Black Panther

di Ryan Coogler, con Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Danai Gurira, Martin Freeman, 2018.

Nuovo film della Marvel. Questa volta il tema è l’Africa e un personaggio minore del Marvel Universe, Pantera Nera nell’edizione italiana del fumetto.

Va detto che il film è deludente, con una trama banale e talmente lineare da annoiare. Sono presento tutti i cliché del dramma tipico familiare con uno stile shakesperiano senza averne la forza o lo spessore.

Tra i temi interessanti sviluppati nel film cìè sicuramente il tentativo, un po’ fallito, di trovare una sintesi tra cultura tribale africana e high-tech. Questa tema non sembra bel riuscito. Alla fine il tema tribale prevale lasciando un sapore amaro in bocca. Il clichè dell’uomo di colore un po’ selvaggio è lì che arieggia nella trama.

Black PantherMa se la trama non è soddisfacente, e il tema della cultura africana non convince, alcuni temi trattati nel film sono da approfondire. Come molte storie Marvel non esiste una dicotomia Bene-Male, ma esiste una dialettica tra i personaggi dove l’obiettivo può essere condiviso, ma il percorso per raggiungerlo può essere diverso e conteso.

Il cugino di Black Panther, Erik, vuole combattere per i diritti della sua gente, quella gente black che furono al centro delle politiche sia di Malcom X che di Martin Luther King. E forse proprio le due strategie che storicamente non trovarono una sintesi felice, si riflette nello scontro tra i due cugini.

Gli autori, come tutte le storie della Marvel, guardano con attenzione alla realtà storica statunitense. Ma soprattutto va ricordato che il problema della discriminazione negli USA è ancora talmente tangibile da essere una piaga sociale.

Dopo l’uscita di scena di Obama dalla presidenza statunitense, la discriminazione dei neri è grave. Quale soluzione scegliere? La protesta armata di Malcom X con la scelta dell’Islam come riferimento culturale e ideologico? Oppure la protesta pacifica di Martin Luther King?

È la stessa dicotomia degli X-Men, tra Xavier e Magneto. Black Panter ed Erik

In Black Panther non vi è una risposta. Gli autori in realtà trovano un punto di contatto. Erik forse ha ragione nel segnalare il problema, ma non è la via indicata quella giusta. Ecco quindi che Black Panther invece può trovare, grazie alla scienza, una vita pacifica e costruttiva.

In un momento storico dove l’ignoranza, il feudalesimo culturale si espande grazie ai populismi, la Marvel mantiene la rotta avvianta dai suoi padri fondatori: la scienza, il sapere, la cultura, la diversità sono una ricchezza inviolabile.

Ma forse tutto questo è troppo americano per essere colto dall’uomo europeo. La trama di Black Panther è molto statunitense. Rimangono perciò le scene di combattimento, di scarsa efficacia, le ripetitive scazzotate e la supponenza dei kawandiani…

Meglio attendere il prossimo film…

Andrea Grilli

[amazon_link asins=’B079RVBTFV,B07822M2H7,B07CJ7MPT9,B079T5P954′ template=’ProductCarousel’ store=’dibbukit-21′ marketplace=’IT’ link_id=’195b9e77-b409-11e8-9490-f79f1e310ee2′]

120 battiti al minuto

Regia e sceneggiatura di Robin Campillo, con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud. Francia, 2017.

Inutile ingannarsi si tratta di un piccolo capolavoro. Robin Campillo ha ricostruito sulla base dei suoi ricordi di quegli anni così combattuti, quando l’AIDS si diffondeva senza controllo, tra politiche assenti da parte dei governi e una società civile che non si aspettava una epidemia vera e propria.

120 battiti al minutoRobin Campillo racconta le azioni civili di Act up, il tentativo dell’associazione di sensibilizzare la società civile francese, ma soprattutto le autorità che negano l’esistenza del problema. Anzi emergono bene i tentativi di mercanteggiare sulla vita di essere umani che vengono percepiti come minoranze che non rispettano la moralità ipocrita e piccolo borghese.

I personaggi ricordano sempre quali sono le categorie sociali a rischio: detenuti, omosessuali, lesbische, trans, drogati. Neanche al governo Mitterand, governo socialista, interessano questi essere umani.

