Robot n.76

A cura di Silvio Sosio, 192 pagine, Inverno 2015

Ultimo numero della prestigiosa rivista di fantascienza, fondata dal compianto Vittorio Curtoni. In questo volume troviamo prima di tutto il racconto vincitore del premio Hugo del 2015, The Day the World Turned Upside Down di Thomas Olde Heuvelt, olandese. Un racconto o un gioco narrativo per raccontare cosa possa succedere a un uomo innamorato se la ragazza lo lascia e il mondo si capovolge, cioè la gravità si inverte attirando tutto, e intendo tutto, verso il cielo.

Un gioco narrativo, niente più.

Più interessante e ricco il racconto Henrietta di Paolo Aresi anche se sul filone della bio-ingegneria e della vita eterna senza una particolare originalità, ma ben scritto e avvincente.

Robot 76Le pagine dedicate alla saggistica invece arricchiscono il dibattito e la comprensione del nostro genere preferito, uno speciale su Philip K. Dick e la trilogia di Valis, l’intervento di Aliette de Bodard a Stranimondi 2015, poi un ricco saggio su Robert Silverberg che è l’autore del romanzo breve Timbuctu l’ora dei leoni, pubblicato su Isaac Asimov’s Science Fiction Magazine [v14 #10, No.161, October 1990].

Completano la rivista racconti delle ambientazioni di Trainville e Mondo 9, soprattutto quest’ultimo con il racconto Kareena di Massimo Soumaré.

Spesso le pagine di critica e saggistica di Robot sono molto più interessanti dei racconti stessi. Se il romanzo breve di Silverberg è molto affascinante e interessante, non è certamente fantascienza ed è il vero problema spesso dei racconti nelle riviste di fantascienza, l’assenza del genere originale, l’eccesso di analisi, di confronto con il vero mondo reale della scienza, spinge a pensare che non si possa più pensare, anzi inventare il futuro.

La fantascienza si è in realtà spostata nel cinema o nella televisione, nell’editoriale Silvio Sosio spera che tutto questo aumenti i lettori, ma in realtà senza cultura scientifica non può esistere una letteratura fantascientifica.

La fantascienza rimane un genere per pochi, almeno in Italia.

Andrea Grilli

Manoscritti e agenzie letterarie

Qualche settimana fa una agenzia letteraria ha postato sulla pagina Facebook i propri servizi, tra i quali anche la lettura a pagamento dei manoscritti. Una lettrice, evidentemente contraria alla pratica del pagamento per la valutazione dei manoscritti, ha sollevato pesanti critiche. Conseguenza: post sparito e commenti anche.

La questione non è particolarmente rilevante. Le agenzie letterarie non brillano per capacità di dialogo con i propri “potenziali clienti”. Questo perché il numero di scrittori esordienti è così alto, che le agenzie, ma anche molti editori, hanno scelto di essere cattivi, arroganti, antipatici e in qualche cinici. Tutti valori che non dovrebbero essere presenti nel mondo della letteratura, sempre che non siano elementi distintivi di uno scrittore, tale per cui diventa un “personaggio”.

È certo, almeno per chi scrive, che il sistema editoriale è ormai bloccato. Spesso e volentieri nuovi autori, risultano essere dipendenti di case editrici, mentre il perfetto sconosciuto deve passare tra colpi di fortuna, coincidenze ecc… anche e pur avendo un buon testo o storia da raccontare.

In realtà leggere il manoscritto a pagamento, probabilmente, è diventato il business principale delle medie e piccole agenzie.

Scoprire nuovi autori non è business, perché costa tempo leggere le centinaia di lavori che arrivano. Allora meglio inserire un filtro. I soldi.

Forse hanno ragione le agenzie, le case editrici. Forse hanno ragione gli autori. Quello che colpisce è la perdita di attenzione al vero motivo per cui da secoli ci mettiamo attorno al fuoco, raccontare storie.

Raccontare storie è difficile, ma ancora di più è difficile ideare una storia da raccontare. Troppo spesso le agenzie letterarie danno spazio al tecnicismo. La prova ne è la bassa capacità di storytelling dei nostri scrittori. Bloccati in corto circuiti auto referenziali.

Ma tanto ci sono molti manoscritti da valutare, ogni anno ci sono nuovi autori che sognano di essere pubblicati e così il mercato va.

