Bosch e un altro Rinascimento

Bosch e un altro Rinascimento. A cura di Bernard Aikema, Fernando Checa Cremades, Claudio Salsi. Palazzo Reale di Milano, dal 9 novembre 2022 al 12 marzo 2023.

La direzione artistica di Palazzo Reale e Castello Sforzesco hanno organizzato una mostra dedicata al grande genio fiammingo,  Jheronimus Bosch (1453 – 1516), e alla sua fortuna nell’Europa meridionale con un progetto espositivo inedito.

La tesi presentata nella mostra esplora il ruolo di Bosch nel mercato artistico del Rinascimento e gli effetti e le influenze delle sue opere sugli artisti dei secoli successivi. Secondo i curatori Jheronimus Bosch

rappresenta l’emblema di un Rinascimento ‘alternativo’, lontano dal Rinascimento governato dal mito della classicità, ed è la prova dell’esistenza di una pluralità di Rinascimenti, con centri artistici diffusi in tutta Europa.

La struttura della mostra di Bosch

La mostra è divisa in sezioni che esplorano i temi più rilevanti dell’opera di Bosch, ma anche delle relazioni e delle influenze che la sua arte ha avuto in diversi campi, dalle corti nobili dell’Europa fino alle tendenze e sensibilità artistiche:

  • Jheronimus Bosch e il fantastic
  • Classico e anticlassico tra Italia e Penisola Iberica
  • Il sogno
  • La magia
  • Visioni apocalittiche
  • Le tentazioni di sant’Antonio
  • La diffusione della stampa da Jheronimus Bosch a Pieter Bruegel il Vecchio
  • Jheronimus Bosch fra gli Asburgo e i Valois: la serie degli arazzi “alla maniera di Bosch”
  • L’assalto all’elefante: il quinto arazzo
  • Bosch, la curiosità e il collezionismo enciclopedico

BoschCome si può vedere vi sono temi cari al pittore fiammingo, come le tentazioni di Sant’Antonio, spesso rappresentate nelle sue opere, oppure gli elementi onirici e magici, i mostri o esseri infernali, che sono stati poi di ispirazione per autori come Pieter Bruegel il Vecchio, considerato un erede di Bosch.

L’immaginario di Bosch richiama elementi considerati onirici, ma in qualche modo sembra raccogliere anche quell’immaginario che nei secoli successivi sarà parte di una industria culturale contemporanea e moderna. Può sembrare esagerato, ma un mondo dove mostri orribili e uno sconfinamento tra realtà diverse, una conoscibile o accetabile da noi uomini, rispetto a un’altra, sempre vera in termini di percezione umana, che può piegare, stordire la coscienza, sarà parte della letteratura di fino Settecento e per tutto l’Ottocento sconfinando nelle opere di Lovecraft.

Bosch e le apocalissi reali

BoschQuando realizza opere con le tentazioni di Sant’Antonio o il Giudizio finale del cardinale Marino Grimani Bosch fotografa qualcosa che nella sue mente esiste, per quanto è anche nel mondo reale. Questa percezione dell’autore fiammingo è una sensibilità rigorosamente medievale, ma reinterpretata da Bosch proiettando nel futuro ignoto dello spirito della borghesia del nord Europa che si appresta, rivoluzionando la visione del Mondo, a imprimere una profonda accellerazione nella cultura europea.

Nelle Meditazioni di san Giovanni Battista il pittore rappresenterebbe in modo classico il santo, ma nello stesso lo spazio non è più quello medievale, rigorosamente iscritto in un disegno divino inconoscibile, ma in uno spazio ignoto e pieno di stranezze, di grotteschi esserei e mostruosità che devono ancora essere catalogati, scoperti.

Il sogno come fonte del sapere, della comprensione del reale, ma anche confine tra domini come la magia, il demoniaco.

Le wunderkammer, le camere delle meraviglie

Come abbiamo visto l’ultima sezione della mostra tocca un tema molto interessante e diffuso nel Rinascimento, le wunderkammer, la camera delle meraviglie.

La diffusione di oggetti rari, bizzarri e preziosi, grazie anche all’apertura delle grandi potenze dell’epoca verso il “mondo” esterno, come l’oriene e le americhe, consente di accedere a oggetti artistici o naturali sconosciuti o inediti.

