La vera storia del pirata Long John Silver

di Björn Larsson, Traduzione di K. De Marco, Iperborea, 1998

Long John Silver è un personaggio mitico nella letteratura quanto ormai nella storia della pirateria. Anche se non è mai esistito realmente, sicuramente qualcuno di simile ha calpestato i ponti delle navi pirate che assaltavano i vascelli pieni di merci e ori.

Long John SilverIl Long John Silver di Björn Larsson è molto diverso dal personaggio fantastico e leggero che Robert Louis Stevenson racconta nell’Isola del tesoro. I lettori sia giovani che adulti sono abituati a ben altre storie, più mature e dure di quanto fosse la letteratura di un paio di secoli fa. Così Björn Larsson inizia dalla gioventù di Long John Silver per costruire la base psicologica del personaggio, perché è un pirata, o meglio come è arrivato a essere uno dei più temuti tra i bucanieri.


Björn Larsson
dimostra di aver approfondito la storia della pirateria, cita e racconta fatti e personaggi realmente esistiti, anche se dal punto di vista di Long John Silver ed è questo l’aspetto più importante. Non vi è un tentativo di storicizzare la pirateria attraverso la bocca del pirata, ma di dare un senso reale o concreto, una specie di realismo al pirata che esiste solo nel romanzo di Robert Louis Stevenson, ma che finalmente acquisisce
Björn Larssonun peso e un valore diverso.
È lo stesso Long John Silver a raccontare se stesso e quindi a rinforzare maggiormente la
verosimiglianza della storia e la sua esistenza.

Ma dall’Isola del tesoro a La vera storia del pirata LongJohn Silver ci sono due secoli di narrazione sempre più intensa, cruda e realistica. Il cinema ha fatto propria la vita sgangherata dei pirati rendendola anche ridicola, ma accattivante.

Il romanzo di Björn Larsson riconduce la pirateria a uno sporco realismo perché origini e destini di quegli uomini non erano romantici, ma di disperazione, sofferenze e speranze mancate.

Andrea Grilli

La cucina di Omero

di Paolo Lingua, Il Melangolo.

La cucina di OmeroL’autore non è nuovo  nella scrittura di libri di cucina. Questa volta però si addentra in un argomento decisamente affascinante e probabilmente anche sottovalutato. Quando si legge l’Odissea o l’Iliade si presta poca attenzione ai banchetti degli eroi omerici.

È l’occasione con questo piccolo libello di conoscere e approfondire questo tema. Paolo Lingua racconta i vari pasti indicati nei canti di Omero, sottolineando non semplicemente l’aspetto culinario, ma soprattutto il valore e il significato di quei pasti.

Perché un toro invece di una mucca, perché un pezzo rispetto a un altro, l’assenza del pane o il tipo di cottura. Nulla è al caso, tutto torna secondo una cultura e uno stile di vita, compresi gli dei.

Una piacevole lettura, agile non solo per gli amanti della letteratura classica.

Andrea Grilli

Michael Moorcock e i Campioni Eterni

[Articolo di approfondimento in appendice alla serie a fumetti Elric di Melniboné pubblicata dalla Phoenix Enterprise Publishing Company]

Si è già scritto dell’importanza dei romanzi di Elric nella letteratura fantasy, del cambiamento di prospettiva nell’eterna lotta tra il Bene (la Legge) e il Male (il Caos), ora bisogna parlare di una serie di caratteristiche che uniscono le opere dello scrittore inglese, unite fin quasi a realizzare una serie di crossover sul modello di quelli delle major fumettistiche statunitense.

Di questi “crossover” si può ricordare quello contenuto nel libro I mari del fato, dove alcuni dei migliori Campioni Eterni vengono riuniti per sconfiggere un nemico particolarmente ostico, oppure il racconto che Jhary-a-Conel fa al principe Corum, nel romanzo Il Toro e la Lancia, in cui narra di altri Campioni Eterni che ha conosciuto nel suo peregrinare, personaggi come Kane, Hawkmoon e Cornelius.

Elric di MelnibonéTutti questi personaggi sono Campioni Eterni, eroi che vengono scelti dal destino per combattere nell’eterna lotta tra Legge e Caos. La loro adesione a una delle due forze non è sempre chiara: in alcuni casi devono sconfiggere le forze del Caos, in altri il loro atteggiamento è più sfumato e le loro azioni rientrano in uno schema che si svela nella sua completezza solo alla fine del ciclo, sia al lettore quanto allo stesso Campione Eterno.