Il gruppo Act up di Parigi ricorda anche le parole vergognose di Baudrillard, che descriveva i costumi degli omosessuali come pervertiti e dediti al sesso quasi orgiastico. La descrizione del filosofo francese è quasi uguale a quella di un medico cattolico e di destra. Act up attacca degli adesivi sulle loro pubblicazioni per segnalarne la pericolosità in modo ironico e scherzoso.

120 battiti al minuto Celine Nieszawer

Ma all’ironia si unisce spesso l’azione vera e propria, quella da combattenti passivi, alla Gandhi, con cui il movimento mette le industrie farmaceutiche di fronte alla loro ipocrisia e alla loro sete di soldi guadagnati senza etica.

Il sangue finto è una forte metafora, da liquido che dentro il nostro corpo ci consente di vivere, traghettatore di energia, degli elementi vitali, in realtà si rivela essere debole, capace di trasformarsi in veleno. Dal Dracula che si alimenta grazie al sangue e questo lo rende eterno e potente, ora il sangue è solo una trappola.

Un film che sembrerebbe al maschile, dove le donne sembrano nel sottofondo della storia, invece se ascoltiamo bene, troviamo madri che aiutano i figli a sopravvivere, madri che accettano le scelte dei figli e delle figlie, donne che combattono, donne che amano e che sanno guidare il dolore e la rabbia dei maschi morenti.

Adèle HaenelDue parole andrebbero spese per Adèle Haenel, la donna combattente, ma anche geniale, capace di immaginare azioni eroiche per scuotere le coscienze.

Presente e assente nella narrazione, il personaggio di Haenel, Sophie ricorda al pubblico che la malattia non può spegnere i cuori più forti.

Così anche Hélène, madre di un ragazzino ammalatosi per le trasfusioni di sangue, scandalo che all’epoca colpì la Francia. La donna rimane affianco al figlio, che non fa parte delle categorie discriminate, anzi si unisce ad Act up e ne è una delle attrici principali.

E così via fino alla madre di Sean, madre che affianca il figlio in tutto il suo dolore.

Un film necessario, prima ancora che bello e stupendamente realizzato. Necessario perché abbiamo abbassato la guardia, perché non temiamo più l’AIDS e l’HIV. E la malattia si diffonde, ancora e comunque.

Il silenzio è morte.

Andrea Grilli

[amazon_link asins=’B077ZC94L4′ template=’ProductCarousel’ store=’dibbukit-21′ marketplace=’IT’ link_id=’9ae934d2-b409-11e8-93f1-21c335705f8b’]

AMMUTINAMENTI 2017 – Altri Paesaggi

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato del festival Ammutinamenti che ha raggiungo ormai la sua XIX edizione.

Comune di Ravenna – Assessorato alla Cultura con il contributo di Regione Emilia-Romagna e il patrocinio della Provincia di Ravenna – Dipartimento dello Spettacolo dal Vivo – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali

AMMUTINAMENTI 2017 – Altri Paesaggi

Festival di danza urbana e d’autore – XIX edizione
direzione artistica Monica Francia e Selina Bassini
Ravenna dal 9 al 19 settembre 2017
A cura dell’Associazione CANTIERI

Vetrina Giovane Danza D’autore®
(15-17 settembre 2017)

Artificerie Almagià e altri luoghi della città

Dal 9 al 19 settembre 2017 la giovane danza ritorna ad essere la protagonista della XIX edizione di Ammutinamenti-festival di danza urbana e d’autore, a cura dell’Associazione CANTIERI, con la direzione artistica di Monica Francia e Selina Bassini.

Ammutinamenti è ideato e guidato da CANTIERI, una realtà culturale che promuove la danza come strumento di ricerca artistica, politica e sociale. Il Festival, come da tradizione, promuove la parte più giovane e innovativa delle arti performative, ponendo fra i suoi obiettivi anche la promozione e la formazione inclusiva attraverso progetti site specific e partnership con le realtà di ricerca più sperimentali a livello nazionale.

