Intervista a Moni Ovadia

Oylem GolemAbbiamo incontrato Moni Ovadia a Minerbio il 26 aprile 2000 qualche ora prima di andare in scena. È stato un incontro con il pubblico bolognese e del comune di Minerbio per parlare della cultura ebraica e non solo. Confrontarsi con un uomo di così grande cultura, vuol dire parlare di molto più di una semplice domanda. Gli argomenti e le parole scorrono come fiume.

Moni Ovadia è (lo diciamo con affetto) logorroico, una domanda è l’occasione per aprire mille rivoli, mille argomenti, di cui Moni Ovadia parla con cognizione di causa, con sapiente cultura. In diversi momenti ha parlato della spiritualità ebraica, ha spiegato passi significativi delle antiche scritture, ha soprattutto posto l’accento sulla libertà dell’uomo. L’uomo nasce libero, è libero, e questa libertà ha fondamento nelle stesse parole del Signore. L’uomo è Suo servo e di nessun altro, niente tiranni, tutti uguali.

Ascoltarlo è un piacere, vi riportiamo le sue risposte alle uniche due domande che siamo riusciti a fare per il ridotto limite di tempo.

Qual è la funzione dell’umorismo ebraico oggi giorno?

Oylem GolemL’uomorismo ebraico autodelatorio, rivolto verso se stessi, cotnro se stessi, è una specie di sterminato patrimonio, come uno scrinio senza fondo, da cui escono perle di intelligenza. Mi rendo conto che ogni volta che mi avvicino a questo repertorio, che è un repertorio tradizionale, elaborato da ognuno di noi a sua maniera, di cogliere nuove suggestioni.

Sembra offrire mille sfacciatature possibili per un cammino È come se fossero per me i capitoli di un lungo libro che potrei intitolare “L’ebreo che ride” (1), non per rifarmi al libro, ma per rifarmi al cammino umoristico, un cammino millenario.

Che funziona ha oggi? Dovrebbe avere una grande funzione, ma come tutte le spiritualità quella ebraica ha dei problemi grossi, ha dei problemi estremamente densi e molto gravosi per l’identità ebraica, perché c’è una sorta di delirio di sé.

Nel momento in cui non sei più disperso, esiste una terra, questa terra ti da una copertura di sicurezza e addirittura in alcuni casi produce forme di teoparanoia o di delirio dell’anticipazione messianica.

Secondo me questo è il vero problema ebraico nel futuro: l’idolatria di sé.

Allora l’umorismo potrebbe avere una enorme funzione, ma sembra temporaneamente affaticato L’umorismo è stimolato sempre in qualche misura dal rischio. C’è una sorta di ritorno in Egitto degli Ebrei. Ma non è l’Egitto quella della schiavitù dura, è quello della schiavitù dorata, che è molto peggio. Perché il primo ti fa rendere conto di chi sei, viene voglia di ribellione, di pensiero, l’Egitto della schiavitù dorata fa rimpiangere a quella parte di ebrei che uscirono con Mosé la terra da cui fuggivano.

Allora c’è qualcosa di estremamente inedito per gli ebrei ed è la costruzione di un Egitto non fuori nell’esilio, ma in quella che dovrebbe essere una casa.

Il problema della terra con gli ebrei, del loro rapporto è estremamente drammatico e verrà fuori nella sua pienezza quando verrà fatta la pace con gli arabi.

Credo sarà l’attesa di qualche lustro non più. Questa pace arriverà.

Allora si capirà che esiste ancora una funzione per l’ebraismo, che cos’è il problema degli ebrei, se il problema degli ebrei è la riattivazione di una presunta israele biblica che non esiste più, che non è esistita per duemila anni. È quello il problema?

È altro?

Quale sarà il rapporto che gli ebrei stabiliranno nel futuro fra particolarismo e universalismo?
In questo momento l’umorismo ebraico sembra guardare al suo glorioso passato, così faccio io certo per sollecitare il futuro.

E questo è il meccanismo della memoria ebraica. Noi per larlare del domani, guardiamo all’ieri, nel senso che tutto il lavoro ebraico è percuotere quel testo millenario e attraverso un lavoro emeneutico di interpretazione, rivitalizzare i pozzi, le fonti, che le acque non siano stagnanti, ma siano sorgive.

L’uomorismo dovrebbe percorrere questo cammino, non siamo noi la generazione. Conosco i limiti della mia generazione: sono intanto di guardare solo dentro i limiti della mia generazione.