Il caso di Dorian Hawkmoon è d’esempio. Il personaggio per tutta la quadrilogia che compone la sua saga, non riesce a comprendere il disegno della Runa Magica, anzi ogni qualvolta mostra impazienza viene invitato a seguire ciecamente quanto si deve compiere. Il finale ricomporrà i molti tasselli del puzzle creato dall’autore.

Tutti i Campioni Eterni vivono in universi tra di loro differenti sia nel progresso tecnologico, che nella organizzazione sociale. Così, mentre nel mondo di Corum gli umani si stanno affermando come razza dominante, in quello di Elric di Melniboné combattono per liberarsi dal giogo dei Melniboniani, mentre nel mondo della Runa Magica gli scontri sono tra umani.

Sono differenti anche nella potenza che ciascuna della Forze può esercitare: nel mondo del principe dalla Veste Scarlatta le forze del Caos sono deboli e possono essere distrutte (leggi cacciate), in quello del principe albino sono dominanti e all’apparenza vincenti.

Questa continua variazione sul tema del rapporto esistente tra la Legge e il Caos porta il lettore a ignorare cosa potrà mai leggere in una nuova saga, quale trame Moorcock abbia costruito.

Nella composizione dei “multiuniversi” lo scrittore inglese pesca a piene mani dalla Storia per poi apportare quelle modifiche che differenziano un universo dall’altro, come nel mondo di Hawkmoon dove una serie di guerre atomiche e batteriologiche hanno cambiato il quadro evolutivo della razza umana, isolando alcuni continenti e creando attorno a essi un alone di mistero sui loro popoli e il progresso tecnologico e scientifico.

Nel romanzo Il Mastino della Guerra in una ambientazione tardo rinascimentale un capitano di ventura, Graf von Bek, scopre l’esistenza di un altro mondo, il Mittelmarch, dove vivono strane e misteriose creature. Moorcock descrive meravigliosamente l’atmosfera di morte e distruzione che pervase l’Europa.

Questo pescare dalle conoscenze storiche e geografiche comuni a un lettore medio-colto, permette a Moorcock di creare mondi sempre nuovi, e rielaborare gli elementi classici del fantasy (come l’oggetto magico, la predestinazione o il cattivo di turno) per produrre trame originali e stimolanti, discostandosi dalle classiche storie simil-Tolkien che imperversano ormai nella letteratura.

Un altro elemento particolarmente interessante delle sue opere è la mancanza di una Corumvarietà di razze, che potremmo definire classiche, come elfi, nani, troll. Predominante è quella umana, differenziata per stati, popoli e culture, a cui si affiancano antiche razze che stanno perdendo il loro potere o che lo hanno perso e che non accettano la loro fine arroccandosi in una presunzione decadente: l’esempio potrebbe essere quello degli stessi Melniboniani o le vecchie razze dei libri di Corum, come i Vadhagh o i Nhadragh. Di solito queste razze sono portatrici di conoscenze magiche e religiose o ipertecnologiche che andranno perse.

I due maggiori cicli di Moorcock, quello di Corum e di Elric di Melniboné, e non solo questi, prospettano lo sviluppo di una razza umana ignorante e stupida, che arranca in un mondo che non comprende, o meglio che non può comprendere perché non dispone dei mezzi e delle conoscenze per farlo, o forse delle capacità.

Saghe brevi.

Va anche detto che le saghe non hanno mai una durata eccessivamente lunga, come invece fanno Marion Zimmer Bradley, Terry Brooks o gli autori delle serie ispirate dai giochi di ruolo della TSR; anzi Moorcock non solo costruisce trilogie o quadrilogie autosufficienti, ma le stesse sono composte da romanzi mai così lunghi da stancare la lettura o da scoraggiarla. Diversamente per le edizioni italiane, pur sembrando voluminose, raccolgono più romanzi, offrendo quasi sempre un ciclo completo.

La enorme produttività dello scrittore inglese non permette di trovare un alto livello letterario nei suoi scritti, soprattutto nella produzione fantascientifica, sicuramente la meno significativa. Gran parte delle sue opere sono senza dubbio l’esempio di uno scrittore che ha trovato il modulo più adatto per raccontare le proprie storie, un modulo che se potrebbe sembrare a volte ripetitivo è stato in grado di apportare quei stravolgimenti di cui si parlava.