Altri Paesaggi è il tema di Ammutinamenti 2017 in cui la danza diventa il dispositivo per raccontare gli altri paesaggi della contemporaneità; si fa strumento della crisi, intesa come krisis, cioè momento del giudizio e della scelta. Si fa strumento anche del dubbio, vissuto come occasione di trasformazione e esperienza diversa dello spazio della nostra esistenza. La città diventa allora scena per azioni performative che colonizzano, come erbe pioniere, i luoghi; ne mutano radicalmente la fenomenologia, esponendoli a diversi punti di vista, a differenti pratiche umane, affettive, sociali e culturali. Ammutinamenti quest’anno apre la strada a micro-utopie realizzabili attraverso il corpo, l’azione e la parola. Non fornisce soluzioni, ma ipotesi concrete di altri paesaggi/passaggi possibili per la nostra esistenza.

“Abitare i luoghi, colonizzarli, farne scenografia o un tutt’uno con le performance che vi si svolgono. È uno degli aspetti che da sempre caratterizza Ammutinamenti – afferma l’assessora alla Cultura Elsa Signorino –. Festival che ha avuto l’intuizione, quasi vent’anni fa, di fare di Ravenna uno dei punti di riferimento della danza urbana in Italia e in Europa, ponendo al centro la creatività e la sperimentazione di linguaggi del corpo e non solo che conquistano spazi insoliti, rendendo complici le persone che li frequentano”.

Sono protagonisti di Ammutinamenti più di 40 giovani danzatori e coreografi, tra artisti emergenti e artisti già affermati sulla scena nazionale ed internazionale.

TortelliIl cuore pulsante del Festival è da sempre la Vetrina della giovane danza d’autore® (15-17 settembre). Protagonisti giovani autori e compagnie emergenti, selezionati dai più importanti operatori della danza nazionale che fanno parte della rete Anticorpi XL. Dal 2007 la Vetrina della Giovane Danza d’Autore è la prima azione del Network Anticorpi XL, la rete dedicata alla giovane danza d’autore, che attualmente coinvolge 35 operatori di 15 regioni. La Vetrina della Giovane Danza D’Autore ha permesso di far emergere la vitalità della danza italiana e dei nuovi autori, che si sono via via affermati sulla scena. La sua funzione è oggi più che mai essenziale e non potrà che crescere con la stessa ostinazione e vitalità mostrate in questi primi venti anni.

Partecipano alla Vetrina: Isabella Giustina (Friuli Venezia Giulia), Mattia Russo, Antonio De Rosa, Umberto Ciceri – Kor’sia (Campania), Antonio Bissiri – Prendashanseaux (Sardegna), Diego Tortelli (Lombardia), Luna Cenere (Campania), Olimpia Fortuni (Emilia-Romagna), Matteo Marfoglia (Marche), Sara Sguotti, Nicola Simone Cisternino – Sa.Ni. (Toscana), Simone Zambelli (Lazio), Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi (Lazio), Francesco Colaleo, Maxime Freixas – MF (Campania), Angelo Petracca (Puglia), Camilla Monga (Veneto), Siro Guglielmi (Veneto).

Gli spettacoli della Vetrina sono ospitati in luoghi storici ed inediti della città come la Biblioteca Classense, Piazza del Popolo e alle Artificerie Almagià.

Resident Evil – Fine di un mito?

Finalmente l’ultimo capitolo di Resident Evil è arrivato. Era atteso da anni, rinviato per altri impegni anche personali della attrice che ha incarnato la serie, Milla Jovovich, alla fine ha deluso.

Ha deluso perché il penultimo episodio era stato epico nel finale, con un bel cliffhanger finale. Una combinazione bizzarra di eroi alleati contro un nemico comune, una intelligenza artificiale impazzita che vuole distruggere gli esseri umani e usa soldati lobotomizzati per farlo. Anzi usa l’intera infrastruttura della Umbrella per riuscirci.

Resident Evil - la regina rossa

La Regina Rossa fin dal primo film ha dimostrato chiaramente di essere l’elemento crudele, il lato oscuro della Umbrella. Anche la sua rappresentazione era totalmente asettica, artificiale, senza alcuna possibilità di creare un pur minima empatia.

