Giotto

di Tulifero e Frongia, Kleiner Flug

Questo volume della Kleiner Flug fa parte della collana Prodigi tra le nuvole. E proprio di un prodigio si tratta. Un piccolo gioiello di racconto, di quei racconti che di solito sono tra le virgole delle grandi storie. Quei capitoli di intermezzo tra una storia importane e  un’altra. Come quei piccoli sospiri che raccontano più di quanto volessimo dire o pensare.

Di Giotto si parla sempre come artista nel senso comune di chi fa arte e quindi un po’ come che non lavora. Si dimentica spesso, ancora di più oggi che la Storia dell’Arte è una materia morente, che gli artisti erano artigiani, cioè veri e propri imprenditori che avevano maestranze e contratti, doveri quasi manageriali e spesso onerosi.

Quindi Giotto non tanto artista, quando capo cantiere, coordinatore di risorse. Responsabile di più progetti e di quattro allievi che operano dietro le quinte del grande maestro. Chi prepara il cantiere? Chi prepara i colori, le impalcature? Le singole linee delle storie, i personaggi comprimari che scivolano via, anzi tra tutti questi attori che ruotano attorno all’artista c’è anche un cane che si ritrova a giocare un ruolo molto delicato. Un ponte tra il mondo reale, ma in bianco e nero, del maestro e i personaggi dei suoi affreschi a colori.

Sembra che gli autori abbiano voluto premiare, sottolineare la forza creativa del pittore.

Qual è il contributo finale che l’artista da alla Realtà, alla sua consistenza artistica se non dando colore e il colore non è l’anima di un affresco?

Giotto è un uomo come tutti, preoccupazioni, speranze, obblighi sono elementi che vagano come variabilispesso ingovernabili della sua giornata lavorativa. Un uomo che nell’ultima tavola sorride perché la squadra di lavoro ha reagito bene ai ritardi e si è rimessa in linea con la progettualità del maestro. Ecco allora che la storia chiosa con un atto di delicatezza verso se stessi e la vita. Una passeggiata con il cane.

Il libro è impreziosito da una appendice tecnica e dal diario che avrebbe scritto Giotto se avesse avuto l’occasione. Un diario che completa la storia quotidiana del Maestro. Un tocco di intimità più prepotente dei pensieri espressi del pittore.

Tulifero e Frongia hanno realizzato un prodigio sospirando tra le pieghe delle storia di Giotto.

 

Novità dalla Giuntina

DAVID VOGEL
ROMANZO VIENNESE

Traduzione di Alessandra Shomroni
Collana Diaspora – pp. 272, € 16,50

Michael Rost giunge a Vienna con l’audacia dei suoi diciotto anni, senza un soldo ma ben determinato a conquistare la capitale dell’impero e a godere delle opportunità che essa offre al tramonto del suo splendore. Frequenta senza scrupoli chiunque capiti per la sua strada: prostitute, rivoluzionari, ufficiali, disgraziati e ricconi; uno di questi, Peter Dean, lo prende sotto la sua protezione permettendo al giovane di affittare una stanza nella casa di un’agiata famiglia borghese. In poco tempo, Rost sedurrà Gertrud, la moglie del padrone di casa, per poi corteggiarne la figlia sedicenne, senza timori per le scandalose conseguenze che un simile triangolo amoroso potrebbe comportare. Nella impossibilità di porre un freno alle proprie passioni, Rost conduce un’esistenza disordinata, costellata di colpi di fortuna e momenti di euforia ma anche di solitudine, vagabondaggi e immancabili sconfitte. Lo ritroveremo, alla fine d! el romanzo, a Parigi, ancora spregiudicato, ancora senza una fissa dimora, ma ormai consapevole di dover tirare le somme della propria vita. In questo sorprendente romanzo erotico, ritrovato miracolosamente tra le sue carte, Vogel tratteggia con maestria una Vienna in cui i molteplici fermenti che la animano non si coagulano in alcuna progettualità e dipinge lucidamente un’umanità priva di punti di riferimento, rappresentazione di un’Europa che sta scivolando verso una irreparabile disgregazione.

