Vamps

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Si tratta di una antologia di romanzi brevi o racconti lunghi, come preferite, sul tema vampiri a cui si aggiunge un piccolo capolavoro sul tema del futuro distopico, Il contenuto perduto.

Vamps - UraniaI tre romanzi brevi sui vampiri possono essere interpretati come esercizi di stile, divertimenti narrativi senza qualche particolare elemento, anche fantascientifico. Spinrad con la maestria che lo distingue deride e ride dei signori della notte. Tra droga, cibo e ossessioni Vlad ne esce con le ossa rotta, è più potente una diva di Hollywood con le sue manie. Per non parlare dell’impatto con i bassi fondi delle metropoli e ben altre dipendenze che non succhiare il sangue, come eroina e cocaina.

Ma superati questi tre scritti, si può apprezzare un piccolo gioiello della produzione di Spinrad, sempre attento dai capolavori come Il signore della svastica del 1972 a raccontare percorsi alternativi della Storia come occasione o strumento per esplorare il presente. Così eccoci finalmente a leggere Il continente perduto del 1970.

Un gruppo di turisti africani visita quello che rimane degli Stati Uniti, una nazione ormai decadente dopo i successi e i fasti dell’Era dello Spazio, quando si raggiunge la Luna. New York è ormai abbandonata e mira di visita turistiche in salsa wildlife.

Chi erano gli uomini che concepirono il viaggio nello spazio? che costruirono tecnologie avanzatissime e poi inquinarono la loro terra fino a renderla praticamente invivibile? Sia i turisti africani, divisi in categoria molto varie da professori universitari fino a superstiziosi stregoni, quanto la guida discendente di quel popolo non hanno una idea molto precisa.

Solo entrando nella vecchia metropolitana di New York e incontrando una comunità superstite di quei grandi inventori, consente a tutti, nuovi padroni del Mondo, e poveri discendenti di comprendere la criticità dello sviluppo tecnologico e della scienza. Sembra che Norman Spinrad, già negli anni settanta, si sia posto serie domande sul percorso che la società occidentale stava intraprendendo e soprattutto dove avrebbe portato.

Quali sono le conseguenze di una scellerata corsa senza tener conto degli effetti a lungo termine sull’ambiente e la natura?

Nel racconto Il continente perduto Norman Spinrad non è poi così ottimista. L’aria ormai irrespirabile causa cancro e morte già entro i quaranta-cinquant’anni, una aspettativa di vita quasi medievale, capacità produttiva delle tecnologie e conoscenze spesso arretrate a tal punto che alcune conquiste dell’era spaziale possono essere considerate o interpretate quasi come magia o eventi inspiegabili.

L’Africa sembra quindi la prospettiva migliore per il futuro dell’Umanità. Da dove siamo nati, torniamo lì forse per ripartire. Ma certamente Spinrad non menziona un anno preciso, non è così escluso che quanto racconti non si un futuro prossimo, un istante nella lunga via dell’evoluzione umana, in cui per una qualche forma di messa a punto, non si debba tornare al punto di origine. L’Africa.

Andrea Grilli

Numero 1376 di Urania, 1999. Di Norman Spinrad.

Ghost in the shell

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Il cyberpunk era uscito dai radar della creatività. Travolti da zombie e apocalissi varie, avevamo dimenticato che il percorso del progresso e dell’innovazione è inevitabile.

Ghost in the shellLe correnti artistiche, tecnologiche e letterarie che dagli anni Ottanta avevano immaginato un futuro connesso (connected) e collegato (linked) in un grande network ipertestuale che unisce anche le nostre menti con le AI è tornato.

Lo ha fatto forse nel modo meno underground, molto mainstream, ma necessario come un pugno in faccia per ricordarci che anche se le paure che populisti da quattro soldi vogliono installarci dentro, in realtà siamo destinati a un futuro prossimo iper-tecnologico, connesso e combinato tra carne e macchine.

Nel futuro prossimo di Ghost in the shell l’uomo ha perso il confine che consente ancora oggi di capire se siamo qualcosa sopra o sotto a un computer. Siamo tutt’uno.

