ovvero la Creazione è più articolata e ricca di quanto si possa immaginare.
Ultimo film della Fase Due del Marvel Cinematic Studios, è un simpatico e divertente gioco narrativo ben costruito. Sceneggiatura solida, chiara senza troppe sorprese, che richiama schemi vincenti già utilizzati sia nei fumetti che in altri film della serie Marvel.
Tutto è sotto controllo, i buoni come i cattivi sono ben organizzati. Presenti tutti: Hydra, Avengers, TheShield. Manca Thanos, ma non si può avere tutto. E poi Ant-Man è troppo piccolo per competere con un semi-dio.
Ci sarebbe poco da dire. Il film non è un capolavoro, è un ottimo prodotto di intrattenimento da non perdere.
Un tema però è molto interessante, il rapporto di Ant-Man con le formiche che a sua volta apre uno dei temi più interessanti del mondo supereroistico, Marvel e non.
Ant-Man è un supereroe, come tutti è strettamente collegato alla fantascienza e alla scienza. Cioè senza la molecola Pym non sarebbe possibile ridursi a quelle dimensioni, così come non si potrebbe immaginare una storia di questo tipo.
Il personaggio è figlio degli anni Sessanta, della guerra atomica e fredda, della scienza che esplodeva in tutta la sua potenza, anche distruttiva. Anche Pym risponde alle regole ebraiche dei supereroi: Curare il mondo e assumersi responsabilità proporzionate ai superpoteri che si possiedono (come è indifferente). Ma questa volta siamo di fronte a una potenza superiore. Pym può creare un ponte tra l’Uomo e la Creazione. Le formiche sono l’alleato, ma solo se la conoscenza con loro è tale da creare un rapporto costruttivo, simbiotico, utile alla Creazione.
Ecco perché Ant-Man è qualcosa di più. Ecco perché Ant-Man può diventare un personaggio attuale, contemporaneo più di qualunque altro. Attuale nel 2015, nell’anno in cui gli USA affermano che è ora di lanciare un piano energico innovativo, sostenibile che consenta di salvare il Creato.
Se poi Thanos o Galactus vorranno farci una visita, troveranno pane per i loro denti.
Film russo del 2014. Russo è importante, perché questo film è più simile a un capolavoro letterario della letteratura classica russa. Un grande affresco sulla società di un popolo che non conosce percorsi diversi da quelli della fatica, del dolore e della sofferenza.
Il film è una critica senza pietà, senza mezze misure, anche se con grande poetica, del malessere politico della Russia moderna. Non si parla solo di un sindaco corrotto e del prete locale che avidamente scambia il benessere dei fedeli per l’avidità di soldi e chiese sempre più ricche e prosperose. L’autore confronta chi al potere oggi con chi fu. Il passaggio dalla severa dittatura proletaria dell’URSS alla corrotta democrazia. Qual è la levatura o la personalità dei personaggi politici di oggi rispetto a quelli del passato?
L’autore è impietoso. Quelli odierni non valgono neanche un colpo di fucile.
I personaggi del film, interpretati da ottimi attori, sono icone di figure smacchiate, che perdono lucentezza a ogni istante. La vodka consuma il corpo, ma anche l’anima, i rapporti umani e riflette dinamiche che sembravano forti, ma invece sono superficiali, perché la società russa è un insieme di strati sottili consumati di degrado. Ogni russo generazione per generazione è alla merce dei signorotti locali che sono sempre presenti, qualsiasi sia lo Stato e l’ideale che lo guida.
Le leggi, le regole, i ruoli sono frutto di soprusi, di violazioni. Anche l’amore sembra perdere la sua potenza salvifica. Non c’è via di scampo. La società russa indefinita e indeterminata, come un mostro, un leviatano, divora la vita di ogni uomo, lo consuma masticandolo in rituali formali che solo i potenti comandano, ma non comprendono.
Instante dopo istante, tutto si consuma. Anche coloro che sembra siano paladini di una giustizia, vengono sconfitti.