Moni OvadiaCredo che la nostra generazione, per attivare un meccanismo nuovo di umorismo autodelatorio sufficientemente feroce da scardinare tutta una serie di nuovi totem, debba uscire dall’Egitto, dal nuovo egitto che è stato il Nazismo, il più duro. Siamo troppo influenzati da questo, è stato qualcosa che ha vibrato un colpo talmente impressionante al cammino ebraico, al rapporto col divino che richiede un tempo di elaborazione.

I segni interessanti ci sono. Molti vecchi ebrei dell’est, che vivono in Israele, non amano l’umorismo israeliano, più rude di quello ebraico, però ci sono segni affascinanti.

Per esempio quesat storiella, che non è umoristica ma parecchio dura di un bambino che gira con suo nonno e questi gli indica un albero e dice “vedi questa quercia  una volta non c’era, l’ho piantata io”, poi cammina “vedi questa casa, una volta non c’era, l’ho costruita io”, girano girano e il nonno con la fierezza di dire queste cose, finché il nipote perplesso gli chiede: “nonno, di’, una volta eri arabo?”.

Allora questa storiella molto aspra pone il problema del ritorno ebraico e della situazione già trovata lì, la tragedia di due popoli non prevista.

L’uomorismo potrebbe giovare a scuotere un po’ le acque stagnanti. Forse l’umorismo reciproco, i palestinesi sono persone molte vicine agli ebrei di altri popoli arabi, perché hanno vissuto una diaspora, un esilio. Sono due popoli fatti per intendersi, anche qui ci vorrà ancora un po’ di tempo.

Bisognerà rivisitare l’umorismo e rifertilizzare i campi, riattivare le acque morte attraverso il pensiero, perché l’umorismo ebraico è una struttura cognitiva, non è qualcosa per far ridere, ma per fare pensare.

È sempre per mettere qualcuno di fronte a se stesso.

È un grande strumento di intelligenza e di pietas nei confronti dell’uomo, perhé ne fa vedere i difetti.

Credo che nel cammino umoristico, si debba attendere una generazione che ritrovi i cammini dell’incertezza, i cammini dell’alea, del rischio.

Non c’è il rischio che si conosca della cultura ebraica solo l’umorismo e non altri aspetti?

Credo che l’umorismo abbia avuto successo nei non ebrei perché per questi è stata una scoperta. Gli ebrei erano pensati come personaggi scuri, brutti, difficile pensare che uno di questi rabbini con i riccioli e con un passo pensoso e strano, possa ballare in una platea dopo aver bevuto mezza bottiglia di wodka.

Non è vero che l’ebraismo è stato conosciuto solo attraverso l’umorismo, posso dirlo perchéMoni Ovadia sono il principale responsabile, tutti i miei libri, quelli di Fölkel (2) no, perché Fölkel ha fatto una cosa molto semplice, ha preso dei repertori e poi li ha ordinati. La sua operazione ha avuto il pregio di essere la prima in Italia, io invece mi considero un allievo di Leo Rosten, anche se lui non mi ha conosciuto. Tutti i miei libri collegano l’umorismo alla spiritualità.

Perché secondo me il cammino cognitivo ebraico è inaugurato fortemente dalla opzione umoristica.

Oggi i libri sull’ebraismo in ambito cristiano, cattolico, se ne pubblicano a migliaia, di umorismo ne esistano 7-8. Se noi andiamo a vedere Giuntina (http://www.giuntina.it), casa editrice che pubblica solo argomenti ebraici, pubblicazioni umoristiche forse non ce n’è neanche una.

Ha fatto molto rumore soprattutto nel mio lavoro, quello più conosciuto, Oylem Goylem, che è stata una specie di sorpresa. Ma anche in questo c’è una preghiera sulla Shoà, e ci sono momenti di grande riflessione, di grande tensione espressiva.

Se andiamo a prendere tutto quanto è stato pubblicato, romanzi, salmi, vediamo che le pubblicazioni umoristiche non siano più dello 0.2%.

Assolutamente super esiguo, ha fatto più impressione perché ha permesso di vedere per la prima volta gli ebrei in un modo diverso.

Si parla sempre di umorismo, ma facendo quattro conti vadiamo che se ne parla pochissimo, se prendo il catalogo della case editrici cattoliche dehoniane e le Paoline, trovo centinaia e centinaia di libri sull’ebraismo, ma non trovo libri sull’umorismo.