Gli autori hanno preso dalla cultura underground degli anni Ottanta e Novanta, hanno costruito un universo coerente tra vecchio e nuovo, tra anime, manga, fumetti e film…

Una menzione particolare va a Scarlett Johansson, perfetta interpreta di un essere indefinito e indefinibile. L’attrice cambia movimenti, non è più quel sinuoso componimento di eleganza dei film precedenti.

Scarlett Johansson ha annullato il proprio corpo, trasformandolo in un oggetto cibernetico. Le forme sensuali e carnose degli Avengers spariscono nella rete dei dati e della cibernetiche soluzioni che confondono fisicità e anima.

L’attrice scompare nel silicone della tuta bianca, che trasforma il corpo in una macchina da combattimento vera e non a parole, come spesso si sottolinea nei film d’azione.

Ghost in the shell - BatouIl film riscopre l’estetica cyberpunk degli anni Ottanta, dell’urbanizzazione, dell’uomo proletario e oggetto di un sistema che divora il Ghost. Tutto prima che iniziasse l’ipocrisia dei movimenti bizzarri umanisti e trendy.

Dalle paludi cibernetiche dell’asfalto l’etica riemerge come unico fattore di umanità di esseri umani, ma non fisicamente.

Lo shell può anche scomparire, il Ghost rimane lì a scrutare le coordinate tridimendisionali di un network di cervelli.

Dalle tavole di Masamune Shirow all’anime, da Blade Runner a Matrix, il cyberpunk è di nuovo connesso con il nostro presente.

Comunque per chi non è interessato a tutto questo, può comunque vedere un bel film d’azione, un tocco di mistero e immagine stupende.

Andrea Grilli

Vedere un altro orizzonte

 

Anche questo libro come il romanzo/fumetto di Auster/Mazzucchelli era già stato pubblicato sotto la defunta etichetta degli Squali, ed ora viene riproposto nella collana tascabile con una copertina cambiata e francamente inferiore a quella disegnata dal fumettista/illustratore Davide Fabbri.

Vedere un altro orizzonteQuesto romanzo raccoglie sia metafore sociali sia presenta le potenzialità distorte di quel positivismo fantascientifico che vedeva negli altri pianeti della Galassia, l’occasione di abitare nuove “terre” e risolvere problemi come quello della sovrappopolazione.

Sul piano sociale Dick crea situazione ed eventi che in qualche modo riflettono la conflittualità sociale degli Stati Uniti degli anni cinquanta-sessanta (il romanzo è del 1966) e delle soluzioni ghettizzanti che vengono adottate per risolverla.

Una descrizione del mondo politico americano senza scrupoli e caratterizzato da finto buonismo, ne fanno un romanzo pienamente inserito negli anni in cui lo scrisse Dick e forse qualche lettore lo troverebbe ancora attuale.

La storia è quella di una corsa alla presidenza e la possibilità di risolvere la situazione di milioni di persone addormentate dallo Stato per risolvere la sovrappopolazione. La scoperta di un mondo parallelo scatena una corsa di promessa e scontri più o meno leciti per vincere le elezioni e offrire nuove soluzioni.

Per chi non ama la fantascienza, possiamo dire che c’è ne poca, per chi l’ama, sarà pienamente soddisfatto.

Per chi invece vuole leggere un buon romanzo scritto da un santone della letteratura americana, bistrattato da vivo e santificato da morto, allora ha trovato pane per i suoi denti.

Andrea Grilli

Philip K. Dick “Vedere un altro orizzonte”, trad. Luigi Dancelli (revisione di Fiammetta Giorgi), Bompiani, £ 12.000

Star Wars Rogue One

Due recensioni di Star Wars Rogue One per evitare spoiler e clicca qui se vuoi comprare prodotti Star Wars su Amazon: Star Wars

Star Wars Rogue OneStar Wars Rogue One racconta di come i ribelli scoprono il punto debole della Morte Nera. Una storie di eroismo e passione con una delicato aroma di amore.

Buona lettura.

 

 

 

 

 

 

 

Questo nuovo episodio gioca su alcune frasi del IV episodio e sulla idea di tradurre in film l’operazione portata avanti negli anni scorsi da Lucas con fumetti e romanzi.