David Vogel nacque a Satanov, Podolia, il 15 maggio 1891. Morirà ad Auschwitz nel 1944. Ha vissuto a Vilna, Vienna, Parigi e in Terra d’Israele. Ha scritto tre romanzi, due racconti lunghi, diari e alcune raccolte di poesie. Nonostante l’esigua produzione, le sue opere sono state paragonate a quelle di Joseph Roth, Thomas Mann e Franz Kafka. Della sua vita si sa poco, se non che visse sempre in grandi ristrettezze, ramingo e con due grandi passioni: le donne e la scrittura.

Sei come sei

di Melania G. Mazzucco, Einaudi.

Il tema dell’omosessualità è ormai in bocca a tutti e si sta sdoganando a dispetto di un mondo conservatore e bigotto che cerca in tutti i modi di ostacolare questo processo sociale.

Un tema decisamente strano, per molti versi siamo in una fase matura dei temi da affrontare. Già dato per acquisito il diritto a una libera esternazione della nostra sessualità, si discute del limite della parificazione sociale con gli etero. Per esempio possono sposarsi? Possono adottare figli?

Come in una battaglia, superata la prima linea di difesa, si attaccano i baluardi in seconda linea, toccando elementi fortemente tradizionali. Finché l’omosessualità è recintata nell’area del sesso, tra perversione e mondo privato, si può anche concedere l’accettazione sociale. Sempre che non si bacino in pubblico. Ma se le richieste aumentano, beh il problema è più serio.

Il romanzo di Melania G. Mazzucco si spinge oltre, sembra quasi un libro di fantascienza. Di fronte a un mondo ostile alle famiglie omosessuali, due giovani uomini, innamorati, decidono di avere un figlio o una figlia. Lo decidono perché il loro amore, di fronte a una crisi, invece di spegnersi, matura, si trasforma, cambia livello.

Giose e Christian decidono di volere un figlio, davanti al San Giuseppe e Gesù diherrera-gesu Herrera, non possono che confrontarsi con quel falegname che, per amore, accetta un figlio che non è suo, e lo cresce come se fosse suo. Non è forse simile il loro stato di futuri padri, di potenziali padri?

Blasfema la teoria, blasfemo il paragone, dirompente esattamente come il messaggio di Gesù. L’autrice non fa altro che seguire il tema narrativo del Vangelo. Il messaggio cristiano si propone lì dove lo status quo discrimina e offende la dignità umana.

Ma l’autrice vuole seguire il tema narrativo del vangelo, dove la maternità è la grande sfida della vita, una maternità imposta ma accetta come se fosse voluta, condotta con grande dignità pur sapendo dei rischi e del destino a cui andava incontro.

Quando Giose informa la madre di andare a prendere un figlio in Armenia, la madre senza scomporsi:

Un maschio? gli chiese invece tranquilla […] Se è maschio non lo chiamare Egidio, gli disse la signora Pia, prima di riagganciare. Le madri sono sempre capaci di sorprenderti.

E non c’è solo una madre che diventa nonna secondo un percorso inedito, ma anche Giose è una madre. Una madre che non ha una tradizione a cui pescare conoscenze e competenze, esperienze e insegnamenti. Nel mondo delle nuove famiglie di fatto che si formano nella società moderna, i ruoli cambiano? Giose deve reinvertarsi il mestiere di madre, da solo e senza l’aiuto del compagno troppo preso dal lavoro. Esattamente come una banale e normale famiglia. Perché alla fine se cambiassimo i nomi dei personaggi, trasformando Giose in una donna, avremmo una normale coppia con una figlia che cerca affetto, con un marito distante e quindi idealizzato, dai mille problemi educativi.

