Star Wars Rogue One

Due recensioni di Star Wars Rogue One per evitare spoiler e clicca qui se vuoi comprare prodotti Star Wars su Amazon: Star Wars

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Star Wars Rogue OneStar Wars Rogue One racconta di come i ribelli scoprono il punto debole della Morte Nera. Una storie di eroismo e passione con una delicato aroma di amore.

Buona lettura.

 

 

 

 

 

 

 

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[tab title=”Senza spoiler”]

Questo nuovo episodio gioca su alcune frasi del IV episodio e sulla idea di tradurre in film l’operazione portata avanti negli anni scorsi da Lucas con fumetti e romanzi.

Star Wars Rogue One. La morte nera.L’estensione commerciale del brand Star Wars è un bene per gli appassionati. Anche se ovviamente un calo di qualità è naturale se la produzione aumenta, ma soprattutto viene espanso l’universo stesso della saga cercando perciò di coordinare informazioni e personaggi.

Il filme si può tranquillamente dividere in due parti, come spesso accade per i film di Star Wars. Una prima parte costruisce il percorso dei personaggi verso la decisione finale che li renderà eroi, la seconda parte narra l’evento o meglio l’avvento narrativo che li renderà tali.

Lo schema comincia a essere ripetitivo, ma soprattutto è stancante la sequenza di eventi e situazioni di combattimento. Sempre le stesse. Questo Star Wars Rogue One è per di più un patchwork di situazioni già viste e riviste.

Ma soprattutto la prima parte del film segna debolezze generali nella sequenza narrativa (per entrare nei dettagli leggete la recensione Con Spoiler). I personaggi compiono azioni e prendono decisioni che sono giustificate con spiegoni incomprensibili e senza senso.

Bravi però gli attori che salvano il film comunque.

La seconda parte è tutta una super battaglia in stile IV e VI episodio. D’altra parte non ci si poteva aspettare diversamente.

Detto questo l’episodio è coerente però con la saga generale, i personaggi sono dentro la trama generale e meritevole è l’attenzione verso, per esempio, il rispetto della tecnologia (vedi invece la confusione nel film Prometheus). Anche se qui e là c’è un po’ troppo di tutto. Troppi caccia imperiali, troppi caccia ribelli, navi e contronavi.

Si potrebbe dire che è brutto, ma il secondo tempo riscatta. Si potrebbe dire che è bello, ma il primo tempo è inguardabile. E allora?

Allora è Star Wars. Ancora una volta e comunque l’Impero perde, il sogno di libertà, giustizia vince. A costo delle vite di chi crede veramente che si possa cambiare tutto.

Andrea Grilli

 

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[tab title=”Con spoiler”]

Questo nuovo episodio gioca su alcune frasi del IV episodio e sulla idea di tradurre in film l’operazione portata avanti negli anni scorsi da Lucas con fumetti e romanzi.

Star Wars Rogue One equipaggioL’estensione commerciale del brand Star Wars è un bene per gli appassionati. Anche se ovviamente un calo di qualità è naturale se la produzione aumenta, ma soprattutto viene espanso l’universo stesso della saga cercando perciò di coordinare informazioni e personaggi.

Il filme si può tranquillamente dividere in due parti, come spesso accade per i film di Star Wars. Una prima parte costruisce il percorso dei personaggi verso la decisione finale che li renderà eroi, la seconda parte narra l’evento o meglio l’avvento narrativo che li renderà tali.

Proprio la prima parte è la più debole del film, contraddizioni e illogicità sono distribuite nei dialoghi e nelle scelte dei personaggi. Per esempio lo spiegone dello scienziato, Galen Erso, che cerca di giustificare perché avrebbe costruito la Morte Nera anche se era contrario. Il passaggio in cui spiega che se non lo avesse fatto lui, lo avrebbe fatto un altro, non ha senso visto che proprio all’inizio del film gli imperiali vanno a recuperarlo perché solo Galen Erso poteva costruirla. E attenzione la nostra povera vittima accetta senza ricatto (i famigliari non sono nelle loro mani e la moglie si è suicidata abbandonando la figlia: quale madre lo avrebbe fatto?)

Talmente è incoerente la base della trama che è anche difficile da spiegare.

A questo aggiungiamo che l’unico schema narratibo che gli autori di Star Wars sono in grado di immaginare, è il conflitto tra padre e figli. Per non farsi mancare niente, la nostra eroina perde il padre naturale e quello adottivo. Ma lei supera in poche ore tutto ciò e via così a combattere l’Impero.

A questo aggiungiamo che lo schema delle azioni comincia a essere ripetitivo, stancante. La sequenza di eventi e situazioni di combattimento sono sempre le stesse. Questo Star Wars Rogue One è un patchwork di situazioni già viste e riviste.

La seconda parte è tutta una super battaglia in stile Star Wars IV e Star Wars VI episodio. D’altra parte non ci si poteva aspettare diversamente. Ma tutto già visto: i caccia che non possono attaccare perché c’è uno schermo protettivo, poi bisogna far partire una comunicazione di dati che vengono conservati dentro un bel cilindro enorme (questo forse è nel V episodio), navi che si guardano e si sparano.