Ma hanno ragione tutti. In fondo…. al pozzo del nulla dove stiamo cadendo.

Andrea Grilli

L’ultima notte del Rais

di Yasmina Khadra. Traduzione dal francese di Marina Di Leo.

La morte di Saddam Hussein non credo abbia avuto lo stesso clamore o risonanza anche storica, come la morte di Mu’ammar Gheddafi. Un personaggio storicamente più pesante di qualsiasi altro statista del Mediterraneo, anche considerando alcuni europei che credono di essere importanti o significativi.

In qualche modo la sua morte è stata anche una grande delusione. Un uomo che aveva recitato il ruolo di combattente, di signore del deserto, ucciso mentre fuggiva, senza combattere. Al pari di un vigliacco.

La eredità di Mu’ammar Gheddafi è articolata e complessa. È stato rivoluzionario, liberando il popolo libico dal gioco occidentale, dittatore, schiacciando oppositori e tribù non allineate alle sue decisioni, terrorista, appoggiando il terrorismo palestinese, statista sul finire della sua carriera politica cercando di diventare leader panafricano.

Soprattutto quest’ultimo elemento è fondamentale. Mu’ammar Gheddafi non è stato un leader mussulmano, ma africano. Questo aspetto lo rende sicuramente tra i grandi statisti della Storia. I migliaia di morti, la dittatura, le follie personali e umane non possono offuscare il tentativo di emancipare l’Africa, indipendentemente da religioni e fedi extra continentali.

GheddafiCosì Yasmina Khadra, pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, scrittore algerino, ricostruisce la triste fine di Gheddafi, gli ultimi giorni di fuga prima della morte.

È un racconto impietoso, triste, amaro, forse quasi speranzoso che si potesse salvare. Yasmina Khadra sembra nascondere una sottile simpatia per il dittatore libico.

L’autore ripercorre gli ultimi giorni di vita di Gheddafi usando due binari narrativi. Da una parte i dialoghi con i suoi collaboratori, i pochi rimasti, con cui si confronta ma anche si scontra. Questi vivono ancora di una visione favolistica della sua immagine, mentre l’uomo Gheddafi ormai ha capito. Questa comprensione nasce dal secondo binario narrativo, dove sembra rivelarsi ormai un uomo che sta prendendo coscienza della vita vissuta, che sta appuntandosi i momenti più importanti dalla giovinezza nella tribù di origine fino alla presa del potere.

L’uomo Gheddafi si alza sopra i rivoluzionari, macchiette disumane della stessa dittatura, mostra una levatura intellettuale superiore. Perché a differenza dei suoi assassini, sa bene il ruolo che ha avuto nella Storia del Mediterraneo.

Comunque è Mu’ammar Gheddafi, non un semplice dittatore. Forse per questo motivo facciamo fatica a comprenderlo in tutta la sua complessità e a differenza di molti altri, acquista un ruolo nella Storia che altri non avranno.

Con Mu’ammar Gheddafi muore l’ultimo statista del Mediterraneo del dopo-guerra. Gli eredi sono ombre, figure distorte di un secolo senza contenuti.

Andrea Grilli

La minaccia degli Esmeraldiani

La minaccia degli EsmeraldianiGli anni Ottanta sono stati estremamente stimolanti per la fantascienza. Gli autori americani si lanciarono in diverse interpretazioni e visioni della Realtà futura che le tecnologie suggerivano. La collana Urania, nel 1983 a cura della tragica coppia Fruttero e Lucentini, proponeva nel numero 956 un romanzo breve di Ron Goulart dal titolo originale Brinkman e tradotta nel più commerciale La minaccia degli Esmeraldiani con copertina di Karel Thole, molto suggestiva ma senza alcun collegamento con l’opera di Goulart.

La traduzione, per fortuna, era di Vittorio Curtoni.

La storia è abbastanza surreale e sarcastica con mille battute e ironie sulla qualità del cibo fastfood, sul mondo dell’informazione, future inclinazioni della politica cinese e si cita anche un elettrolibro, anticipando il buon e-book.

Il tema centrale, molto attuale e diffuso nelle trame del cinema e dei romanzi, è la riprogrammazione della memoria. Anche Philip K. Dick in quegli anni scrive sul tema con il racconto Ricordiamo per voi.

