L’ultimo capodanno di Niccolò Ammaniti

Niccolò Ammaniti “L’ultimo capodanno”, Mondadori, £ 18.000

La storia di Niccolò Ammaniti era già apparsa come racconto col titolo L’ultimo capodanno dell’umanità, nella antologia di racconti Fango, sempre edita da Mondadori. Ora riappare in forma di romanzo, con una struttura che sa più di un fiume in piena, dove tante piccole canoe vengono travolte dall’aumentare della corrente che le trascina verso un finale che potremmo definire a cascata.

Niccolò AmmanitiTanti piccoli personaggi, abitanti di due palazzine sulla Cassia, che festeggiano tra le mediocrità delle relazioni umane, delle loro convinzioni, l’ultimo giorno di un anno qualsiasi.

Ma tutte le piccole invidie, le gelosie, i dissapori che regnano sovrani in questo piccolo mondo che tutti noi conosciamo, il condominio, non impediscono un finale esplosivo, accelerato, che esclude il lieto fine, ma neanche proclama la vittoria del Male. La nuova letteratura italiana, di cui Niccolò Ammanniti è uno dei pilastri più significativi, ha sostanzialmente abbandonato la morale per raccontare la realtà.

Questo libro è senza dubbio molto vicino a chi abita in un condominio, questo microscopico universo con cui ogni giorno molti di noi si devono confrontare. Può essere l’occasione per scaricare la tensione delle riunioni di condominio, le lamentele del posto macchina, del rumore delle sedie spostate.

Catarsi, senza dubbio questo romanzo può avere questo effetto.

Uomini e vizi, racconti dalla rete

AA.VV. “Uomini e vizi” traduzioni e cura di Vittorio Curtoni, Besa Edizioni, £.19.000 (10 euro)

Uomini e vizi a cura di Vittorio CurtoniQuesta antologia non è la prima dedicata alla narrativa già pubblicata in rete, sia l’editore Fernandel di Ravenna che la Tunnel di Bologna hanno dedicato due antologie di autori italiani: la prima del sito Fabula (www.fabula.it), la seconda della rivista on line curata da Carlo Lucarelli Incubatoio 16 (www.incubatoio16.it, sito non più disponibile).

La particolarità del lavoro di Vittorio Curtoni è l’aver assemblato una serie di racconti che provengono da siti web diversi nel mondo, di autori di nazionalità diverse e con tematiche diverse tra loro.

Va subito detto che questa antologia, soprattutto per l’introduzione dello stesso curatore ha sollevato qualche critica da parte di alcuni recensori più interessati a tutelate gli interessi delle case editrici, che a comprendere le maggiori possibilità che vengono dati ad autori, che pur valendo, vengono rifiutati dagli editori esclusivamente perché gli incassi non sarebbero elevati.

D’altra parte l’editoria poetica è stata uccisa in questo modo: con la mancanza di investimenti nelle nuove leve perché non avrebbero garantito il rientro della spesa.

Uomini e vizi comprende 17 racconti per 11 autori, che passano dall’horror al trash alla Bukowski, alla fiction a un breve minimalismo, che potrebbe quasi sembrare un paradosso.

Ma a parte i contenuti, l’utilizzo della rete e quindi la necessità di essere veloci nella lettura e nella navigazione, ha portato a esaltare l’uso del racconto breve, poche pagine che vi permettono in pochi scatti del telefono di farvi entrare nel fantastico mondo dell’immaginario moderno.

Stanno cambiando anche le unità di misura del tempo, ma quanti se ne stanno accorgendo?

Andrea Grilli

Bosch e un altro Rinascimento

Bosch e un altro Rinascimento. A cura di Bernard Aikema, Fernando Checa Cremades, Claudio Salsi. Palazzo Reale di Milano, dal 9 novembre 2022 al 12 marzo 2023.

La direzione artistica di Palazzo Reale e Castello Sforzesco hanno organizzato una mostra dedicata al grande genio fiammingo,  Jheronimus Bosch (1453 – 1516), e alla sua fortuna nell’Europa meridionale con un progetto espositivo inedito.

La tesi presentata nella mostra esplora il ruolo di Bosch nel mercato artistico del Rinascimento e gli effetti e le influenze delle sue opere sugli artisti dei secoli successivi. Secondo i curatori Jheronimus Bosch

rappresenta l’emblema di un Rinascimento ‘alternativo’, lontano dal Rinascimento governato dal mito della classicità, ed è la prova dell’esistenza di una pluralità di Rinascimenti, con centri artistici diffusi in tutta Europa.

