Otaku – i giovani perduti del Sol Levante

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Massimiliano Griner – Rosa Isabella Fùrnari “Otaku – i giovani perduti del Sol Levante”, 155 pagg., Castelvecchi, £. 18.000 

Esiste una generazione in Giappone che passa il suo tempo, quasi tutto, a collezionare immagini e oggetti a livelli feticistici e soprattutto in un ambiente virtuale.

Gli otaku.

Ormai resi famosi sia dai romanzi cyberpunk di Gibson sia da alcune tragiche vicende criminose successe nel Sol Levante (ndr. l’articolo è stato scritto nel 1999), gli Otaku potrebbero nascondere la catalogazione di un’ampia parte di una generazione che si sta chiudendo dentro se stessa per ritrovarsi in altri spazi e con altri mezzi.

OtakuLo studio di Massimiliano Griner e Rosa Isabella Fùrnari procede da prima a una presentazione della società giapponese, da noi poco nota o conosciuta in modo errato e pregiudizievole, per poi presentare e approfondire il fenomeno otaku.

Non mancano personaggi mitici, eventi di particolare importanza, riviste e fanzine che hanno scritto la storia dei “collezionisti” made in Giappone.

Così scopriamo che il fenomeno è strettamente legato anche al sesso, anzi l’oggetto del collezionare riguarda soprattutto ciò che ruota attorno al sesso: mutandine, peli, fumetti; ma anche tutto ciò che è legato al mondo dei computer, delle anime (cartoni animati giapponesi) e di quanto altro forse noi non penseremmo di collezionare, ma gli otaku sì.

Ogni capitolo è arricchito da note ed è presente anche una bibliografia che non tocca solo il fenomeno, ma offre anche consigli per conoscere la società giapponese e i suoi costumi.

Un libro intelligente e ben fatto che apre uno spiraglio su un paese condizionato dalla faciloneria con cui molti pretendono di parlarne.

Il Giappone sta cambiando, come? È tutto da capire.

Andrea Grilli

Il mio doppio io – l’autobiografia del genio dell’immaginario fantastico

Il grande maestro del fumetto mondiale, creatore del Garage ermetico, fondatore della rivista Métal Hurlant, disegnatore di Bluebarry, padre indiscusso di un nuovo modo di disegnare e sentire la linea chiara francese, di esplorare il misterioso mondo della creatività, si racconta.

Lui, Jean Giraud. Lui Moebius.

Ha scritto una autobiografia, un lungo racconto della sua vita, dei grandi fumettisti che ha incontrato e che hanno lavorato con lui. Le esperienze fin dalla gioventù che hanno depositato nel suo zaino-vita i semi che hanno germogliato le visioni dei suoi fumetti.

MoebiusMoebius, Il mio doppio io – l’autobiografia del genio dell’immaginario fantastico (DeriveApprodi, lire 24.000), ma anche Jean Giraud, due persone che vivono nello stesso corpo. Due mani capaci di disegnare linee diverse, figure e atmosfere completamente diverse.

Ma abbandoniamo gli entusiasmi per dire qualcosa di più su questa autobiografia, genere rischioso per chi si appresta a raccontare di se stesso.

L’autore ripercorre i momenti fondamentali della vita, cercando di tenere distinti e spiegare le diverse nature delle due identità. E in gran parte riesce. Anche se il difetto maggiore è una sottile presunzione, l’idea di avere parole da piedistallo, da guru dell’immaginario moderno.

La prima parte del libro, strettamente legata alla sua vita giovanile, risulta pesante, mentre la seconda quando Moebius/Giraud racconta i suoi incontri nelle riviste come Pilote, diretta da Goscinny, oppure il suo incontro con un altro guru di questo secolo Jodorowsky. Ma anche Mandryka, Bretécher, Charlier, Druillet e tanti altri grandi del fumetto francese.

In questo caso si ha l’occasione di leggere une breve storia del fumetto dei nostri cugini, una breve storia che ha visto però quasi il meglio del fumetto mondiale nascere e prosperare in Francia all’interno di un mercato maturo e in grado di accogliere anche le opere più adulte e interessanti.