Visto poi che gli jedi dovrebbero tutti essere morti, ecco apparire un guerriero shaolin cieco, talmente forte che non di capisce perché la saga si basi sugli jedi.

Il finale lo conoscete già, vi è stato raccontato in Star Wars IV, muoiono tutti. Non ci saranno superstiti. Ma d’altra parte non potevano esserci. Altrimenti a che servivano Luke e Han?

Personaggi quindi che devono morire perché la loro funzione era semplicemente quella di trovare un file con il progetto tecnico della Morte Nera. Ma allora perché tutto il primo tempo con la solita problematica psicologica tra padre (anzi padri questa volta) e figlia? Per di più infognandosi in una trama-spiegone che scricchiola dovunque?

Ma fare qualcosa alla Sporca Dozzina?

Star Wars Rogue OneDetto questo l’episodio però è coerente con la saga generale e meritevole è
l’attenzione verso, per esempio, il rispetto della tecnologia (vedi invece la confusione nel film Prometheus). Anche se qui e là c’è un po’ troppo di tutto. Troppi caccia imperiali, troppi caccia ribelli, navi e contronavi.

Si potrebbe dire che è brutto, ma il secondo tempo riscatta. Si potrebbe dire che è bello, ma il primo tempo è inguardabile. E allora?

Allora è Star Wars. Ancora una volta e comunque l’Impero perde, il sogno di libertà, giustizia vince. A costo delle vite di chi crede veramente che si possa cambiare tutto.

Andrea Grilli

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Da Star Trek a Battlestar Galactica: la ricerca di D-0

In Star Trek V Kirk incontra Dio o quasi. Nel dialogo surreale tra il nostro beniamino e l’essere supremo si rivela tutto il pragmatismo positivista e scientifico della serie Star Trek, ma anche di un periodo della fantascienza “visiva”, cinematografica, che ha sempre avuto qualche problema nel rapportarsi alla divinità.

Spesso e volentieri l’incontro con gli esseri superiori si trasforma in un contatto con simil divinità greche o egizie. È molto difficile trattare in termini fantastici l’esistenza stessa del dio cristiano o quello ebraico o quello islamico.

A D-0 si unisce un altro tema, quello della Creazione e dell’esistenza di altre creature, esseri viventi nello Spazio. In pratica siamo soli?

Star Trek alieniSerie televisive come Star Trek o Babylon V hanno marcato molto il fatto che l’Universo è popolato di altre creature, di altre civiltà, le quali però non sono umanoidi nel senso stretto, ma relativamente. Cioè spesso e volentieri sono comunque bipedi di forma simile a quella umana, ma poi caratterizzati da un circo di colori e estensioni corporee per cercare di creare una certa differenza con gli umani.

La prima serie televisiva di Star Trek, forse costretta per problemi di budget a usare pochi trucchi cinematografici e quindi attori non truccati, cercò di dare una spiegazione all’esistenza di tanta umanità in giro, attribuendo a un’altra razza la distribuzione o diffusione su altri pianeti degli umanoidi. Più violenta e penosa è la versione di Stargate dove i crudeli Goa’uld schiavizzarono l’umanità a fini produttivi e militari.

Stargate però solleva una questione interessante, cioè che in fondo di razze non Stargateumanoide possono anche essercene poche, ma chi gioca il ruolo fondamentale, chi è il centro del creato è proprio la razza umana. Anzi sfruttando il mistero della civiltà egizia gli autori riuscirono a creare una ambientazione efficace, creativa e molto rielaborabile, Nella serie televisiva poi l’introduzione degli Antichi che sono ascesi a un altro piano dimensionale, a un altro stato dell’esistenza, favorisce una certa menzione dell’essere divino, ma in piena ottica orientale o buddista, tutti siamo o possiamo diventare divinità se percorriamo le varie fasi della ascesi verso una dimensione immateriale.

Ma questo creatore o creatori come sono? buoni? cattivi? creduli? In realtà le serie per ora menzionate cercano sempre di evitare l’argomento. Se sei una civiltà avanzata, sei “buono” perché civiltà superiore vuol dire abbandonare certi metodi violenti.

Il film Prometheus invece apre il tema, ma forse casualmente e quindi non riesce poi a svilupparlo in modo efficace, a tal punto che il seguito cambia nome e rimane un mistero sulla trama. Ma gli ingegneri, cioè i creatori della razza umana, sono dei guerra fondai, costruttori di armi di distruzione di massa… gli alien. L’incontro tra questi dei e la razza umana è dei peggiori.

PrometheusLa questione sollevata da Prometheus sarebbe molto intelligente, ma forse è il tema più grande di quanto gli autori possano o siano capaci di trattare. La visione positivista che la superiorità scientifica porti all’abbandono della violenza, dell’odio, dell’aggressività viene meno di fronte agli ingegneri, costruttori di armi genetiche distruttive. Ma soprattutto pronti a scaricarle sulla Terra. Dopo aver costruito distruggono.