Dei libri specifici sull’umorismo pubblicati in Italia conosco i due di Fölkel, i miei, uno della Loewenthal (3) e un libro di Rosten, finalmente tradotto come “oy oy oy!” (4). Poi abbiamo Woody Allen, i fratelli Marx, che erano fortemente inseriti nell’umorismo ebraico, però non sono esplicitamente tali. Jerry Lewis, Mel Brooks non sono esplicitamente umorismo ebraico, mentre Chaplin è quello che fa la sintesi più folgorante dei tipi umoristici del ghetto, dello shtetl. Mostra l’universalità di quei tipi che sono quelli dell’omino pieno di disavventure, ma mai domo, dignitoso e sempre pronto a battersi per le buone cause.

Andrea Grilli

Note

(1) di Moni Ovadia, pubblicato da Einaudi, Stile Libero

(2) pubblicati nel 1988 e nel 1990 nella collana BUR della Rizzoli con il titolo: “Storielle ebraiche” e “Nuove storielle ebraiche”

(3) Elena Loewenthal, “Un’aringa in Paradiso – Enciclopedia della risata ebraica”, Baldini & Castoldi, 245 pagg., £. 22.000

(link non più attivo: http://www3.stradanove.net/news/testi/libri/lagri1709982.html)

(4) Leo Rosten “oy oy oy! – umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yiddish”, 338 pagg., Mondadori

Massimo Carlotto e le irregolari

Intervista pubblicata su Zero in condotta, 25 Novembre 1999 – versione riveduta e corretta.

Siamo al terzo appuntamento della Parola Immaginata, rassegna ideata da Stefano Tassinari. L’ospite è Massimo Carlotto, scrittore giallista impegnato nel campo dei diritti civili e politici. E proprio su questo campo che siamo andati ad intervistarlo, sul suo essere anche persona impegnata a combattere contro falsità e ingiustizie.

Le Irregolari – Buenos Aires Horror Tour  è il libro oggetto della interpretazione degli artisti chiamati da Stefano Tassinari, attori, musicisti e fotografi. Il racconto dell’orrore di una generazione sterminata perché aveva l’attitudine a sognare. Ma i militari non sono capaci di sognare, di immaginare qualcosa di diverso dalla loro caserma, dal loro binario alienante di vita.

massimo-carlotto-300x259Incontro Massimo Carlotto all’ITC di San Lazzaro qualche ora prima dello spettacolo/incontro. Non so chi sto incontrando, conosco la sua storia, ho letto i suoi libri, ma uno scrittore potrebbe anche nascondersi dietro le parole scritte, dietro le metafore.
Invece ho davanti, autenticamente, l’autore delle Irregolari.

Qual è la percezione in Italia della questione dei desaparecidos? e il tuo libro ha avuto un qualche peso nella comprensione della gravità del fatto?

In Itaia il libro ha avuto un peso notevole perché ha aperto squarci di memoria che erano stati rimossi. Va detto che a quell’epoca la sinistra aveva fatto un’operazione molto precisa: privilegiare la questione cilena rispetto a quella argentina. Gli esuli argentini non hanno avuto voce. Il libro ha avuto molto peso anche suagli argentini esuli in Italia, perché da quando è uscito il libro continuo a ricevere materiale su nuove storie, su nuovi casi, molti di più di quelli noti. Gente che per anni è stata in silenzio, adesso mi scrive, mi manda materiali vari, anche su casi sconosciuti nel paese di origine. Ho fatto molte presentazioni di questo libro e mi sono reso conto che non c’è memoria dei propri compaesani o parenti emigrati e scomparsi in quelle terre. Fin adesso è un lavoro (ndr quello della memoria) che hanno fatto gli argentini, e ora in qualche regione, come in Sardegna e nelle Marche.

Però bisogna ricordare che tutta l’Italia, da Torino a Napoli e Sicilia, ha desaparecidos. Su questo ci sarebbe la grossa battagia da fare sul fatto che non è vero che non ci sono gli elementi per valutare i casi, il processo di Roma (ndr. al momento dell’intervista si era appena aperto il processo) riguarda solo otto casi e uno solo è di desaparecion. Si vuole far apparire la desaparecion come un fenomeno marginale, gli altri casi sono omicidi. Ci sono tutte le prove è solo una questione di volontà politica. Ho l’impressione che questo processo, e lo dico da anni, voglia arrivare alla condanna di alcuni militari argentini e poi chiudere la questione. Perché? Perché esistono alcune situazioni che non possono essere toccate, che si chiamano: Fiat, Chiesa Cattolica, Ambasciata Italiana.

