Parasite

Corea del Sud, film di Bong Joon-ho, 2019.

Parasite è un film ambientato in Corea del Sud in un contesto sociale dalla doppia faccia: chi vive di lavoretti ed escamatoge spesso associati a truffe e chi fa parte della classe borghese ricca e attiva, benestante,  di quella Corea super tecnologica, che appare nei rotocalchi nascondendo il lato oscuro della crescita economica e tecnologica del paese asiatico.

A. O. Scott del New York Times lo ha definito «terribilmente divertente, quel tipo di film intelligente, generoso, esteticamente energico che annulla le stanche distinzioni tra film d’essai e film di intrattenimento». In effetti Parasite è quel film che riesce a soddisfare un po’ tutti i gusti, tranne quelli meno avezzi al film dark o thriller. Parasite infatti è un film strano, con due tempi o meglio due ritmi diversi, come una sinfonia.

Nella prima parte scopriamo come la famiglia Kim sopravviva e come riesca ad ingannare la ricca famiglia Park, come passo dopo passo, riesca a infitrarsi nei risvolti delle loro esigenze giornaliere, delle loro paure ed eccessi di una vita lussuosa che ormai ha perso il contatto con la realtà della società coreana.

Bong Joon-ho è impietoso nel descrivere la profonda differenza tra una casa dei Kim posta sotto il manto stradale, che un alluvione innonda confondendo le acque nere da quelle bianche (cioè fogne da acqua potabile) e dove i componenti della famiglia non hanno difficoltà nell’immergersi per salvare quel poco di oggetti che hanno;  e la casa dei Park, progettata da un architetto, con la governante che regola ogni evento, con l’autista, con l’insegnante privato e tante comodità che solo i ricchi possono permettersi.

Ma è anche vero che la famiglia Kim non abbandona mai lo smartphone, che diventa l’unico vero contatto e tramite delle notizie utili per sopravvivere.

Parasite, famiglia KimUn elemento ricorrente è la puzza che i bambini della famiglia Park sentono della loro controparte povera, troppo insaponati, puliti e profumati per sopportare l’odore della povertà, tradizionalmente assimilato alla puzza. Non si tratta dello storico odore dell’olio della fabbrica, del grasso che segnava l’appartenenza a una classe sociale che nel lavoro e nel dolore dei sacrifici costruiva un domani per i figli. Questa è una nuova puzza, quella prodotti dai bassifondi di una miseria non eccessiva ma che tiene ancorati gli uomini in uno stallo di sopravvivenza. Non si muore di fame, non si migliora. Si galleggia. Nella merda.

Ma nella seconda parte del film Parasite, un po’ come il capolavoro di Kusturica, Underground, emerge anche una Corea ancora più sotterranea, quella dietro le pieghe della ricchezza, quella che riesce ad anche a nascondersi sotto il tappetto, dove si è soliti nascondere la polvere.

E a seguire una serie di colpi di scena che alternano momenti di grandi risate, macabre, a scene drammatiche, quasi splatter.

Parasite è un piccolo capolavoro, diretto da un ottimo regista, Bong Joon-ho, e un gruppo di attori di grandissima qualità che hanno saputo interpretare i personaggi, personaggi di un teatro dell’assurdo che poi non troppo assurdo dovrà pur essere.

Andrea Grilli