La wunderkammer rappresenta in qualche modo la materializzazione dei disegni di Bosch. I circa trenta oggetti da ‘camera delle meraviglie’ riporta a un confronto immediato e diretto con la rappresentazione caotica e irrealistica di uno dei capolavori più impegnativi di Bosch: Il giardino delle delizie, presente in mostra nella doppia versione di un dipinto coevo e di un arazzo. (cit. comunicato stampa).

Conclusioni

Senza voler essere banali, ma Bosch costituisce non solo il ponte tra Medioevo, con i suoi mostri e animali bestiali di chiese e cattedrali, e il Rinascimento, curioso e assettato di espansione; ma anche un ponte con il moderno pensiero dell’irrazionale e dell’onirico. Come i curatori hanno mostrato anche Leonardo da Vinci nel suo libretto d’appunti autografo (Codice Trivulziano 2162) / Codex Trivulzianus esplora il grottesco.

Attraverso questa mostra i curatori sono riusciti a esplorare un Rinascimento poco noto, una specie di dietro le quinte dell’industria culturale dell’epoca.

Credits

  • Jheronimus Bosch, Trittico delle Tentazioni di sant’Antonio / Temptations of Saint Anthony Triptych, c. 1500, Olio su tavola / Oil on panel, Museu Nacional del Arte Antiga, Lisbona;
  • Jheronimus Bosch, Meditazioni di san Giovanni Battista / Saint John the Baptist in the Wilderness, c. 1495, Olio su tavola / Oil on panel, Museo Lázaro Galdiano, Madrid

 

 

 

La casa del Guercino a Bologna

La casa del Guercino a Bologna di Marta Comina e Barbara Ghelfi, Pendragon

“Il Barbieri deciso finalmente di fissare la sua dimora in Bologna, comprò insieme al detto suo fratello una casa che per la sua costruzione e per la sua località, trovò adatta tanto come studio da pittore, quanto come abitazione”. (Antonio Orsini, 1891)

Nel 1642 il Guercino si trasferisce da Cento a Bologna. Marta Comina nei suoi studi sul Guercino ha ricostruito la presenza dell’artista emiliano nella città felsinea.

La casa del GuercinoAttraverso una attenta lettura delle fonti, dagli atti notarili al libro dei conti dello stesso Guercino, dove prima il fratello, poi lui stesso venivano annotate le operazioni finanziarie della loro famiglia, l’autrice ripercorre la storia di un autore che fu prima di tutto maestro e imprenditore.

Le esigenze di gestire una bottega ormai sempre più famosa, lo porta insieme al fratello a coinvolgere i famigliari e pensare una struttura, proprio quella di Bologna, oggi in via degli Albari 4. Luogo dove personaggi famosi, autorità e la regina Cristina di Svezia incontreranno il Guercino.

Molto interessante è la parte dedicata alle piantine della casa dove è possibile comprendere anche come si viveva all’epoca, parliamo del 1642. L’autrice, però, non si ferma solo al periodo del Guercino, ma ripercorre fin dove è possibile il destino dei suoi famigliari e del palazzo che nel tempo cambieà destinazione.

La pubblicazione si collega alle attività di promozione dei vent’anni del Centro Natura, uno spazio di cultura naturista e di attività concreta di un modo diverso di vivere e pensare il vivere. Si tratta di un fortuito e felice incontro tra arte e naturismo, ma soprattutto a distanza di secoli anche di una sana imprenditorialità emiliana.

Andrea Grilli

 

Favole a colori

di Jean De La Fontaine e Marc Chagall, Donzelli.

Nel 1668 Jean De La Fontaine inizia a pubblicare raccolte di favole ispirate alle opere di Esopo, Pedro ed Epicuro, prosegue nel 1679 scrivendo un corpus di opere, potremmo dire moralistiche che attraverso la voce degli animali approfondiscono l’animo umano e le relazioni sociali.

Spesso Jean De La Fontaine ha toni troppo moraleggianti, spesso fa riferimento a una visione statica e gerarchica della società, ma si tratta anche di un autore del 1600 con tutti i limiti dell’epoca.