Difficile capire se avessero anche una intenzione moralistica ne descrivere i creatori come mostruosi assassini. Certamente nel pieno rispetto della mitologia classica la madre/creatrice uccide i propri figli se necessario.

È necessario?

Domanda a cui speriamo dia risposta Alien Covenant.

Ma a questo punto arriviamo a Battlestar Galactica, un remake di una serie classica che aveva anch’essa, come per Stargate, cavalcato i miti classici, le antiche civiltà e prospettato un collegamento molto stretto tra razza umana sulla Terra e altre umanità dello Spazio.

La nuova Battlestar Galactica è un rilettura e riscrittura che non consente Battlestar galacticamezze misure. Il pubblico è costretto a odiare o amare questa serie. Da momenti di scoraggiante ingenuità dei personaggi a un intricatissima trama religiosa, dove idee religiose classiche, nel senso di divinità alla “greca” per intenderci, si mescolano a misteri dell’origini dell’Umanità e una nuova spiritualità che nasce grazie all’incontro di due civiltà che si erano dimenticate.

Da una parte la razza umana, ma come antagonista anche evolutiva e mistica, la razza robotica dei Cyloni.

L’intera serie è caratterizzata dall’esistena prospettata proprio dai robot-cyloni di un unico D-0, un essere senziente che ha dei piani per gli umani e i cyloni. L’elemento ebraico è molto forte, le colonie sono 12 come le dodici tribù d’Israele e i cyloni risultano i sacerdoti che diffondo la novella. Dodici sono anche i modelli cyloni che interagiscono con la razza umana.

Spesso la serie sconfina nel misticismo vero e proprio, con personaggi che rinascono per adempiere a un compito divino oppure coincidenze di scoperte che servono a costruire un percorso o viaggio iniziatico verso la comprensione del messaggio divino.

Seppur la serie è spesso pesante e noiosa, con episodi ordinari, il tema della divinità è la trama portante. Gli autori non hanno timore di parlare di D-0, della divinità unica, assoluta e onnipresente, capace di decidere del destino di ogni uomo o essere vivente.

Ed è questo il merito. Battlestar Galactica non teme, come nei romanzi e nei film Dune, l’uso di un linguaggio religioso che richiama direttamente religiosità contemporanee, anzi spesso gelose della propria Verità.

Il D-0 di Battlestar Galactica è il D-0 di Israele, della Chiesa Cattolica, il dio unico anche islamico. È l’entità assoluta, il Dio di Abramo.

Ma Abramo non esiste, ancora. Forse è un cylone o lo sarà. Ma tutto deve ancora avvenire, il disegno divino è misterioso, anche dopo 150.000 anni. Forse questa data o questo numero è esagerato. Forse gli autori all’ultimo momento si sono spaventati dall’idea di costruire un collegamento così stretto tra una creazione fantastica e la Creazione associata alle divinità monotoiste.

Battlestar Galactica è una serie che va vista con attenzione da chi vuole assaporare la ricerca dell’esistenza di D-0 da un punto di vista inedito e fantascientifico, combinando origini dell’Umanità e scontro tra civiltà e razze diverse. Il tutto in un lungo viaggio nello spazio e nell’animo e anima di un popolo in rischio di estinzione.

Andrea Grilli

Dal tramonto all’alba (film e serie tv)

Dal tramonto all’alba, serie tv e film, raccontano una storia nuova sui vampiri… non pipistrelli, ma serpenti… e gli aztechi sempre più cattivi.

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[tab title=”Dal tramonto all’alba” active=”active”]Il tema dei vampiri è super sfruttato, super abusato. Anzi nella piena crisi di trovare nuove trame si è arrivati anche a scrivere storie dove i vampiri recitano tra metafora e non, il classico conflitto di crescita con altre creature della notte.

Ma nel 1996 la felice combinazione di Tarantino e Rodriguez diede il via a una saga che recuperò antichi leggende azteche combinandole tra di loro: vampiri, sacrifici umani e cannibalismo. Si dice che la storia fu scritta da Tarantino quando era a scuola, comunque è una trama semplice, ma avvincente per la sua felice combinazione di una prima parte totalmente votata al poliziesco on the road e una seconda parte tutta brividi di sangue e carne.

Non male anche la scelta degli attori con un George Clooney affiancato da un immenso Harvey Keitel e un Tarantino che quando si mette in gioco, spolvera cammei ragguardevoli. Il film ha dato vita a una trilogia che però col tempo ha perso qualità.

Dal tramonto all'alba serie tvNel 2014 Rodriguez riprende la storia e nasce una serie televisiva, sempre intitolata Dal tramonto all’alba, che ricalca la trama principale del primo film, ma la sviluppa introducendo nuovi personaggi e scavando nelle personalità dei vecchi, compresi i vampiri.

Forse il vero problema, più che la trama stessa, era trovare attori che potessero sostituire Clooney, Tarantino, Keitel ma soprattutto la super sexy Salma Hayek.

Dal tramonto all'alba

Dal tramonto all’alba diventò anche un culto per la performance di una giovane e affascinante attrice che scaldò la passione dei fan. La combinazione di passione, violenza e orrore trainarono sicuramente il successo del film. L’ottima regia diede corpo a una trama semplice ma divertente.