Se Moorcock è un maestro della fantasy moderna, non si può dire che lo sia della fantascienza, infatti pur essendo un abile scrittore, non è riuscito, come altri suoi colleghi che frequentano entrambi gli stessi generi, a lasciare romanzi particolarmente significativi, lo dimostra anche l’assenza di riedizioni di opere già apparse nei decenni precedenti nel nostro mercato, a parte Michael Kane il guerriero di Marte (recentemente pubblicato dalla Editrice Nord), che ripropone il mito del pianeta rosso e riscrive in chiave moderna le avventure di John Carter di E.R.Burroughs. In questo ciclo (sono tre i romanzi) lo scrittore britannico descrive un personaggio, Michael Kane, che non è solo uno scienziato che progetta la macchina (non più la caverna) che gli permette di trasportarsi involontariamente su Marte, ma ha anche una mente aperta alla comprensione del nuovo e del misterioso, pronto a sviluppare teorie sulla tecnologia aliena.

Moorcock, come è stato già scritto, cambia prospettiva, infatti non tracciando una netta separazione tra ciò che è accettabile e ciò che è rifiutabile, scava dentro quelle che sono le classiche dicotomie fantastiche (Bene-Male, buono-cattivo) per svelare i loro lati oscuri, ciò che non si vede, ma esiste. Così nell’Europa devastata dalle guerre religiose del seicento, è Lucifero a incaricare von Bek di trovare la Cura per la Sofferenza del Mondo per riguadagnare la posizione persa nelle schiere degli angeli, mentre saranno gli stessi duchi dell’Inferno a combattere il loro Signore per impedirgli che riesca a riappacificarsi con Dio. Alla fine del romanzo Dio incaricherà Lucifero di condurre l’umanità nell’età della Ragione.

Nei suoi libri troviamo la ricerca della Luce nei meandri dell’Oscurità, un raccontare ciò che altri scrittori, soprattutto della scuola tolkeniana, avrebbero raccontato come aberrante e di contorno alla storia dell’eroe. È frequente che affianco del Campione Eterno si schieri un precedente nemico, un ravvedimento dal Cattivo al Buono, anche solo per tornaconto personale.

Nella sua opera teorica sulla epic fantasy (Wizardry and Wild Romance, Victor Gollancz Ltd, 1988) Moorcock con una breve, ma efficace frase ha segnato la separazione tra le sue opere e quelle di Tolkien e dei suoi allievi:

Dopo tutto, chiunque odi gli hobbit non può essere del tutto cattivo.

Andrea Grilli

La vasca da bagno

di Giancarlo Tramutoli, Fernandel

La vasca da bagno di Giancarlo TramutoliQuesto è il terzo libro di Giancarlo Tramutoli. Viene definito anche un romanzo, ma se del romanzo ha sicuramente un percorso, una trama che si srotola per le sue 95 pagine, la lingua è ben diversa. Quando un poeta si occupa di raccontare storie porta con sé l’attenzione per la lingua, la scelta accurata e oculata delle parole. Questo è senza dubbio il merito più grande. Di meno la storia, troppo intimista, troppo raccolta dentro le esperienze dell’autore per far parte della letteratura matura. Sia chiaro il problema non è solo di Giancarlo Tramutoli, ma di quasi tutta la letteratura italiana. Sono pochi i nomi di autori in sintonia con un’atmosfera a cavallo tra due secoli.

La storia è divisa in 185 piccoli capitoli, frammenti di una più ampia narrazione che vaga tra la mente dell’autore e del lettore. Ma tutto questo non potrebbe essere lasciato nella sfera della poesia?

Se pensiamo a La vasca da bagno come una vita di un uomo svelata attraverso tante poesie in prosa non abbiamo invece una prova di grande valore letterario?

Per cui ci permettiamo di bacchettare l’editore che in quarta di copertina ha scritto che si tratta del primo romanzo di Tramutoli, per di più finalista al premio Assisi come inedito nel 1996.