Ecco il finale epico che suggeriva una battaglia finale tra quello che rimane dell’esercito statunitense, i nostri eroi, un alleato imprevisto e tutti gli zombi/mostri come avversari. Quindi poi spostare lo scontro contro la Regina Rossa.

Per non parlare dei personaggi, nel finale Albert Wesker, che sapevamo fosse il presidente della Umbrella, è schierato con gli umani insieme ad altri personaggi come Ada Wong, Jill Valentine. Ma non dimentichiamo che nel quarto film avevamo anche i fratelli Redfiled.

Resident Evil - fratelli Redfield e Wesker

Ci aspettavamo un grande formazione, tutti gli eroi schierati con la IA Regina Rossa e quanto rimasto della Umbrella.

Eppure niente di tutto questo. Anzi Resident Evil The final chapter è come se fosse un’altra storia.

Wesker è un semplice dipendente e senza particolari poteri, la battaglia di Washington è stato un massacro ed una trappola. Riappare il dottor Isaacs, travolto da una missione spiritico-apocalittica per far rinascere l’umanità secondo nuovi presupposti.

Tutto ribaltato. La Regine Rossa è una entità positiva collegata ad altri personaggi della storia, Isaacs da scienziato delegittimato nel terzo film diventa proprietario della Umbrella e altri interventi nella trama che sembrano contraddire e cancellare ben cinque film.

Sorprende la totale dissociazione con la trame dei precedenti film, che in un modo o nell’altro erano riusciti a rimanere coerenti e costruire una serie di personaggi interessanti e dare corpo a quelli dei video game.

Insomma in Resident Evil the final chapter si cambia la trama, si riscrivono eventi narrati nei primi film e alla fine quello che rimane e una serie di contraddizioni difficile da spiegare.

Un vero peccato. Una bella saga, non banale, sui soliti zombie. Ma alla fine troppo tempo tra un penultimo episodio e l’ultimo hanno fatto perdere la barra della navigazione.

Fine di una serie.

Andrea Grilli

[amazon_link asins=’B01N5YD650,B01N99TWR9,B06XW2W5D4,B00CC6Z0ZK,B008D08SZS,B06X9YSZGK,B00CTFPDGK’ template=’ProductCarousel’ store=’dibbukitls-21′ marketplace=’IT’ link_id=’2fb9a491-8133-11e7-965f-15607cd1b639′]

Strani giorni

Questa antologia è un particolare evento per la storia della fantascienza italiana, già particolare con i suoi alti e bassi. E va detto che i bassi sono stati molto bassi, direi profondi.

Da qualche anno si sta assistendo a una maggiore attenzione del pubblico verso gli autori italiani, sicuramente per il successo di Evangelisti, ma anche per la possibilità che si sta dando ad altri autori di poter esprimere le proprie capacità.

Strani giorniStrani giorni, che dovrebbe essere già in ristampa con il “rischio” di trovarsi tra breve all’interno degli Oscar Mondadori, traguardo di notevole importanza, è un prodotto riuscito, dove 22 autori si alternano in storie molto spesso ambientate in Italia, ma soprattutto in una società che crediamo di conoscere, ma che in realtà ignoriamo.

L’origine degli scrittori è varia: giornalisti, giovani autori e scrittori di vecchia data e/o affermati.

Sono senza dubbio da non perdere i racconti di Valerio Evangelisti e di Gianni Menarini; autori bolognesi con scritti crudi e pungenti.

Ma non bisogna dimenticare un gigante come Vittorio Curtoni, persona che ha scritto personalmente la storia della fantascienza italiana, letteraria ed editoriale, oppure Giampaolo Simi, Carlo Formenti.

E infine una chicca, la ristampa del breve carteggio tra Primo Levi e Piero Bianucci, due lettere che si trasformano in un raccontino (concedetemi questo brutto termine!) su un pianeta dove le donne dominano la vita sociale.

Il successo di questa antologia è meritato, a onore dei due curatori, che sono riusciti a trovare una serie di racconti che creano una atmosfera fantastica intorno a temi e luoghi che sembrano così quotidiani.