Dal tramonto all'alba serie tvLa sostituta di Salma Hayek è Eiza Goanzales, bella, affascinante ma priva di quei fianchi sinuosi che fanno della Hayek una delle donne più affascinanti che recitino nel cinema americano.

La seria tv Dal tramonto all’alba, ora alla sua terza stagione, ha ottimi momenti creativi soprattutto nella prima stagione, e perde qualcosa sul finale della seconda (la terza deve ancora arrivare in Italia). Un po’ di confusione negli ultimi due episodi non aiuta a ridare quella atmosfera di leggenda un po’ trash e un po’ seria del primo film.

Bisogna dire che Rodriguez ha chiaro in mente che non si può parlare di vampiri come se fossero simpatici adolescenti immaturi o usarli come metafora degli umori ormonali della adolescenza stessa. I vampiri sono cattivi, sono brutti e sono carnefici senza pietà. La vita di un essere vivente non ha valore, sono predatori e noi siamo le prede.

Siamo accessori di una storia antica e di una guerra antica tra le loro divinità e i vampiri stessi.

Nel riscrivere il mito dei vampiri, gli autori hanno potenziato il collegamento con la cultura Piramide azteca - dal tramonto all'albaazteca e soprattutto il ruolo dei serpenti. Non pipistrelli quindi, ma diversi e affascinanti serpenti con tutto quello che ne consegue, per esempio i denti, dentatura, completamente diversa dai pipistrelli.

La magia è assente, ma i luoghi magici, i riti oscuri riempiono di sangue la pellicola.

Tutto ha un taglio noto, ma reinterpretato e rivitalizzato dal sangue delle prede… noi umani.

Pur con qualche caduta Dal tramonto all’alba, la serie tv, ha ottime prospettive di sviluppo, soprattutto mantenendo il doppio binario dell’horror vampirico  e del poliziesco.

Andrea Grilli

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[tab title=”Scheda film”]Dal tramonto all’alba.

Un film di Robert Rodriguez. Con Harvey Keitel, Juliette Lewis, George Clooney, Salma Hayek, Quentin Tarantino, 1996.

Seguono altri due film. [/tab]
[tab title=”Scheda serie televisiva”]Dal tramonto all’alba. Serie TV

Con D.J. Cotrona, Zane Holtz e Eiza Goanzales
Da El Rey Network Original “From Dusk Till Dawn: The Series”, 2014 – corrente, tre stagioni.
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Captain America: Civil War

di Anthony e Joe Russo.

Ed è arrivato, come molti fan aspettavano dopo una campagna di marketing della Marvel che ha bombardato il web e non solo.

Sono passati molti anni dalla straordinaria e drammatica saga del fumetto Civil War dove la Casa delle Idee affrontò i grandi temi sociali che stavano e stanno devastando da anni la società statunitense. Il Patrioct Act con la riduzione delle libertà personali ha scatenato ben più di un semplice conflitto, ha portato alle estreme conseguenze, ai confini massimi, l’esercizio delle libertà che costarono sangue e dolore a tantissimi coloni.

Bilancia Libertà e SicurezzaNell”accademia di West Point si discuteva se questa bilancia Libertà e Sicurezza, all’aumentare dell’una, si riduce l’altra o viceversa. Dov’è l’equilibrio tra queste due profonde esigenze? Quanto è cambiato il concetto di sicurezza rispetto alla Rivoluzione Americana? Quando fu pensato il secondo emendamento della Costituzione americana, si pensava proprio alla difesa nel rispetto della Libertà e oggi?

Di questo grande e profondo dibattito nel film non vi è traccia. Il brand “civil war” diventa una scaramuccia famigliare con l’inganno di un super cattivo di turno.

Eppure non siamo di fronte a un brutto film, ma sicuramente ci sono diversi elementi che lasciano perplessi.

Prima di tutto la struttura narrativa ha una fase di drammatizzazione molto lunga, quasi Capitan America teamesasperata, potenzialmente indizio di una trama poco condivisa dal team creativo o debole. Di fatti l’introduzione di leggi restrittive sui super è immediata senza indicare un percorso di dibattito o di esasperazione. Per di più la trama parte da un’altra parte… Sembrano due idee sommate in un guazzabuglio, tipo melting pot narrativo.

Personaggi. Troppi, buttati nella varie fasi delle battaglie cercando, ogni volta di dare spiegazioni, di recuperare l’origine degli stessi e cercare di evitare che il pubblico non si chieda “ma chi è questo?” oppure “adesso che succede?”.

Linguaggio. Tra la prima e la seconda parte del film si riscontrano due schemi di Iron Man teamlinguaggio e di parole a tal punto che si passa da discorsi lunghi, pomposi, esplicativi a uso di parole volgari, frasi più strette e coincise e il ritorno dell’umorismo totalmente assente nella prima parte.

Combattimenti. Abbiamo visto di meglio, come direbbe Shakespeare Much Ado about nothing. Tanto rumore, tanta roba rotta, macchine che si rompono, inseguimenti in gallerie etc… tanto rumore per nulla.

