Knives out (Cena con delitto)

Knives out (Cena con delitto), diretto da Rian Johnson, 2019.

Si tratta di un piccolo capolavoro, una splendida regia con richiami ai classici del cinema americano come le riprese alla Orson Welles, dove le linee prospettiche accompagnano l’occhio dello spettatore verso imagini, concetti e sensazioni che si trovano fuori dalla cornice dello schermo, cinema o televisore che sia.

Il frame è solo un frammento, quasi uno zoom, di una immagine più grande e complessa che il regista non riesce a racchiudere, a catturare. Cena con delitto o meglio Knives out lascia sempre un tocco di gusto amaro nello spettatore che sente di non poter vedere tutto, di non poter cogliere tutti gli elementi della storia. Qualcosa sfugge, qualcosa è fuori dalla capacità di essere colta, ma è compito del detective, del Poirot di turno, di svelare le parti mancati… anzi descriverle.

Cena con delittoA questa regia così ricca, si unisce una recitazione spesso impeccabile anche di attori bravi, ma mai emersi, e in alcuni casi piacevoli scoperte cone Chris Evans, finalmente fuori dall’ingonbrante e rigido ruolo di Capitan America.

Va elogiata anche la fotografia e la colonna sonora, senza dimenticare l’infaticabile ruolo del costumista e delllo scenografo, tutti capaci di costruire un ambiente visivo, sonoro e olfattivo di rara qualità.

Cena con delitto – Knives out è un piccolo capolavoro salvo che manca totalmente di una trama credibile, di una trama che sia un giallo classico, vero, autentico dove la triplice presenza di: assassinato, omicida e detective si intrecciano per svelare un mistero, un movente credibile. Invece una banale storia di immigrazione clandestina, eredità mancate e pseudo-assassini. Il tutto condito con sottile, ma onnipresente politica pseudo-democratica. Alla fine sarà l’imigrante che ha rispettato le leggi a ereditare il patrimonio accumulato da un vecchio scrittore americano, che preferisce il profumo della giovane infermiera ai figli, cresciuti da lui come parassiti egoisti e ipocriti.

Il sapore, il profumo del giallo alla Agatha Christie svanisce di fronte all’ansia di dare un significato moderno, ossessivo rispetto a una sana storia di omicidio tra ricchi squatrinati. Il confronto quasi naturale è con la rilettura di Kenneth Branagh di Poirot. L’attore e regista inglese, che sa ben lavorare con i classici grazie alla sua formazione, riesce a rilanciare e interpretare un classico del giallo, senza cadere in banalità moderniste.

Cena con delitto – Knives Out è un film esteticamente stupendo, ma senza trama, intesa come quell’intreccio di eventi, persone e cose che fa emozionare.

Certo però che è nato un nuovo personaggio, Benoît Blanc e un Daniel Craig che lo interpreta in modo straordinario.

Andrea Grilli

 

 

Come fare un film

Come fare un film di Claude Chabrol, Einaudi, 2005

Come fare un film di Claude Chabrol Il regista francese Claude Chabrol è uno dei fondatori della Nouvelle Vague. Nel 2003 scrive un piccolo libello di poche pagine dove racconta con grande sintesi Come fare un film.

78 pagine di intensa e densa attenzione al cinema, ma anche attenzione ad alcune serie tv e una costante attenzione alle differenze tra i due media. Chabrol, spiegando come si realizza un film, racconta come esso stesso li realizza e in qualche modo la poetica o cosa lo ha spinto a fare il regista invece, per esempio, del pescivendolo o dell’avvocato.

Anzi sembra che fare il regista non sia così difficile, tant’è che Claude Chabrol dice:

«Quando ero agli inizi, ebbi a dichiarare che erano sufficienti quattro ore – o qualcuna di piú, se si era poco dotati – per imparare la regia, e continuo a pensarlo. Quattro ore sono sufficienti per imparare quanto è necessario».

Si tratta di un piccolo saggio, un micro saggio che vale molto e che in qualche modo andrebbe letto dai giovani filmaker, ma è importante non pensare che sia risolutivo, che dopo averlo letto in qualche modo pensi di non dover studiare per questo mestiere. Claude Chabrol proprio perché è un grande regista riesce a sintetizzare un mestiere complesso, anche se, come ha sempre detto, erano sufficienti quattro ore per imparare la regia.

Il problema è quale regia si impara.

Andrea Grilli

Black Panther

di Ryan Coogler, con Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Danai Gurira, Martin Freeman, 2018.