Ron GoulartRon Goulart non riesce però a essere così impattante e profondo come Philip K. Dick, anzi riesce a elaborare un racconto poco credibile e superficiale, tra trama semplice e immediata con personaggi più simili a macchiette che realmente ben costruiti.

Ma tutta la struttura del racconto è costruita in questo modo, c’è l’intenzione dell’autore di giocare con il futuro, ma in stile anni Ottanta. Oggi il romanzo ha poco da dirci, se non come storia della fantascienza.

Taking the FifthA seguire un racconto di Hayford Peirce dal titolo 5° Emendamento, titolo originale Taking the Fifth uscito su Analog nel 1983, terribilmente reale e attuale. Come la polizia costruisce un piano per avere la maggioranza nel parlamento statunitense e modificare la costituzione. Ogni riga del racconto sembra scritta oggi. I temi della giustizia, della ricerca delle prove e la consegna alla giustizia dei criminali è un tema attuale, trattato benissimo nella serie televisiva Law & Order.

Questo racconto vale l’acquisto nelle librerie dell’usato di questo libretto di Urania.

Andrea Grilli

Il Prete

di Thomas M. Disch

Questo secondo titolo della collana Dark della Fanucci propone un romanzo dalle forti tinte storico mistiche. L’autore è una solida presenza della letteratura di genere statunitense, si tratta di Thomas M. Disch. Noto in Italia soprattutto per i suoi romanzi di fantascienza, è anche autore teatrale e narratore fantasy e gotico.

Il PreteDagli inizi degli anni Novanta si occupa di tematiche legate alla cultura cattolica. Con Il Prete ha realizzato un affresco ampio e completo sul suo pensiero riguardo ai dettami della Chiesa e al modo di comportarsi del clero. La posizione di Disch si potrebbe dire, come spiega anche lo scrittore di fantascienza italiano Valerio Evangelisti nella postfazione al libro, che Il Prete è un libro anticattolico. Non sono solo i preti, la gerarchia ecclesiastica ad apparire come corrotti, peccaminosi e contraddittori nel suo rapporto con i dettami della Fede. Ma anche il Cattolicesimo appare come una religione al di fuori dello stato della realtà. Nell’impossibilità di comprendere dove e come la società statunitense stiano andando.

Ma non possiamo neanche ridurre tutto il lavoro di Disch a una mera operazione anticattolica.

L’autore di Campo Archimede e 334 è un esperto e abile fabbro di parole e intessitore di trame complesse e di non immediata comprensione.

Il meccanismo a cui da vita sembra procedere verso una strada che potrebbe anche sembrarci poco interessante. Forse troppo spesso il ferro viene battuto sullo stesso punto. Forse potremmo anche sorridere rispetto a certe descrizioni del Medioevo europeo.

Ma tutte le convinzioni che via via si sono formate dentro di noi, vengono smontate, anzi sgretolate proprio quando ormai potremmo aver accettato le incredibile magie che ci sono state descritte. La sospensione delle pur minime regole del credibile che il lettore è disposto ad accettare pur di arrivare alla fine, viene stravolta da Disch. Non viene rispettato il patto e gliene siamo grati.

Thomas M. DischDisch ci ha ingannato. Abbiamo vissuto la stessa follia di uno dei personaggi credendo che fosse tutto possibile. Ma alla fine cos’è vero e cosa è il prodotto della nostra mente malata?

Echeggiano ancora nella scrittura di Disch gli insegnamenti del grande Philip Dick.

Di cosa parla Il Prete? Di preti, di uomini che devono rispettare dettami che contrastano con le loro pulsioni sessuali, con le loro ambizioni di vita. Ma racconta anche l’orrore di chi persegue questi dettami senza nessun approccio critico, senza nessuna distinzione tra il possibile e l’impossibile.

Tra il reale e un altro reale. L’importante è crederci.