Sono situazioni che eredita sia un governo di centro-sinistra che di centro-destra?

Certo, riaprire questi casi vuol dire aprire ferite che nessuno vuole ricordare. E anche vero che i familiari in Argentina dicono che a loro va bene così, perché comunque hanno ricevuto un riconoscimento.

Emergono poi nel libro queste diverse posizioni delle associazioni delle madri su come affrontare le ferite rispetto alla desaparecion: chi si accontenta del risarcimento danni, chi invece vuole giustizia.

Ci sono posizioni politiche molto diverse, perché una parte delle madri è rivoluzionaria. L’altra è un pochino più istituzionale. Loro si accontentano di un riconoscimento. Perché oggi in Argentina, come riportava l’articolo su Zero in Condotta (ndr. numero 92), sta succedendo qualcos’altro. Le democrazie occidentali attraverso Pinochet stanno dicendo che il nuovo corso liberista non vuole più dittature. Solo che per anni hanno allevato squadroni della morte, e adesso questi si stanno ricostituendo perché non vogliono cedere. Tra l’altro tra un po’ ci sarà in Bolivia una riunione della vecchia struttura dell’operazione Condor (ndr. voluta dal Pentagono per opporsi all’espanzione dei movimenti rivoluzionari in Sudamerica) che non ha mai smesso di operare.

1215198246700_fÈ un segno di debolezza il fatto che il fantomatico commando Massera abbia insultato con scritte sui muri le madri di Plaza de Mayo, piuttosto che prelevarle, come avrebbero fatto una volta?

Adesso non possono più farlo perché non vogliono rogne dall’estero, le madri sono protette internazionalmente. Mia zia è protetta perché ha il passaporto italiano. Però i gruppi stidenteschi e degli operai che si oppongono, vengono colpiti duramente dalla repressione, vanno in galera. Le madri in qualche modo sono intoccabili, il resto no, la struttura repressiva è rimasta la stessa.

Non è avvenuto come in Italia dopo la caduta del fascismo, una spartizione delle cariche tra i vari partiti?

Sono stati gli uomini della giunta militare che hanno detto Bene, oggi siamo democratici. Infatti il problema è che questi fanno carriera.

È la questione che sollevava le Monde Diplomatique (ed. italiana, pag.22, numero di giugno, articolo “I militari laino-americani vestiti a nuovo da Mariano Aguirre) sulle carriere dei militari come uomini politici all’interno delle nuove democraie sudamericane.

Certamente. Ma non solo. Questa gente si sta arrichendo in maniera impressionante, perché sta vendendo ossa: ricevono parenti di desaparecidos e in cambio di soldi idicano dove può essere sepolto il loro parente ucciso. È qualcosa di incredibile questo commercio ed è un altro fatto che va denunciato.

Riprenderei la questione del Cile. La sinistra italiana si concentrò sul Cile e non sull’Argentina perché non esisteva un referente politico, un partito socialista o comunista argentino?

Esisteva in Argentina ed era anche molto forte, non è stato represso, perché si è inventato questa follia della via democratica della dittatura. Un percorso democratico della dittatura, che è una follia. Leggi i documenti è veramente racapricciante. Ma poverini non era tutta colpa loro, il problema era dell’Unione Sovietica, che aveva bisogno di grano e bistecche. All’ONU l’URSS impediva ogni risoluzione proprio per questi motivi e i partiti comunisti si adeguarono.

Ci fu un abbandono generale del tipo “fate voi” .

Da sinistra questo, da destra il fatto che stavano per la prima volta nel novecento provando un modello repressivo funzionante. E tutti sono stati a guardare. Non ci sono prove ma gli spagnoli, che avevano il problema dell’ETA, mandavano gli ufficiali in Argentina. Ma anche l’Italia è coinvolta. Le nonne stanno cercando 16 bambini, che sono stati portati qui ed adottati, 16 bambini non entrano così per sbaglio.

Parlando più direttamente del libro, com’è nata l’idea di usare la formula del romanzo per raccontare la desaparecion?