Giose porta un nome scomodo, quasi simile a quel Joseph K del processo di Kafka, travolto dal labirinto della giustizia e così lo stesso Giose è intrappolato tra ruoli e regole che fanno difficoltà a comprendere che il ruolo di madre, è un ruolo che travalica l’essere femmina. È uno status mentale che accetta uno dei due elementi della coppia.

Giose è una madre perché accoglie senza chiedere, aiuta senza rimproverare, ama senza condizione, consola senza prendere. Giose è madre perché ha voluto e accettato di essere madre, come Giuseppe accettò di essere padre. Senza un legame di sangue, un legame di scelta di condivisione. Uno nasce, uno prende in carico la sua crescita.
Senza altro elemento comune che l’amore.

Ecco perché questo libro Sei come sei è un inno all’amore e al ruolo di madre, un ruolo talmente assoluto nella sua devozione e sacrificio da essere incomprensibile per un maschio nel ruolo di marito e padre. Poi il sesso non conta, amare un figlio non ha confini e limiti.

Non vuol dire questo essere genitori?

Andrea

Il lupo dei mari

di Riff Reb’s. Kleiner Flug

L’adattamento dei classici o dei romanzi nel formato fumetto è sempre difficile. Si tratta di un lavoro di sintesi, di analisi, di scavo nelle profondità dello scrittore. Cosa voleva dire? cosa intendeva? perché il personaggio si comporta in questo modo o non in un altro?

Il lupo dei mariE non solo. Come rappresentare i personaggi, i luoghi, quale stile scegliere, quali tecniche. Più un autore è ricco di strumenti di lavoro, più deve cercare soluzioni che siano tali da raccontare la sua interpretazione di quella storia. Perché solo di interpretazione si può parlare, di adattamento, non certamente di fedele trasposizione. Formula che è contraddizione per sua stessa natura.

Non è Jack London che scrive la sceneggiatura di questo fumetto. Ma in fondo meglio così.

Altrimenti avremmo perso l’occasione di leggere un lettura di un romanzo bellissimo sul mare e l’uomo. Sulla vita senza toccar terra che rappresenta una delle più potenti metafore della storia umana. Talmente fondamentale che la fantascienza ha vissuto e vive del gergo marinaro, le sue astronavi sono di fatto navi che solcano i cieli.

E ogni nave ha un suo capitano, come Salgari sapeva bene, e ogni capitano non può essere un personaggio qualsiasi, una seconda fila tra coloro che animeranno la storia, come sapeva bene Melville scrivendo il Moby Dick. London che è uomo di mondo nel senso pieno della parola, come ricorda l’autore di questa splendida interpretazione de Il lupo dei mari, Riff Reb’s, in arte Dominique Duprez:

Kack London ha divorato la vita con la voracità di un gigantesco incendio: saccheggiatore di ostriche, cacciatore di foche, cercatore d’oro, militante rivoluzionario, vagabondo, reporter di guerra, allevatore e coltivatore, marinaio dei mari freddi…

disegna un capitano che supera ogni definizione di complessità e ricchezza. Lupo Larsen è l’essere subito sotto la Natura stessa, la forza incontrollabile del mare. Non è il Male, non è il Bene. È la vita nella sua essenza senza protezioni, senza ipocrisie. E il nostro personaggio in seconda, il narratore che ci svela la potenza esperienziale della vita in mare, non è altro che uno scrittore senza spina dorsale, capace solo di sparlare di libri e scrivere di libri. Forse una critica poco sottile a quel vivere senza colore che è di molte persone. London come Hemingway si tuffa nella vita, attraversa l’onda della tempesta per uscirne più ricco come uomo.

Lupo Larsen è quel padre che Humphrey Van Weyden non ha mai avuto, quel padre che ti butta in acqua per insegnarti a nuotare, senza pietà o attenzione per la tua sicurezza. È esattamente ciò che non è una madre.