Andrea Grilli

Fuck me mon amour

di Grazia Verasani

Fuck me mon amour è il nuovo (si intende il 2001 quando fu scritto l’articolo) romanzo di Grazia Verasani. I lettori di Zero in condotta già la conoscono per le sue incursioni sul giornale e molto probabilmente i più attenti musicofoli della città bolognese per i suoi passati musicistici e musicali. Altri invece la conosceranno per il suo precedente lavoro, L’amore è un bar sempre aperto, anch’esso edito da Fernandel, che dire bello e profondo è riduttivo. Da questafrase avrete capito che anche questa recensione non sarà certamente una tiratina d’orecchie all’autrice per il solo fatto di aver dedicato un altro lavoro all’amore.

libri-cover-fuck_me_mon_amour-234x363Scusate che cosa c’è di più bello dell’amore? Più avventuroso? Più emozionante? dell’amore? Direi proprio nulla.

Allora se decidiamoci di scrivere qualcosa dobbiamo partire dal titolo, direi che siamo obbligati, è troppo succoso. “Fuck me” e “mon amour” sono due espressioni che in amore si usano ampiamente. Ma separatamente. Sembrerebbero cozzare l’una con l’altra, soprattutto se abbiamo quella visione romantico/istica delle relazioni amorose. E poi due lingue così nemiche che alla fine vanno per incontrarsi, per accarezzarsi mentre pronunciamo fuck me mon amour.

L’inglese è una lingua così diretta, decisa, poco adatta a soffermarsi sul piacere lento, appassionato, goduto. Infatti “fuck me” se lo pronunciate con il giusto ritmo è rapido, non indolore, e zac… poche dolcezze, un po’ come il nostro fottimi. Invece che dire di un “mon amour”? Già le emme rallentano il nostro pensiero, accarezzano il nostro cuore, ci fanno sussultare. E poi amour, amore in francese, è tutta un’altra cosa. Non ricordare il “Cyrano de Bergerac”?

Che cos’è un bacio se non un apostrofo rosa tra le parole t’amo?

Ma dire T’amo non è facile. Ci si può frequentare per mesi senza avere il coraggio di rivelare i propri sentimenti, o meglio il coraggio di essere sinceri con se stessi.

La nostra Gabri, scrittrice, decide di mettersi al lavoro sul secondo libro dopo essere stata lasciata da un tipo che la tradiva alla grande. Vienna Ravenna è il personaggio del romanzo. Emilio è un suo amico intimo, ma non fin dove pensate (ndr. leggete il periodo precedente sul coraggio). E poi ci sono altri personaggi, tipo donne che hanno vissuto l’amore in modi diversi, ma sempre da donne.

E già perché Grazia non ha perso due cose scrivendo questo libro: lo stile e la sensibilità femminile che caratterizza le sue storie.

Perché mettersi nei panni di chissà chi, quando sei già tu un personaggio da raccontare? Grazia non fa altro che capovolgere la frase di Samuel Jackson nel film  Pulp Fiction quando recita: “Go into the character” (entriamo nel personaggio). Lei entra in se stessa e ci svela un grande cuore. Una grande sensibilità e noi non possiamo che farci innondare. Anche perché è bello.

I sentimenti, le emozioni, anche le più dolorose, sono sempre meglio della aridità, del rimanere chiusi nel proprio orticello. Gabri cerca di analizzare la sua storia finita, di sollevarsi e riprendere a vivere; ma troppo presa dal suo dolore non si accorge che avrebbe l’Amore accanto… e quando lo vedrà sarà troppo tardi, ma tardi per cosa non si sa. Gabri come molte persone vede ostacoli che non esistono (l’età, esperienze negative, lontananza… e il bestiario potrebbe proseguire).

L’ultimo dialogo tra lei ed Emilio rappresenta le forche caudine dove siamo passati tutti.

“Sei strana”, sta dicendo (ndr. Emilio). “Ti sei innamorata di qualcuno?”.
Ecco la mia grande occasione.
“No”, rispondo.
Ultima chance.
“Sei sicura?”
Sventolo la ricevuta alla cassa come se fosse un ventaglio.
“Gabri, sei sicura?”
“Sicurissima”

Sicurissima de che?
E dillo.

“Sì, mi sono innamorata. Ti amo. E allora che fai? Mi mandi a fanculo? No, non mi ami. E allora. Ma va a farti fottere!”