Un film che sembra un patchwork di idee, ma che fa difficoltà a decollare con uno schema più o meno simile ai film precedenti senza averne però la poesia e la potenza narrativa, l’eroismo e la miticità. Sempre che tutto questo non fosse voluto perché alla fine questo film funziona e si spiega solo se è un nuovo inizio, se bisogna catturare nuovo pubblico e gestire la confusione che si sta creando.

I dubbi però rimangono, la qualità è di gran lunga distante dai film precedenti della Casa delle Idee.

Andrea Grilli

PS. il film piacerà tanto a chi non legge i fumetti, ai più giovani e a chi vuole divertirsi senza pensieri.

The Hateful Eight

Un film di Quentin Tarantino Siamo arrivati all’ottavo film di Quentin Tarantino, per la seconda volta di genere western, molti gli attori che hanno già lavorato con lui riproposti in parti nuove ed inedite. Il film si può considerare un punto di svolta, di sintesi e di riepilogo di una poetica tra le più complesse del mondo occidentale. I film di Tarantino riassumono e sintetizzano la produzione della cultura pop ispirandosi ai film di genere italiani e americani come i Spaghetti Western o le produzioni anni Settanta con David Corradine. The Hateful Eight si può considerare un film Le Iene in salsa western, ma anche il seguito di The Hateful EightDjango Unchained.

Questa volta Tim Roth non è un poliziotto in incognito e Michael Madsen non tortura più, ma Kurt Russell è sempre un grande bastardo e Samuel L. Jackson non recita i versi della Bibbia, ma spara come avrebbe fatto solo Clint Eastwood in un film di Sergio Leone. Ancora una volta il bianco, come colore da contrapporre al rosso del sangue, disegna una atmosfera pericolosa come i bicchieri di latte di Hans Landa.

Per gran parte del film i personaggi si annusano, si riconoscono, si temono e di fatti sono chiare i ruoli che devono o vogliono recitare.

Quentin Tarantino ha ricostruito a modo suo la storia americana, tagliando per sentieri impervi e imprevisti. Esiste una linea, un file rouge che unisce tutti gli episodi; rileggendo la cinematografia di Tarantino emerge una tensione costante, una proposizione dedicata al tema della Giustizia e alle sue declinazioni negative e positive. Dalla lealtà che è applicabile sia al crimine che alla polizia, alla giustizia biblica fino alla lotta senza quartiere al male assoluto del nazismo o della schiavitù. Anzi Tarantino sembra chiedersi come ricomporre un sogno o un ideale di costruire una società migliore.

Come il sogno americano possa ricomporsi. The Hateful HateÈ nei due personaggi contraddittori come il maggiore Marquis e Chris Mannix, uno nero ed ex soldato nordista, l’altro ex ufficiale dell’esercito confederato; ma anche l’uno cacciatore di taglie, l’altro futuro sceriffo di Red Rock.

Entrambi parte del sistema giudiziario americano, un sistema nascente ma che può superare la divisione che la guerra civile ha scavato profondamente.

È nella priorità di un ideale, di un principio che si possano superare punti di vista all’apparenza incolmabili. La ricerca ossessiva della Giustizia e della Legge, fino al punto di perseguirla anche nel letto di morte. Un poliziotto è un poliziotto, bianco o nero.

Ogni attore interpreta il personaggio in modo ineccepibile, pur se quasi tutte le scene sono chiuse dentro una stanza, in realtà c’è una costante rotazione, una mobilità di pedine nella scacchiera della vita. E ogni personaggio è una pedina del giocatore Tarantino, dall’altra parte della scacchiera il pubblico che non può giocare in un contesto alla zugzwang.

Arrendetevi, il maestro Tarantino ha riscritto il cinema degli anni novanta e si prepara a riscrivere le regole del pulp.

Tutto il resto è terribilmente odioso, ma odiosamente collegato al numero 8 quindi all’infinito.

Andrea Grilli

Star Wars VII – Il risveglio della Forza

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di J. J. Abrams, con Daisy Ridley e gli attori degli episodi IV, V e VI.

Trent’anni dopo eccoli sempre lì pronti a combattere, pronti a difendere una idea di libertà che Impero prima e adesso Primo Ordine vogliono cancellare.

J. J. Abrams affronta tutte le difficoltà che un brand come questo pone a un autore e riesce magistralmente a rilanciare tutta la saga, vecchi attori e personaggi compresi, senza perdere gli elementi fondanti della serie.

Il conflitto padre-figlio, l’amicizia, la libertà, il coraggio, la Forza… gli archetipi sono riproposti senza timore, cercando di adeguarli allo storytelling che si evolve formalmente che nella sostanza deve fare i conti, dalle prime storie orali della Storia umana, con schemi semplici e lineari, dove sono le emozioni a guidare il ritmo.