Riff Reb's

Infatti Hump crescerà, diventerà uomo. Questo romanzo diventa l’iniziazione di un uomo alla vita, il racconto di come si entra nella vita. Lupo Larsen come tutti i padri muore senza che possa essere veramente responsabile delle scelte del figlio, perché sono di fatti le scelte del figlio.

E anche se il nostro personaggio è carico di certezze razionaliste e scientifiche, pieno di sapere, di fatti si confronterà con l’imponderabilità del mare.

Riff Reb’s ha interpretato graficamente questa storia creando un percorso orizzontale di lettura. Ogni sezione, capitolo è colorata monocromaticamente, costringendo l’occhio a una tensione emotiva che non lascia tempo al riposo. Anche i colori più leggeri come il blu sono schiaffi di tensione. I rossi o i rosa ci trascinano nei meandri della nave, nella tensione violenta del vivere in nave, mentre i verdi ingannano dandoci l’illusione che possa esserci pace nella vita in mare.

Il blu del finale, come quello dell’inizio, sono un monito alla vita. Non c’è pace nel navigare nel mare dell’esistenza. Siamo barche senza controllo. L’ultima parola è al grande giudice, ricco di vita, di sogni e di leggende. Imponderabile.

Il mare.

Andrea

Marx, Engels e le edizioni Progress

Nel 1989 arrivai a Bologna per iniziare i miei studi universitari. Era la prima volta di molte cose, di molte future esperienze che mi avrebbero cambiato significativamente. Portavo con me la passione per i libri e le bancarelle di Bologna erano un mondo nuovo.

Vagando tra i libri di questi posti misteriosi e confusi, i libri venivano e forse vengono ancora distribuiti senza troppo ordine su espositori in legno. Rovistando trovai alcuni libri, antologie di scritti dei padri del Comunismo. Marx ed Engels pubblicati da una fantomatica Edizioni Progress Mosca.

Mai sentita questa casa editrice. Eppure, come scoprii negli anni, era una casa editrice importante per la diffusione delle cultura marxista in Italia.

Trovai diversi libri sempre sui padri fondatori e su argomenti spesso diversi e importanti, come la Pace, l’Imperialismo, sull’Italia e così via. Le Edizioni Progress erano molte attente a produrre libri tematici, che avrebbero aiutato a educare la classe proletaria.

Edizioni Progress - copertina libro Lenin e l'ItaliaSi tratta di edizioni di in carta lucida, ben stampati e curati, con note, cartine e fotografie un ricco apparato informativo a fine pubblicazione. Libri ben curati e prodotti. Sovracopertina su copertina rigida. Osservando con attenzione sembra chiara la presenza di italiani nella redazione. Sia la traduzione che la cura editoriale sono ben fatte.

È evidente l’intento informativo ed educativo.

Se si cerca su internet è facile trovare alcune edizioni in vendita su Ebay o altre siti dedicati ai libri. Da quello che si può dedurre da queste offerte le Edizioni Progress si occupavano non solo di storia marxista, ma anche di letteratura, fotografia, teatro. Gli Editori Riuniti probabilmente sono stati un loro partner negli anni novanta.

 

È una vita che ti aspetto

di Fabio Volo, Mondadori.

Questo autore ha generato molto dibattito, soprattutto tra i lettori forti, quelli che leggono molti libri durante l’anno e in qualche modo temono di essere massificati. In qualche modo credono di essere pochi, eletti e toccati da una particolare fede della cultura. Giudicano spesso e con veloce sciabolate decidono le sorti di un libro o di un altro. Di solito il nuovo perde se confrontato al classico o all’autore decorato secondo dei titoli o standard culturali.

È una vita che ti aspetto - Fabio Volo

Un autore come Fabio Volo genera non pochi problemi. Posso dire che lo leggo? è nobile leggerlo? Non verrò confuso con la massa informe, un po’ ignorante, che non capisce che bisogna leggere una Munro invece di un banale Tom Clancy?