Nuovo film della Marvel. Questa volta il tema è l’Africa e un personaggio minore del Marvel Universe, Pantera Nera nell’edizione italiana del fumetto.

Va detto che il film è deludente, con una trama banale e talmente lineare da annoiare. Sono presento tutti i cliché del dramma tipico familiare con uno stile shakesperiano senza averne la forza o lo spessore.

Tra i temi interessanti sviluppati nel film cìè sicuramente il tentativo, un po’ fallito, di trovare una sintesi tra cultura tribale africana e high-tech. Questa tema non sembra bel riuscito. Alla fine il tema tribale prevale lasciando un sapore amaro in bocca. Il clichè dell’uomo di colore un po’ selvaggio è lì che arieggia nella trama.

Black PantherMa se la trama non è soddisfacente, e il tema della cultura africana non convince, alcuni temi trattati nel film sono da approfondire. Come molte storie Marvel non esiste una dicotomia Bene-Male, ma esiste una dialettica tra i personaggi dove l’obiettivo può essere condiviso, ma il percorso per raggiungerlo può essere diverso e conteso.

Il cugino di Black Panther, Erik, vuole combattere per i diritti della sua gente, quella gente black che furono al centro delle politiche sia di Malcom X che di Martin Luther King. E forse proprio le due strategie che storicamente non trovarono una sintesi felice, si riflette nello scontro tra i due cugini.

Gli autori, come tutte le storie della Marvel, guardano con attenzione alla realtà storica statunitense. Ma soprattutto va ricordato che il problema della discriminazione negli USA è ancora talmente tangibile da essere una piaga sociale.

Dopo l’uscita di scena di Obama dalla presidenza statunitense, la discriminazione dei neri è grave. Quale soluzione scegliere? La protesta armata di Malcom X con la scelta dell’Islam come riferimento culturale e ideologico? Oppure la protesta pacifica di Martin Luther King?

È la stessa dicotomia degli X-Men, tra Xavier e Magneto. Black Panter ed Erik

In Black Panther non vi è una risposta. Gli autori in realtà trovano un punto di contatto. Erik forse ha ragione nel segnalare il problema, ma non è la via indicata quella giusta. Ecco quindi che Black Panther invece può trovare, grazie alla scienza, una vita pacifica e costruttiva.

In un momento storico dove l’ignoranza, il feudalesimo culturale si espande grazie ai populismi, la Marvel mantiene la rotta avvianta dai suoi padri fondatori: la scienza, il sapere, la cultura, la diversità sono una ricchezza inviolabile.

Ma forse tutto questo è troppo americano per essere colto dall’uomo europeo. La trama di Black Panther è molto statunitense. Rimangono perciò le scene di combattimento, di scarsa efficacia, le ripetitive scazzotate e la supponenza dei kawandiani…

Meglio attendere il prossimo film…

Andrea Grilli

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120 battiti al minuto

Regia e sceneggiatura di Robin Campillo, con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud. Francia, 2017.

Inutile ingannarsi si tratta di un piccolo capolavoro. Robin Campillo ha ricostruito sulla base dei suoi ricordi di quegli anni così combattuti, quando l’AIDS si diffondeva senza controllo, tra politiche assenti da parte dei governi e una società civile che non si aspettava una epidemia vera e propria.

120 battiti al minutoRobin Campillo racconta le azioni civili di Act up, il tentativo dell’associazione di sensibilizzare la società civile francese, ma soprattutto le autorità che negano l’esistenza del problema. Anzi emergono bene i tentativi di mercanteggiare sulla vita di essere umani che vengono percepiti come minoranze che non rispettano la moralità ipocrita e piccolo borghese.

I personaggi ricordano sempre quali sono le categorie sociali a rischio: detenuti, omosessuali, lesbische, trans, drogati. Neanche al governo Mitterand, governo socialista, interessano questi essere umani.

Il gruppo Act up di Parigi ricorda anche le parole vergognose di Baudrillard, che descriveva i costumi degli omosessuali come pervertiti e dediti al sesso quasi orgiastico. La descrizione del filosofo francese è quasi uguale a quella di un medico cattolico e di destra. Act up attacca degli adesivi sulle loro pubblicazioni per segnalarne la pericolosità in modo ironico e scherzoso.

120 battiti al minuto Celine Nieszawer

Ma all’ironia si unisce spesso l’azione vera e propria, quella da combattenti passivi, alla Gandhi, con cui il movimento mette le industrie farmaceutiche di fronte alla loro ipocrisia e alla loro sete di soldi guadagnati senza etica.