Il pavone e GiunoneNel 1867 Dorè illustra le fiabe di Jean De La Fontaine, ma nel 1926 e poi successivamente nel 1927 Marc Chagall inizia a illustrare alcune favole e prosegue negli anni, a cui seguono mostre dedicate agli stupendi animali favolistici.

Va sottolineato che la Donzelli ha pubblicato una edizione aggiornata nelle traduzioni, grazie al lavoro di Maria Vidale, lavoro in alcuni passaggi un po’ localizzato, ma nel complesso uno splendido lavoro che cosente di leggerle in un linguaggio moderno.

Va detto che il vero autore del libro è Marc Chagall con le sue illustrazioni, senza per questo sminuire l’autore francese.

Si tratta di illustrazioni fortemente colorate, vive, ricche, vivaci, che provocano e stimolano Marc Chagalll’occhio. Il volto rosso di coloro che vogliono causare un danno come nella favola del Cigno e il cuoco, reiscono a comunicare non solo l’evento ma anche la volontà, il desiderio dell’uccisione. I papagalli, come l’elefante, sono ricchi di pennellate rapide e veloci di colori che ne esaltano la vivacità e l’immagine trionfale che possiamo avere di quegli animali.

La produzione di Chagall fu richiesta da Vollard nel 1926, l’anno dopo si realizzano ben tre mostre che vedono tutta le opere vendute e di fatto sparire dal circuito museale  e galleristico. Quando nel 1995 sarà organizzata una mostra su Chagall  con 36 opere originali e 10 riproduzioni. Ecco perché anche questa edizione delle favole di Jean De La Fontaine è monca, ma fondamentale per dare un senso storico e artistico al lavoro commissionato da Vollard

Rimane misterioso perché la Donzelli abbia aggiunto elementi non presenti nella edizione francese, ma non aggiungono e non tolgono qualcosa al valore dell’opera.

Andrea Grillli

Gina Pane Opere 1968-1990

Nel Dessin verrouillé del 1968 Gina Pane realizza la sua prima opera artistica in corrispondenza con il concettuale europeo: la scatola arrugginita dovrebbe contenere un disegno sconosciuto. Ma potrebbe sorgere il dubbio che il disegno manchi, e sia presente solo nelle nostre menti.

Gina PaneFino al 1990, anno della sua morte, la mostra di Reggio Emilia percorre diversi momenti espressivi della sensibilità artistica dell’artista (performer?) Gina Pane.

Già negli anni settanta fu una delle prima a occuparsi di ambiente con installazioni come La pêche enduillée sempre del 1968, dove 180 strutture di legno tinte di nero, drappi bianchi e corde sono dedicate ad un esperimento nucleare nel Pacifico il 1° marzo 1954.

Ma dall’ambiente e dalla natura Gina Pane si interessò anche della posizione dell’artista nella società. Così incidere il proprio corpo, mangiare carne cruda, mettere se stessa in pericolo, significa acquisire la consapevolezza che l’artista deve mettere in gioco anche la propria vita, perché il suo messaggio abbia la forza di una dichiarazione d’amore.

Nella mostra allestita nei Chiostri di San Domenico (fino al 17 gennaio), sede dell’inquisizione a Reggio Emilia e quindi luogo di tortura, sono state allestite quasi tutte le opere dell’artista francese. Diverse sono fotografie che documentano le performance come in Enfoncement d’un rayon de soleil (1969), come anche Azione sentimentale (1973) che mostrano l’azione del provocare il dolore, il taglio con lamette a parti del corpo legate ai sensi (labbra, sopracciglia, mani). Il dolore potrebbe essere ancora una volta, come nel medioevo, un veicolo per raggiungere una elevazione spirituale, desiderata quanto forse mai raggiunta.

Dopo il periodo delle actions, la Pane si concentra sulle figure dei santi, sui quali realizza opere con diversi materiali (ferro, rame, alluminio, legno e vetro).

Il tema di fondo del dolore, del corpo sofferto, si concentrano sul martirio di queste figure, che vengono spogliate della loro religiosità, per essere simboli di un dolore fisico che accompagna l’arte di Gina Pane fino alla sua morte.