Ho usato questa struttura perché mi sono reso conto che erano usciti a livello mondiale una serei di libri che prima di tutto non coglievano la complessità del problema, e poi perché il racconto-reportage ti permette di usare fatti e persone assolutamente liberi da ogni schema. Mi sono mosso su questo terreno quando i sono reso conto, girando per l’Italia per raccontare il sistema repressivo degli anni settanta, non conoscevo assolutamente questi fatti. In quegli anni facevo parte di Lotta Continua e di quello che succedeva in Argentina si diceva: sono peronisti, si sparano tra loro. Invece no, il problema era un altro, stavano sperimentando un sistema repressivo.

Il titolo “Irregolari” mi ha richiamato alla mente la campagna che in Italia si sta facendo della necessita’ di un paese normal, di una normalità della vita, di una sua regolarità. Nella vita bisogna essere irregolari?

Si, è una scelta di vita. Oggi essere irregolari è fondamentale, è un valore che rivendico.

Saluto Massimo Carlotto e mi avvio verso la macchina. Nell’intervista, di cui questa trascrizione è solo un ampio stralcio, ha anche parlato Pio Laghi e le sue complicità con la dittatura militare, i suoi affari legati alla struttura di Madre Teresa di Calcutta, alla candidatura al soglio pontificio, al suo rilancio grazie all’intervento di Maurizio Costanzo. Ma anche l’importanza del Movimento Zapatista nello scenario rivoluzionario sudamericano mondiale. L’importanza di Carlotto come di tutti coloro che documentano e testimoniano la repressione in questo mondo contro il desiderio ultimo di ogni essere vivente di sognare, è incalcolabile. L’Irregolarità è un valore, camminare (e non marciare) contro l’appiatimento umano che viene coltivato da chi detiene i nodi del potere.

Intervista: Simona Vinci

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[tab title=”Dei bambini non si sa niente.” active=”active”]

Ho incontrato Simona Vinci nel novembre del 1997, il suo primo romanzo Dei bambini non si sa niente scaldava le pagine letterarie con discussioni più o meno sensate. L’incontro avvenne in un Bar Greco vicino piazza Verdi a Bologna. L’intervista uscì per il settimanale on line www.stradanove.net

Questa intervista viene riproposta con leggere modifiche lì dove la lingua zoppica. Furono toccati due temi, il romanzo appena pubblicato e la letteratura italiana, almeno quella contemporanea del momento. Comunque gli errori sono tutti miei.

Ricordo un certo nervosismo o emozione, ma soprattutto un piacevole incontro.

Andrea Grilli: La storia del romanzo, dei bambini inizia positivamente, c’è una famiglia che lavora, i bambini hanno i loro giochi; poi a un certo punto c’è un baratro progressivo, un incalzare di eventi che porta alla disgrazia. È stata semplicemente una tua scelta all’interno della schema narrativo, oppure anche nella realtà è possibile, secondo te, un processo di questo genere?

simonabnSimona Vinci: Non faccio lo psicologo infantile, ho raccontato una storia che va in un certo modo, come una sorta di scoperta, che poi tutti fanno, dell’erotismo tra bambini. Dopo, quello che succede, è che semplicemente entra lo sguardo degli adulti attraverso queste riviste pornografiche. Quindi, penso che sì, possa accadere, è una direzione possibile. Ho cercato di immaginare cosa possa accadere a un ragazzino, tra i 10 e i 15 anni che passa la giornata metà a scuola, l’altra metà fuori casa. Non tutti i bambini hanno le mamme a casa, hanno il dopo scuola, tanti girano.

AG: Di solito nei mezzi di informazione quando si parla dei bambini e di qualcosa di negativo che gli accade, la famiglia è sempre disastrata…

SV: Non sono disastrate, però sono assenti gli adulti. Li ho resi proprio assenti, perché secondo me c’è un grandissimo divario tra il mondo infantile e degli adolescenti e quello degli adulti. Anche quando non sembra. Perché in realtà poi non si discute delle cose vere in casa, si sta in casa davanti alla televisione, magari si parla, comunque sempre in modo edulcorato. C’è sempre questa visione della infanzia e della adolescenza così un po’ pulitina che non corrisponde a quello che sono.

AG: Quello che mi ha colpito nel romanzo è la mancanza di dialogo  dei figli con i genitori.