La struttura della mostra di Bosch

La mostra è divisa in sezioni che esplorano i temi più rilevanti dell’opera di Bosch, ma anche delle relazioni e delle influenze che la sua arte ha avuto in diversi campi, dalle corti nobili dell’Europa fino alle tendenze e sensibilità artistiche:

  • Jheronimus Bosch e il fantastic
  • Classico e anticlassico tra Italia e Penisola Iberica
  • Il sogno
  • La magia
  • Visioni apocalittiche
  • Le tentazioni di sant’Antonio
  • La diffusione della stampa da Jheronimus Bosch a Pieter Bruegel il Vecchio
  • Jheronimus Bosch fra gli Asburgo e i Valois: la serie degli arazzi “alla maniera di Bosch”
  • L’assalto all’elefante: il quinto arazzo
  • Bosch, la curiosità e il collezionismo enciclopedico

BoschCome si può vedere vi sono temi cari al pittore fiammingo, come le tentazioni di Sant’Antonio, spesso rappresentate nelle sue opere, oppure gli elementi onirici e magici, i mostri o esseri infernali, che sono stati poi di ispirazione per autori come Pieter Bruegel il Vecchio, considerato un erede di Bosch.

L’immaginario di Bosch richiama elementi considerati onirici, ma in qualche modo sembra raccogliere anche quell’immaginario che nei secoli successivi sarà parte di una industria culturale contemporanea e moderna. Può sembrare esagerato, ma un mondo dove mostri orribili e uno sconfinamento tra realtà diverse, una conoscibile o accetabile da noi uomini, rispetto a un’altra, sempre vera in termini di percezione umana, che può piegare, stordire la coscienza, sarà parte della letteratura di fino Settecento e per tutto l’Ottocento sconfinando nelle opere di Lovecraft.

Bosch e le apocalissi reali

BoschQuando realizza opere con le tentazioni di Sant’Antonio o il Giudizio finale del cardinale Marino Grimani Bosch fotografa qualcosa che nella sue mente esiste, per quanto è anche nel mondo reale. Questa percezione dell’autore fiammingo è una sensibilità rigorosamente medievale, ma reinterpretata da Bosch proiettando nel futuro ignoto dello spirito della borghesia del nord Europa che si appresta, rivoluzionando la visione del Mondo, a imprimere una profonda accellerazione nella cultura europea.

Nelle Meditazioni di san Giovanni Battista il pittore rappresenterebbe in modo classico il santo, ma nello stesso lo spazio non è più quello medievale, rigorosamente iscritto in un disegno divino inconoscibile, ma in uno spazio ignoto e pieno di stranezze, di grotteschi esserei e mostruosità che devono ancora essere catalogati, scoperti.

Il sogno come fonte del sapere, della comprensione del reale, ma anche confine tra domini come la magia, il demoniaco.

Le wunderkammer, le camere delle meraviglie

Come abbiamo visto l’ultima sezione della mostra tocca un tema molto interessante e diffuso nel Rinascimento, le wunderkammer, la camera delle meraviglie.

La diffusione di oggetti rari, bizzarri e preziosi, grazie anche all’apertura delle grandi potenze dell’epoca verso il “mondo” esterno, come l’oriene e le americhe, consente di accedere a oggetti artistici o naturali sconosciuti o inediti.

La wunderkammer rappresenta in qualche modo la materializzazione dei disegni di Bosch. I circa trenta oggetti da ‘camera delle meraviglie’ riporta a un confronto immediato e diretto con la rappresentazione caotica e irrealistica di uno dei capolavori più impegnativi di Bosch: Il giardino delle delizie, presente in mostra nella doppia versione di un dipinto coevo e di un arazzo. (cit. comunicato stampa).

Conclusioni

Senza voler essere banali, ma Bosch costituisce non solo il ponte tra Medioevo, con i suoi mostri e animali bestiali di chiese e cattedrali, e il Rinascimento, curioso e assettato di espansione; ma anche un ponte con il moderno pensiero dell’irrazionale e dell’onirico. Come i curatori hanno mostrato anche Leonardo da Vinci nel suo libretto d’appunti autografo (Codice Trivulziano 2162) / Codex Trivulzianus esplora il grottesco.