Star Wars Rogue One. La morte nera.L’estensione commerciale del brand Star Wars è un bene per gli appassionati. Anche se ovviamente un calo di qualità è naturale se la produzione aumenta, ma soprattutto viene espanso l’universo stesso della saga cercando perciò di coordinare informazioni e personaggi.

Il filme si può tranquillamente dividere in due parti, come spesso accade per i film di Star Wars. Una prima parte costruisce il percorso dei personaggi verso la decisione finale che li renderà eroi, la seconda parte narra l’evento o meglio l’avvento narrativo che li renderà tali.

Lo schema comincia a essere ripetitivo, ma soprattutto è stancante la sequenza di eventi e situazioni di combattimento. Sempre le stesse. Questo Star Wars Rogue One è per di più un patchwork di situazioni già viste e riviste.

Ma soprattutto la prima parte del film segna debolezze generali nella sequenza narrativa (per entrare nei dettagli leggete la recensione Con Spoiler). I personaggi compiono azioni e prendono decisioni che sono giustificate con spiegoni incomprensibili e senza senso.

Bravi però gli attori che salvano il film comunque.

La seconda parte è tutta una super battaglia in stile IV e VI episodio. D’altra parte non ci si poteva aspettare diversamente.

Detto questo l’episodio è coerente però con la saga generale, i personaggi sono dentro la trama generale e meritevole è l’attenzione verso, per esempio, il rispetto della tecnologia (vedi invece la confusione nel film Prometheus). Anche se qui e là c’è un po’ troppo di tutto. Troppi caccia imperiali, troppi caccia ribelli, navi e contronavi.

Si potrebbe dire che è brutto, ma il secondo tempo riscatta. Si potrebbe dire che è bello, ma il primo tempo è inguardabile. E allora?

Allora è Star Wars. Ancora una volta e comunque l’Impero perde, il sogno di libertà, giustizia vince. A costo delle vite di chi crede veramente che si possa cambiare tutto.

Andrea Grilli

 

Questo nuovo episodio gioca su alcune frasi del IV episodio e sulla idea di tradurre in film l’operazione portata avanti negli anni scorsi da Lucas con fumetti e romanzi.

Star Wars Rogue One equipaggioL’estensione commerciale del brand Star Wars è un bene per gli appassionati. Anche se ovviamente un calo di qualità è naturale se la produzione aumenta, ma soprattutto viene espanso l’universo stesso della saga cercando perciò di coordinare informazioni e personaggi.

Il filme si può tranquillamente dividere in due parti, come spesso accade per i film di Star Wars. Una prima parte costruisce il percorso dei personaggi verso la decisione finale che li renderà eroi, la seconda parte narra l’evento o meglio l’avvento narrativo che li renderà tali.

Proprio la prima parte è la più debole del film, contraddizioni e illogicità sono distribuite nei dialoghi e nelle scelte dei personaggi. Per esempio lo spiegone dello scienziato, Galen Erso, che cerca di giustificare perché avrebbe costruito la Morte Nera anche se era contrario. Il passaggio in cui spiega che se non lo avesse fatto lui, lo avrebbe fatto un altro, non ha senso visto che proprio all’inizio del film gli imperiali vanno a recuperarlo perché solo Galen Erso poteva costruirla. E attenzione la nostra povera vittima accetta senza ricatto (i famigliari non sono nelle loro mani e la moglie si è suicidata abbandonando la figlia: quale madre lo avrebbe fatto?)

Talmente è incoerente la base della trama che è anche difficile da spiegare.

A questo aggiungiamo che l’unico schema narratibo che gli autori di Star Wars sono in grado di immaginare, è il conflitto tra padre e figli. Per non farsi mancare niente, la nostra eroina perde il padre naturale e quello adottivo. Ma lei supera in poche ore tutto ciò e via così a combattere l’Impero.

A questo aggiungiamo che lo schema delle azioni comincia a essere ripetitivo, stancante. La sequenza di eventi e situazioni di combattimento sono sempre le stesse. Questo Star Wars Rogue One è un patchwork di situazioni già viste e riviste.