È un film senza risposte, senza domande, solo un cammino senza speranza, dove solo i singoli possono provare a salvare il salvabile, come gli affetti, una parvenza di giustizia, un tentativo di dignità che però prima o poi il Leviatano divora.
di Éric Toledano, Olivier Nakache, con Charlotte Gainsbourg e Omar Sy.
L’Italia è il paese che per sua posizione geografica è al centro dell’immigrazione verso l’Europa. Eppure un film così non potevamo realizzarlo. Troppo presi dalla drammatizzazione o dagli ideologismi politici.
Intanto in Francia esce Samba con un gruppo di attori francesi, ma immigrati o quasi, colonna sonora straordinaria con l’intervento di un signore dal nome Ludovico Einaudi. Solo il gruppo di lavoro è il segno della nuova Europa che sta nascendo dall’immigrazione.
Una Europa sempre arcobalenica.
Samba è un film sull’immigrazione senza retorica e moralismi. Attraverso la storia di una donna, Alice, in crisi, con un esaurimento nervoso che l’ha portata a cambiare o cercare di cambiare il ritmo della vita. Samba è un senegalese che dopo dieci anni di clandestinità cerca di regolarizzare la presenza in Francia, finendo in un centro accoglienza. L’incontro con Alice cambia la vita di entrambi. Non è solo un incontro etnico, ma anche sociale. La donna fa parte della borghesia francese in cerca di affermazione professionale, completamente dissociata da modelli di vita più umani.
Samba è parte del nuovo proletariato, che vive nelle banlieue fuori dal centro di Parigi, fuori dalla vita ufficiale che con zelo la polizia francese difende.
L’incontro poteva essere raccontato in forma arida e solamente utilitaristica, ma gli autori hanno preferito percorrere una strada più dolce e romantica. I due personaggi si inseguono tra attrazione fisica e timidezza sentimentale che li porta a definire una nuova espressione amorosa un bacio convenzionale o non. Perché in fondo è non convenzionale il modo con cui si fondono i cuori in questa società in cambiamento e soprattutto come possano comunicare mondi così diversi per convenzioni e regole. Nuove linguaggi verbali e fisici necessitano di creatività e di sacrificio, di mescolarsi anche.
Charlotte Gainsbourg rappresenta anche fisicamente la decadenza della società occidentale, manca degli elementi antropologici capaci di generare attrazione, come seni, fianchi. È asciutta, magra, senza curve, per le società ancora in via di sviluppo, manca di femminilità. Samba invece è un maschio fisicamente prestante, potente e sessualmente attivo. Rappresenta l’energia pura e primordiale, le nuove forze che vengono dall’Africa per popolare il nostro continente ormai in declino.
Samba e Alice sono due curve che si incontrano, una sale e una scende, ma c’è ancora un punto di incontro e quell’incrocio potrebbe essere l’inizio di una nuova Europa. Gli autori suggeriscono che nella gestione caotica, nell’universo di problemi, paure, rischi e dolore che entrambe le parti vivono, c’è la possibilità di una nuova origine.
Ma tutto dipende da noi, noi intesi come essere umani se vogliamo riscrivere una nuova socialità dove probabilmente dovremo scambiarci identità, come Alice indosserà la maglietta di Samba e lui imparerà a cucinare sapori nuovi.
« Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie »
(Theodor W. Adorno, 1949)
Anche se anni dopo Adorno criticherà negativamente questa frase, mi sembra che la stessa sia un ponte, una giuntura tra gli ultimi due film di Quentin Tarantino. Bastardi senza gloria e Django Unchained.
Ricordiamoci brevemente le trame. Nel primo film un commando alleato, arricchito da un soldato tedesco disertore, gira per l’Europa uccidendo nazisti. La missione finale li vede impegnati nell’uccidere tutti i gerarchi compreso lo stesso Hitler. La Germania descritta è quella nazista.
Nel secondo film invece, Django Unchained, un tedesco (lo stesso attore Christoph Waltz recita in entrambi i film il cattivo nel primo, il buono nel secondo) salva Django dalla schiavitù e muore per lui e per la libertà della moglie, Brunilde.
Christoph Waltz ha vinto due Oscar per questi due film ed è il minimo comun denominatore, anzi il nesso tra i due film. Perché?