Andrea Grilli

(Apparso sulla rivista Flesh Art anno 2000)

Darko Maver – La grande truffa dell’arte

Avete mai la sensazione di essere imbrogliati?

Qualche settimana fa arrivò nella nostra mailbox, come in quelle di molti altri, questo documento che annunciava uno dei più grandi e brillanti falsi di Luther Blissett. Si tratta senza ombra di dubbio di un colpo che dimostra la debolezza del sistema Luther Blissettculturale, ormai condizionato da formalità e ipocrisie… e da molto ignoranza. Giocando sulle obbligatorietà del dover dire qualcosa, sull’idea di vittimismo dell’arte, oppressa del sistema, dal dover trovare comunque un significato a tutto, le maggiori riviste e i critici del settore ci sono cascati come pere. Ora tutti i quotidiani, Stampa, Repubblica, Unità, riprendono la notizia e cercano di riportare nel percorso di (dis-) informazione la beffa. Ma la beffa ormai ha smascherato l’ipocrisia, chi crederà più ai tromboni che intervennero su Darko Maver?

E se invece tutto questo fosse vero e la beffa fosse attribuirsi l’ideazione di quanto scritto qui di seguito?

Tutto ormai è volubile nel sistema della comunicazione di massa, non esiste più l’anziano che garantisce la fonte della notizia. Non ci rimane che credere a Luther Blissett.

Una rivendicazione di Luther Blissett e 0100101110101101.ORG

Il seguente comunicato rivendica e ricostruisce nei dettagli una beffa ai danni del mondo dell’arte contemporanea, protrattasi per oltre un anno, nella quale sono caduti quasi tutti i più‚ grossi papponi della Critica, pseudo-esperti che di persona o dalle pagine delle loro riviste hanno millantato la conoscenza di un artista in realtà‚ mai esistito. Nel corso dei mesi la figuraccia ha coinvolto, più‚ o meno direttamente, nomi del calibro di Achille Bonito Oliva, Renato Barilli, Jean Clair, Harald Szeemann, Darko Maver rassegna stampaFrancesca Alfano Miglietti e coniuge, Maurizio Calvesi, Paolo Vagheggi e Giancarlo Politi. Nel novembre ’99 gli artefici della beffa concedono l’esclusiva della rivendicazione a uno dei maggiori quotidiani nazionali. Il giornalista scrive il pezzo, il caporedattore-cultura, entusiasta, assicura che lo farà‚ uscire al più‚ presto… A questo punto, l’articolo viene misteriosamente messo in freezer, e diverrà‚ oggetto di un inspiegabile – o forse facilmente spiegabile – boicottaggio. Ogni richiesta d‚informazioni rimbalza contro un muro di gomma, il suddetto caporedattore continua a dire che lo pubblicherà al più‚ presto. Trascorrono quasi tre mesi, dell’articolo non si sa più‚ nulla. Sospettiamo che qualcuno dei pezzi grossi ridicolizzati abbia esercitato qualche pressione. Abbiamo quindi deciso di togliere l’esclusiva a Lorsignori, e diffondere urbi et orbi la storia che non volevano raccontarvi.

Dichiaro di aver inventato la vita e le opere dell’artista serbo Darko Maver, nato a Krupanj nel 1962 e morto nel Carcere di Podgorica il 13 gennaio 1999.

Darko Maver era nato e vissuto nell’area balcanica, la stessa oggi spolpata viva dagli interessi economici e geopolitici dei potenti, dalle milizie delle diverse etnie e dalla macchina-avvoltoio dei media. Darko Maver era un artista politicamente scomodo, le sue performance erano difficili da digerire, ciononostante era ormai pronto per essere assimilato dal sistema dell’arte. Debitamente omogeneizzata, privata della sua forza espressiva la sua opera era già pronta al viatico canonico che attraverso le gallerie, le mostre, il mercato porta alla pace eterna del museo, apice di un processo anestetico, sterilizzante, disarmante.

Il museo: vero e proprio tempio dove si cerimonia l’arte, è un luogo che falsifica, avvilendola, l’arte che contiene, così come il carcere falsifica rendendola irriconoscibile la vita che nega.