La seconda parte è tutta una super battaglia in stile Star Wars IV e Star Wars VI episodio. D’altra parte non ci si poteva aspettare diversamente. Ma tutto già visto: i caccia che non possono attaccare perché c’è uno schermo protettivo, poi bisogna far partire una comunicazione di dati che vengono conservati dentro un bel cilindro enorme (questo forse è nel V episodio), navi che si guardano e si sparano.

Visto poi che gli jedi dovrebbero tutti essere morti, ecco apparire un guerriero shaolin cieco, talmente forte che non di capisce perché la saga si basi sugli jedi.

Il finale lo conoscete già, vi è stato raccontato in Star Wars IV, muoiono tutti. Non ci saranno superstiti. Ma d’altra parte non potevano esserci. Altrimenti a che servivano Luke e Han?

Personaggi quindi che devono morire perché la loro funzione era semplicemente quella di trovare un file con il progetto tecnico della Morte Nera. Ma allora perché tutto il primo tempo con la solita problematica psicologica tra padre (anzi padri questa volta) e figlia? Per di più infognandosi in una trama-spiegone che scricchiola dovunque?

Ma fare qualcosa alla Sporca Dozzina?

Star Wars Rogue OneDetto questo l’episodio però è coerente con la saga generale e meritevole è
l’attenzione verso, per esempio, il rispetto della tecnologia (vedi invece la confusione nel film Prometheus). Anche se qui e là c’è un po’ troppo di tutto. Troppi caccia imperiali, troppi caccia ribelli, navi e contronavi.

Si potrebbe dire che è brutto, ma il secondo tempo riscatta. Si potrebbe dire che è bello, ma il primo tempo è inguardabile. E allora?

Allora è Star Wars. Ancora una volta e comunque l’Impero perde, il sogno di libertà, giustizia vince. A costo delle vite di chi crede veramente che si possa cambiare tutto.

Andrea Grilli

Il canto di Kali

Dan Simmons “Il canto di Kali”, trad. Lidia Perria, Oscar Mondadori, £. 14.000

Vi sono luoghi troppo malvagi perché sia consentito loro di esistere.

Con questa frase agghiacciante Dan Simmons, che nel 1985 si affermò proprio con questo romanzo, inizia a narrare la storia di un uomo che viene inviato in India per intervistare un poeta, Das, che si riteneva morto e che invece dopo anni ricompare.

Il canto di KaliAnzi dopo anni ricompare un poema inedito e sconosciuto del poeta indiano.

Dove è stato per tutto questo tempo Das?

Perché pur essendo attribuibile a lui, il poema mostra temi e argomenti così lontani dai suoi soliti?

Perché c’è tanto mistero per incontrarlo?

Ma soprattutto cosa c’entra Kali, la sanguinaria dea della mitologia indiana, in tutta questa storia?

Se vi raccontassi un solo evento di questo romanzo, rovinerei il lavoro di Simmons.

Mi limito a segnalarvi la grandezza di questo scrittore statunitense, autore tra l’altro della trilogia di Hyperion, sempre edita da Mondadori, che vaga da un genere ad un altro, dimostrando, sempre che ce ne sia bisogno, che il confine dei generi è morto e sepolto da parecchio tempo… semmai proprio ucciso da Kali.

Calcutta è uno di questi luoghi.

Andrea Grilli

Cronosisma

Kurt Vonnegut “Cronosisma”, trad. Sergio Claudio Perroni (A.I.T.I.), Bompiani, £. 28.000

«Allo scoccare di quelle che a New York erano le 2:27 del 13 febbraio, l’Universo ebbe una crisi d’autostima. “Debbo continuare a espandermi indefinitamente? Che senso avrebbe?” si chiese».

Questo è in sintesi la base su cui Kurt Vonnegut, uno dei più grandi scrittori statunitensi, ha fondato Cronosisma, l’ultimo suo lavoro edito in Italia.

CronosismaMa non dovete aspettarvi un romanzo con una trama: tipo inizio e fine e un filo conduttore di eventi tra questi. Anzi una selva di piccoli aneddoti, storie, vicende, accaduti che vedono sempre, in qualche modo, come principale personaggio uno scrittore, che rappresenta lo stesso Vonnegut, che ha sempre una frase significativa per ogni cosa.

