Je suis Charlie

Era da tempo che la Nona Arte era sotto attacco. Così come la Nona Arte non accettava chi voleva schiacciare la Libertà, così come la Nona Arte combatteva a modo suo per la Libertà. Combatteva con delle armi veramente strane, armi che non sparano, non tagliano, non esplodono, ma proprio per questo fanno più male a chi vuole schiacciare la Libertà, chi vuole ridurre il pensiero umano a un monotono suono senza armonie, ritmi.

hedbo-1Chi ha sparato oggi, chi ha massacrato la redazione del Charlie Hebdo, pensava di eliminare la loro voce. Ha applicato il suo modo di vedere il mondo, un modo crudele e senza anima. Ma chi usa la violenza non è un uomo coraggioso o un grande eroe, è solo un vigliacco. Sparare su uomini e donne disarmati non è un atto di qualche significato, se non semplicemente vigliaccheria e miseria.

Miseria spirituale, miseria.

Noi che leggiamo fumetti siamo sconvolti perché pensavamo di essere immuni dalle miserie ideologiche che insozzano questo mondo. Pensavamo che i cattivi non avrebbero capito la forza della Nona Arte. Ora che sappiamo che l’hanno capito, abbiamo anche imparato che ci temono.

La strage di oggi è un chiaro segnale di debolezza, di paura.

charlie-hebdo-no1163-011014Ma chi ha oggi ucciso 12 persone non è rappresentate di una civiltà o di una religione o di un popolo, ma sono solamente dei miserevoli terroristi, che facciano parte di Alqaida o dell’ISIS o di Hamas o di chissà quale strana organizzazione terroristica che strumentalizza una religione, sempre e comunque saranno assassini.

E non dovrà essere l’odio a guidare le nostre reazioni, l’odio acceca, l’odio fa perdere il senso della vita, l’odio serve a giustificare il male che potremmo fare.

Gli assassini dovranno essere processati come tutti gli assassini e come tali puniti, la società che i nostri padri hanno creato non deve perdere quanto costruito fino a oggi. Non può rinunciare.

Nicolas Pinet-Charlie Hebdo 1073La Libertà si accoppia con la Pace, sono legate strettamente. Non può esistere l’una senza l’altra. Perché la Libertà ha bisogno di un ambiente dove prosperare senza limiti dettati dalla violenza, senza imposizioni che nascono dalla forza. La Pace invece ha bisogno di un ragione d’essere, raison d’être, esistere per qualcosa. Questo qualcosa è la Vita di ogni essere umano, ma anche la Libertà.

La miglior reazione contro questo attacco è la Pace, il rispetto delle leggi  senza dichiarare guerra a chi non è coinvolto.

Toujours Charlie Hebdo

The Postman e David Brin

Articolo scritto per Zero in Condotta, 1998.

David Brin, scrittore americano, ha senza dubbio il suo seguito nel nostro paese, dove è pubblicato da alcuni grossi editori di fantascienza, come l’Editrice Nord e la Mondadori. Senza dubbio non ci troviamo di fronte a un autore dallo spessore visionario di un Dick o di un Gibson e dal tra parte non può neanche essere inserito in quella correnti della science fiction, che vengono usate da alcuni per distinguere il genere di distrazione da quello “impegnato”.

David BrinSe leggerete Brin potrete trovare racconti di esplorazione spaziale, di uomini che viaggiano alla ricerca di quello spazio tanto agognato dall’umanità post Luna ‘69. Oppure come nel caso di The postman, da cui è stato tratto il discusso film di Kevin Kostner, è la storia di uomini che ricostruiscono la propria identità.

Glen David Brin (California 1950), autore del romanzo , è il classico scrittore americano della vecchia guardia, anche se l’età lo porrebbe tra i nuovi autori “tutto cyber”. Prima di tutto per la preparazione scolastica; segnata da diversi titoli di studio scientifici, in secondo luogo perché è un autore che non guarda al futuro prossimo, quello per intenderci degli autori Cyberpunk, ma allo spazio, alle incognite e ai misteri, il tentativo forse di rinnovare la fantascienza classica.

Ha esordito nel 1980 con un racconto, Sundiver. Ha iniziato così una prolifica attività di scrittore, che lo ha visto vincere diversi premi letterari: Nebula, Hugo, Locus e il Campbell Memorial, questi ultimi due proprio per The Postman. Infine nel 1988, a coronamento di una rapida e brillante carriera, gli è stato assegnato il Locus Award for Best ‘80s Author (il miglior autore degli anni Ottanta).