Il sangue finto è una forte metafora, da liquido che dentro il nostro corpo ci consente di vivere, traghettatore di energia, degli elementi vitali, in realtà si rivela essere debole, capace di trasformarsi in veleno. Dal Dracula che si alimenta grazie al sangue e questo lo rende eterno e potente, ora il sangue è solo una trappola.

Un film che sembrerebbe al maschile, dove le donne sembrano nel sottofondo della storia, invece se ascoltiamo bene, troviamo madri che aiutano i figli a sopravvivere, madri che accettano le scelte dei figli e delle figlie, donne che combattono, donne che amano e che sanno guidare il dolore e la rabbia dei maschi morenti.

Adèle HaenelDue parole andrebbero spese per Adèle Haenel, la donna combattente, ma anche geniale, capace di immaginare azioni eroiche per scuotere le coscienze.

Presente e assente nella narrazione, il personaggio di Haenel, Sophie ricorda al pubblico che la malattia non può spegnere i cuori più forti.

Così anche Hélène, madre di un ragazzino ammalatosi per le trasfusioni di sangue, scandalo che all’epoca colpì la Francia. La donna rimane affianco al figlio, che non fa parte delle categorie discriminate, anzi si unisce ad Act up e ne è una delle attrici principali.

E così via fino alla madre di Sean, madre che affianca il figlio in tutto il suo dolore.

Un film necessario, prima ancora che bello e stupendamente realizzato. Necessario perché abbiamo abbassato la guardia, perché non temiamo più l’AIDS e l’HIV. E la malattia si diffonde, ancora e comunque.

Il silenzio è morte.

Andrea Grilli

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Resident Evil – Fine di un mito?

Finalmente l’ultimo capitolo di Resident Evil è arrivato. Era atteso da anni, rinviato per altri impegni anche personali della attrice che ha incarnato la serie, Milla Jovovich, alla fine ha deluso.

Ha deluso perché il penultimo episodio era stato epico nel finale, con un bel cliffhanger finale. Una combinazione bizzarra di eroi alleati contro un nemico comune, una intelligenza artificiale impazzita che vuole distruggere gli esseri umani e usa soldati lobotomizzati per farlo. Anzi usa l’intera infrastruttura della Umbrella per riuscirci.

Resident Evil - la regina rossa

La Regina Rossa fin dal primo film ha dimostrato chiaramente di essere l’elemento crudele, il lato oscuro della Umbrella. Anche la sua rappresentazione era totalmente asettica, artificiale, senza alcuna possibilità di creare un pur minima empatia.

Ecco il finale epico che suggeriva una battaglia finale tra quello che rimane dell’esercito statunitense, i nostri eroi, un alleato imprevisto e tutti gli zombi/mostri come avversari. Quindi poi spostare lo scontro contro la Regina Rossa.

Per non parlare dei personaggi, nel finale Albert Wesker, che sapevamo fosse il presidente della Umbrella, è schierato con gli umani insieme ad altri personaggi come Ada Wong, Jill Valentine. Ma non dimentichiamo che nel quarto film avevamo anche i fratelli Redfiled.

Resident Evil - fratelli Redfield e Wesker

Ci aspettavamo un grande formazione, tutti gli eroi schierati con la IA Regina Rossa e quanto rimasto della Umbrella.

Eppure niente di tutto questo. Anzi Resident Evil The final chapter è come se fosse un’altra storia.

Wesker è un semplice dipendente e senza particolari poteri, la battaglia di Washington è stato un massacro ed una trappola. Riappare il dottor Isaacs, travolto da una missione spiritico-apocalittica per far rinascere l’umanità secondo nuovi presupposti.

Tutto ribaltato. La Regine Rossa è una entità positiva collegata ad altri personaggi della storia, Isaacs da scienziato delegittimato nel terzo film diventa proprietario della Umbrella e altri interventi nella trama che sembrano contraddire e cancellare ben cinque film.

Sorprende la totale dissociazione con la trame dei precedenti film, che in un modo o nell’altro erano riusciti a rimanere coerenti e costruire una serie di personaggi interessanti e dare corpo a quelli dei video game.

Insomma in Resident Evil the final chapter si cambia la trama, si riscrivono eventi narrati nei primi film e alla fine quello che rimane e una serie di contraddizioni difficile da spiegare.