Il libro racconta gli effetti di questa crisi di autostima dell’Universo su un gruppo di personaggi, ma anche le loro vite prima e dopo l’inizio di questa crisi.

Ma forse la prima domanda che un lettore di questo libro si farà: è come si possa manifestare una crisi di autostima dell’Universo.

Beh, contraendosi di dieci anni e costringendo l’Umanità a ripetere quanto già fatto nei dieci anni trascorsi.

Un libro aneddotico e curioso per tutti coloro che apprezzano una narrazione un po’ fuori dalle righe.

Andrea Grilli

Ps. Pubblicato sul magazine on line Stradanove.net nel maggio 1998

Da Star Trek a Battlestar Galactica: la ricerca di D-0

In Star Trek V Kirk incontra Dio o quasi. Nel dialogo surreale tra il nostro beniamino e l’essere supremo si rivela tutto il pragmatismo positivista e scientifico della serie Star Trek, ma anche di un periodo della fantascienza “visiva”, cinematografica, che ha sempre avuto qualche problema nel rapportarsi alla divinità.

Spesso e volentieri l’incontro con gli esseri superiori si trasforma in un contatto con simil divinità greche o egizie. È molto difficile trattare in termini fantastici l’esistenza stessa del dio cristiano o quello ebraico o quello islamico.

A D-0 si unisce un altro tema, quello della Creazione e dell’esistenza di altre creature, esseri viventi nello Spazio. In pratica siamo soli?

Star Trek alieniSerie televisive come Star Trek o Babylon V hanno marcato molto il fatto che l’Universo è popolato di altre creature, di altre civiltà, le quali però non sono umanoidi nel senso stretto, ma relativamente. Cioè spesso e volentieri sono comunque bipedi di forma simile a quella umana, ma poi caratterizzati da un circo di colori e estensioni corporee per cercare di creare una certa differenza con gli umani.

La prima serie televisiva di Star Trek, forse costretta per problemi di budget a usare pochi trucchi cinematografici e quindi attori non truccati, cercò di dare una spiegazione all’esistenza di tanta umanità in giro, attribuendo a un’altra razza la distribuzione o diffusione su altri pianeti degli umanoidi. Più violenta e penosa è la versione di Stargate dove i crudeli Goa’uld schiavizzarono l’umanità a fini produttivi e militari.

Stargate però solleva una questione interessante, cioè che in fondo di razze non Stargateumanoide possono anche essercene poche, ma chi gioca il ruolo fondamentale, chi è il centro del creato è proprio la razza umana. Anzi sfruttando il mistero della civiltà egizia gli autori riuscirono a creare una ambientazione efficace, creativa e molto rielaborabile, Nella serie televisiva poi l’introduzione degli Antichi che sono ascesi a un altro piano dimensionale, a un altro stato dell’esistenza, favorisce una certa menzione dell’essere divino, ma in piena ottica orientale o buddista, tutti siamo o possiamo diventare divinità se percorriamo le varie fasi della ascesi verso una dimensione immateriale.

Ma questo creatore o creatori come sono? buoni? cattivi? creduli? In realtà le serie per ora menzionate cercano sempre di evitare l’argomento. Se sei una civiltà avanzata, sei “buono” perché civiltà superiore vuol dire abbandonare certi metodi violenti.

Il film Prometheus invece apre il tema, ma forse casualmente e quindi non riesce poi a svilupparlo in modo efficace, a tal punto che il seguito cambia nome e rimane un mistero sulla trama. Ma gli ingegneri, cioè i creatori della razza umana, sono dei guerra fondai, costruttori di armi di distruzione di massa… gli alien. L’incontro tra questi dei e la razza umana è dei peggiori.

PrometheusLa questione sollevata da Prometheus sarebbe molto intelligente, ma forse è il tema più grande di quanto gli autori possano o siano capaci di trattare. La visione positivista che la superiorità scientifica porti all’abbandono della violenza, dell’odio, dell’aggressività viene meno di fronte agli ingegneri, costruttori di armi genetiche distruttive. Ma soprattutto pronti a scaricarle sulla Terra. Dopo aver costruito distruggono.