Forse versi come questi non saranno poesia classica:

“Leggevo di nascosto quella rivista che comprava mia sorella. Era una rivista di educazione sessuale. Un articolo diceva che non era vero che la masturbazione portasse alla cecità. Ci rimasi male. Io preferivo che la sega avesse questo alone eroico e autodistruttivo. Un modo piacevole di suicidarsi a tappe. Piappa dopo piappa.”

Ma sono i migliori versi veri e sinceri sulla nostra adolescenza. Questa capacità di penetrare le proprie intimità, è la dote di scrittore di Giancarlo Tramutoli.

Andrea Grilli

Stelle velate

Tahar Ben Jelloun, Stelle velate, testo a fronte, trad. Egi Volterrani, 300 pagg., Einaudi, £. 26.000

Di Tahar Ben Jelloun conosciamo la produzione di prosa e saggistica, l’ultimo libro edito dalla Einaudi è Lo specchio delle falene, i lettori poi di Repubblica e Panorama lo conoscono anche come opinionista e giornalista. Ma adesso finalmente appare una raccolta di poesie. Già nel 1991 la piccola, ma affascinante casa editrice Melangolo ci aveva regalato il poema sulla guerra del Golfo Dalle ceneri (presente per intero anche in questa raccolta).

Stelle VelateL’Einaudi ha pubblicato questa raccolta che presenta sia componimenti delle origini, 1971 con Uomini sotto sudario di silenzio, fino agli ultimi dedicati alla città di Fès, sua città natale (1944 – Marocco): Fès. Trenta componimenti, anch’esso pubblicato per intero.

La poesia di Tahar Ben Jelloun all’inizio della sua carriera di scrittore, quando era ancora uno studente universitario, era strettamente legata alla situazione sociopolitica del Marocco, ed era una poesia impegnata.

E lo si nota sia nella lunghezza e nella quantità dei versi, per la ricerca del poeta di approfondire, forse capire, e soprattutto comunicare gli eventi del proprio paese.

Successivamente abbandona le tematiche politiche e si sposta verso una maggiore ricerca della parola, del messaggio e della sintesi del linguaggio, senza abbandonare l’attenzione verso la realtà che lo circonda, ma che fin da l’inizio ha sempre letto con uno sguardo onirico, quasi fantastico. Una caratteristica che lo rimanda alla tradizione favolistica e fantastica dell’antica narrativa araba.

Basta leggere l’ultima raccolta Fès. Trenta componimenti, dove Tahar Ben Jelloun racconta la storica città, per leggeri versi che solleticano il nostro odorato e ci trasmettono profumi dell’antico oriente:

(…)

Si dice che l’olio di Fès
Sullo zenzero
Ridia speranza ai destini spezzati

Si dice ancora che le donne di Fès
Abbian pelle di latte e vita snella
Ma siano grasse e ridanciane

(…)

Andrea Grilli

Un’aringa in Paradiso – Enciclopedia della risata ebraica

di Elena Loewenthal, Baldini & Castoldi, 245 pagg., £. 22.000

Se non conoscete la storiella dell’aringa potete sempre leggerla nella quarta della sovracopertina del libro, ma se invece volete conoscere più approfonditamente l’umorismo yiddish, l’espressione amara e allegra di un popolo perennemente perseguitato, allora dovrete acquistare questo libro.

L’autrice è nota ai lettori dell’inserto culturale de Il sole 24 Ore, per via della sua rubrica sulla cultura ebraica “Judaica”.

Questa volta si è cimentata nella ricerca e nella sistematica di una serie di figure tipiche dell’umorismo yiddish, che spesso e con ricorrenza si trovano all’interno delle storielle.

Così la figura della mamma, in yiddish non esiste la parola madre, è al centro di divertentissime, quanto acide storie. Oppure il mendicante in perenne richiesta di soldi al ricco ebreo, che sa di dover dare, ma recita sempre la parte del taccagno, per onorare l’impegno dello schnorrer, appunto il mendicante.

Come dimenticare la perenne dialettica tra un prete e un rabbino, personaggi di storielle dove si discute della superiorità del sesso sul prosciutto (si sa il prete non si può sposare, ma l’ebreo non può mangiare certi tipi di cibo, come il maiale, che non siamo kasher, cioè adatti).

E così via tra risate e riflessioni, questo libro si rivela un ottimo strumento di riflessione per capire su quanta idiozia si fondi l’antisemitismo.