Un vero peccato. Una bella saga, non banale, sui soliti zombie. Ma alla fine troppo tempo tra un penultimo episodio e l’ultimo hanno fatto perdere la barra della navigazione.

Fine di una serie.

Andrea Grilli

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Alien Covenant

Prosegue la ricerca dell’origine del creatore della razza umana. Dopo l’avvio balbettante, ma illuminante, di Prometheus, la saga di Alien prosegue dandoci altri indizi ed elementi per comprendere un disegno così complesso e misterioso.

In Prometheus gli autori avevano tagliato con ferocia dissacrante il meccanismo banale del dio buono, superiore, per presentarci esseri, detti ingegneri, dominatori del DNA e capaci di creare armi distruttivi come il virus che da vita agli alien.

Alien CovenantIl film lasciò molti perplessi, dividendo i fan della saga, lo stesso Ridley Scott decise di intervenire per ridare quel mood tipico delle sue creazioni. Così ora Alien Covenant ci presenta il seguito della storia, cosa sia successo alla dottoressa Shaw dopo aver abbandonato il pianeta che si riteneva fosse quello di origine degli ingegneri.

Alien Covenant è un film che lascia molte domande non risposte e ne apre delle altre. Sicuramente non si è ancora creato il collegamento con il primo film Alien e ancora molto è da scrivere. Non si danno spiegazioni sugli ingegneri e quelli che si vedono, sembrano più una civiltà arretrata.

Certo i personaggi sono un po’ stupidotti, come in tutti i film di Alien e basterebbe poco per evitare il contagio; è evidente il tentativo di forzare l’azione e di far cadere gli uomini in eventi quasi “telefonati”, ma non è questo il dato fondamentale. Il cuore della narrazione è l’impossibilità dell’uomo di comprendere e confrontarsi con l’immensità dell’Universo e delle leggi della Natura.

Siamo deboli, stupidi e inermi. Semmai esiste un dio creatore, un ingegnere supremo, sembra disinteressato alla nostra esistenza. Egli gioca con la vita come noi giochiamo con un insetto.

Alien Covenant - equipaggioNon vi è un disegno, un destino. Solo l’oscura profondità dell’ignoto. Noi, come pellegrini, navigatori senza coordinate, vaghiamo o arranchiamo in un sistema che ci porterà solo morte.

Alien sembra dirci che la vita, come noi la percepiamo, non è un dono, una essenza superiore o una eccellenza in una ipotetica classifica del Creato. Anzi… siamo in fondo, giù, troppo presi dai sentimenti, dai pensieri. Cibo o cavie per altre creature in grado di sopravvivere e riprodursi.

Se volete vi racconto anche la trama di Alien Covenant, un gruppo di pellegrini nello spazio profondo verso una nuova casa…

Andrea Grilli

Regia di Ridley Scott, con Michael Fassbender, Katherine Waterston, Billy Crudup, Danny McBride, Demián Bichir.

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Ubik

Ubik è un romanzo visionario, metafisico, dove il confine tra la vita e la morte è confuso senza per questo creare atmosfere horror, anzi il sapore fantascientifico emerge proprio dove la morte non riesce a trovare una propria definizione, lì dove la tecnologia cerca di sconfiggerla. Scritto nel periodo 1968-1969, è uno dei più amati tra gli appassionati di Dick.

La nuova edizione della Fanucci è impreziosita da alcuni testi introduttivi particolarmente curiosi, come quello del sindacalista Cofferati, o di persone che gli furono vicini, come il giornalista del Rolling Stones o dello scrittore Tim Powers. Infine oltre al romanzo si può leggere anche la sceneggiatura che lo stesso Dick scrisse per un film che avrebbe dovuto girare un allievo di Godard, Jean-Pierre Gorin.

Per una specie di sfortuna, che perseguitò lo scrittore statunitense per quasi tutta la vita, del film non se ne fece più nulla, ovviamente con grande dispiacere di Dick, che vi si era gettato a capofitto con grandi speranze.

Leggere la sceneggiatura o il romanzo vuol dire leggere due lavori autonomi, maturi e complessi, che anche se scritti a distanza di oltre sei anni, mostrano come Dick fosse autentico nella sua scrittura. Le angosce che lo attanagliavano negli anni sessanta riemergono nei ribaltamenti dei punti di vista, nella complessità dei personaggi, maturi e articolati nella loro relazione con la realtà circostante, sempre che tutto ciò sia vero e non frutto di qualche prodotto artificiale di macchine o demiurgi capricciosi.

« Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamo Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno »
(Philip Dick, Ubik)

La fantascienza di Dick non concede nulla al banale, all’avventura in sé, ma, come uno specchio, ci fa riflettere su di noi e il mondo. Ci obbliga a porci una sola domanda: ma tutto questo è reale?

Andrea Grilli

Philip K. Dick “Ubik”, sceneggiatura del film e romanzo, trad. Gianni Montanari, testi introduttivi di Sergio Cofferati, Paul Williams e Tim Powers, Fanucci Editore, £. 12.000

Guardiani della galassia vol. 2

Guardiani della galassia vol. 2 racconta ancora una volta le avventure di cinque improbabili criminali che diventano loro malgrado eroi… ma nel secondo ormai sono consapevoli della loro forza. Non ci saranno ostacoli a fermali oppure un dio può farcela?

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Eppure questo secondo episodio dei Guardiani della galassia, il volume 2, proprio come se fosse una compilation di musica anni ottanta, è decisamente migliore del primo.

Guardiani della galassia vol. 2Forse per l’assenza di collegamenti con gli altri film che consente all’autore di non essere incatenato a certe logiche produttive, forse perché i personaggi sono troppo fuori dalle righe per avere un barlume di autorevolezza, forse per tanti motivi, ma questo film è stupendo.

Ironia, tragicità, amore, odio, irriverenza e passione, tutti ingredienti mescolati senza il minimo equilibrio; schiaffeggiano il pubblico facendolo ridere a crepa pelle senza pausa e senza sosta. Che siate divinità con la “d” minuscola, super regine ai Guardiani poco importa… l’amicizia li unisce in modo speciale, un legame che si concentra sui sentimenti.

Non pensate che tutto questo ridere sia una mancanza di trama o di un tema centrale che guida tutta la narrazione. Anzi. James Gunn ha esplorato il tema della famiglia superando i cliché banali della famiglia naturale e ha centrato la storia sul tema di quali sono i veri legami che uniscono gli amici, come se il vecchio adagio che “i parenti non si scelgono, gli amici si”, sia ribaltato.

Guardiani della galassia vol. 2È padre chi si comporta come padre, non chi lo è atto legale o per sangue. Fratelli, sorelle, padri e madri si è per un percorso di vicinanza, di condivisione di momenti positivi e negativi, quando si è capaci di confrontarsi, di comprendere e in qualche modo di uscire dal percorso autodistruttivo in cui spesso doveri famigliari e una educazione che non ci siamo scelti, ci incastrano.

Peter Quill dovrà decidere chi sia veramente il padre, Gamora e Nebula affronteranno la loro infanzia e il significato di essere sorelle, Drax aprirà il cuore, ma soprattutto finalmente troverà una nuova famiglia… e il nostro Rocket darà un senso proprio alla parola vita.

Comunque se si salva per due volte la galassia, la quotazione cresce.

Andrea Grilli

Regia di James Gunn con Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Michael Rooker, Kurt Russell, Vin Diesel, Karen Gillan, Bradley Cooper, Pom Klementieff, Sylvester Stallone, Elizabeth Debicki, Chris Sullivan, Sean Gunn, Tommy Flanagan, Laura Haddock, Aaron Schwartz, Ben Browder, Evan Jones, Joe Fria, Stephen Blackehart.

 

 

 

 

Ghost in the shell

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Il cyberpunk era uscito dai radar della creatività. Travolti da zombie e apocalissi varie, avevamo dimenticato che il percorso del progresso e dell’innovazione è inevitabile.

Ghost in the shellLe correnti artistiche, tecnologiche e letterarie che dagli anni Ottanta avevano immaginato un futuro connesso (connected) e collegato (linked) in un grande network ipertestuale che unisce anche le nostre menti con le AI è tornato.

Lo ha fatto forse nel modo meno underground, molto mainstream, ma necessario come un pugno in faccia per ricordarci che anche se le paure che populisti da quattro soldi vogliono installarci dentro, in realtà siamo destinati a un futuro prossimo iper-tecnologico, connesso e combinato tra carne e macchine.

Nel futuro prossimo di Ghost in the shell l’uomo ha perso il confine che consente ancora oggi di capire se siamo qualcosa sopra o sotto a un computer. Siamo tutt’uno.

Gli autori hanno preso dalla cultura underground degli anni Ottanta e Novanta, hanno costruito un universo coerente tra vecchio e nuovo, tra anime, manga, fumetti e film…

Una menzione particolare va a Scarlett Johansson, perfetta interpreta di un essere indefinito e indefinibile. L’attrice cambia movimenti, non è più quel sinuoso componimento di eleganza dei film precedenti.