Difficile capire se avessero anche una intenzione moralistica ne descrivere i creatori come mostruosi assassini. Certamente nel pieno rispetto della mitologia classica la madre/creatrice uccide i propri figli se necessario.

È necessario?

Domanda a cui speriamo dia risposta Alien Covenant.

Ma a questo punto arriviamo a Battlestar Galactica, un remake di una serie classica che aveva anch’essa, come per Stargate, cavalcato i miti classici, le antiche civiltà e prospettato un collegamento molto stretto tra razza umana sulla Terra e altre umanità dello Spazio.

La nuova Battlestar Galactica è un rilettura e riscrittura che non consente Battlestar galacticamezze misure. Il pubblico è costretto a odiare o amare questa serie. Da momenti di scoraggiante ingenuità dei personaggi a un intricatissima trama religiosa, dove idee religiose classiche, nel senso di divinità alla “greca” per intenderci, si mescolano a misteri dell’origini dell’Umanità e una nuova spiritualità che nasce grazie all’incontro di due civiltà che si erano dimenticate.

Da una parte la razza umana, ma come antagonista anche evolutiva e mistica, la razza robotica dei Cyloni.

L’intera serie è caratterizzata dall’esistena prospettata proprio dai robot-cyloni di un unico D-0, un essere senziente che ha dei piani per gli umani e i cyloni. L’elemento ebraico è molto forte, le colonie sono 12 come le dodici tribù d’Israele e i cyloni risultano i sacerdoti che diffondo la novella. Dodici sono anche i modelli cyloni che interagiscono con la razza umana.

Spesso la serie sconfina nel misticismo vero e proprio, con personaggi che rinascono per adempiere a un compito divino oppure coincidenze di scoperte che servono a costruire un percorso o viaggio iniziatico verso la comprensione del messaggio divino.

Seppur la serie è spesso pesante e noiosa, con episodi ordinari, il tema della divinità è la trama portante. Gli autori non hanno timore di parlare di D-0, della divinità unica, assoluta e onnipresente, capace di decidere del destino di ogni uomo o essere vivente.

Ed è questo il merito. Battlestar Galactica non teme, come nei romanzi e nei film Dune, l’uso di un linguaggio religioso che richiama direttamente religiosità contemporanee, anzi spesso gelose della propria Verità.

Il D-0 di Battlestar Galactica è il D-0 di Israele, della Chiesa Cattolica, il dio unico anche islamico. È l’entità assoluta, il Dio di Abramo.

Ma Abramo non esiste, ancora. Forse è un cylone o lo sarà. Ma tutto deve ancora avvenire, il disegno divino è misterioso, anche dopo 150.000 anni. Forse questa data o questo numero è esagerato. Forse gli autori all’ultimo momento si sono spaventati dall’idea di costruire un collegamento così stretto tra una creazione fantastica e la Creazione associata alle divinità monotoiste.

Battlestar Galactica è una serie che va vista con attenzione da chi vuole assaporare la ricerca dell’esistenza di D-0 da un punto di vista inedito e fantascientifico, combinando origini dell’Umanità e scontro tra civiltà e razze diverse. Il tutto in un lungo viaggio nello spazio e nell’animo e anima di un popolo in rischio di estinzione.

Andrea Grilli

Il cinema degli alieni

Pubblicato su Zero in Condotta n. 92, Roy Menarini, Il cinema degli alieni, Edizioni Falsopiano, 26.000 lire

Dopo oltre vent’anni il leggendario Yoda, maestro jedi dal volto simpatico e paffutoso, è tornato sugli schermi dei cinema per quel primo episodio che tutti sognavamo ogni volta che guardando Star Wars vedevamo quel numero IV.

Ma se il mondo di Lucas era pieno di alieni simpatici o cattivi, ma comunque parte di un mondo multietnico e galattico, altre creature hanno popolato la cinematografia statunitense, altri alieni (alien in americano ha anche un significato doganale, di straniero) che troppo spesso volevano conquistare o salvare il mondo, oppure come nel caso di E.T. tornarsene a casa.