Andrea Grilli

Despero

di Gianluca Morozzi, Fernandel

“Non capisci, Kabra. Non mi sono mai trovata a scegliere fra te e il Magico, fra te e Tex. Tu non sei mai stato un’alternativa, eri il mio amico. Non ti ho mai visto diversamente”

Credo che non esista peggior frase che una donna possa dire a un uomo. Sei un amico. Non eri una alternativa. Sparami e mi fai meno male.

Quante volte nella nostra vita ci troviamo a dover affrontare queste situazioni allucinanti. Eppure si cade, ci si rialza e via verso un altro muro.

Despero di Gianluca MorozziQuesto Despero di Gianluca Morozzi è il racconto disperato di un giovane che per 12 anni porta con sé, come il più prezioso dei tesori, l’amore per Sarah. Un amore profondo, all’inizio adolescenziale che poi cresce negli anni dell’università, dei successi e gli insuccessi professionali.

Attraverso le scelte di vita.

E quando si parla di amore, anzi di Amore, si scrive sempre qualcosa che è generazionale, che fa parte di tutti coloro che vivono quel sentimento.

Gianluca Morozzi, classe 1971, racconta senza cercare troppe originalità, troppe idee brillanti o stupefacenti, come possono vivere gli adolescenti e i giovani adulti l’amore, i rapporti di amicizia e soprattutto i sogni della propria vita. Cosa farò da grande? Indipendentemente dal corso di laurea scelto, indipendentemente da tutto. E da tutti.

Un bel libro, scritto molto bene, organizzato in forma di diario, dove lettere, lettere mai spedite e perciò più taglienti perché incompiute (la risposta è sempre un chiudere un circuito), ed eventi ci raccontano l’inizio di questo amore e ci conducono alla sua fine. Lo scontro finale, come in tutti i migliori film d’avverntura (non è la più bella avventura l’Amore?) segna anche la sconfitta e la rinascita dell’eroe.

E già. Proprio dell’eroe. D’altra parte non canta Ewan McGregor a Nicol Kidman, in Moulin Rouge, we are the heroes?

Amanti come eroi, eroi di cosa? della vita.

Andrea Grilli

H.P. Lovecraft – contro il mondo, contro la vita

di Michel Houellebecq

 

H. P. LovecraftQuando si legge una biografia si rischia di leggere un elenco scritto anche con un buon stile di taglie di mutante, shock infantili, psicologia del papà e della mamma, le ingiustizie subite da adolescente, le insoddisfazioni al lavoro etc… oppure si può incontrare una piccola e agile lettura della vita del grandissimo, e qui i complimenti sono riduttivi, H.P. Lovecraft. L’autore di quelle storie dedicate a mostri e divinità che emergono solo dai nostri incubi peggiori. Michel Houllebecq, autore di poesie e romanzi pubblicati dalla Bompiani (Le particelle elementari, Estensione del dominio della lotta e Il senso della lotta), ci propone un excursus sullo scrittore di Providence. Una lettura del suo essere scrittore attraverso il racconto degli elementi più interessanti della sua vita incrociati con i racconti più spettacolari.

“Sì, è vero: ho piazzato sei pallottole nel cranio del mio migliore amico, ma con questo racconto spero di dimostrare che non sono il suo assassino.” (La cosa sulla soglia)

Se non si è assassini piazzando 6 pallottole nel cranio di un amico, cosa si è? O meglio cosa è successo? Houellebecq esplora i percorsi creativi di Lovecraft, come preferisce scrivere e cosa abiura. Ma soprattutto perché tutto questo e contro chi?

H.P. LovecraftL’autore di Cthulhu odia il mondo così lontano dal suo essere bianco anglosassone e di conseguenza la vita non ha ragione di essere apprezzata. Tutto gli è odioso, insopportabile. Neanche il periodo a New York con la moglie riuscirà a sollevare il suo pensiero verso il Reale. Lovecraft si sente rifiutato, allontanato dalla società.

Scriverà: “sono talmente stanco dell’umanità e del mondo che nulla suscita la mia attenzione se non comporta almeno due omicidi a pagina, o se non tratta di innominabili orrori provenienti da altri spazi.”

Questo libro è le perfetta introduzione alla lettura completa delle opere dello scrittore di Providence che ogni buon amante della grande letteratura dovrebbe fare. È vero, come afferma Jacques Bergier, che occorre aver sofferto molto per comprendere Lovecraft, ma la realtà non ci sdegna di orrore e dolori. Ognuno di noi ha un bagaglio di dolore sufficiente per leggerlo.