In Bastardi senza gloriaTarantino racconta una totale degenerazione di un popolo e di una cultura, anzi l’assenza stessa della cultura. Questo elemento è sottolineato dal fatto stesso che la morte di Hitler e dei suoi gerarchi avviene proprio dentro un teatro. Un teatro. Il luogo dove Re e tiranni muoiono colpiti dalla spada della creatività dello scrittore e degli attori. Riccardo III, terribile dittatore dell’omonima opera di Shakespeare, trova la morte sul palcoscenico, così come i gli assassini del padre di Amleto e così via in un universo di anarchia che non perdona tiranni e malfattori della libertà umana.
Il popolo tedesco cancella una storia di letteratura, cultura, filosofia appiattendosi sulle folli elucubrazioni di un piccolo dittatore. Dov’è il popolo tedesco, quello stesso che in Django Unchained combatte per la libertà di due schiavi?
Ascoltiamo King Schultz, video in inglese con sottotitoli in italiano.
Nel seguito King Schultz offre il suo aiuto a Django perché si sente responsabile dopo averlo liberato e perché un tedesco non si potrebbe rifiutare avendo incontrato un Sigfrido.
Dov’è il popolo che può sentire nel cuore una storia così romantica, sognare l’esistenza di un eroe e pensare di averlo trovato nella cruda realtà?
Forse in qualche modo è vero che con l’arrivo del nazismo, di Auschwitz, finisce la poesia. Finisce la poesia tedesca, si spegne quella fiamma che nell’Ottocento aveva espresso una forza senza pochi.
Tarantino realizza uno specchio con Waltz, carnefice e salvatore. Il vero Sigfrido è lui, ma ormai non ha più l’anima e i sentimenti di un popolo che lo ispirino. Muore col finire dell’Ottocento, muore prima che con la Guerra di Secessione inizi un’era di guerre talmente sanguinose e feroci da cancellare l’idealismo romantico della poesia.
Forse la poesia è già morta quando arriverà il nazismo, è morta nei campi di Gettysburg, nelle trincee della Somme o di Caporetto. Ma è morto anche travisando il significato mitico della leggenda dei Nibelunghi, tanto amata dai nazisti.
Sigfrido non salverà più Brunilde, perché il suo spazio leggendario, culturale e mitologico è occupato dal vuoto totale, dalla insensatezza della ideologia nazi-fascista.
Brunilde è ancora in quel castello, prigioniera di un drago. Sigfrido vaga cieco per il mito.
L’ultimo film di Clint Eastwood è e sarà sicuramente tra i film più discussi e controversi del regista statunitense. È un errore valutare il film sulla base delle posizioni politiche, notoriamente repubblicane, perché American Sniper è un film strano, non è contro la guerra, ma neanche a favore.
Ricorda alcuni film sulla II guerra mondiale spesso fraintesi come guerrafondai, ma in realtà girati per raccontare quello che era stato.
American Sniper è la storia del miglior cecchino dell’esercito statunitense, film tratto dalla biografia dello stesso soldato, scritta prima di morire ucciso in un poligono di tiro da un altro veterano. Bisogna capire bene il ruolo di un cecchino per comprendere i motivi per i quali Chris Kyle diventò molto famoso tra i soldati, considerato “la leggenda” e definito invece dagli insorti iracheni Il diavolo di Ramadi con una taglia di 180.000 dollari.
I soldati americani avanzavano casa per casa senza avere una visuale a lunga distanza che li proteggesse da attacchi a sorpresa. Chirs Kyle da una postazione elevata, coprendo anche distanze di 1 km, uccideva insorti, comprese donne e bambini, che cercavano di uccidere quei soldati.
Ecco perché ogni soldato che non moriva ucciso da una granata, da una autobomba, da un lancia razzi, lo considerava una leggenda. Possiamo ovviamente disquisire sui motivi dell’invasione irachena, ma sicuramente il film non vuole esaltare l’invasione o la guerra nel suo genere. Certo il personaggio parli di selvaggi per intendere gli iracheni, ma, senza volerlo scusare, è probabilmente il termine con cui gli americani cercarono di relazionarsi con un mondo che non comprendevano e non comprendono ancora nella sua complessità.