Daisy RidleyCosì troviamo certamente i temi della serie storica, ma anche e soprattutto forze nuove che provengono dal punto di vista degli adolescenti o dei giovani uomini. Ai super piani, super razionali e ragionati, J.J. Abrams oppone l’istinto delle emozioni, dei giovani che agiscono per qualsiasi di più importante e meno universale. Ma per questo Universale. Fin e Rey si vogliono bene da subito, istintivamente, perché riconoscono del bene l’uno nell’altro. Fin mente e si confessa per Rey, la ragazza sente il bene comunque.

Ma il futuro sono loro, non la complessità e i “casini” causati da adulti troppo complicati, troppo poco onesti nel loro agire. Presi da logiche complesse.

Perché la Forza si risvegli, c’è bisogno di energie nuove, di nuovi sentimenti, puri, liberi, onesti nel loro trasporto verso qualcosa e qualcuno.

Forse solo ora avremo la Fine della saga. Come in Lost, anche in Star Wars la soluzione è in mano a nuove forze. Abrams non manca mai di raccontare il passaggio di consegne tra vecchie e nuove generazioni.

Star Wars Il risveglio della ForzaA tutto questo va riconosciuta la capacità di rivitalizzare un immaginario offuscato da una seconda trilogia abbastanza tiepida ed inefficace, come i primi tre episodi (I, II e III), che se aveva spiegato le origini di Darth Veder e rinforzato la trama con una maggiore complessità, aveva però perso il sense of wonder tipico dello Spazio.

I personaggi introdotti sono tanti, ma tutti ben strutturati, tondi nella loro complessità e ricchezza emotiva.

Qualcuno potrebbe storcere il naso per la ripetizione di certi elementi o soluzioni, comeRey e Finn l’ennesima super arma. Ma d’altra parte fa parte del DNA dell’Impero pensare che con super armi si prende il potere, la super arma nega in qualche modo la Forza dei sentimenti positivi, della capacità dei singoli uniti di superare le grandi difficoltà. In realtà Il Primo Ordine, come l’Impero prima, vive di sensi di inferiorità, non crede nelle proprie capacità. Tutti si risolve con cose grosse.

I suoi nemici credono fortemente negli ideali per cui combattono, che siano affetti per singole persone come sentimenti universali. È questa la loro Forza.

È questa la Forza della saga di Star Wars.
J. J. Abrams lo sa perché è cresciuto come noi dentro questa saga. Anche lui come noi sente la Forza risvegliarsi.

Andrea Grilli

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[tab title=”Non leggere: spoiler”]

Han Solo muore.

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Il ponte delle spie

Di Steven Spielberg con Tom Hanks, Mark Rylance, Sebastian Koch. Scritto da Matt Charman, Joel ed Ethan Coen.

Spesso dimentichiamo i rischi che abbiamo corso quando l’Europa era divisa in due, tagliata da una linea precisa, sottile e pericolosa. I due blocchi si guardavano, carri armati a pochi metri l’uno dall’altro potevano, anche solo per errore, scatenare la fine del Mondo. Abbiamo dimenticato tutto questo, tornando a odiare l’idea che invece ha consentito ai popoli europei di sognare un continente senza guerre.

Il ponte delle spieSteven Spielberg e Tom Hanks proseguono nel loro cammino, ormai iniziato con Salvate il soldato Ryan, a raccontare il passato non troppo lontano del Novecento. E lo fanno questa volta con una regia paragonabile ai grandi film di Orson Welles e Alfred Hitchcock.

Spielberg spinge la ripresa ai limiti dell’occhio, i personaggi, esistiti veramente, sono immagini di arazzi storici che disegnano una storia dimenticata, ma che non avremmo dovuto dimenticare.

La Berlino del dopoguerra è una città abbandonata, stritolata dall’odio dei sovietici per i danni della Seconda Guerra Mondiale compiuti dai tedeschi e dalle prospettive di un imminente guerra atomica.

Il film riesce a non cadere nel tranello dell’autocompiacimento, della esaltazione di una via americana giusta rispetto a quella sovietica. Sicuramente non presenta i due punti di vista simili o di pari valore, ma certamente gli autori hanno preferito non commentare. Anzi in qualche modo ancora una volta il cinema statunitense ricorda la paranoia anticomunista dell’epoca, parliamo degli anni cinquanta-sessanta, del maccartismo.

L’avvocato Donovan, interpretato da un Tom Hanks straordinario, si veste del ruolo di Il ponte delle spiedifensore di un sistema, di un punto di vista strettamente americano o democratico-capitalistico rispetto al modello sovietico. Vengono ricordati i valori del sistema giuridico statunitense, che vengono però negati e azzerati di fronte alla paranoia di cui si parlava. È immediato ricordare quanto sia successo dall’11 settembre del 2001 e come gli USA siano caduti nello stesso tranello di paura che li ha portati a creare Guantanamo, il Patriot Act e fondamentalmente a ripetere gli stessi errori di quegli anni della Guerra Fredda.

Il ponte delle spie è un film che dovrebbe aiutare a capire il passato e aiutarci a non commettere gli stessi errori, o almeno a ricordare. E lo fa, lo fa bene.

Due parole infine sui tanti attori che ruotano in questa storia, primo tra tutti, dopo Hanks, un Mark Rylance, che recita per quasi tutto il film in silenzio, parlando poco con la voce, molto con il viso, con le espressioni misurate dei muscoli del viso. E non dimentichiamo un Sebastian Koch, ancora una volta in un film dove la DDR è il cuore della narrazione.