Eppure questo libro, delicato, leggero all’apparenza, è un bel racconto di un uomo che riscopre se stesso. Che affronta in modo poco banale, un percorso di riscoperta del valore della vita.

Il vero problema è che tutta questa riscoperta non avviene combattendo per la libertà di un popolo, affrontando viaggi lunghissimi pieni di droghe o di una esistenza socialmente selvaggia, ne tanto meno secondo percorsi super intellettuali. No. tutto avviene secondo il quotidiano che c’è intorno a lui, affrontando la banalità della vita.

Un impiegato che vive una vita senza emozioni, senza contenuti. E una mattina scopre che può cercare qualcosa di diverso. E lo fa capendo, forse con frase da libro “trova la verità in dieci mosse”, ma riesce.

Fabio Volo

Agisce.

Invece di distruggersi, di cadere, compie un percorso positivo. Perché l’altro aspetto di questo

romanzo è la positività del percorso, del vivere. Il personaggio alla fine giunge alla fine di un viaggio per affrontarne un altro. E tutto questo senza drammi, senza perdere qualcosa.

Capisce, cambia, si guarisce. Con la banalità del quotidiano. Eppure in quella banalità, c’è la luce dolce, poco accecante, ma intensa,
calda dell’essere vivo.

E forse questo è difficile accettare per cui vuole soffrire insieme a Kerouac. Un romanzo positivo, solare, sembra quasi una contraddizione in termini. Il romanzo, come forma d’espressione di un sistema economico e sociale, dovrebbe esprimere una profonda incapacità di risolvere la crisi del sistema. Eppure può esserci una alternativa. Un romanzo delicato, leggero, che ci da speranza.

Perché negarcela?

Andrea

Scatola nera

Di Jennifer Egan, Minimum Fax, traduzione di Matteo Colombo

Un racconto strano, strano nel modo con cui è stato pensato e scritto. Niente di originale, la web scrittura aveva già sperimentato negli anni novanta modi e tempi veloci di scrittura.

Ma sono sempre i contenuti, la storia, che richiamano il cuore e la pancia del lettore. Alla fine della giostra.

E la storia pur nella sua semplicità, un po’ alla James Bond, non tradisce. L’esperimento formale richiedeva l’uso di stereotipi e meccanismi già conosciuti dal lettore per evitare uno spaesamento che avrebbe indebollito l’evento mediatico annunciato dal NYC Times sulle pagine on line.

Quindi ben venga uno schema alla Bond con motoscafi, super criminali in isolotti, belle donne, harem e così via. Ben venga il richiamo a classici della televisione.

Quello che è realmente interessante ed è la chiave forte del racconto, è la visione depauperata del sogno americano, l’impossibilità oggettiva di riuscire a sconfiggere i nemici. L’eroe interpretato magistralmente in tutto in ventesimo secolo da John Wayne, che salva i buoni e innocenti, si sconfigge il male in tutte le sue forme. L’identità unica e indissolubile che dovrebbe esaltarsi nella società statunitense si spegne di fronte alle torri gemelle, ebbene sì sempre loro come sfondo di una crisi identitaria senza ritorno.

Per combattere il male, non ci saranno super commando alla Navy Seal o Berretti Verdi, ma semplici cittadini che devono sacrificare la stessa vita per permettere al vicino di casa di prendere la bottiglia di latte e il giornale la mattina senza temere di essere uccisi; di giocare con il figlio a basket; di guardare alla televisione il Super Bowl… di essere americani come lo furono i padri. Un richiamo a un senso collettivo, a un sacrificio per la collettività che è sempre stata prerogativa dell’eroe, non del cittadino normale. L’eroe rimane tale, il cittadino torna a casa e nella più assolute segretezza su quanto ha compiuto, torna a vivere il sogno:

Nel nuovo eroismo, l’obiettivo è fondersi in qualcosa di più grande del singolo individuo.