E il teorema, una volta ancora, si dimostra esatto: un artista (un’identità), una poetica, le opere e il sistema è pronto a fagocitare tutto, a tradurre in merce quanto era vita.

…tutto questo per Darko Maver non accadrà.

Perché‚ Darko Maver non esiste! Perché‚ le sue opere non esistono!

Parte I: biografia/la creazione del personaggio

Darko Maver, vero nome di un noto criminologo sloveno, è una creatura mediatica. Costruito nei dettagli per penetrare le difese immunitarie del sistema artistico, novello cavallo di Troia, Darko Maver non ha fallito. Nel momento del suo recupero – inevitabile sorte di ogni pensiero/azione per quanto estremo e radicale – nel momento in cui il cappio si serrava, è svanito, rivelando tutto il suo potenziale.

Parte II: le opere/la mitopoiesi

La diffusione del nome e dell’opera di Darko Maver è una rivolta attiva ad ogni forma artistica dominante. Dove i confini tra realtà e falsificazione, se esistono, sono talmente sottili che spesso i ruoli si invertono ed è la realtà‚ che si trova a copiare l’imitazione, Darko Maver è un saggio di purissima mitopoiesi.

Le agghiaccianti foto, presunta testimonianza della sua attività‚ all’accademia di Belgrado, ritraevano autentici feti e aborti che sono stati creduti senza fatica sculture in PVC e vetroresina di proporzioni giganti e persino indossabili! L’ormai famosa opera Tanz der Spinne è composta di immagini reali di omicidi, stupri e violenze di vario genere: nessun manichino è mai esistito e nessun giornale serbo ha mai recensito le performance di Maver. Tutto questo repertorio di immagini raccapriccianti è reperibile nel sito Internet http://www.rotten.com e in altri simili a disposizione di chiunque abbia lo stomaco per vederle. Lo stesso volto di Darko Maver, riprodotto su diverse riviste e decine di siti web, è in realtà quello di Roberto Capelli, storico membro del Luther Blissett Project bolognese. La verità delle immagini credute simulazioni compensa l’inesistenza di un artista creduto reale.

Ma un’artista, per essere tale necessita di una poetica, di una teorizzazione del suo lavoro. Ecco La Dimensione degli Extracorpi‚ e altri testi deliranti e assolutamente illeggibili – parodia di tutta una serie di teorie nauseabonde sulla mutazione/contaminazione – in cui è impossibile trovare un senso qualsiasi ma di cui un grosso critico, durante l’ultima esposizione del caso Darko Maver il 9-9-’99 a Roma, ha attribuito indignato la paternità a niente meno che Francis Bacon!

In principio erano due siti Internet, l’unica testimonianza dell’esistenza di Maver. Ma Internet come medium non fornisce alcuna garanzia anzi facilita la confusione. L’essere presente in rete era per l’artista serbo decisamente troppo poco perché‚ qualcuno si interessasse alla sua opera. Darko Maver, o almeno le sue opere, dovevano concretizzarsi materialmente per essere notate, e cosi‚ è stato.

Parte III: il carcere/le mostre

Nell’agosto ’98 una rinomata galleria di Lubiana, Kapelica Gallery, espone la documentazione di Tanz der Spinne costituendo un prezioso precedente per le successive mostre dedicate al fantomatico artista. Presto segue infatti quella di Bologna, il 18-19-20 febbraio 1999, nel contesto di una manifestazione per la libertà d’espressione che espone opere di diversi disegnatori tra i quali Liberatore, Martin e Manara. Centinaia di attenti visitatori si accalcano nello spazio dedicato a Maver. Scioccati dalle immagini delle performance, i cui originali sono stati censurati e distrutti, cercano spiegazione-conforto nei testi la cui irrazionalità li lascia letteralmente a bocca aperta, definitivamente disorientati. Risultato: dal febbraio di quest’anno, dopo pochi mesi di vita, Darko Maver è già‚ un mito, perlomeno nel mondo underground.