Un libro che nei difetti indicati non si può non leggere per la storia che vi si racconta e le persone che ne sono coinvolte.

Andrea Grilli

Semifinale

Semifinale di Rudi GhediniFra amori e sconfitte, il racconto di un’educazione sentimentale diventa romanzo di formazione (nel suo doppio senso).

Ci sono svariate teorie sull’oblio: forse è il prodotto dell’interferenza dei ricordi successivi, o il sintomo di una rimozione, per escludere dalla coscienza le esperienze sgradevoli, oppure è paragonabile a una scritta sulla sabbia, esposta al sole e alla pioggia, che perde i contorni fino a rendersi illeggibile. Parlandone con Katia, nel viaggio verso Milano, si è smosso il ghiaccio di un altro ricordo, precedente alla maglietta e alla radiolina fatta a mappamondo: è riaffiorata una foto storica, pluripremiata, un gol acrobatico di Ezio Pascutti, di testa, con un fantastico tuffo rasoterra e accanto Burgnich, pure lui in tuffo, ma ormai in ritardo.

Era un Bologna-Inter (3-2) del gennaio 1966. Quella foto, ritagliata dal giornale, stava incorniciata in bella vista nel negozio del barbiere, al paese. L’ho avuta davanti agli occhi per anni, mentre mi tagliava i capelli, sempre troppo corti.

Semifinale
Una storia d’amore e di sconfitte intorno all’Inter prima di Ronaldo
Theoria – Ritmi
pagine 144, lire 15.000

Vedere un altro orizzonte

 

Anche questo libro come il romanzo/fumetto di Auster/Mazzucchelli era già stato pubblicato sotto la defunta etichetta degli Squali, ed ora viene riproposto nella collana tascabile con una copertina cambiata e francamente inferiore a quella disegnata dal fumettista/illustratore Davide Fabbri.

Vedere un altro orizzonteQuesto romanzo raccoglie sia metafore sociali sia presenta le potenzialità distorte di quel positivismo fantascientifico che vedeva negli altri pianeti della Galassia, l’occasione di abitare nuove “terre” e risolvere problemi come quello della sovrappopolazione.

Sul piano sociale Dick crea situazione ed eventi che in qualche modo riflettono la conflittualità sociale degli Stati Uniti degli anni cinquanta-sessanta (il romanzo è del 1966) e delle soluzioni ghettizzanti che vengono adottate per risolverla.

Una descrizione del mondo politico americano senza scrupoli e caratterizzato da finto buonismo, ne fanno un romanzo pienamente inserito negli anni in cui lo scrisse Dick e forse qualche lettore lo troverebbe ancora attuale.

La storia è quella di una corsa alla presidenza e la possibilità di risolvere la situazione di milioni di persone addormentate dallo Stato per risolvere la sovrappopolazione. La scoperta di un mondo parallelo scatena una corsa di promessa e scontri più o meno leciti per vincere le elezioni e offrire nuove soluzioni.

Per chi non ama la fantascienza, possiamo dire che c’è ne poca, per chi l’ama, sarà pienamente soddisfatto.

Per chi invece vuole leggere un buon romanzo scritto da un santone della letteratura americana, bistrattato da vivo e santificato da morto, allora ha trovato pane per i suoi denti.

Andrea Grilli

Philip K. Dick “Vedere un altro orizzonte”, trad. Luigi Dancelli (revisione di Fiammetta Giorgi), Bompiani, £ 12.000

Il canto di Kali

Dan Simmons “Il canto di Kali”, trad. Lidia Perria, Oscar Mondadori, £. 14.000

Vi sono luoghi troppo malvagi perché sia consentito loro di esistere.

Con questa frase agghiacciante Dan Simmons, che nel 1985 si affermò proprio con questo romanzo, inizia a narrare la storia di un uomo che viene inviato in India per intervistare un poeta, Das, che si riteneva morto e che invece dopo anni ricompare.

Il canto di KaliAnzi dopo anni ricompare un poema inedito e sconosciuto del poeta indiano.