In Italia è edito dalla Mondadori e dalla Editrice Nord, negli Stati Uniti dalla Bantam Spectra.

Andrea Grilli

Riordinare i libri, tema delicato

Marie Kondo è una giapponese esperta di riordino, cioè come riordinare e mettere a posto le cose in casa. Si considera e forse lo è la massima esperta in materia. La Vallardi ha pubblicato il suo libro-guida Il magico potere del riordino – Il metodo giapponese che trasforma i vostri spazi e la vostra vita.

L’autrice si occupa delle diverse categorie presenti in una casa, come vestiti, documenti, foto e ovviamente libri. I libri per la Kondo occupano il secondo posto tra le cose da sistemare. Va detto per precisione che la tecnica dell’autrice è di ridurre gli oggetti presenti nelle case o nelle stanze. Il riordino non è semplicemente mettere a posto le cose secondo una certa logica, ma anche sceglierle e conservare solo cosa può aver senso.

Kondo lavora proprio sul dare un significato alla parola “senso”.

Ma l’obiettivo non è recensire questo libro, quanto concentrarci sui capitoli dedicati al riordino dei libri e capire cosa voglia dire mettere in ordine i libri o anche i fumetti.

Due sono i tipi di libri che vanno gestiti: quelli che non leggeremo e quelli che abbiamo letto.

L’autrice suggerisce di scegliere e conservare quei libri sulla base de “l’emozione  che vi provocano nel momento in cui li sfiorate”. Credo che non si possa negare che alcuni libri, quelli che abbiamo amato, provochino una emozione tale da impedirci di buttarli, regalarli o rivenderli, ma dobbiamo anche ammettere che chi compra libri, pensa che il libro per se stesso da una incredibile emozione.

Cioè è l’essere stesso del libro a essere emozionante. Ma la signorina Kondo non molla la presa, non solo possiamo liberarci di quei libri che non ci danno emozioni con i loro contenuti, ma anche quelli comprati e non letti prenderanno la stessa strada, quella dell’espulsione.

Il principio è semplice, se li abbiamo comprati e non letti, non li leggeremo sicuramente. Inutile e furviante sperare di leggerli un giorno.

Questo metodo si applica con qualsiasi categoria: libri (anche i professionali, didattici ecc…), riviste, fumetti.

Insomma dovremmo avere in casa solo i libri che hanno provocato emozioni.

Viene da chiedersi se tutto questo sia possibile praticarlo. Abbiamo già sottolineato che esiste una categoria di lettore amante dei libri, che sente emozioni dal libro stesso, che sia un manuale di uncinetto o un grande romanzo della letteratura mondiale, difficilmente riuscirà a liberarsi. Così come un altro aspetto che incide nel “non buttare” è l’autore stesso.

Come-organizzare-una-libreria-perfetta_o_su_horizontal_fixedSiamo consapevoli che gli autori non hanno sempre un livello eccezionale. Spesso a un libro che ci conquista, può associarsi un libro di scarsa qualità. Pensate a un caso come Gabriel Garcia Marquez, dopo Cent’anni di solitudine  ha sicuramente scritto bei romanzi e in alcuni casi ancora degli ottimi romanzi, ma anche delle buone prove, non certamente così magnifiche da dover o voler essere conservate.

Che fare allora?

La risposta non è facile, Marie Kondo semplifica un po’ troppo, ma forse proprio questa semplificazione, distaccata dal fanatismo del lettore, possa offrire spunti di riflessione, aiutarci a capire se ha proprio senso conservare tutti i libri che abbiamo.

Potremmo per esempio pensare a rivendere i libri che scartiamo per finanziarne l’acquisto di altri, oppure donarli a una biblioteca comunale o di quartiere. Ci sono tanti modi per salvare i nostri libri e donargli una nuova vita, salvando la nostra casa.

Andrea Grilli

Guardiani della Galassia

di James Gunn, Marvel Studios

Quando fu annunciato il film ispirato al fumetto i Guardiani della Galassia, qualcuno rimase spiazzato e stupito. Si parlava di personaggi ultra minori nel Marvel Universe, forse dimenticati in qualche cassetto da Stan Lee e company. Eppure la Marvel annunciava a San Diego nel 2010 che si lavorava a un film su di loro.

E onestamente non era facile immaginarsi che cosa avrebbero imbastito gli autori, ma certamente non potevano pensare che gli anni Ottanta con tutto il loro caos creativo, musicale, immaginifico potesse tornare in modo così coinvolgente.