Andrea Grilli

AA.VV. “Strani giorni”, a cura di Franco Forte e Giuseppe Lippi, Urania Millemondi, Mondadori, £.9.900

Lo stato dell’arte

di Iain M. Banks, Fanucci Editore, 2001, trad. Anna Dal Dan, ISBN 88-347-0811-3

Si tratta di una antologia tra le meno diffuse nel nostro mercato, anzi a oggi risulta l’edizione Fanucci l’unica del mercato italiano. Senza dubbio non è tra le opere migliori del Ciclo della Cultura, il quarto in ordine di pubblicazione, e in generale come antologia offre alcuni spunti interessanti.

Stato dell'arte - BanksNello Stato dell’arte l’autore racconta l’impatto di alcuni membri di una delle astronavi della Cultura, sempre dal carattere bizzarro e dal nome simpatico come Arbitraria, e la civiltà terrestre. Si replica un cliché molto diffuso tra alieni super civilizzati, dove civiltà vuol dire superiorità morale, un certo “luccichio della argenteria” come potremmo difinirlo e la sporcizia della nostra presunta superiorità.

È in realtà un escamotage per un lungo confronto tra Linter, che decide di abbandonare l’astronave per immergersi nella vita dei terrestri, di cui apprezza le potenzialità, e Diziet che non vede altro che un pianeta lontano dai progressi della Cultura.

Il vero cuore della short novel è proprio in questo confronto e nelle scelte che i personaggi dovranno fare. Il testo è ricco di dialoghi dove le due posizioni non si conciliano, ma consentono al lettore di riflettere. L’intera storia è ambientata nel 1977 e pubblicata poi nel 1989. Due anni estremamente particolari e difficili per la storia terrestre.

(…) quello che devi fare è fottere, non cercare un confronto significativo con una palla di roccia ai margini del nulla infestata da fanatici assassini sbavanti in pieno delirio di onnipotenza terminale.

Come dare torto a Li, altro alieno che rinfaccia a Diziet comunque il tentativo di contatto con i terrestri?

Perché comunque Diziet Sma vuole capire perché Linter è così attratto a tal punto da abbandonare le comodità e la civiltà della Cultura per un pianeta abitato da sbavanti in pieno delirio di onnipotenza terminale.

Non c’è soluzione nel loro confronto. Uno rimarrà sulla Terra, l’altra partirà. In qualche modo Banks simpatizza per la nostra sporcizia, per il nostro essere talmente imperfetti da essere affascinanti perché abbiamo qualcosa da raccontare. Il “luccichio dell’argenteria” non è poi così interessante come argomento di discussione.

Andrea Grilli

Guazzaloca 50,69% – Perché Bologna ha perso la sinistra

Due giornalisti bolognesi, al di fuori dei giochi dei grandi quotidiani, raccontano la vittoria del “Guazza”

Cosa è successo il 17 giugno del 1999 quando la sinistra italiana ha perso una delle sue capitali?

Guazzaloca 50,69%nti,Era prevedibile? Si poteva evitare? È stato un incidente o il risultato di un processo di cambiamento della città “rossa” (rosso è infatti il colore tipico della città medievale e non per essere stata governata dal Partito Comunista per quarant’anni)?

Questo e tanto altro è oggetto di analisi da parte di due giornalisti bolognesi dell’area della Sinistra Antagonista, molto vicino al Partito della Rifondazione Comunista. Anzi Valerio Monteventi è consigliere indipendente nel Comune di Bologna e direttore responsabile di Zero in condotta, mentre Rudi Ghedini ha militato nel PCI e nel PDS dopo prima di dedicarsi al giornalismo e alla direzione editoriale di Zero in condotta.

Il libro, discretamente voluminoso (circa 290 pagine) ricostruisce in termini giornalistici e storici la storia di Bologna da quegli infausti anni settanta che segnarono la rottura tra la sinistra burocratica rappresentata dal PCI e dal PDS (dopo) per arrivare ai giorni nostri.

Via via le questioni della città: politiche giovanili, ambiente, immigrazione, casa, salute vengono analizzate, cifre alla mano, e scoperchiate le varie alleanze, gruppi di pressione, lobby e interessi strettamente personali che hanno inquinato le amministrazioni bolognesi e deperito una città modello di ottima amministrazione.