Ops. Quel fottere mi ricorda quel fuck me del titolo.
Chissà se c’entra qualcosa. Ma. Comunque parafrasando quel gigante della regia che è Baz Luhrman, non possiamo che concludere dicendovi che questa è una storia di Verità (dolore),
di Bellezza (Gabri),
di Libertà (lo scrivere)…
ma soprattutto
di AMORE

Andrea Grilli

Notte eterna e The Strain

di Guillermo Del Toro e Chuck Hogan

Tema classico come quello dei vampiri. Un tema che ha offerto negli anni diverse gestazioni e soluzioni diverse sulle origini e sul modo per eliminarli. Dal Dracula di Bram Stoker, versione romantica ottocentesca del Male, alle versioni supereroistiche alla Blade della Marvel Comics, di idee ne sono passate tante sotto i ponti. Anche il buon Wes Craven, come produttore, cercò di inserire nuovi elementi al mito del vampiro attribuendogli l’identità di Giuda Iscariota.

Vlad TepesIl tema è sempre biblico o cristiano. C’è sempre qualcuno che fa una scelta “malefica” per diversi motivi e si ritrova a portare, piacevolmente o no, la maledizione del sangue. Nell’ultimo Dracula Untold, decisamente brutto come film, scopriamo un Vlad Tepes intento a salvare la famiglia, la terra su cui regna e un generico intento anti-islamico sugli Ottomani. Un film che cavalca la paranoia di questi anni.

D’altra parte la letteratura di genere cavalca le paranoie.

Qualche tentativo di produrre vampiri con origini scientifiche c’è stato e non senza ragguardevoli risultati. Non possiamo dimenticare la trilogia (il quarto film lo lasciamo bruciare nelle cantine) Underworld dove l’origine di vampiri e licantropi è attribuita alla progenie di un uomo, Alexander Corvinus. Idea interessante, ben girata e divertente.

Si parla di film perché il tema dei vampiri ha ben mescolato media diversi, tra cinema e letteratura. Molti gli adattamenti da romanzi, molti film e anche serie televisive.

Ovviamente la serie Twilight la possiamo scartare, si tratta di un prodotto per adolescenti il cui mercato di intrattenimento nel caso specifico è più simile a Top Gun degli anni Ottanta.

Insomma che il vampiro sia figlio di un uomo, Giuda, trasformato per un patto con il Diavolo, collegato a antichi demoni mesopotamici o precolombiani (vedi Dal Tramonto all’Alba), comunque piace.

Non stupisce allora che un Guillermo Del Toro si sia lanciato nell’avventura di scrivere prima una trilogia, insieme allo scrittore Chuck Hogan, e poi lavorare sulla serie televisiva, The Strain.

Notte EternaNotte eterna è il terzo volume della trilogia Nocturna. Un libro che si può leggere indipendentemente dai primi due per la completezza dei riferimenti sia mitici che narrativi. Il lettore comprende perfettamente cosa è successo.

Un romanzo senza picchi narrativi, ben scritto, con molte scene d’azione e personaggi sempre uguali a se stessi, come tali devono essere i personaggi di “genere”. Finale un po’ tirato e qualche balbettio nella coerenza fantastica che dovrebbe convincere il lettore “a crederci”.

Ma se cercate un buon libro da leggere senza troppi pensieri o siete incalliti amanti dei succhiasangue, allora non può mancare. Rinunciando però alla sorpresa sul finale della serie televisiva The Strain.

Andrea Grilli

Massimo Carlotto e le irregolari

Intervista pubblicata su Zero in condotta, 25 Novembre 1999 – versione riveduta e corretta.

Siamo al terzo appuntamento della Parola Immaginata, rassegna ideata da Stefano Tassinari. L’ospite è Massimo Carlotto, scrittore giallista impegnato nel campo dei diritti civili e politici. E proprio su questo campo che siamo andati ad intervistarlo, sul suo essere anche persona impegnata a combattere contro falsità e ingiustizie.

Le Irregolari – Buenos Aires Horror Tour  è il libro oggetto della interpretazione degli artisti chiamati da Stefano Tassinari, attori, musicisti e fotografi. Il racconto dell’orrore di una generazione sterminata perché aveva l’attitudine a sognare. Ma i militari non sono capaci di sognare, di immaginare qualcosa di diverso dalla loro caserma, dal loro binario alienante di vita.

massimo-carlotto-300x259Incontro Massimo Carlotto all’ITC di San Lazzaro qualche ora prima dello spettacolo/incontro. Non so chi sto incontrando, conosco la sua storia, ho letto i suoi libri, ma uno scrittore potrebbe anche nascondersi dietro le parole scritte, dietro le metafore.
Invece ho davanti, autenticamente, l’autore delle Irregolari.