Dove è stato per tutto questo tempo Das?

Perché pur essendo attribuibile a lui, il poema mostra temi e argomenti così lontani dai suoi soliti?

Perché c’è tanto mistero per incontrarlo?

Ma soprattutto cosa c’entra Kali, la sanguinaria dea della mitologia indiana, in tutta questa storia?

Se vi raccontassi un solo evento di questo romanzo, rovinerei il lavoro di Simmons.

Mi limito a segnalarvi la grandezza di questo scrittore statunitense, autore tra l’altro della trilogia di Hyperion, sempre edita da Mondadori, che vaga da un genere ad un altro, dimostrando, sempre che ce ne sia bisogno, che il confine dei generi è morto e sepolto da parecchio tempo… semmai proprio ucciso da Kali.

Calcutta è uno di questi luoghi.

Andrea Grilli

Cronosisma

Kurt Vonnegut “Cronosisma”, trad. Sergio Claudio Perroni (A.I.T.I.), Bompiani, £. 28.000

«Allo scoccare di quelle che a New York erano le 2:27 del 13 febbraio, l’Universo ebbe una crisi d’autostima. “Debbo continuare a espandermi indefinitamente? Che senso avrebbe?” si chiese».

Questo è in sintesi la base su cui Kurt Vonnegut, uno dei più grandi scrittori statunitensi, ha fondato Cronosisma, l’ultimo suo lavoro edito in Italia.

CronosismaMa non dovete aspettarvi un romanzo con una trama: tipo inizio e fine e un filo conduttore di eventi tra questi. Anzi una selva di piccoli aneddoti, storie, vicende, accaduti che vedono sempre, in qualche modo, come principale personaggio uno scrittore, che rappresenta lo stesso Vonnegut, che ha sempre una frase significativa per ogni cosa.

Il libro racconta gli effetti di questa crisi di autostima dell’Universo su un gruppo di personaggi, ma anche le loro vite prima e dopo l’inizio di questa crisi.

Ma forse la prima domanda che un lettore di questo libro si farà: è come si possa manifestare una crisi di autostima dell’Universo.

Beh, contraendosi di dieci anni e costringendo l’Umanità a ripetere quanto già fatto nei dieci anni trascorsi.

Un libro aneddotico e curioso per tutti coloro che apprezzano una narrazione un po’ fuori dalle righe.

Andrea Grilli

Ps. Pubblicato sul magazine on line Stradanove.net nel maggio 1998

Giacoma Foroni

“Relazione – riflessioni e giudizio sul sesso di un individuo umano vivente chiamato e conosciuto sotto il nome di Giacoma Foroni” prefazione di Giorgio Celli, Edizioni Tre Lune, collana Taliquali, pagg. 32 + 4 tavole, £. 18.000

Il 13 maggio del 1802 una commissione di medici e notabili si recò da Giacoma Foroni per stabilire se questo essere umano fosse maschio o femmina.

Giacoma ForoniLa relazione scritta da questi signori che segnò il destino di Giacoma Foroni fu poi pubblicata a Mantova da La Società Tipografica all’Apollo ed oggi riproposta dall’editore mantovano Tre Lune.

Si tratta di un caso che forse oggi avrebbe una fine meno triste e amaro: Giacoma si sente donna, possiede accenni di entrambi i sessi  anche se non maturi e completi e si sente attratta dai maschi, eppure il risultato della commissione di esperti che la visiterà sarà completamente diverso: l’individuo visitato non è altrimenti una donna, meno un ermafrodito di nessun genere, ma un uomo decisamente dalla natura con bizzarria nel pudendo mal conformato.

E le sue pulsioni sessuali sono il frutto di una educazione errata dei genitori convinti che fosse femmina.

Giacoma ForoniIl testo descrive secondo la terminologia medica dell’epoca il corpo di Giacoma, minuziosamente informa delle varie misurazioni e della visita che subisce al confine della negazione di un diritto minimo di affermare una propria dignità di essere umano, che forse la Foroni cerca di trovare nel dichiarare che è attratta dai maschi e quindi risolvendo in termini molto personali e semplici il suo sesso.