L’opera di propaganda continua su più fronti: in rete gli sviluppi sulla vicenda: la censura delle opere, la distruzione delle stesse e l’arresto per propaganda anti-patriottica sono riportati a centinaia di iscritti dal periodico EntarteteKunst (http://www.EntarteteKunst.org) fruttando numerose citazioni e link da altri siti.

Contemporaneamente escono alcuni articoli: Flesh Art (n°3, aprile ’99) dedica due pagine alla vita e alle opere di Maver mentre Tema Celeste (n°73, marzo ’99) pubblica il comunicato stampa dell’incarcerazione, avvenuta il 13/1/1999 nell’area del Kosovo, e a questi ne seguiranno altri. Maver sarà sempre più volte preso ad esempio per la censura subita, altrove semplicemente citato.

È in questo periodo che la situazione in Kosovo, già da tempo intollerabile, esplode con l’intervento delle truppe NATO nei Balcani.

Parte IV: la morte/il mito

Al 30/4/1999 risale la notizia della morte di Darko Maver. L’immagine del corpo, verosimilmente pervenuta via Internet, si diffonde rapidamente insieme all’interrogativo inquietante: omicidio o il suicidio come ultima tragica performance?

Quest’ultimo atto della vita di Maver ha trovato eco in un lucido e pungente articolo,

Darko Maver la morteManichini di guerra, apparso su Modus Vivendi (n. 6, luglio/agosto ’99) che illustra puntualmente come Darko Maver, le sue opere e la sua storia, potessero essere lette come una critica alla realtà mediatica e alla strumentalizzazione delle immagini delle vittime del conflitto bellico.

Dalla morte al mito il passo è breve. E’ il momento della celebrazione dell’artista serbo morto sotto i bombardamenti NATO. Il 12-6-99 alla Biennale dei Giovani Artisti a Roma il gruppo teatrale Sciatto produce e dedica all’artista serbo il suo spettacolo-performance intitolato appunto Awakening, a tribute to Darko Maver ed espone nuovamente il materiale documentario sulla sua opera.

Il 23 settembre, alla 48° Esposizione Internazionale d’Arte a Venezia, viene presentato il documentario Darko Maver – L’arte della guerra.

Il 25 dello stesso mese il Centro di Produzioni Multimediali Forte Prenestino di Roma ospita una retrospettiva dedicata all’opera di Maver. In mostra, oltre alla documentazione delle performance di Tanz der Spinne le opere giovanili fino ad ora inedite, per lo più‚ sculture e collage, realizzate nei primi anni ’80.

La presenza di Maver alla biennale veneziana rappresenta senz’altro il massimo obbiettivo perseguibile nel lungo processo dimostrativo della permeabilità di un sistema come quello dell’arte.

Tutto il materiale relativo al Caso Darko Maver – opere, articoli, fotografie ecc. – è reperibile all’indirizzo: http://www.0100101110101101.ORG/maver

Flesh Art – Corpi e attitudini fuori controllo

Dal numero 74 del 1999 di Zero in Condotta.

Bisognerebbe chiedersi perché escano riviste come spuntano i funghi nei boschi. Bisognerebbe anche chiedersi perché le edicole sono piene di “rivistacce”, mentre ottimi prodotti rimangono confinati nelle librerie o in un angolo di qualche buona edicola.

Se passate in una di queste, cercate Flesh Art – Corpi e attitudini fuori controllo il primo numero è uscito a novembre con cadenza bimestrale.

Il tema è quello del corpo, così dice nell’editoriale il direttore Fabio Malagnini:

«Flesh Art si muove nel territorio individuato da due parole chiave dell’epoca che stiamo vivendo: identità e corpo. Nelle società avanzate l’identità‚ è sempre più esplicitamente il prodotto di una negoziazione, spesso inconsapevole, dai connotati non meno “politici”. L’identità si presenta allo stato liquido, in fuga dalle definizioni culturali, economiche, etniche a cui molti vorrebbero ancora vederla appesa. Quanto al corpo, ciò che conosciamo come tale è oggi una protesi operabile, modellata dai codici e dal linguaggio, ormai svincolata dal nostro destino biologico e punto di ancoraggio di identità variabili.»

Illuminante.