Qual è la percezione in Italia della questione dei desaparecidos? e il tuo libro ha avuto un qualche peso nella comprensione della gravità del fatto?

In Itaia il libro ha avuto un peso notevole perché ha aperto squarci di memoria che erano stati rimossi. Va detto che a quell’epoca la sinistra aveva fatto un’operazione molto precisa: privilegiare la questione cilena rispetto a quella argentina. Gli esuli argentini non hanno avuto voce. Il libro ha avuto molto peso anche suagli argentini esuli in Italia, perché da quando è uscito il libro continuo a ricevere materiale su nuove storie, su nuovi casi, molti di più di quelli noti. Gente che per anni è stata in silenzio, adesso mi scrive, mi manda materiali vari, anche su casi sconosciuti nel paese di origine. Ho fatto molte presentazioni di questo libro e mi sono reso conto che non c’è memoria dei propri compaesani o parenti emigrati e scomparsi in quelle terre. Fin adesso è un lavoro (ndr quello della memoria) che hanno fatto gli argentini, e ora in qualche regione, come in Sardegna e nelle Marche.

Però bisogna ricordare che tutta l’Italia, da Torino a Napoli e Sicilia, ha desaparecidos. Su questo ci sarebbe la grossa battagia da fare sul fatto che non è vero che non ci sono gli elementi per valutare i casi, il processo di Roma (ndr. al momento dell’intervista si era appena aperto il processo) riguarda solo otto casi e uno solo è di desaparecion. Si vuole far apparire la desaparecion come un fenomeno marginale, gli altri casi sono omicidi. Ci sono tutte le prove è solo una questione di volontà politica. Ho l’impressione che questo processo, e lo dico da anni, voglia arrivare alla condanna di alcuni militari argentini e poi chiudere la questione. Perché? Perché esistono alcune situazioni che non possono essere toccate, che si chiamano: Fiat, Chiesa Cattolica, Ambasciata Italiana.

Sono situazioni che eredita sia un governo di centro-sinistra che di centro-destra?

Certo, riaprire questi casi vuol dire aprire ferite che nessuno vuole ricordare. E anche vero che i familiari in Argentina dicono che a loro va bene così, perché comunque hanno ricevuto un riconoscimento.

Emergono poi nel libro queste diverse posizioni delle associazioni delle madri su come affrontare le ferite rispetto alla desaparecion: chi si accontenta del risarcimento danni, chi invece vuole giustizia.

Ci sono posizioni politiche molto diverse, perché una parte delle madri è rivoluzionaria. L’altra è un pochino più istituzionale. Loro si accontentano di un riconoscimento. Perché oggi in Argentina, come riportava l’articolo su Zero in Condotta (ndr. numero 92), sta succedendo qualcos’altro. Le democrazie occidentali attraverso Pinochet stanno dicendo che il nuovo corso liberista non vuole più dittature. Solo che per anni hanno allevato squadroni della morte, e adesso questi si stanno ricostituendo perché non vogliono cedere. Tra l’altro tra un po’ ci sarà in Bolivia una riunione della vecchia struttura dell’operazione Condor (ndr. voluta dal Pentagono per opporsi all’espanzione dei movimenti rivoluzionari in Sudamerica) che non ha mai smesso di operare.

1215198246700_fÈ un segno di debolezza il fatto che il fantomatico commando Massera abbia insultato con scritte sui muri le madri di Plaza de Mayo, piuttosto che prelevarle, come avrebbero fatto una volta?

Adesso non possono più farlo perché non vogliono rogne dall’estero, le madri sono protette internazionalmente. Mia zia è protetta perché ha il passaporto italiano. Però i gruppi stidenteschi e degli operai che si oppongono, vengono colpiti duramente dalla repressione, vanno in galera. Le madri in qualche modo sono intoccabili, il resto no, la struttura repressiva è rimasta la stessa.

Non è avvenuto come in Italia dopo la caduta del fascismo, una spartizione delle cariche tra i vari partiti?