Andrea Grilli

Aidoru

William Gibson Aidoru, trad. Delio Zinoni, 298 pagg., Mondadori, £. 14.000

William Gibson nel 1984 ci aveva stupito con il romanzo che avviò la stagione del cyberpunk, Neuromante (ed. Nord, 1986), pochi anni dopo affermò che lo stesso movimento che aveva contribuito a creare con Bruce Sterling aveva finito la sua spinta innovatrice ed era morto.

Eppure ha proseguito a scrivere romanzi che non escono dalle tematiche cyberpunk, solo che adesso emerge maggiore maturità, una assoluta consapevolezza di ciò che ha significato scrivere di fantascienza senza parlare di esplorazione spaziale, senza creare alieni strani e feroci, senza cercare il Male altrove: tanto era sulla Terra, nascosto nelle città, nei mezzi di comunicazione, nelle multinazionali, nelle reti telematiche, nella nostra alienazione quotidiana.

Aidoru di William GibsonAidoru è una pura invenzione dell’era digitale, una donna finta per i nostri canoni di realtà e artificialità, ma per le fan di un noto cantante può essere colei che porterà alla fine il loro sogno. Ma questo non è un mondo di adolescenti eccitate da un idolo, è anche quello delle multinazionali, della mafia russa che si espande in Giappone, un paese dilaniato dal terremoto e ricostruito in una notte grazie alla nanotecnologia. E soprattutto delle reti che collegano tutto e tutti, dell’hardware e del software di produzione New Age e di uomini esperti a trovare informazioni lì dove sembra esista solo un caos di dati.

Ma infondo forse questo ci vuole dire Gibson: che non è più il pensiero a definire la nostra esistenza, ma l’insieme delle informazioni su noi stessi. Ed esistono persone che sanno navigare in tutto questo e capire cosa faremo e come agiremo. La recente notizia dell’esistenza di Echelon, sempre che sia vera, ci deve far riflettere su come sia riduttivo pensare il mondo nell’angusto spazio di un quartiere o di una città. Scrittori come William Gibson riescono a farci riflettere su temi che la cosiddetta letteratura alta non è in grado di affrontare perché priva degli strumenti necessari per farlo.

Andrea Grilli

Pubblicato su Zero in Condotta e Stradanove.net nel 1997

Urbino, Nebraska

di Alessio Torino, Minimumfax

Antologia di racconti ambientata a Urbino. O meglio un romanzo costruito secondo una struttura dove i capitoli possono rappresentare anche singoli racconti.

Urbino, NebraskaAlessio Torino ha disegnato una storia sorretta da un’altra storia che non viene mai raccontata completamente, ma solo attraverso una lenta e delicata raccolta di indizi, pezzi di parole, frasi, emozioni e qualsiasi altra materia fatta della stessa materia dei sogni.

I personaggi vivono e spesso vagano per Urbino, tra vita universitaria e luoghi specificatamente locali, che solo gli urbinati conoscono. La triste storia delle due sorelle tossicodipendenti morte di overdose collega tutti, come un cataclisma che ha rotto il muro di ipocrisia e omertà che circonda sempre e comunque la provincia italiana.

Alessio Torino sembra raccontare persone non particolarmente mediocre, anzi tendenzialmente positive, ma è il contesto in cui vivono che non consente di esprimere la loro esistenza a un livello superiore.

Perché in fondo a tutte queste storie riemergono nella loro più profonda bassezza della vita la morte delle due sorelle. Sono lì, macchiano con il loro dolore la città perfetta, una bomboniera che spazza sotto il tappeto la vita di Ester e Bianca. La loro nonna abbandonata in un appartamento e l’unica luce di umanità è la badante e i piccoli gesti quotidiani. E non sono meglio quegli urbinati che si sono realizzati all’estero. La piccola città è un magnete, non si sfugge.

Non si sfugge alle storie tristi, ma anche alla sua architettonica bellezza, all’emozioni che i luoghi possono suscitare.

Un bel romanzo scritto bene, scorrevole, facile da leggere, stimolante ed emozionante. Ma senza però giungere ad alti livelli letterari.

Un bel romanzo o una bella antologia di racconti.

Andrea Grilli