Nel nuovo eroismo, l’obiettivo è sbarazzarsi di generazioni di egocentrismo.

Nel nuovo eroismo, l’obiettivo è rinunciare all’ossessione americana della visibilità e del riconoscimento.

e poco dopo:

(Questa felicità…) può derivare dalla consapevolezza che, realizzando tale obiettivo, avrai contribuito a perpetuare il modello americano così come lo conosci.

Il messaggio è chiaro. Alla fine della missione non ci saranno trionfi, celebrazioni pubbliche, premi. Dal nulla sei stato richiamato, al nulla tornerai.

In realtà questa è la procedura degli agenti segreti. Abbiamo dovuto aspettare oltre trent’anni per conoscere l’operazione Argo con il nome di colui che ha pensato ed eseguito il piano più bizzarro che a oggi si conosca.

Interessante e ben costruita è anche l’idea portante di Scatola nera. I tweet scorrono come sbobinamenti di una registrazione e di istruzioni, proprio come una scatola nera sono dati post-mortem di un fatto di cui alla fine conosciamo poco. I personaggi non hanno un nome, sono classificati con pseudonimi senza valore, come Partner Designato. Anzi esiste un doppio binario narrativo tra i fatti che vengono registrati dalla scatola nera e le istruzioni che ricevono tutti gli agenti sotto copertura.

Un modo per cercare di creare una struttura con un minimo di variabilità narrativa per evitare un noioso scorrere di messaggi a 140 battute.

E ora? Difficile dire se abbia senso un proseguo di qualche tipo. Sembra un pezzo di un puzzle più grande che Jennifer Egan sta componendo con i suoi libri, e come ogni buon esperto di External Relation vi direbbe, l’evento oggi si realizza anche su internet. Ma questo non era un semplice giochetto pubblicitario, era uno sbattere in faccia ai lettori americani la loro lenta consumazione identitaria.

Andrea

Una città dai molti giorni

di Shulamith Hareven, Giuntina, 2006, traduzione di Rosanella Volponi.

Abbiamo scambiato il senso del tempo con il senso dello spazio.

Una città dai molti giorniForse bisogna conoscere Gerusalemme per capire questo romanzo. Per sorridere e piangere per il destino amaro di questa città che da secoli cerca una pace che sembra non le sia concessa.
Basterebbe queste parole per farci comprendere il senso di una storia umana e urbana che dovrebbe essere tutelata ed esaltata dagli stessi popoli che vi abitano. Invece perdono tempo a combattersi.
Shulamith Hareven ha speso la sua vita per la pace, il settimanale francese l’Express l’ha indicata nel 1995 come una delle donne 100 donne che muovono il mondo.

Il titolo italiano lascia questa sensazione di una città multiforme nel tempo, con mille sentieri e strade di storie umane che si sono incontrate e si incontreranno senza pace. I personaggi di Hareven sono testimoni degli eventi tra le due guerre mondiali, quando una speranza di convivenza si stava concretizzando nella città santa, città santa per la sua storia, per gli eventi, per ciò che l’uomo vede in lei come testimone della storia.

La famiglia Amarillo come il dott. Bazel e Matti e tanti altri sono parte di quella vorticosa essenza della storia ma anche testimoni di un lento declino della spiritualità e dell’attenzione all’uomo stesso.

Shulamith Heraven

Quando Sara sul finire del romanzo, di notte, cerca aiuto, sarà accolta in un cimitero della comunità scozzese, un luogo di pace eterna per salvare una donna preda delle grandi passioni amorose e passionali che le donne di quella città hanno sempre vissuto. E romanzo di donne non può che essere questo Una città dai molti giorni. Che siano donne, bambine, anziane, loro sono il punto fermo, l’asse intorno al quale ruota il tempo di Gerusalemme. Ruota l’ansia maschile di trovare uno spazio.