Il materiale proviene dal capace archivio di Mongolfiera (altro giornale diretto da Monteventi) e di Zero in condotta, e, pur segnato da una posizione strettamente di parte, è ricco di argomentazioni e informazioni, oltre a una stretta documentazione che se non convince chi non vuole esserlo, comunque dimostra l’onesto lavoro di giornalistico e politico dei due autori.

294 pagine scritte per capire Bologna, per capire che in fondo la vittoria del “Guazza” (così lo chiamiamo affettuosamente a Bologna) non solo era prevedibile, ma anche annunciata, come un passaggio di rubgy telefonato.

Il “Guazza” l’ha afferrato e tagliato la meta con slancio e forse con una mano dietro la schiena (ma questo nessuno lo ammetterà… forse neanche lui, il conquistatore di Bologna…)

Andrea Grilli

Valerio Monteventi e Rudi Ghedini “Guazzaloca 50,69% – Perché Bologna ha perso la sinistra”, Luca Sossella Editore, 294 pagg., lire 24.000

Alien Covenant

Prosegue la ricerca dell’origine del creatore della razza umana. Dopo l’avvio balbettante, ma illuminante, di Prometheus, la saga di Alien prosegue dandoci altri indizi ed elementi per comprendere un disegno così complesso e misterioso.

In Prometheus gli autori avevano tagliato con ferocia dissacrante il meccanismo banale del dio buono, superiore, per presentarci esseri, detti ingegneri, dominatori del DNA e capaci di creare armi distruttivi come il virus che da vita agli alien.

Alien CovenantIl film lasciò molti perplessi, dividendo i fan della saga, lo stesso Ridley Scott decise di intervenire per ridare quel mood tipico delle sue creazioni. Così ora Alien Covenant ci presenta il seguito della storia, cosa sia successo alla dottoressa Shaw dopo aver abbandonato il pianeta che si riteneva fosse quello di origine degli ingegneri.

Alien Covenant è un film che lascia molte domande non risposte e ne apre delle altre. Sicuramente non si è ancora creato il collegamento con il primo film Alien e ancora molto è da scrivere. Non si danno spiegazioni sugli ingegneri e quelli che si vedono, sembrano più una civiltà arretrata.

Certo i personaggi sono un po’ stupidotti, come in tutti i film di Alien e basterebbe poco per evitare il contagio; è evidente il tentativo di forzare l’azione e di far cadere gli uomini in eventi quasi “telefonati”, ma non è questo il dato fondamentale. Il cuore della narrazione è l’impossibilità dell’uomo di comprendere e confrontarsi con l’immensità dell’Universo e delle leggi della Natura.

Siamo deboli, stupidi e inermi. Semmai esiste un dio creatore, un ingegnere supremo, sembra disinteressato alla nostra esistenza. Egli gioca con la vita come noi giochiamo con un insetto.

Alien Covenant - equipaggioNon vi è un disegno, un destino. Solo l’oscura profondità dell’ignoto. Noi, come pellegrini, navigatori senza coordinate, vaghiamo o arranchiamo in un sistema che ci porterà solo morte.

Alien sembra dirci che la vita, come noi la percepiamo, non è un dono, una essenza superiore o una eccellenza in una ipotetica classifica del Creato. Anzi… siamo in fondo, giù, troppo presi dai sentimenti, dai pensieri. Cibo o cavie per altre creature in grado di sopravvivere e riprodursi.

Se volete vi racconto anche la trama di Alien Covenant, un gruppo di pellegrini nello spazio profondo verso una nuova casa…

Andrea Grilli

Regia di Ridley Scott, con Michael Fassbender, Katherine Waterston, Billy Crudup, Danny McBride, Demián Bichir.

[amazon_link asins=’B005A0YAWE,B005A0YAV0,B00MD2YACM,B0041KWHU6,B00BEJ0CUY,8869192482,B06Y2XLQCG,B017D5WUL6,1435106857′ template=’ProductCarousel’ store=’dibbukitls-21′ marketplace=’IT’ link_id=’f57486f9-38da-11e7-8a78-879da784a26b’]

Crash

Già pubblicato sulla collana Gli Squali ha ispirato l’omonimo film di David Cronenberg, che ha sconvolto più di un italiano per le sue immagine esplicite sugli incidenti automobilistici e gli amplessi sessuali che ne seguono.