Woman in gold

Regia di Simon Curtis con Helen Mirren, Ryan Rodney Reynolds e Daniel Brühl.

Sono belli quei film che raccontano il coraggio di chi ha subito profonde ingiustizie e combatte per avere giustizia. Nel caso della Shoà, non sono mai troppi i film che si occupano di condannare, denunciare e trionfare sul nazismo e sui risvolti ancora presenti nelle società tedesche e austriache.

Maria AltmanLa storia di Maria Altman e la sua battaglia per recuperare un quadro di famiglia, anche un capolavoro dell’arte moderna come un ritratto realizzato da Klimt, è una battaglia contro i furti e i crimini dei nazisti, ma è anche  Il film è qualcosa di più di una denuncia, ma la narrazione di una lotta per affermare la propria identità contro chi nega a ogni uomo di essere se stesso sulla base della propria cultura.

Il quadro di Klimt è definito la Mona Lisa dell’Austria, ma l’Austria si era dimenticata che aveva rubato il quadro, ingannato dopo la guerra gli eredi e proseguiva nel percorso segnato dai nazisti rubando agli ebrei. Nel 1996 Maria Altman e il suo avvocato, nipote del compositore Schoenberg, vengono trattati non tanto meglio di come i nazisti trattarono gli ebrei, con lo stesso sentimento di disprezzo e alterigia. Il rifiuto a riconoscere i diritti sui quadri di Klimt, senza alcuna pentimento, senza alcun segno di cambiare veramente rispetto al passato, è il segno, semmai ce ne fosse stato bisogno, del fatto che il nazismo fu voluto dagli austriaci e che il pentimento semmai sarà dei nipoti dei nipoti. Forse.

Maria Altman lo dice chiaramente durante il film. Gli austriaci lanciavano petali di fiori mentre Hitler entrava a Vienna.

Hellen Mirren interpreta Maria AltmanIl film è costruito secondo due piani narrativi, quello contemporaneo e quello storico. Nel primo un giovane avvocato ebreo riscopre la sua identità attraverso il contenzioso per recuperare il Ritratto di Adele Bloch-Bauer, nello stesso tempo una donna cerca di trovare una soluzione al passato e alle scelte che ha dovuto compiere per salvarsi. Questo tema è uno degli elementi più drammatici dei sopravvissuti alla Shoà, che quasi sempre si sentono in colpa per non essere morti al posto di un parente, un amico o un semplice conoscente. Questa è una delle ferite psicologiche più profonde che hanno lasciato i nazisti. Ma sarà proprio questa ferita a consentire a Maria Altman di combattere per avere giustizia e cercare di trovare un punto d’incontro tra presente e passato.

Maria Altman nel film giovane sposa fugge dai nazisti.Quello storico ricostruisce i crimini nazisti, cioè della società austriaca che con grande entusiasmo e senza freni aderì al nazismo. Senza mezze parole gli autori ripercorrono il dramma di un popolo che aveva lavorato duramente per avere una vita integrata in una società che pensavano fosse colta e civile e che invece si rivelò popolata di bestie dai bambini agli adulti. Nella società austriaca, ma anche quella tedesca, si coltivavano le più bestiali disumanità. Il nazismo le aiutò solo ad uscire ed esprimersi.

Il film senza mezzi termini racconta questa barbarie, non salva nessuno. Neanche l’Austria moderna riesce a prendere un percorso diverso. Quando potrebbe l’unica decisione che può prendere e proseguire nel rubare ciò che era degli ebrei. Perché in fondo in fondo sono sempre ebrei. Non illudiamoci.

Un film bellissimo, attori straordinari, una storia assoluta sulla vita, la memoria, la giustizia e l’identità.

Per la precisione: il quadro è a New York, l’Austria ha perso, i nazisti hanno perso. La signora Maria Altman ha avuto giustizia.

Andrea Grilli

Via dalla pazza folla

di Thomas Vinterberg

Cosa vuol dire amare? Quando si incontra l’uomo giusto o quando si capisce di averlo incrociato nella vita?

Via dalla pazza follaNon sono domande facili. L’amore è spesso fonte di tristezza, dolore, scelte sbagliate, avventate. Certamente questo è l’amore giovanile, inesperto, che spesso si fa travolgere dalla passione travolgente e incontrollabile.

Bathsheba Everdine, interpretata da una splendida Carey Mulligan, è una giovane orfana, poco esperta della vita, molto determinata, ma solitaria. Dall’apparenza forte, ma come tutti i forti, poco capaci di essere flessibili, è debole di fronte al richiamo di Cupido.