Attraverso questa mostra i curatori sono riusciti a esplorare un Rinascimento poco noto, una specie di dietro le quinte dell’industria culturale dell’epoca.

Credits

  • Jheronimus Bosch, Trittico delle Tentazioni di sant’Antonio / Temptations of Saint Anthony Triptych, c. 1500, Olio su tavola / Oil on panel, Museu Nacional del Arte Antiga, Lisbona;
  • Jheronimus Bosch, Meditazioni di san Giovanni Battista / Saint John the Baptist in the Wilderness, c. 1495, Olio su tavola / Oil on panel, Museo Lázaro Galdiano, Madrid

 

 

 

La retorica del leggere

La retorica del leggere libri si sta diffondendo sempre di più.

Dopo la diffusione del populismo che ormai spadroneggia tra vita reale e sociale, la risposta di quella società definita “radical chic” è quella di esaltare la lettura, cioè il leggere libri, come un atto tipico di chi è rispettoso dei valori democratici, di chi è internazionalista, di chi non può che essere “non cattivo”.

Anzi il leggere è visto come un atto che favorisce il pensare, l’acquisizione di valori e comportamenti come l’essere educati, oppure comprendere il mondo in modo corretto, assorbendo i corretti modi di pensare.

retorica del leggere
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Questa retorica è diffusa sia tra i semplici lettori, come se così si assolvessero rispetto al peccatto dell’ignoranza altrui, sia dagli operatori del settore culturale, che in questo modo cercano di salvare il loro stesso mercato.

La realtà che possiamo avere un libro di Burioni, ma anche di un qualsiasi novax. Sono sempre libri e sono sempre letti.

Adolf Hitler scrisse un libro per chiarire in modo preciso e puntuale cosa pensava e cosa voleva fare. Un libro da leggere.

Esistono librerie in tutta Italia dove si vendono libri di esoterismo, fanta archeologia e fanta storia, libri dove pseudo scienziati “indipendenti” svelano i più profondi segreti dei “poteri forti”.

Anche chi crede che il vaccino serva per riscrivere il codice genetico per controllarci, legge un libro che racconta questa panzanata.

Retorica del leggere, forse bisogna cambiare prospettiva.

Se la prospettiva è che leggere libri non ha un valore positivo, per definizione. Allora bisogna cambiare punto di vista.

Probabilmente bisogna porsi le seguenti domande:

  • Cosa leggere?
  • Quanto leggere?
  • Quando leggere?

Si tratta di tre domande ch vogliono operare sul piano della qualità della lettura. Questo non vuol dire leggere solo i classici, perché rischiamo altrimenti di coltivare un pensiero troppo connesso al passato. Neanche però snobbarli per dare spazio solo alla letteratura contemporanea.

Leggere un libro fa bene, amplia i punti di vista, aumenta la nostra conoscenza, solo se abbiamo un piano di lettura ampio e ricco. E selezionando.

Se vogliamo conoscere la letteratura sudamericana non possiamo leggere solo la Allende o Marquez, ma espandere il nostro vocabolario letterario leggendo gli autori della casa editrice Edizioini SUR, oppure Feltrinelli.

Questo non vuol dire escludere un manuale di tarocchi, ma consapevoli che non ha alcunché di scientifico o vero. Se invece leggiamo un libro di storia dei tarocchi, scritto da uno storico vero, allora combatto le superstizioni, inserisco i tarocchi nel contesto culturale corretto ed espando le mie conoscenze.

Ma dire che chi legge è democratico, oppure tollerante, oppure razionale o consapevole del valore della scienza… è retorica. Pura e semplice retorica.

Andrea Grilli

Gens electrica

AA.VV. “gens electrica”, a cura di Bernardo Parrella, 1998, £. 28.000

Questo libro raccoglie scritti di attenti studiosi delle tendenze e del futuro della comunicazione, italiani e stranieri.

Per i primi si tratta di articoli inediti, appositamente realizzati per l’occasione, per i secondi vengono pubblicati interventi già editi nella loro terra d’origine, ma sconosciuti in Italia.