Tempo è cosa da donne, spazio è cosa da uomini. Gli uomini escono di casa e dalla loro comunità e impazziscono, lavorano, combattono nella ricerca di qualcosa. Le donne invece cercano nello stesso posto nel tempo che scorre.

Forse questo è un primo elemento da considerare leggendo questo romanzo.

Poi c’è lo scorrere della scrittura sempre in movimento come un popolo nel deserto in marcia verso la Terra Promessa. L’autrice non si ferma mai, non prende mai una sosta per far riposare il lettore. Scorre il tempo e la storia non può fermarsi. Gli Amarillo sono una famiglia che vive intensamente la città di Gerusalemme e la Terra. Le loro relazioni con i popoli che attraversano la città è multiculturale e secolare. Fanno parte di una ebraicità che non capisce lo scontro che via via si sta montando da entrambe le parti. Ma perché tutto questo?

L’autrice non da una risposta, registra gli eventi come accadono mostrando quanto è poi più facilmente comprensibile. Ognuno ha guardato il suo orto senza osservare quello del vicino.

Pace adesso.

Andrea

Alphaville – f for fake

Erano sei anni che aspettavamo questo volume, dopo che nel 1992 era uscito per la Telemaco di Bologna il primo volume. Ora la Phoenix riparte sempre con un primo numero – nuova serie, stesso prezzo e quasi stessa squadra. In quel lontano 1992 un vastissimo pubblico di lettori scoprì che leggeva cose intelligenti e in sintonia con i tempi e soprattutto che fumetti, cinema e letteratura erano facce della stessa medaglia. Quale? L’immaginario di genere, anzi i temi e i luoghi dell’immaginario come recita il sottotitolo della rivista, che come sei anni fa ha un tema che viene approfondito dai vari collaboratori. Questa volta, nel 1992 era stato il cyberpunk, è il falso, la copia e la riscrittura. Gli interventi sono di professori universitari come Abruzzese e Minganti, oppure semplici, per usare un eufemismo, operatori culturali. Vengono esaminate figure come Batman, Dracula, Tarzan e The Shadow, si parla di Angela Carter e Dick. Mentre tre tra i più grossi fumettisti internazionali parlano dei supereroi: Steve Bissette, Neil Gaiman e Tom Veitch. Infine non poteva mancare l’intervista al guru della realtà virtuale Jaron Lanier. Questo numero era stato progettato qualche anno fa, ma non risente degli anni, molto probabilmente gli articoli sono stati aggiornati e anche le note, ma ciò che ne esce è senza dubbio una rivista che ha una visione d’insieme dei processi culturali e immaginifici della nostra società. E non è poco.

AA.VV. Alphaville – temi e luoghi dell’immaginario di genere F for fake – falso copia riscrittura, semestrale – luglio 1998, diretta da Daniele Brolli e Antonio Caronia, 250 pagg., Phoenix, £. 26.000

Almost blue

di Carlo Lucarelli, Stile Libero – Einaudi, pagg.194, Lire 13,000

Almost Blue è il nuovo romanzo dello scrittore emiliano, che da poco giorni cura anche una rubrica su l’Unità 1, Feuilleton. Ma soprattutto è ancora ambientato a Bologna, dopo Falange Armata (Metrolibri/Granata Press) e Vie delle Oche (Sellerio). Mentre nel primo l’ispettore Coliandro aveva dovuto risolvere un complotto eversivo e districarsi nella giungla dei gruppi giovanili di Naziskin e nel secondo il commissario De Luca aveva risolto un assassinio ambientato nei bordelli bolognesi del 1948, questo racconta la scia di sangue e di orrore che lascia un serial killer, Iguana, nel mondo universitario bolognese. A scoprire chi sia, perché lo faccia, sarà incaricata l’ispettore Grazia Negro, a cui si affiancherà un cieco con un modo tutto suo di descrivere le persone. Alla fine Grazia capirà chi e perché. Il problema sarà prenderlo prima che uccida ancora…

Andrea