SV: Li ho voluti eliminare proprio perché a me interessava raccontare della fatalità dell’esistenza, una metafora, del fatto che le cose accadono e non sai bene perché. Però volevo uno sguardo neutro, nel senso che di uno sguardo che non desse giudizi, ed è lo sguardo di questi ragazzini. Se avessi inserito degli sguardi, delle voci di adulti, avrei dovuto dare giudizi in negativo o in positivo.

AG: L’assenza di giudizio, narrare.

SV: Sì, narrare e basta.

AG: C’è l’assenza dell’adulto che porta al peccato, è un bambino più grande (NB. Mirko) quello che conduce gli altri personaggi a un certo tipo di esperienza.

SV: Anche il personaggio di Mirko, che porta queste riviste pornografiche e inserisce dei giochi sempre più violenti, è in realtà una vittima. A me è stato rimproverato che un ragazzo di quindici anni non va a scegliere come compagni di giochi delle bambine di dieci, questo non è vero, perché lui è un ragazzo ovviamente disturbato, viene detto nel romanzo. Martina lo guarda e si domanda perché. Per lui più che una esperienza di erotismo, è di potere. Non può esercitarlo a scuola, sulla famiglia, sulle ragazze della sua età, ma su quei bambini più piccoli, a cui può far fare quello che vuole. Quindi è un esercizio di potere.

AG: Mi è sembrato che anche l’ambiente geografico descritto nel romanzo, di Budrio, Granarolo, sia importante.

SV: Abito lì. Sono luoghi che amo molto e che trovo molto inquietanti. È strana l’Emilia, c’è deibambininonsisanientequesto passaggio continuo tra città e campagna una dietro l’altra. Per me è molto importante il rapporto con il paesaggio. Ho trovato una grande assonanza tra questo tipo paesaggio, come l’ho descritto, e quello dei narratori dell’america del sud, come Flannery O’Connor, Faulkner. Comunque c’è questa idea della campagna soffocante, dove accadono le cose in modo lento, strano, che non si capiscono molto.

AG: Questo aspetto di Budrio e di altri paesi come hinterland bolognese, si può collegare alla descrizione che fa Carlo Lucarelli nel suo ultimo romanzo, Almost Blue, di Bologna come una metropoli che va da Reggio Emilia alla costa romagnola?

SV: È così. L’Emilia è una cosa strana, per questo dico che in qualche modo rassomiglia all’america: grandi spazi. Questa è una regione caratterizzata dalla mobilità, la gente lavora in una città, però vive in un’altra.

AG: Un’ultima domanda: perché gli adulti non sanno niente dei bambini?

SV: Perché non li guardano. Non li guardano con gli occhi limpidi, guardano con l’idea che hanno dei bambini. Hanno già un’ idea di come i bambini dovrebbero essere, quindi non li vedono.[/tab]

[tab title=”La letteratura italiana.”]

Andrea Grilli: Con l’antologia Gioventù Cannibale si è generato uno scontro tra coloro che considerano fonte degli scrittori gli autori classici, lo scrittore italiano deve passare per dei passaggi obbligati di fonti letterarie altrimenti non è uno scrittore. I nuovi invece hanno fonti letterarie completamente diverse, come la pubblicità, la musica, i fumetti, un certo tipo di cinema. Anche tu fai parte di questi scrittori?

SV: Faccio parte di una generazione che è cresciuta ascoltando la stessa musica, guardando la stessa TV, anch’io ho una impostazione di questo tipo. Però poi ho fatto studi classici, mi sto laureando in lettere. A me è stato rimproverato, sinceramente mi fa molto ridere, da Luca Canali di non aver letto il Satyricon, se lo avessi letto avrei scritto un altro romanzo. In realtà l’ho letto e lo so tradurre alla perfezione, perché ho fatto un esame su questo. Puoi aver presente la tradizione, ma decidere che la tua scrittura va in un’altra direzione, ma non è vero che non conserva gli echi di tutto quello che hai studiato, che sta dietro di te. A me non pare, mi pare in realtà di avere una scrittura molto classica.

AG:

SV: Non ho padri, non ho una scrittura che si può dire rassomiglia a questo scrittore o a un altro.

AG: Forse è la cosa migliore, penso per uno scrittore.

SV: Però è più difficile inquadrarti. Non sanno dove metterti. Qualcuno mi ha detto “gergo giovanilistico”, altri che sono “di maniera”, mi sembrano due cose che cozzano. Si vede che non sanno dove mettermi.