Sono stati gli uomini della giunta militare che hanno detto Bene, oggi siamo democratici. Infatti il problema è che questi fanno carriera.

È la questione che sollevava le Monde Diplomatique (ed. italiana, pag.22, numero di giugno, articolo “I militari laino-americani vestiti a nuovo da Mariano Aguirre) sulle carriere dei militari come uomini politici all’interno delle nuove democraie sudamericane.

Certamente. Ma non solo. Questa gente si sta arrichendo in maniera impressionante, perché sta vendendo ossa: ricevono parenti di desaparecidos e in cambio di soldi idicano dove può essere sepolto il loro parente ucciso. È qualcosa di incredibile questo commercio ed è un altro fatto che va denunciato.

Riprenderei la questione del Cile. La sinistra italiana si concentrò sul Cile e non sull’Argentina perché non esisteva un referente politico, un partito socialista o comunista argentino?

Esisteva in Argentina ed era anche molto forte, non è stato represso, perché si è inventato questa follia della via democratica della dittatura. Un percorso democratico della dittatura, che è una follia. Leggi i documenti è veramente racapricciante. Ma poverini non era tutta colpa loro, il problema era dell’Unione Sovietica, che aveva bisogno di grano e bistecche. All’ONU l’URSS impediva ogni risoluzione proprio per questi motivi e i partiti comunisti si adeguarono.

Ci fu un abbandono generale del tipo “fate voi” .

Da sinistra questo, da destra il fatto che stavano per la prima volta nel novecento provando un modello repressivo funzionante. E tutti sono stati a guardare. Non ci sono prove ma gli spagnoli, che avevano il problema dell’ETA, mandavano gli ufficiali in Argentina. Ma anche l’Italia è coinvolta. Le nonne stanno cercando 16 bambini, che sono stati portati qui ed adottati, 16 bambini non entrano così per sbaglio.

Parlando più direttamente del libro, com’è nata l’idea di usare la formula del romanzo per raccontare la desaparecion?

Ho usato questa struttura perché mi sono reso conto che erano usciti a livello mondiale una serei di libri che prima di tutto non coglievano la complessità del problema, e poi perché il racconto-reportage ti permette di usare fatti e persone assolutamente liberi da ogni schema. Mi sono mosso su questo terreno quando i sono reso conto, girando per l’Italia per raccontare il sistema repressivo degli anni settanta, non conoscevo assolutamente questi fatti. In quegli anni facevo parte di Lotta Continua e di quello che succedeva in Argentina si diceva: sono peronisti, si sparano tra loro. Invece no, il problema era un altro, stavano sperimentando un sistema repressivo.

Il titolo “Irregolari” mi ha richiamato alla mente la campagna che in Italia si sta facendo della necessita’ di un paese normal, di una normalità della vita, di una sua regolarità. Nella vita bisogna essere irregolari?

Si, è una scelta di vita. Oggi essere irregolari è fondamentale, è un valore che rivendico.

Saluto Massimo Carlotto e mi avvio verso la macchina. Nell’intervista, di cui questa trascrizione è solo un ampio stralcio, ha anche parlato Pio Laghi e le sue complicità con la dittatura militare, i suoi affari legati alla struttura di Madre Teresa di Calcutta, alla candidatura al soglio pontificio, al suo rilancio grazie all’intervento di Maurizio Costanzo. Ma anche l’importanza del Movimento Zapatista nello scenario rivoluzionario sudamericano mondiale. L’importanza di Carlotto come di tutti coloro che documentano e testimoniano la repressione in questo mondo contro il desiderio ultimo di ogni essere vivente di sognare, è incalcolabile. L’Irregolarità è un valore, camminare (e non marciare) contro l’appiatimento umano che viene coltivato da chi detiene i nodi del potere.

Mico è tornato coi baffi

di Massimiliano Scuriatti, Bietti

scuriatti-micoIl titolo di questo romanzo è in qualche modo il riassunto spirituale della storia dei personaggi. Due amici di un paesino della Sicilia che sono costretti a lasciarsi per percorsi di vita diversi. Il narratore è storpio, l’autore non entra mai nei dettagli delle malformazioni, preferisce mostrarci le difficoltà che queste comportano. Mico è l’oggetto principale della narrazione, un super amico che è un riferimento per il narratore.