Ma in una società che sta cercando di scrollare le superstizioni, le magie e le religioni, l’Io non ha spazio, mentre la fredda scienza e la dea Ragione possono svelare le equazioni che governano il mondo e dare risposte a ogni domanda.

Conclude e sentenzia così la congrega di notabili e scienziati: quest’essere infelice, quantunque riconosciuto assolutamente spettante alla specie maschile, non è capace di matrimonio. Non può essere moglie, perché escluso nel rango di donna, e ha la fatalità per il bizzarro difetto dei suoi organi di non poter essere legalmente marito.

Viene da chiedersi come abbia vissuto Giacoma Foroni.

Andrea Grilli

Pubblicato sulla rivista Flesh Out

Intervista a Moni Ovadia

Oylem GolemAbbiamo incontrato Moni Ovadia a Minerbio il 26 aprile 2000 qualche ora prima di andare in scena. È stato un incontro con il pubblico bolognese e del comune di Minerbio per parlare della cultura ebraica e non solo. Confrontarsi con un uomo di così grande cultura, vuol dire parlare di molto più di una semplice domanda. Gli argomenti e le parole scorrono come fiume.

Moni Ovadia è (lo diciamo con affetto) logorroico, una domanda è l’occasione per aprire mille rivoli, mille argomenti, di cui Moni Ovadia parla con cognizione di causa, con sapiente cultura. In diversi momenti ha parlato della spiritualità ebraica, ha spiegato passi significativi delle antiche scritture, ha soprattutto posto l’accento sulla libertà dell’uomo. L’uomo nasce libero, è libero, e questa libertà ha fondamento nelle stesse parole del Signore. L’uomo è Suo servo e di nessun altro, niente tiranni, tutti uguali.

Ascoltarlo è un piacere, vi riportiamo le sue risposte alle uniche due domande che siamo riusciti a fare per il ridotto limite di tempo.

Qual è la funzione dell’umorismo ebraico oggi giorno?

Oylem GolemL’uomorismo ebraico autodelatorio, rivolto verso se stessi, cotnro se stessi, è una specie di sterminato patrimonio, come uno scrinio senza fondo, da cui escono perle di intelligenza. Mi rendo conto che ogni volta che mi avvicino a questo repertorio, che è un repertorio tradizionale, elaborato da ognuno di noi a sua maniera, di cogliere nuove suggestioni.

Sembra offrire mille sfacciatature possibili per un cammino È come se fossero per me i capitoli di un lungo libro che potrei intitolare “L’ebreo che ride” (1), non per rifarmi al libro, ma per rifarmi al cammino umoristico, un cammino millenario.

Che funziona ha oggi? Dovrebbe avere una grande funzione, ma come tutte le spiritualità quella ebraica ha dei problemi grossi, ha dei problemi estremamente densi e molto gravosi per l’identità ebraica, perché c’è una sorta di delirio di sé.

Nel momento in cui non sei più disperso, esiste una terra, questa terra ti da una copertura di sicurezza e addirittura in alcuni casi produce forme di teoparanoia o di delirio dell’anticipazione messianica.

Secondo me questo è il vero problema ebraico nel futuro: l’idolatria di sé.

Allora l’umorismo potrebbe avere una enorme funzione, ma sembra temporaneamente affaticato L’umorismo è stimolato sempre in qualche misura dal rischio. C’è una sorta di ritorno in Egitto degli Ebrei. Ma non è l’Egitto quella della schiavitù dura, è quello della schiavitù dorata, che è molto peggio. Perché il primo ti fa rendere conto di chi sei, viene voglia di ribellione, di pensiero, l’Egitto della schiavitù dorata fa rimpiangere a quella parte di ebrei che uscirono con Mosé la terra da cui fuggivano.

Allora c’è qualcosa di estremamente inedito per gli ebrei ed è la costruzione di un Egitto non fuori nell’esilio, ma in quella che dovrebbe essere una casa.