AG: Secondo te il fatto che la critica letteraria abbia attaccato altri scrittori precedenti alla tua pubblicazione, vuol dire che non riescono a capire le fonti di ispirazione, non riescono a ricondurre le storie, le immagini a un precedente letterario conosciuto?

simona_vinciSV: Non credo sia solo per questo. Sì, non riescono a capire questa violenza che c’è dentro questa narrativa. Che poi fra l’altro è tutta diversa, perché non si può paragonare Fois ad Ammaniti. Fois è comunque uno scrittore classico, con una  scrittura limpida, Ammaniti è un narratore di storie roboanti. Tutti diversi. Secondo me è il fatto che la letteratura italiana si sta svegliando da due decenni di noia infinita. Perché ci sono stati dei narratori pallosi, minimalisti, pscologici, che hanno raccontato storie di una generazione, che a noi, non ci assomiglia più.

Il barista porta un caffè greco per Simona e un cappuccino per me.

SV: (sorridendo) mi sono persa…

AG: Parlavi dei due decenni di noia della letteratura.

SV: Infatti si sta svegliando e il pubblico risponde bene, perché evidentemente i gusti del pubblico, condizionati probabilmente anche dalla televisione e dal cinema, sono più grossolani. Forse la gente ha voglia di sentire delle storie.

AG: Forse questi scrittori sono in sintonia con i lettori.

SV: sì, perché raccontano delle storie, cosa che negli ultimi vent’anni non è accaduto. Romanzi, anche di scrittori bravissimi, che non ti raccontano nulla, vai nell’ultima pagina e non accade niente. Già la vita è un tedio mortale.

AG: Einaudi quando ha presentato la nuova sede della agenzia Einaudi a Bologna ha parlato molto bene della collana Stile Libero, come ti senti in una collana dove c’è di tutto, da Cooper ad Ammaniti e Albertino?

SV: Mi sento bene, nel senso che ogni romanzo e ogni scrittore hanno una storia a sé. Non credo o non so se rimarrò in Stile Libero. A me fa piacere che questa collana sia facile, che costa poco. Chi entra in libreria e trova un libro di un esordiente che semmai costa 30,000 lire, dice “ma questo qua chi è?”, lo rimette a posto. Invece 13,000 lire anche se non lo conosci, lo compri. E poi una collana innovativa, mette insieme la tradizione di una casa editrice che ha sempre portato il nuovo in Italia.

AG: Quello che poi diceva Einaudi.

SV: È comunque una casa editrice che non si è normalizzata,  continua a esplorare.

AG: L’ultima domanda. Gli scrittori di ultima generazione sono in parte emiliano-romagnoli, oppure di altre regioni che sono passati per questa città e si sono fermati. Questa “città” riesce a stimolare delle immagini, delle storie che poi si vuole scrivere, oppure è qualcosa che qualcuno ha dentro ed è tutto una casualità?

SV: È tutta e due le cose. Da un lato è una casualità, perché io mi sento uno scrittore e mi sarei sentita così da per tutto. Certo che è una zona fertile, a parte la città universitaria. C’è passaggio di teatro, musica, c’è sperimentazione.

AG: Tu sei emiliana?

SV: No, sono milanese. Ma ho molto toscano.

Andrea Grilli

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[tab title=”Scheda del libro.”]

…per andare da casa mia a Bologna mi piace fare la strada che passa per Granarolo. Luoghi familiari, nei quali ho visto girare un sacco di bambini e di adolescenti.

Questo brano fa parte della dedica della giovane autrice, nata nel 1970, di Budrio in provincia di Bologna e leggendo il libro si coglie una capacità di osservazione tale da riuscire a far immaginare la campagna bolognese al lettore anche estraneo all’Emilia.

Il tema del romanzo è molto forte, violenze tra minori, e forte è anche il modo con cui viene trattato. Una lenta progressione di eventi che portano a una fine inevitabile. Non c’è spazio per l’innocenza quando gli adulti, e si può essere adulti anche a giovane età, vogliono giocare con i bambini. Un pugno allo stomaco portato con precisione. Un libro scomodo per molti, che ha già sollevato critiche, ma che in realtà si rivela un buona prova di partenza per una esordiente. Si sa che la difficoltà maggiore per un giovane scrittore è scriverne un secondo che faccio dimenticare il primo.

Nota: ha scritto più di un “secondo libro”… 🙂

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