L’elenco è numeroso e raccoglie il gota degli studiosi e opinionisti in materia, come Franco Carlini e Alberto Perretti, o per gli stranieri Bruce Sterling e Sherry Turkle o lo stesso Jaron Lanier.

gens electricaGli interventi cercano di descrivere la situazione di vita delle comunicazioni, specialmente Internet, e prospettare alcune ipotesi future sui suoi sviluppi. Il tutto viene fatto senza cadere in prospettive esageratemente ottimistiche, come troppo spesso accade quando si parla di nuove forme di comunicazione, ma anzi, con consapevole realismo vengono individuati problemi e difetti, prospettive future e presenti. Insomma si cerca, e si riesce, a inquadrare le tendenze e il futuro della comunicazione con visioni più concrete e senza farsi prendere da facili entusiasmi.

In queste analisi emerge anche una descrizione, a volte amara, della gens electrica, cioè di coloro che vivono e realizzano le reti e tutto ciò che è connesso. Forse saranno un élite, ma è senza dubbio importante conoscerla, per capire dove sta andando la nostra società.

Un merito di questo libro è fornire utili strumenti e analisi proprio per capire la nostra società sempre più votata alla tecnologia e alla comunicazione digitale. E non è poco.

Andrea Grilli

NdA: il libro Gens electrica uscì nel 1998 proprio mentre il dibattito, ormai presente negli USA, si stava allargando anche in Europa e in Italia. Il tema dell’impatto delle tecnologie digitali nella vita quotidiana e come le nuovi generazioni avrebbero reagito a tutto questo, fu trattato con largo anticipo e con contributi estremamente validi e profondi. Ancora oggi si tratta di un libro che non può non esser letto per comprendere le origini delle generazioni X, Y e Z.

Jiro Taniguchi e la via della linea 

Jiro Taniguchi (1947-2017) è considerato uno degli autori più importanti del Giappone e in alcuni stati europei, come la Francia, è considerato così rilevante il suo contributo culturale da riconoscergli onorificenze di grande valore, come quella di Cavaliere dell’Ordre des Arts e des Lettres, ricevuta dalla Francia nel 2011.

Dopo aver approfondito  lo studio dei fumetti europei, soprattutto francesi, è riuscito ad affermarsi a livello mondiale superando quegli elementi che caratterizzano una scuola, nello specifico quella giapponese, per divenire un autore mondiale.

Jiro TaniguchiOggi siamo ammirati ed emotivamente coinvolti dalle sue opere, soprattutto quelle dove la ricerca di una linea essenziale, di una trama riccamente drappeggiata sulla tavola, di un affrescare emotività umane e naturali ci consentono di superare i banali confini delle scuole di fumetto; dalla francese alla statunitense per arrivare a proprio quella che avrebbe dovuto essere un riferimento per Jiro Taniguchi, ma che dalla quale non si è mai sentito parte integrante per la difficoltà di trovare una posizione tra underground e mainstream.

Quelle sottile linee, chiare, che danzano sulle sue tavole, non sono un improvviso intuito, o un accadimento. Sono il frutto di una maturazione stilistica che dalle origini, per ogni linea, per ogni passo cambia la propria natura.

Jiro Taniguchi pubblica i primi lavori nel finire degli anni settanta lavorando subito con Natsuo Sekikawa e Caribu Marley. I lavori di questi anni sono preparatori alla maturazione stilistica dell’autore, non tanto sul lavoro grafico spesso modificato in relazione al tipo di narrazione e di contenuto del manga stesso, quanto sui temi che l’autore preferisce trattare autonomamente.

Degli anni ottanta possiamo prendere a riferimento Blue Fighter, un manga violento dedicato al mondo della boxe, ma l’elemento che più rilevante è la linea sporca, la tavola travolta dal nero, come se una boccetta di inchiostro fosse caduta sulle tavole. E negli anni successivi il maestro Taniguchi prosegue in questa modalità con Tokyo Killers anche se la linea diventa più ordinata e il grigio, quel luogo incerto di passaggio, comincia a conquistare spazio. Ma anche in Blanca, dove comincia a prendere fiato il Taniguchi naturista, quello che con Seton racconta la scoperta della natura da parte dell’uomo moderno, spesso l’autore ha bisogno di molti tocchi e oscurità per raccontarci la storia.

Però mentre realizza queste opere, ha iniziato uno sviluppo parallelo, qualcosa che farà dire al curatore dell’edizione francese dell’Uomo della tundra: “Cette évocation du Japon à l’orée du XX° siècle, à nouveau réalisée avec Sekikawa, met le dessinateur sur la voie d’un style graphique plus épuré et d’un mode de récit fondé sur le quotidien.”

Si parla di Ai tempi di Bocchan, lavoro in cinque volumi, dieci nella prima edizione italiana, che racconta il quotidiano dello scrittore Natsume Soseki.

