in veleno. Dal Dracula che si alimenta grazie al sangue e questo lo rende eterno e potente, ora il sangue è solo una trappola.

Un film che sembrerebbe al maschile, dove le donne sembrano nel sottofondo della storia, invece se ascoltiamo bene, troviamo madri che aiutano i figli a sopravvivere, madri che accettano le scelte dei figli e delle figlie, donne che combattono, donne che amano e che sanno guidare il dolore e la rabbia dei maschi morenti.

Adèle HaenelDue parole andrebbero spese per Adèle Haenel, la donna combattente, ma anche geniale, capace di immaginare azioni eroiche per scuotere le coscienze.

Presente e assente nella narrazione, il personaggio di Haenel, Sophie ricorda al pubblico che la malattia non può spegnere i cuori più forti.

Così anche Hélène, madre di un ragazzino ammalatosi per le trasfusioni di sangue, scandalo che all’epoca colpì la Francia. La donna rimane affianco al figlio, che non fa parte delle categorie discriminate, anzi si unisce ad Act up e ne è una delle attrici principali.

E così via fino alla madre di Sean, madre che affianca il figlio in tutto il suo dolore.

Un film necessario, prima ancora che bello e stupendamente realizzato. Necessario perché abbiamo abbassato la guardia, perché non temiamo più l’AIDS e l’HIV. E la malattia si diffonde, ancora e comunque.

Il silenzio è morte.

Andrea Grilli

[amazon_link asins=’B077ZC94L4′ template=’ProductCarousel’ store=’dibbukit-21′ marketplace=’IT’ link_id=’9ae934d2-b409-11e8-93f1-21c335705f8b’]

Il mio doppio io – l’autobiografia del genio dell’immaginario fantastico

Il grande maestro del fumetto mondiale, creatore del Garage ermetico, fondatore della rivista Métal Hurlant, disegnatore di Bluebarry, padre indiscusso di un nuovo modo di disegnare e sentire la linea chiara francese, di esplorare il misterioso mondo della creatività, si racconta.

Lui, Jean Giraud. Lui Moebius.

Ha scritto una autobiografia, un lungo racconto della sua vita, dei grandi fumettisti che ha incontrato e che hanno lavorato con lui. Le esperienze fin dalla gioventù che hanno depositato nel suo zaino-vita i semi che hanno germogliato le visioni dei suoi fumetti.

MoebiusMoebius, Il mio doppio io – l’autobiografia del genio dell’immaginario fantastico (DeriveApprodi, lire 24.000), ma anche Jean Giraud, due persone che vivono nello stesso corpo. Due mani capaci di disegnare linee diverse, figure e atmosfere completamente diverse.

Ma abbandoniamo gli entusiasmi per dire qualcosa di più su questa autobiografia, genere rischioso per chi si appresta a raccontare di se stesso.

L’autore ripercorre i momenti fondamentali della vita, cercando di tenere distinti e spiegare le diverse nature delle due identità. E in gran parte riesce. Anche se il difetto maggiore è una sottile presunzione, l’idea di avere parole da piedistallo, da guru dell’immaginario moderno.

La prima parte del libro, strettamente legata alla sua vita giovanile, risulta pesante, mentre la seconda quando Moebius/Giraud racconta i suoi incontri nelle riviste come Pilote, diretta da Goscinny, oppure il suo incontro con un altro guru di questo secolo Jodorowsky. Ma anche Mandryka, Bretécher, Charlier, Druillet e tanti altri grandi del fumetto francese.

In questo caso si ha l’occasione di leggere une breve storia del fumetto dei nostri cugini, una breve storia che ha visto però quasi il meglio del fumetto mondiale nascere e prosperare in Francia all’interno di un mercato maturo e in grado di accogliere anche le opere più adulte e interessanti.

Un libro che nei difetti indicati non si può non leggere per la storia che vi si racconta e le persone che ne sono coinvolte.

Andrea Grilli

Se Dio esiste: Quaderni parigini. Gennaio – novembre 2015

di Joann Sfar

Joann Sfar è un autore poliedrico, dal fantasy francese, molto distante dallo schema classico statunitense, al fumetto ebraico fino al diario dove tra disegni e parole, affronta in modo articolato e ricco il vivere nella Francia sotto attacco.

copJoann Sfar è famoso per essere intervenuto su Facebook e aver respinto il tag “prayforparis” sottolineando come la Francia sia uno stato laico e il tag sottolineava un aspetto religioso rinforzando in realtà coloro che hanno sparato. Un approccio decisamente francese, molto distante dalla confusione culturale e religiosa tipica italiana o di altre nazioni come gli USA, dove laicità e religiosità si confondono.

La Francia è forse uno dei pochi stati europei o mondiali veramente laico.

Joann Sfar si confronta tra la sua francesità e l’origine ebraica, tra l’essere padre, uomo e il rapporto controverso con le donne, belle, affascinanti, simpatiche. Ancora questo è tutto molto francese.

Il diario, Se Dio esiste di Joann Sfar aiuta il lettore a comprendere la Francia non solo in questa fase difficile di scontro con il mondo terroristico medio orientale, ma in generale la società francese con la libertà, l’uguaglianza e lo spirito ribelle che la distingue.

Si alternano tavole straordinarie di forte impatto emozionale a pagine ricche e dense di Se Dio esiste di Joann Sfarparole, cascate di pensieri e commenti, racconti dell’infanzia e dei drammatici fatti presenti e passati della storia ebraica. L’autore si aiuta anche con dialoghi e testimonianze di amici e parenti che, come uno specchio, lo confrontano con i temi dell’identità ebraica, dell’interpretazione più o meno laica dell’Islam e la convivenza tra culture e religiosità all’apparenza diverse, sicuramente di intensità diversa.

Questo libro, Se Dio esiste: Quaderni parigini. Gennaio – novembre 2015, di Joann Sfar aiuta il lettore ad allargare l’orizzonte, a scoprire una maggiore vastità valoriale della laicità e della identità francese ed ebraica. Come sempre Joann Sfar gioca in modo intelligente con le sue tradizioni e riesce usando livelli e tecniche diverse di narrazione a ricordarci che possiamo vivere insieme. Nel rispetto dei valori laici e democratici.

Andrea Grilli