Il problema della terra con gli ebrei, del loro rapporto è estremamente drammatico e verrà fuori nella sua pienezza quando verrà fatta la pace con gli arabi.

Credo sarà l’attesa di qualche lustro non più. Questa pace arriverà.

Allora si capirà che esiste ancora una funzione per l’ebraismo, che cos’è il problema degli ebrei, se il problema degli ebrei è la riattivazione di una presunta israele biblica che non esiste più, che non è esistita per duemila anni. È quello il problema?

È altro?

Quale sarà il rapporto che gli ebrei stabiliranno nel futuro fra particolarismo e universalismo?
In questo momento l’umorismo ebraico sembra guardare al suo glorioso passato, così faccio io certo per sollecitare il futuro.

E questo è il meccanismo della memoria ebraica. Noi per larlare del domani, guardiamo all’ieri, nel senso che tutto il lavoro ebraico è percuotere quel testo millenario e attraverso un lavoro emeneutico di interpretazione, rivitalizzare i pozzi, le fonti, che le acque non siano stagnanti, ma siano sorgive.

L’uomorismo dovrebbe percorrere questo cammino, non siamo noi la generazione. Conosco i limiti della mia generazione: sono intanto di guardare solo dentro i limiti della mia generazione.

Moni OvadiaCredo che la nostra generazione, per attivare un meccanismo nuovo di umorismo autodelatorio sufficientemente feroce da scardinare tutta una serie di nuovi totem, debba uscire dall’Egitto, dal nuovo egitto che è stato il Nazismo, il più duro. Siamo troppo influenzati da questo, è stato qualcosa che ha vibrato un colpo talmente impressionante al cammino ebraico, al rapporto col divino che richiede un tempo di elaborazione.

I segni interessanti ci sono. Molti vecchi ebrei dell’est, che vivono in Israele, non amano l’umorismo israeliano, più rude di quello ebraico, però ci sono segni affascinanti.

Per esempio quesat storiella, che non è umoristica ma parecchio dura di un bambino che gira con suo nonno e questi gli indica un albero e dice “vedi questa quercia  una volta non c’era, l’ho piantata io”, poi cammina “vedi questa casa, una volta non c’era, l’ho costruita io”, girano girano e il nonno con la fierezza di dire queste cose, finché il nipote perplesso gli chiede: “nonno, di’, una volta eri arabo?”.

Allora questa storiella molto aspra pone il problema del ritorno ebraico e della situazione già trovata lì, la tragedia di due popoli non prevista.

L’uomorismo potrebbe giovare a scuotere un po’ le acque stagnanti. Forse l’umorismo reciproco, i palestinesi sono persone molte vicine agli ebrei di altri popoli arabi, perché hanno vissuto una diaspora, un esilio. Sono due popoli fatti per intendersi, anche qui ci vorrà ancora un po’ di tempo.

Bisognerà rivisitare l’umorismo e rifertilizzare i campi, riattivare le acque morte attraverso il pensiero, perché l’umorismo ebraico è una struttura cognitiva, non è qualcosa per far ridere, ma per fare pensare.

È sempre per mettere qualcuno di fronte a se stesso.

È un grande strumento di intelligenza e di pietas nei confronti dell’uomo, perhé ne fa vedere i difetti.

Credo che nel cammino umoristico, si debba attendere una generazione che ritrovi i cammini dell’incertezza, i cammini dell’alea, del rischio.

Non c’è il rischio che si conosca della cultura ebraica solo l’umorismo e non altri aspetti?

Credo che l’umorismo abbia avuto successo nei non ebrei perché per questi è stata una scoperta. Gli ebrei erano pensati come personaggi scuri, brutti, difficile pensare che uno di questi rabbini con i riccioli e con un passo pensoso e strano, possa ballare in una platea dopo aver bevuto mezza bottiglia di wodka.

Non è vero che l’ebraismo è stato conosciuto solo attraverso l’umorismo, posso dirlo perchéMoni Ovadia sono il principale responsabile, tutti i miei libri, quelli di Fölkel (2) no, perché Fölkel ha fatto una cosa molto semplice, ha preso dei repertori e poi li ha ordinati. La sua operazione ha avuto il pregio di essere la prima in Italia, io invece mi considero un allievo di Leo Rosten, anche se lui non mi ha conosciuto. Tutti i miei libri collegano l’umorismo alla spiritualità.