Taniguchi lavora nove anni su quest’opera, nel frattempo realizza L’Uomo che cammina (1990-1991), Benkei a New York (1991-1995), Il libro del vento (1992), Allevare un cane (1991-1992) e così via fino Al tempo di papà e Gourmet.

Jiro Taniguchi costruisce un framework creativo e su questo elabora, matura una particolare “vista” del raccontare, che richiede una linea sempre più leggera, una maggiore assenza di ingombri e l’esigenza di dare evidenza del silenzio, della pausa come se fosse uno spartito dove è scritta una musica che necessita del silenzio per esaltare le poche note scritte. Senza per questo rinunciare al dettaglio, chiamiamolo fraseggio, del suonare la musica del disegno.

Le opere successive hanno un disegno sempre più leggero, chiaro, quasi l’autore voglia cogliere più i pensieri o i sentimenti dei personaggi. Opere come Un cielo radioso oppure Uno zoo d’inverno fino a Furari dove sembra quasi proseguire il lavoro iniziato con Ai tempi di Bocchan, ci trasmettono l’esigenza di inserire un tocco di magia che sembra caratterizzare la produzione degli ultimi anni. Anche un’opera come I guardiani del Louvre o Un anno primavera riflettono un punto di vista particolare, la vita è magica, anche nelle sue particolarità come l’arte o lo stato di ritardo nella crescita di una bambina che, grazie alla sua dolcezza, esalta la bellezza del creato.

Questo nuovo percorso narrativo spinge Taniguchi ad abbracciare il colore proprio in queste opere e ne La montagna magica e infine l’opera che in qualche modo si può definire il suo testamento, La foresta millenaria, edito in Italia da Oblomov.

Questa ultima opera racchiude e sintetizza sia l’attenzione a una linea leggera, ma anche a un dettaglio che deve essere specifico con il tema della tavola stessa, come se la sintesi non sia semplificare ma focalizzare.

Un’opera dove il colore e la linea si fondono in un unico atto creativo, come se quel viaggio iniziato  negli anni settanta, fatto di neri e linee pesanti, compresse, fatte di azione e storie di fiction, hanno raggiunto uno stadio evolutivo, un percorso di trascendenza verso uno stato emotivo e spirituale che si traduce sur la voie d’un style graphique plus épuré.

Andrea Grilli

 

Assalti al cielo di Stefano Tassinari

Stefano Tassinari “Assalti al cielo” (romanzo per quadri) ed. Calderini 15.000 lire.

Questo è senza dubbio un libro particolare rispetto agli altri fin ad ora usciti che si occupano del periodo degli anni Sessanta-ottanta. Invece di tentare una ricostruzione storica o giornalistica di quegli anni, Stefano Tassinari, persona magnifica che ho avuto la fortuna di conoscere, racconta attraverso una ricostruzione per quadri, cioè per scene diverse, le emotività che percorsero quegli anni.

Stefano TassinariVengono raccontati le diversi reazioni di vari personaggi rispetto al suicidio di un loro ex “compagno” di lotta, si badi bene non armata, ma politica. La distinzione è doverosa, perché una narrazione chiaramente scorretta di quegli anni ha voluto svilire e devalorizzare il contenuto politico di quei movimenti che si opponevano a una società troppo orientata alla limitazione della libertà.


Questo suicidio che non viene mai ben definito, di cui non viene mai raccontato l’indetità del morto, come e quale ruolo avesse avuto nel movimento, è il filo unificatore dei vari quadri, che sono narrativamente indipendenti l’uno dall’altro.

L’emotività che racconta Stefano Tassinari non è una emotività singola, di ciascun personaggio, ma di un noi collettivo, di una generazione che dopo le lotte si è trovata a fare scelte diverse, a volte contrastanti e opposte anche a ciò per cui aveva combattuto.
Eppure anche chi ha scelto diverse strade fa sempre parte di quel noi collettivo, partecipa alla sua definizione.

Assalti al cielo di Stefano Tassinari, la struttura

I capitoli infine sono stati costruiti secondo varie modalità: in forma di dialogo, in lettera, messaggio alla segreteria telefonica, cronaca giornalistica e così via.
Ognuno definisce un emotività e un approccio diverso con la morte dell’ex compagno, ma soprattutto corrisponde a un bilancio diverso di quegli anni.
Raccontare l’emotività di quegli anni, i sentimenti di quei ragazzi che combatterono per qualcosa, era una tentativo che non era ancora stato tentato in modo pieno e al di fuori del racconto storico e di cronaca.