Mico è partito per la guerra, la Grande Guerra. È partito giovane, nel senso di ancora non uomo, informe nella sua crescita, come informe è il corpo del suo amico rimasto nel paese. Ma Mico affronta una serie di percorsi che lo porteranno a crescere: la guerra, l’amore e i baffi. Già perché i baffi sono un segno di passaggio, una espressione fisica e formale che indica l’ingresso nell’era adulta.

Il narratore invece rimane bloccato, ancorato in un corpo che non gli consente di crescere, di diventare un uomo. Cerca disperatamente di partire, vuole partire, ma quando riesce a staccarsi fisicamente, fallisce emotivamente. Diventare uomini è complesso, richiede anche risorse e forza.

L’amico di Mico ama leggere Pinocchio, un romanzo di formazione, ma che riflette profondamente l’immagine critica che ha di sé.

Intorno ai due amici una Sicilia di inizio Novecento dove superstizioni e cultura popolare si incrociano con una nazione che va alla sua prima guerra, che vede morire i suoi figli senza capirne il motivo.

Un continente isolato e lontano che impone le sue regole, le sue forme, ma che non è in grado di compensare i sacrifici di Mico, Antonino, del nostro narratore.

Massimiliano Scuriatti, siciliano, scritto, drammaturgo e story editor per la televisione, tinge con i colori della lingua massimiliano-scuriattisiciliana questa storia di amicizia e di formazione. Il linguaggio è una serie di pennellate che animano personaggi di un affresco, quell’affresco che ha un solo nome e una sola definizione, la vita.

La vita che racconta l’affetto di una madre morente che vive per un figlio storpio e un figlio che cerca disperatamente e forza contro la sua stessa natura fisica e anche mentale, di alzarsi e camminare verso un nuovo destino. Ma quel destino sembra già scritto da quel giorno è il nostro narratore è nato. Mico e Antonino sono due di quei tanti giovani che subirono gli effetti devastanti di una guerra devastante.

Qui in paese di tabbùti (cassa da morto, bara) di compaesani ne arrivano sempre meno, ormai sono quasi tutti morti.

Un piccolo romanzo che dona grandi emozioni, un linguaggio chiaro e ricco.

Andrea Grilli

The Postman e David Brin

Articolo scritto per Zero in Condotta, 1998.

David Brin, scrittore americano, ha senza dubbio il suo seguito nel nostro paese, dove è pubblicato da alcuni grossi editori di fantascienza, come l’Editrice Nord e la Mondadori. Senza dubbio non ci troviamo di fronte a un autore dallo spessore visionario di un Dick o di un Gibson e dal tra parte non può neanche essere inserito in quella correnti della science fiction, che vengono usate da alcuni per distinguere il genere di distrazione da quello “impegnato”.

David BrinSe leggerete Brin potrete trovare racconti di esplorazione spaziale, di uomini che viaggiano alla ricerca di quello spazio tanto agognato dall’umanità post Luna ‘69. Oppure come nel caso di The postman, da cui è stato tratto il discusso film di Kevin Kostner, è la storia di uomini che ricostruiscono la propria identità.

Glen David Brin (California 1950), autore del romanzo , è il classico scrittore americano della vecchia guardia, anche se l’età lo porrebbe tra i nuovi autori “tutto cyber”. Prima di tutto per la preparazione scolastica; segnata da diversi titoli di studio scientifici, in secondo luogo perché è un autore che non guarda al futuro prossimo, quello per intenderci degli autori Cyberpunk, ma allo spazio, alle incognite e ai misteri, il tentativo forse di rinnovare la fantascienza classica.

Ha esordito nel 1980 con un racconto, Sundiver. Ha iniziato così una prolifica attività di scrittore, che lo ha visto vincere diversi premi letterari: Nebula, Hugo, Locus e il Campbell Memorial, questi ultimi due proprio per The Postman. Infine nel 1988, a coronamento di una rapida e brillante carriera, gli è stato assegnato il Locus Award for Best ‘80s Author (il miglior autore degli anni Ottanta).

In Italia è edito dalla Mondadori e dalla Editrice Nord, negli Stati Uniti dalla Bantam Spectra.

Andrea Grilli