Scarlett Johansson ha annullato il proprio corpo, trasformandolo in un oggetto cibernetico. Le forme sensuali e carnose degli Avengers spariscono nella rete dei dati e della cibernetiche soluzioni che confondono fisicità e anima.

L’attrice scompare nel silicone della tuta bianca, che trasforma il corpo in una macchina da combattimento vera e non a parole, come spesso si sottolinea nei film d’azione.

Ghost in the shell - BatouIl film riscopre l’estetica cyberpunk degli anni Ottanta, dell’urbanizzazione, dell’uomo proletario e oggetto di un sistema che divora il Ghost. Tutto prima che iniziasse l’ipocrisia dei movimenti bizzarri umanisti e trendy.

Dalle paludi cibernetiche dell’asfalto l’etica riemerge come unico fattore di umanità di esseri umani, ma non fisicamente.

Lo shell può anche scomparire, il Ghost rimane lì a scrutare le coordinate tridimendisionali di un network di cervelli.

Dalle tavole di Masamune Shirow all’anime, da Blade Runner a Matrix, il cyberpunk è di nuovo connesso con il nostro presente.

Comunque per chi non è interessato a tutto questo, può comunque vedere un bel film d’azione, un tocco di mistero e immagine stupende.

Andrea Grilli

Logan – The Wolverine

di James Mangold con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E. Grant, Boyd Holbrook, Stephen Merchant e Dafne Keen, 2017.

Wolverine è sicuramente uno dei personaggi degli X-Men meglio riuscito e profondo, insieme ai decani Xavier e Magneto. Un personaggio ambiguo, sofferente, con un carico di esperienza così pesante da disegnare linee complesse intorno a una personalità difficile da cogliere nella complessità.

Logan e X-23Logan è un personaggio da grande romanzo. Inutile dire che giocare con la vita di una entità così potente è una sfida, che se vinta, porta l’autore, lo scrittore, ad affrontare temi che vanno al di là di due scazzotate e qualche super potere.

Ma in qualche modo è sempre stato così con i mutanti. Chris Claremont quando rilanciò i mutanti X-Men aveva in mente con profonda chiarezza che la diversità era qualcosa che incide nel cuore di ogni uomo, che lo spinge ad esperienza forti e profonde, e molto dolorose.

Siamo nel 2029, Logan vive ai margini della società, cioè è tornato lì dove Xavier lo aveva trovato tanti e tanti anni prima. Logan, Wolverine, è in un percorso che gira a vuoto. Il grande sogno dei mutanti di convivenza con l’Homo Sapiens sembra sparito. Nel 2029 che conosciamo per piccoli frammenti, non c’è più traccia dell nuova razza che stava emergendo.

A parte qualche accenno, non abbiamo idea se Ciclope, Tempesta, Jean Grey, tanto amata da Wolverine, siano ancora vivi.

C’è solo un uomo, con tanto dolore, un vecchio morente, un albino, che non ha altra scelta che cercare la sua identità, e una speranza, tante speranze, piccole speranze, come lo furono i giovani allievi di Charles Xavier. E dall’altra parte gli umani, sempre e comunque con le debolezze, le paure che li distinguono sempre.

Ma i mutanti non sono mai stati supereroi, non sono Spiderman o Capitan America, Thor o Daredevil. Sono semplicemente essere umani nati diversi. Tutti gli autori Marvel hanno sempre avuto ben chiaro questo elemento.

Logan è la storia di un uomo che è in cortocircuito, che gira intorno se stesso senza trovare unaX-23
forza che lo spinga fuori dall’orbita distruttrice. Cattivi, scienziati un po’ fuori dalle righe, disumanità, essere viventi usati come cavie, proprio come nei lager nazisti dove Magneto trovò la forza di esprimere i poteri che lo resero uno dei mutanti più temuti dell’Universo Marvel; tutto questo si oppone a un uomo senza più destino e scopo della Vita. Il cui più grande nemico è sempre se stesso.

Ma è sempre una storia di mutanti, di diversi che combattono per qualcosa di più semplice, forse. La vita, la dignità, uno scopo per dare un senso al gesto quotidiano. È il libero arbitrio che il Santo Benedetto riconosce a ogni essere vivente.

Alla fine è sempre Wolverine.

Andrea Grilli