Nota

La vita di Stefano Tassinari, la sua opera e il contributo alla cultura e alla politica italiana sono raccontati nel sito web www.stefanotassinari.it

Credits foto di copertina: Mario Dondero scattata a Bologna nel 2005
Credits foto interna: Raffaella Cavalieri, dalla homepage del sito web dedicato a Stefano Tassinari.

Anticorpi forme di esperienza inquieta

A.A.V.V. “Anticorpi – racconti e forme di esperienza inquieta”, a cura della redazione della Einaudi, 182 pagg., £.18.000 ora 9,30 euro

AnticorpiNegli ultimi due anni (NR. l’articolo è stato scritto nel 1997) la casa editrice di Torino ha varato diverse operazioni editoriali di particolare interesse. Non dimentichiamo Gioventù Cannibale a cura di Daniele Brolli, oppure l’intera sottocollana Stile Libero con autori come Lucarelli, Vinci, Brancato, Nove, ma anche Occhi sulla graticola di Tiziano Scarpa.

A settembre 1997 è uscita l’antologia Anticorpi – racconti e forme di esperienza inquieta che ha raccolto poco critiche, senza stimolare dibattiti accesi come quella curata da Brolli.

Viene così la curiosità di capire quali siano gli autori e con quali criteri siano stati scelti.

Gli stessi Mauro Bersani ed Ernesto Franco, autori dell’introduzione, spiegano che ognuno degli scrittori ha campi di interesse non accomunabili, ma una narrazione che utilizza la precisione della fantasia e linguaggi del non realismo.

E prosegue con una terminologia biomedica (in fondo il titolo è “Anticorpi”) e complessi discorsi sulle inquietudini, i linguaggi, le storie che non vogliono rompere con la realtà.

I racconti presenti sono molti vari e diversi nella qualità: si salvano sicuramente Tiziano Scarpa, Simona Vinci, e Matteo Galiazzo; gli altri non aggiungono molto alle nuove generazioni di scrittori italiani e alle loro tematiche.

Si ha l’impressione che si sia voluto cavalcare la moda dell’inquietudine, del diverso che soffre, delle sensazioni ai confini del reale, tra neo-linguaggi del genere e dei nuovi mezzi di comunicazione.

Ma un prodotto così va costruito meglio di questa raccolta: gran parte del libro non offre molto al lettore.

E l’Einaudi è capace di fare di meglio.

Andrea Grilli

L’umorismo yiddish di oy, oy, oy! di Leo Rosten

Umorismo yiddish: Leo Rosten oy oy oy! – umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yiddish, Mondadori, pagg. 338

Leo Rosten, scomparso da pochi anni, realizzò questo dizionario, “oy oy oy!” edito dalla Mondadori, delle parole yiddish più significative e forse più importanti del suo umorismo. Ma il lavoro proposto da Rosten non si limita a rubarci qualche sorriso, ci offre l’occasione di incontrare la saggezza ebraica attraverso le caricature, i personaggi, i significati delle parole.

Lo stesso Moni Ovadia considera Rosten come un maestro, cercando di proseguire in questa strada così insidiosa. Insidiosa perché è necessario trovare il giusto metro tra umorismo e contenuti, sapienzialità delle storie e scelta del momento giusto per strapparci il riso.

Quello che abbiamo tra le mani ci proprio comparire come dizionario: dalla lettera A fino alla Z.

umorismo yiddishLe parole sono tra le più varie e diverse, sacre e profane, serie e scherzose, ma anche gustose e amare. Si passa da Bulvòn (zuccone) a Batlàn (fannullone), da Rachmònes (pietà) fino Simchàch (gioia). e così tante altre parole che ci portano dentro la vita comune dell’ebreo europeo come della sua anima e del suo pensare/si nel rapporto con il prossimo.

Per ogni parola Rosten indica uno o più possibilità di pronuncia (l’yiddish è lingua senza regole universali), una o più storielle per farci ridere (= riflettere) sul contenuto della parola, e una spiegazione, oltre all’etimologia.