Perché secondo me il cammino cognitivo ebraico è inaugurato fortemente dalla opzione umoristica.

Oggi i libri sull’ebraismo in ambito cristiano, cattolico, se ne pubblicano a migliaia, di umorismo ne esistano 7-8. Se noi andiamo a vedere Giuntina (http://www.giuntina.it), casa editrice che pubblica solo argomenti ebraici, pubblicazioni umoristiche forse non ce n’è neanche una.

Ha fatto molto rumore soprattutto nel mio lavoro, quello più conosciuto, Oylem Goylem, che è stata una specie di sorpresa. Ma anche in questo c’è una preghiera sulla Shoà, e ci sono momenti di grande riflessione, di grande tensione espressiva.

Se andiamo a prendere tutto quanto è stato pubblicato, romanzi, salmi, vediamo che le pubblicazioni umoristiche non siano più dello 0.2%.

Assolutamente super esiguo, ha fatto più impressione perché ha permesso di vedere per la prima volta gli ebrei in un modo diverso.

Si parla sempre di umorismo, ma facendo quattro conti vadiamo che se ne parla pochissimo, se prendo il catalogo della case editrici cattoliche dehoniane e le Paoline, trovo centinaia e centinaia di libri sull’ebraismo, ma non trovo libri sull’umorismo.

Dei libri specifici sull’umorismo pubblicati in Italia conosco i due di Fölkel, i miei, uno della Loewenthal (3) e un libro di Rosten, finalmente tradotto come “oy oy oy!” (4). Poi abbiamo Woody Allen, i fratelli Marx, che erano fortemente inseriti nell’umorismo ebraico, però non sono esplicitamente tali. Jerry Lewis, Mel Brooks non sono esplicitamente umorismo ebraico, mentre Chaplin è quello che fa la sintesi più folgorante dei tipi umoristici del ghetto, dello shtetl. Mostra l’universalità di quei tipi che sono quelli dell’omino pieno di disavventure, ma mai domo, dignitoso e sempre pronto a battersi per le buone cause.

Andrea Grilli

Note

(1) di Moni Ovadia, pubblicato da Einaudi, Stile Libero

(2) pubblicati nel 1988 e nel 1990 nella collana BUR della Rizzoli con il titolo: “Storielle ebraiche” e “Nuove storielle ebraiche”

(3) Elena Loewenthal, “Un’aringa in Paradiso – Enciclopedia della risata ebraica”, Baldini & Castoldi, 245 pagg., £. 22.000

(link non più attivo: http://www3.stradanove.net/news/testi/libri/lagri1709982.html)

(4) Leo Rosten “oy oy oy! – umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yiddish”, 338 pagg., Mondadori

L’amore è un bar… sempre aperto

Se dovessimo dire chi è Grazia Verasani non basterebbe uno speciale su Stradanove.net: (ndr. la recensione fu scritta per il magazine on line nel 2000) attrice, cantante, compositrice, paroliera, scrittrice per semplificare.

Scrittrice di questo libro: L’amore è un bar sempre aperto edito da Fernandel.

Grazia Verasani - L'amore è un bar sempre apertoAdele è un ex cantante, nel raccontare la sua vita, qualche frammento per la verità o un’ampia parentesi, si sofferma sui propri sentimenti rispetto ai tanti personaggi (ma proprio tanti) che incontra, sul suo modo di affrontare la vita, sulle aspettative e le occasioni lavorative. Sul suo essere donna.

La scrittura, uno degli elementi più interessanti del libro, è su più livelli, come scatole cinesi. Più livelli di pensiero.

Così appaiono le parentesi tonde a determinare un livello di pensiero o di riflessione molto più interiore, dove l’Io di Adele/Grazia più che nascondersi, aspetta il momento giusto per dire la sua.