Clint Eastwood ha compiuto un piccolo miracolo, riuscendo a descrivere la guerra dal punto di vista di un soldato che era lì convinto di dover difendere il suo Paese e la famiglia. I fatti raccontati, i commenti sono sempre in relazione a motivazione di carattere personale, il confronto è sempre fatto sulla base delle relazioni tra i personaggi, marito-moglie, commilitoni.
Nel film si parla poco, ma si parla senza offendere, si parla della vita di Chris Kyle… semplicemente. La storia di un uomo che si è arruolato per difendere la propria comunità, ha combattuto ed è tornato con un Disturbo post traumatico da stress, lo ha sconfitto ed è tornato a essere l’uomo di cui la moglie si era innamorata. Un uomo non certamente nella media.
Il film di Clint Eastwood rende omaggio a questo personaggio, lo ricorda e aiuta l’america a ricordare i suoi figli migliori, chi ha rischiato non solo la vita, ma anche la sua stessa famiglia per un senso particolare di dover proteggere il prossimo. Indipendentemente dalla storia e dal personaggio che può non piacerci, questo film è un capolavoro. Fotografia chiara, che non lascia nulla alla finzione, senza rinunciare alla bellezza dell’arte cinematografica.
Clint Eastwood inquadra sempre frontalmente gli attori, non ci sono dubbi che in persona ognuno di loro abbia vissuto quella storia, la centralità del personaggio rinforza l’elemento narrativo, sottolinea la potenza biografica del film.
A questo si associa un montaggio alternato tra guerra e vita famigliare che rompe costantemente la routine narrativa, non c’è pace per lo spettatore, la sua mente deve reggere velocità narrative diverse, ritmi incalzanti e pacifici. Eastwood è un maestro d’orchestra impietoso, passa dal lento all’allegretto con la padronanza di un grande compositore.
Il finale dove non si mostra l’omicidio di Kyle è un sipario che si chiude senza mostrare i fatti. Taya chiudendo la porta di casa, segna la fine della finzione cinematografica, le ultime scene sono video reali del funerale di Chris Kyle.
American Sniper è un assoluto capolavoro, un racconto caldo e sincero della storia di un uomo e di un soldato.
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[tab title=”Behind the Scenes”]
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[tab title=”Intervista a Siena Miller e Taya Kyle”]
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[tab title=”Guardiani della Galassia” active=”active”]
di James Gunn, Marvel Studios
Quando fu annunciato il film ispirato al fumetto i Guardiani della Galassia, qualcuno rimase spiazzato e stupito. Si parlava di personaggi ultra minori nel Marvel Universe, forse dimenticati in qualche cassetto da Stan Lee e company. Eppure la Marvel annunciava a San Diego nel 2010 che si lavorava a un film su di loro.
E onestamente non era facile immaginarsi che cosa avrebbero imbastito gli autori, ma certamente non potevano pensare che gli anni Ottanta con tutto il loro caos creativo, musicale, immaginifico potesse tornare in modo così coinvolgente.
Cinque personaggi incredibili, riletti e reinterpretati in modo avvincente. Anzi fin troppo. Non ci troviamo di fronte a un film di supereroi, sicuramente fantascienza con tanta buona musica di altri tempi, un universo da conoscere.
La struttura è molto simile ai Soliti Sospetti, nell’ottica di personaggi casualmente coinvolti, questa volta veramente, in qualcosa che non immaginavano.
Così come citazioni da classici dello sdolcinato anni ottanta come Footlose. Oppure super piani che alla fine sono in parte improvvisati, frutto di un sbruffoneria tipica da criminali di second… terz… diciamo ultima classe.
E in tutto questo un super cattivo, veramente cattivo, ma che non può immaginare che il suo peggior nemico non è un nemico vero e proprio, ma un branco di criminali con obiettivi diversi, disuniti, disorganizzati, ma capaci di improvvisare come nessun altro.