La mancanza di Rosten nei pochi, ma fondamentali libri sull’umorismo ebraico, era grave, soprattutto perché veniva a mancare uno dei suoi esponenti più importanti. Da non dimenticare che Rosten creò la stupenda figura di Hyman Kaplan, immigrato alle prese con il Nuovo Mondo, con esileranti risvolti linguistici.

D’altra parte sul modo assai particolare di parlare degli ebrei anche nel film “Tran de vie” i personaggi scherzavano: l’yiddish è la versione ironica del tedesco!!

Un libro assolutamente imperdibile per tutti coloro che amano e vogliono  conoscere ancora più approfonditamente il mondo yiddish.

Milan Kundera, Un occidente prigioniero

Un occidente prigioniero di Milan Kundera, Adelphi, 2022, traduzione di Giorgio Pinotti, premesse di Jacques Rupnik e Pierre Nora.

La recente invasione russa della Ucraina ha riaperto il tema, forse mai risolto, del ruolo dei popoli che per geografia e storia, dividono il perimetro occidentale europeo con quello russo.

Nel 1967, durante il congresso dell’Unione degli scrittori, Milan Kundera tiene un discorso estremamente coraggioso dove prende le distanze dal potete filo-sovietico e definisce il ruolo fondamentale della cultura ceca e dei suoi intellettuali.

La sopravvivenza di un popolo dipende dalla forza dei suoi valori culturali. Il che esige il rifiuto di qualsiasi interferenza da parte dei vandali, gli ideologi del regime.

Gli ideologi sono i fantocci insediati dai sovietici. Ancora una volta si consuma il rifiuto della prepotenza dei russi, qualsiasi sia la loro ideologia. L’anno dopo ci sarà la Primavera di Praga quando il Patto di Varsavia tenta di cancellare il cambiamento culturale che ormai da anni è vivo nella società ceca, ma che inevitabilmente è collegato al fermento che attraversa le nazioni occidentali ed europee.

La letteratura e le piccole nazioni

Nel primo discorso La letteratura e le piccole nazioni l’autore afferma che “è cruciale che l’intera società ceca sia pienamente consapevole del ruolo essenziale che svolgono la cultura e letteratura.”

Milan KunderaSiamo negli anni in cui ci la cultura ceca si esprime attraverso grandi artisti come Hrabal, Topol, Havel, Forman, Menzer e tanti altri operano anche fuori dalla Cecoslovacchia e spingendo Kundera a definire gli anni Sessae l’età d’oro della cultura ceca.

In questo intervento Milan Kundera si concentra sul valore della cultura, anche delle piccole nazioni, il ruolo che ha la cultura come vettore del pensiero libero, dove anche posizioni diverse si confrontano e la rinascita del popolo ceco.

Kundera è consapevole che si tratta di un piccolo popolo, ma come tutti, ha qualcosa da dire al Mondo. E non è poco.

Un occidente prigioniero

Nel 1983 lo scrittore ceco torna sul tema del rapporto tra Occidente e Russia. L’autore non manca un certo tono melodrammatico a cui abbiamo assistito anche in questo periodo sul pericolo russo.

Kundera ricorda la frase che pubblicò il direttore dell’agenzia di stampa ungherese poco prima che i sovietici entrassero a Budapest: Moriremo per l’Ungheria e l’Europa. Ma senza dubbio questa frase aiuta anche a comprendere la consapevolezza e l’attenzione che dovremmo avere su un territorio e su popoli che spesso sfuggono al radar della nostra attenzione perché sovrapposti dalla cultura russa.

Kundera ricorda lo storico Palacky che sostenne l’importanza dell’Impero Asburgico, come unico baluardo contro la Russia. In realtà oggi è proprio quella consapevolezza che maturò dall’Ottocentro ad oggi, a costruire una ricca presenza culturale in Europa Orientale, proprio a contenere la violenta espansione dei russi.

Kundera sintetizza con l’espressione “il massimo della diversità nel minimo spazio” il ruolo delle nazioni orientali in Europa, contrapposto all’approccio russo della minima diversità nel massimo spazio.

Milan Kundera riflette sulla identità dell’Europa che non vuol dire essere quella occidentale, ma diverse che ora devono riconoscersi, darsi il giusto spazio. Considerando l’ingombrante elefante russo, ma forse anche l’ippotatamo statunitense.

Note su Milan Kundera

L’edizione della Adelphi è arricchita con due premesse che consentono di comprendere il contesto e il ruolo di Milan Kundera in Europa. Le opere di Kundera sono pubblicate nel catalogo Adelphi.