Roy MenariniRoy Menarini, già autore del libro Cameron (1998), ma soprattutto mente delle pagine cinema del nostro quindicinale (ndr. Zero in Condotta), ha scritto un saggio molto brillante su Il cinema degli alieni (il titolo è proprio questo) edito da Falsopiano.

L’autore esamina tutta, e dico tutta per dire che dubito che manchi qualche film sul tema, la cinematografia dove, anche per caso, passi un essere non catalogato dai nostri zoologi.

Alieni da per tutto, in tutte le salse, con tutti i possibili contatti ed espressioni, raccontati dai maggiori e dai minori autori del momento, dentro astronavi per riprodursi, fuori nello spazio per invadere la Terra, pacifici robot che portano parole di salvezza, ad alieni che scalano la piramide sociale per salvare il loro mondo.

Paperi rock, blob misteriosi, divinità egiziane, nubi demoniache, quinti elementi, ragni dello spazio… la lista sarebbe infinita, come complesso è trovare elementi comuni, percorsi di lettura e di comprensione; ma tutto questo non impensierisce Roy Menarini, incredibile studioso dell’immaginario come lo sono Fabio Giovannini o Antonio Caronia nei loro rispettivi campi.

Nessun film sfugge, nessun elemento (dal sesto in poi) che possa disorientare l’autore, tutto viene spiegato e studiato in modo chiaro e intelligente, permettendo ad esperti e non di comprendere questa fetta di genere del cinema statunitense.

La data di partenza è il 1968, un periodo da considerare nodo delle cultura mondiale, anche se, per ovvi motivi di ricerca, i rimandi ai decenni precedenti non mancano.

Un libro interessante che ricompone e rilancia tutto quello che si è detto e tutto quello che si potrà dire sul cinema degli alieni.

In appendice un intervento di Danilo Arona sul cinema italiano alieno.

Andrea Grilli

Aidoru

William Gibson Aidoru, trad. Delio Zinoni, 298 pagg., Mondadori, £. 14.000

William Gibson nel 1984 ci aveva stupito con il romanzo che avviò la stagione del cyberpunk, Neuromante (ed. Nord, 1986), pochi anni dopo affermò che lo stesso movimento che aveva contribuito a creare con Bruce Sterling aveva finito la sua spinta innovatrice ed era morto.

Eppure ha proseguito a scrivere romanzi che non escono dalle tematiche cyberpunk, solo che adesso emerge maggiore maturità, una assoluta consapevolezza di ciò che ha significato scrivere di fantascienza senza parlare di esplorazione spaziale, senza creare alieni strani e feroci, senza cercare il Male altrove: tanto era sulla Terra, nascosto nelle città, nei mezzi di comunicazione, nelle multinazionali, nelle reti telematiche, nella nostra alienazione quotidiana.

Aidoru di William GibsonAidoru è una pura invenzione dell’era digitale, una donna finta per i nostri canoni di realtà e artificialità, ma per le fan di un noto cantante può essere colei che porterà alla fine il loro sogno. Ma questo non è un mondo di adolescenti eccitate da un idolo, è anche quello delle multinazionali, della mafia russa che si espande in Giappone, un paese dilaniato dal terremoto e ricostruito in una notte grazie alla nanotecnologia. E soprattutto delle reti che collegano tutto e tutti, dell’hardware e del software di produzione New Age e di uomini esperti a trovare informazioni lì dove sembra esista solo un caos di dati.

Ma infondo forse questo ci vuole dire Gibson: che non è più il pensiero a definire la nostra esistenza, ma l’insieme delle informazioni su noi stessi. Ed esistono persone che sanno navigare in tutto questo e capire cosa faremo e come agiremo. La recente notizia dell’esistenza di Echelon, sempre che sia vera, ci deve far riflettere su come sia riduttivo pensare il mondo nell’angusto spazio di un quartiere o di una città. Scrittori come William Gibson riescono a farci riflettere su temi che la cosiddetta letteratura alta non è in grado di affrontare perché priva degli strumenti necessari per farlo.

Andrea Grilli

Pubblicato su Zero in Condotta e Stradanove.net nel 1997