Ed è il caso o l’improvvisazione uno degli aspetti più importanti della storia del film i Guardiani della Galassia. Di fronte alla super organizzazione dei cattivi di turno, si oppone una fede cieca nella Giustizia da parte degli abitanti di Xandar, capitale dell’Impero Nova; ma soprattutto la casualità con cui i nostri personaggi si trovano spesso a doverlo affrontare. Fino all’ultima battaglia, dove da cinque fuggiaschi, diventano un team e quindi finalmente possono unire le loro menti per contrattaccare.
Nel video è chiaro il pasticcio della situazione e l’imprevedibilità del loro incontro.
Ma l’elemento più importante è sicuramente la musica. L’intero film dei Guardiani della Galassia è costruito sul sound anni ottanta, quel sound che Tarantino ha sapientemente rilanciato con i suoi film pulp dalle Iene in poi. Ed ecco allora che l’assurdo dialogo sul film Footlose ha senso se Starlord si gioca la musica per conquistare la bella Gamora. E funziona. Perché quella musica funzionava sempre per rimorchiare… anche nello spazio non c’è salvezza per le pupe.
Potremmo quasi definirlo, in un azzardo, il miglior musical degli anni ottanta.
Guardiani della Galassia è un film bello, emozionante, divertente. Non parliamo di Bene contro il Male, supereroi contro supercriminali, ma un gruppo di ragazzi, poco bravi e poco cattivi, pronti a tutto.
Interstellar è un film sicuramente discusso e dibattuto. Un film complesso, profondamente scientifico e umanista, due caratteristiche che offrono una serie di riflessioni e valutazioni sui temi trattati.
Prima di tutto il film è ispirato da un saggio di una delle menti più brillanti del California Institute of Technology, Kip Thorne, specializzato in fisica della gravitazione e astrofisica e uno dei maggiori esperti di relatività generale.
L’aspetto scientifico è decisamente difficile da commentare se non si possiedono le competenze adeguate, anche se molte scene del film cercano di offrire spiegazioni anche semplici per evitare un effetto “distacco” dello spettatore.
Alcuni siti web hanno anche prodotto una serie di informazioni per aiutare la maggiore comprensione degli elementi sul tempo, gravità e relatività. Per esempio il quotidiano on line Il Post si preoccupa di rispondere a una decina di domande che vengono guardando il film (http://www.ilpost.it/2014/11/10/interstellar/).
È positivo che vengano prodotti film che impongono di superare i limiti delle proprie conoscenze, che invitino al dibattito e al confronto su temi anche complessi come il viaggio nello spazio, i buchi neri, ma soprattutto, ed è qui che gioca la lettura umanista, il confronto sempre e comunque tra uomo e scienza. Tra pensiero umanista che incide sul nostro processo decisionale, che si contrappone al pensiero scientifico. Anzi sembra che entrambi se scollegati non possano aiutare l’Umanità, come solo dalla compensazione dei due estremismi si possa trovare un percorso positivo.
Il pilota Cooper ha due figli, è agricoltore dopo un passato militare e aerospaziale, ha quindi conquistato o associato alla propria competenze scientifica, un’altra più antica e forse più tradizionale, ma che gli consente di prendere decisioni limitate, decisioni che tengono conto anche del prossimo, del prossimo uomo.
A lui si confrontano scienziati come Amelia e il padre, il prof. Brand, che hanno perso il contatto con l’uomo, e quasi accademicamente parlano di specie umana.
Ed è quindi qui il tema del film, almeno per chi scrive, la differenza profonda tra Umanità e Specie, tra Umanesimo e Scienza. Se ognuno di questi elementi sono distinti, non possono che generare distruzione. Parlare solo di specie vuol dire dimenticare ogni singolo essere umano con il suo nome, la sua storia, i suoi sentimenti. Parlare solo di Umanità vuol dire perdere il senso storico-evolutivo della Terra.
Gli autori scelgono una strada decisamente più umanistica, ma densa di scienza. È il rapporto padre-figlia, vecchio e nuovo, a rinsaldare il percorso dell’Umanità. La specie si salva perché non dimentica i propri singoli, le proprie singolarità che potranno salvarsi lasciando la Terra. Non poteva essere una madre, perché essa rappresenta la terra, ma la terra è stabilità, mente l’uomo deve elevarsi e prendere il largo.
Come un figlio, vola verso il cielo, tra le stelle.