Crash filmMa il film anche se traduceva diversi elementi del romanzo, non è riuscito a riprodurre il lucido racconto delle perversioni dei personaggi, il vivere quotidiano, il percepire l’incidente automobilistico come evento desiderato e voluto, la deformazione del corpo rimodellato dall’impatto con i componenti delle macchine, l’amplesso sessuale, il coito tra uomo e automobile. Tutto questo è accennato con tinte forti nel film, perciò demonizzato come può accadere con un film horror, ma nel romanzo non si può fuggire dalla percezione perversa che i personaggi hanno delle automobili e dell’uso che ne viene fatto dagli uomini.

Il romanzo pur essendo del 1973 coglieva, già a suo tempo, l’automobilizzazione del nostro vivere, il bisogno che gli uomini hanno delle quattro ruote. Quante ore passiamo dentro la macchina? Non è forse possibile una percezione di questa come una estensione di noi stessi, come di un essere con cui ci si può congiungere, che può determinare nuovi aspetti del nostro corpo deformato dall’impatto in un incidente?

Oltre a Crash Ballard scrisse anche La mostra delle atrocità che può essere considerato il gemello che completa un possibile cofanetto ballardiano sul rapporto uomo-automobile, letto senza ipocrisie o finzioni e per questo potente come un pugno nello stomaco… o come il volante che colpisce il torace del guidatore in un impatto frontale…

Andrea Grilli

J.G.Ballard “Crash”, trad.Gianni Pilone Colombo, Tascabili Bompiani, £.14.000

[amazon_link asins=’8807886367,B007R2XREK,B00QAQCNQ2′ template=’ProductCarousel’ store=’dibbukitls-21′ marketplace=’IT’ link_id=’ea9d354f-37bc-11e7-9052-91eff00c67a4′]

Ubik

Ubik è un romanzo visionario, metafisico, dove il confine tra la vita e la morte è confuso senza per questo creare atmosfere horror, anzi il sapore fantascientifico emerge proprio dove la morte non riesce a trovare una propria definizione, lì dove la tecnologia cerca di sconfiggerla. Scritto nel periodo 1968-1969, è uno dei più amati tra gli appassionati di Dick.

La nuova edizione della Fanucci è impreziosita da alcuni testi introduttivi particolarmente curiosi, come quello del sindacalista Cofferati, o di persone che gli furono vicini, come il giornalista del Rolling Stones o dello scrittore Tim Powers. Infine oltre al romanzo si può leggere anche la sceneggiatura che lo stesso Dick scrisse per un film che avrebbe dovuto girare un allievo di Godard, Jean-Pierre Gorin.

Per una specie di sfortuna, che perseguitò lo scrittore statunitense per quasi tutta la vita, del film non se ne fece più nulla, ovviamente con grande dispiacere di Dick, che vi si era gettato a capofitto con grandi speranze.

Leggere la sceneggiatura o il romanzo vuol dire leggere due lavori autonomi, maturi e complessi, che anche se scritti a distanza di oltre sei anni, mostrano come Dick fosse autentico nella sua scrittura. Le angosce che lo attanagliavano negli anni sessanta riemergono nei ribaltamenti dei punti di vista, nella complessità dei personaggi, maturi e articolati nella loro relazione con la realtà circostante, sempre che tutto ciò sia vero e non frutto di qualche prodotto artificiale di macchine o demiurgi capricciosi.

« Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamo Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno »
(Philip Dick, Ubik)

La fantascienza di Dick non concede nulla al banale, all’avventura in sé, ma, come uno specchio, ci fa riflettere su di noi e il mondo. Ci obbliga a porci una sola domanda: ma tutto questo è reale?

Andrea Grilli

Philip K. Dick “Ubik”, sceneggiatura del film e romanzo, trad. Gianni Montanari, testi introduttivi di Sergio Cofferati, Paul Williams e Tim Powers, Fanucci Editore, £. 12.000