Altro elemento è la sospensione degli eventi. Nulla si conclude, tutto rimane aperto: nei rapporti umani, nel raccontare gli eventi. Adele è una donna pronta ad aprirsi al mondo, forse a rischiare.

Non è possibile dire se questo romanzo sia il frutto di un progetto a tavolino di Grazia Verasani, ma la spontaneità del testo, dei sentimenti, l’assenza di una macchinosità linguistica e formale, tipica di alcuni “ggiovani autori”, fa propendere a un flusso coerente di emozioni e creatività che ha preso forma sia nella lingua quando nella narrazione in forma aperta: un po’ come l’amore… un bar sempre aperto.

Andrea Grilli

Il tempo di prima

“Il tempo di prima” edito da DeriveApprodi, collana Vox, 18.000 lire, 154 pagg.

Emidio Clementi è noto come cantante e paroliere dei Massimo Volume, ma un’altra attività creativa dove eccelle è la scrittura. Dopo una antologia di racconti “Gara di resistenza” (Gamberetti, 1997) ha scritto un romanzo che si intitola Il tempo di prima, edito da DeriveApprodi.

Il tempo di primaEnrico arriva nella zona del lago di Suviana portandosi dietro un passato raccontato attraverso piccoli capitoli in corsivo, piccole gocce di sangue che riempiono un bicchiere un po’ pulp e un po’ tenero. Tenero infatti è il racconto di Emidio Clementi, hops scusate di Mimì (nickname con cui è conosciuto famigliarmente a Bologna), dolce è il suo modo di raccontare e presentarli, ma dolce è anche il modo di permettere a loro, Enrico, Edoardo, Arturo e tutti gli altri, di raccontarsi.

Come ci ha raccontato lo stesso Mimì ai microfoni di Radio Città 103, ad un tratto gli stessi personaggi hanno preso un cammino autonomo, raccontandosi da soli, prendendo quella vita che ogni scrittore vorrebbe che fosse: osservatore di quelle tante gocce d’acqua che cascano dal rubinetto della creatività e prendono forme e percorsi diversi.

Così chi è giunto per fuggire, potrà ripartire, chi era lì fuggendo da se stesso forse partirà per altri luoghi o altre follie. Chi passerà per giungere ad un approdo, forse coglierà qualche fiore, ma riprenderà la sua strada.

Il romanzo è in prima persona, è Enrico a parlare, solo perché è il primo a entrare in azione, come un attore in scena. Ma le storie sono tante, come si diceva, e raccontate con affetto, senza quella crudeltà che qualcuno potrebbe pensare.

La scrittura di Mimì, poi, è a tratti poesia a tratti prosa. Sono frequenti nel testo frasi che vorremmo sottolineare, segnare per le immagini che sono in grado di stimolare nel nostro schermo mentale, proprio come il testo di una canzone.

“Mi piace il profumo delle puttane, le loro camere, i materassi senza lenzuola, l’odore dei preservativi. Sanno… Sanno di peccato.”

Parole scandite e misurate che ci spingono in una camera, la carta del libro, forse anche quella del giornale, odorano già di preservativi.

Ancora.

“La vita sarebbe scivolata via da quelle sponde come quando si toglie il tappo da un lavandino.”

Oppure si possono trovare non tanto perle di saggezza, quanto intelligenti riflessioni di vita che tutti potremmo sottoscrivere: “(le donne) riescono a mandarti il cuore in frantumi con la stessa facilità con la quale ti frantumano i coglioni.”

“Quello che ti frega sono i ricordi, ti si appiccicano addosso e, a quel punto, non c’è più niente da fare.”

Il tempo di prima è, come giustamente ci dice la quarta di copertina, la definitiva affermazione letteraria di un musicista molto amato dal pubblico che affolla i concerti dei Massimo Volume, e sempre ascoltato per la sincera passione dei suoi testi. E proprio questa sincerità va apprezzata, sincerità che traspare dalle parole di questo libro, ma soprattutto dalla stessa persona di Mimì e dai suoi personaggi, specchi possibili di tanti di noi.

Andrea Grilli