La ricerca e lo studio sul corpo, il costante porsi domande sulle mutazioni che stiamo subendo, è prerogativa di alcuni critici e intellettuali italiani che da anni lavorano secondo coordinate che nei paesi anglossassoni trovano un maggiore respiro.

Anche se questa non è la prima rivista che si occupa dell’argomento, non dimentichiamo Virus Mutations, con consapevolezza, si può supporre che sarà legata a una nicchia interessata.

Eppure oggi la comunicazione delle riviste di moda pone il corpo come mezzo diretto di contatto, come elemento linguistico centrale nel creare un filo di contatto con i lettori.

Una caratteristica particolare è la linea internazionalistica degli argomenti e degli operatori culturali interessati

Così nel primo numero troviamo articoli dedicati al gruppo teatrale Motus, ma anche Abel Ferrara, all’anatomia digitale con un ricco apparato fotografico sul nostro cervello, a scrittrici come Poppy Z. Brite, ospite l’anno scorso al Link, alla scomparsa Kathy Acker e l’artista modenese Denny Lugli. Oppure figure controverse come la famossisima pornostar Nina Hartley, che si occupa di condurre nella università incontri sulla cultura sessuale e produrre video cassette come Guide to Better Fellatio.

Lo staff è composto da esperti del settore come Antonio Caronia (che fa parte del brain salad insieme ad Andrea Giorgi), Helena Velena, Alberto Pezzotta e Fabio Zucchella.

Se la parte testuale è ottima, la parte grafica necessita di qualche aggiustamento.

È comunque una rivista che offre diversi elementi di riflessione su noi stessi (noi come corpo che entra in contatto con altri corpi, con la tecnologia e con un altro qualsiasi) e di conseguenza sulla realtà che ci circonda.

Flesh Art nr.1, bimestrale, col., 68 pagg., £.7.000, 1999

Andrea Grilli

Nota: la rivista chiuse dopo pochi numeri, oggetto anche di contenzioso con la rivista di arte Flash Art.

Full Color

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Mostra di Franco Fontana.

Roland Barthes nel suo capolavoro La camera chiara ricorda che la fotografia rappresenta il passato, una rappresentazione di ciò che non è più.

Puglia, Franco FontanaLe foto di Franco Fontana superano la semplice rappresentazione, perché mostrano un elemento che è sempre stato poco amato dalla fotografia artistica. Si sa il Bianco & Nero è sempre stato lo stile del “fotografo bravo”, come se tutti fossero in grado di fotografare a colori. Franco Fontana è un grande fotografo, tra i più apprezzati degli artisti italiani, ma a colori. Le sue foto non rappresentano qualcosa che è stato, ma come era colorato, come nella realtà lo spettro dei colori veniva colto dalla nostra mente.

Fontana sa bene che il nostro cervello è grande strumento di analisi e sintesi. Fotografando l’autore cerca di darci o meglio di cogliere quali siano i colori che raccontano ciò che era, ciò che esisteva.

Le foto sono strettamente collegare ai luoghi fotografati, il giallo della Puglia non è il giallo di New York. Il primo è solare, luminoso, il secondo è scuro, consumato dall’inquinamento, dalle gomme dei pneumatici.

La stessa New York è città non solo per i suoi palazzi di Manhattan, ma perché i colori di persone e cose si confondano, tutti parte di un unico progetto esistenziale.

Franco FontanaI colori identificano linee che disegnano una realtà geometrica, ma non astratta. Emotiva, il punctum di Barthes, ma anche lo studium. Quali domande razionali, puntuali possiamo fare all’autore e a noi stessi quando i nostri occhi sono invasi dalle geometriche rappresentazioni del passato?

La mostra di Pescara, presso il Museo d’Arte Moderna Vittorio Colonna, ricorda al visitatore che la realtà è colore acceso, puro. Pura passione che esalta i nostri sensi. E proprio perché è rappresentazione del passato, necessita di un elemento fortemente eccitatorio. Il colore appunto, colto nella sua essenza, nel suo picco di intensità.

Andrea Grilli

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Promossa da: COMUNE DI PESCARA
Organizzazione: CIVITA CULTURA
Con: ABRUZZO INTRAPRENDERE

Copyright foto degli aventi diritto[/tab]
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