Nella sua vita incontrerà tre uomini che in qualche modo rappresentano tre aspetti diversi dei ruoli che può giocare il maschio con una donna:

  • figura paterna, protettiva, talmente avvolgente da isolare dal mondo e dalla vita
  • il ribelle che porta tribolazioni e pericolo, brividi lungo la schiena
  • l’uomo che ama senza chiedere, donando e soprattutto capendo l’anima della donna che ama

Potremmo pensare che l’ultimo sia la scelta naturale di Bathsheba, ma il fascino della divisa, dei brividi lungo la schiena riducono fortemente le capacità di comprendere i propri sentimenti, come le intenzioni dei corteggiatori. Anche la prima figura è un estremo, opposto del ribelle, ma sempre un’altra opposta figura. Il padre infatti rappresenta la prudenza, l’immobilismo totale con associata la protezione dal mondo esterno.

Via dalla pazza follaIl padre vorrebbe isolare il suo gioiello, mentre il ribelle vorrebbe gettarla nella folla senza controllo. Nella folla pazza dove, in realtà, non c’è alcun attenzione ai sentimenti e ai desideri veri, sinceri, propri di una persona. Anzi entrambi presi dal loro punto di vista, perdono ogni minima attenzione a quello che dovrebbe l’obiettivo dell’amore.

Alla fine solo Gabriel Oak, interpretato da Matthias Schoenaerts, sempre affianco Bathsheba fin dal primo minuto del film, fin dal primo istante in cui lei ha avuto bisogno, sempre pronto a donare, sempre pronto a capire il cuore di quella donna, ecco solo Gabriel Oak ama Bathsheba. La ama veramente. Fino al punto di attendere, rinunciare, ma anche saper essere fermo e deciso nel darle quei consigli che nascono solo dal cuore.

Carey Mulligan, Via dalla pazza follaUna storia d’amore, forse lineare nella sua trama, ma quando si parla di amore, di passione, solo l’argomento fa saltare i nostri cuori, palpitare l’emozioni. Supportato tutto da una fotografia calda, naturale orientata ai colori naturali della campagna, come il verde, il bianco delle pecore, il giallo del grano.

Ma soprattutto con tutti i cliché dei film d’amore, inseguimento finale compreso. E, oggi, con tutti questi film di “super”, di eroi vari, alieni e quant’altro, una semplice sincera e classica storia d’amore era necessaria.

Andrea Grilli

Notte eterna e The Strain

di Guillermo Del Toro e Chuck Hogan

Tema classico come quello dei vampiri. Un tema che ha offerto negli anni diverse gestazioni e soluzioni diverse sulle origini e sul modo per eliminarli. Dal Dracula di Bram Stoker, versione romantica ottocentesca del Male, alle versioni supereroistiche alla Blade della Marvel Comics, di idee ne sono passate tante sotto i ponti. Anche il buon Wes Craven, come produttore, cercò di inserire nuovi elementi al mito del vampiro attribuendogli l’identità di Giuda Iscariota.

Vlad TepesIl tema è sempre biblico o cristiano. C’è sempre qualcuno che fa una scelta “malefica” per diversi motivi e si ritrova a portare, piacevolmente o no, la maledizione del sangue. Nell’ultimo Dracula Untold, decisamente brutto come film, scopriamo un Vlad Tepes intento a salvare la famiglia, la terra su cui regna e un generico intento anti-islamico sugli Ottomani. Un film che cavalca la paranoia di questi anni.

D’altra parte la letteratura di genere cavalca le paranoie.

Qualche tentativo di produrre vampiri con origini scientifiche c’è stato e non senza ragguardevoli risultati. Non possiamo dimenticare la trilogia (il quarto film lo lasciamo bruciare nelle cantine) Underworld dove l’origine di vampiri e licantropi è attribuita alla progenie di un uomo, Alexander Corvinus. Idea interessante, ben girata e divertente.

Si parla di film perché il tema dei vampiri ha ben mescolato media diversi, tra cinema e letteratura. Molti gli adattamenti da romanzi, molti film e anche serie televisive.

Ovviamente la serie Twilight la possiamo scartare, si tratta di un prodotto per adolescenti il cui mercato di intrattenimento nel caso specifico è più simile a Top Gun degli anni Ottanta.

Insomma che il vampiro sia figlio di un uomo, Giuda, trasformato per un patto con il Diavolo, collegato a antichi demoni mesopotamici o precolombiani (vedi Dal Tramonto all’Alba), comunque piace.

Non stupisce allora che un Guillermo Del Toro si sia lanciato nell’avventura di scrivere prima una trilogia, insieme allo scrittore Chuck Hogan, e poi lavorare sulla serie televisiva, The Strain.

Notte EternaNotte eterna è il terzo volume della trilogia Nocturna. Un libro che si può leggere indipendentemente dai primi due per la completezza dei riferimenti sia mitici che narrativi. Il lettore comprende perfettamente cosa è successo.

Un romanzo senza picchi narrativi, ben scritto, con molte scene d’azione e personaggi sempre uguali a se stessi, come tali devono essere i personaggi di “genere”. Finale un po’ tirato e qualche balbettio nella coerenza fantastica che dovrebbe convincere il lettore “a crederci”.

Ma se cercate un buon libro da leggere senza troppi pensieri o siete incalliti amanti dei succhiasangue, allora non può mancare. Rinunciando però alla sorpresa sul finale della serie televisiva The Strain.

Andrea Grilli