Guardiani della Galassia

Cinque personaggi incredibili, riletti e reinterpretati in modo avvincente. Anzi fin troppo. Non ci troviamo di fronte a un film di supereroi, sicuramente fantascienza con tanta buona musica di altri tempi, un universo da conoscere.

La struttura è molto simile ai Soliti Sospetti, nell’ottica di personaggi casualmente coinvolti, questa volta veramente, in qualcosa che non immaginavano.

Così come citazioni da classici dello sdolcinato anni ottanta come Footlose. Oppure super piani che alla fine sono in parte improvvisati, frutto di un sbruffoneria tipica da criminali di second… terz… diciamo ultima classe.

E in tutto questo un super cattivo, veramente cattivo, ma che non può immaginare che il suo peggior nemico non è un nemico vero e proprio, ma un branco di criminali con obiettivi diversi, disuniti, disorganizzati, ma capaci di improvvisare come nessun altro.

Ed è il caso o l’improvvisazione uno degli aspetti più importanti della storia del film i Guardiani della Galassia. Di fronte alla super organizzazione dei cattivi di turno, si oppone una fede cieca nella Giustizia da parte degli abitanti di Xandar, capitale dell’Impero Nova; ma soprattutto la casualità con cui i nostri personaggi si trovano spesso a doverlo affrontare. Fino all’ultima battaglia, dove da cinque fuggiaschi, diventano un team e quindi finalmente possono unire le loro menti per contrattaccare.

Nel video è chiaro il pasticcio della situazione e l’imprevedibilità del loro incontro.

Ma l’elemento più importante è sicuramente la musica. L’intero film dei Guardiani della Galassia è costruito sul sound anni ottanta, quel sound che Tarantino ha sapientemente rilanciato con i suoi film pulp dalle Iene in poi. Ed ecco allora che l’assurdo dialogo sul film Footlose ha senso se Starlord si gioca la musica per conquistare la bella Gamora. E funziona. Perché quella musica funzionava sempre per rimorchiare… anche nello spazio non c’è salvezza per le pupe.

Potremmo quasi definirlo, in un azzardo, il miglior musical degli anni ottanta.

Guardiani della Galassia è un film bello, emozionante, divertente. Non parliamo di Bene contro il Male, supereroi contro supercriminali, ma un gruppo di ragazzi, poco bravi e poco cattivi, pronti a tutto.

Comunque… io sono Groot.

Andrea Grilli 

Interstellar

di Christopher Nolan

Interstellar è un film sicuramente discusso e dibattuto. Un film complesso, profondamente scientifico e umanista, due caratteristiche che offrono una serie di riflessioni e valutazioni sui temi trattati.

Prima di tutto il film è ispirato da un saggio di una delle menti più brillanti del California Institute of Technology, Kip Thorne, specializzato in fisica della gravitazione e astrofisica e uno dei maggiori esperti di relatività generale.

Interstellar - di Christopher NolanL’aspetto scientifico è decisamente difficile da commentare se non si possiedono le competenze adeguate, anche se molte scene del film cercano di offrire spiegazioni anche semplici per evitare un effetto “distacco” dello spettatore.
Alcuni siti web hanno anche prodotto una serie di informazioni per aiutare la maggiore comprensione degli elementi sul tempo, gravità e relatività. Per esempio il quotidiano on line Il Post si preoccupa di rispondere a una decina di domande che vengono guardando il film (http://www.ilpost.it/2014/11/10/interstellar/).

Un paio di grafici linkati da Badtaste.it http://www.badtaste.it/2014/11/11/grafici-illustrano-timeline-scienza-base-interstellar/104849/ aiutano a seguire la complessa timeline del film, strutturata sui vari viaggi spazio-temporali attraverso l’uso della forza di gravità come canale di connessione tra misteriose forse aliene del futuro e gli uomini.

È positivo che vengano prodotti film che impongono di superare i limiti delle proprie conoscenze, che invitino al dibattito e al confronto su temi anche complessi come il viaggio nello spazio, i buchi neri, ma soprattutto, ed è qui che gioca la lettura umanista, il confronto sempre e comunque tra uomo e scienza. Tra pensiero umanista che incide sul nostro processo decisionale, che si contrappone al pensiero scientifico. Anzi sembra che entrambi se scollegati non possano aiutare l’Umanità, come solo dalla compensazione dei due estremismi si possa trovare un percorso positivo.

Il pilota Cooper ha due figli, è agricoltore dopo un passato militare e aerospaziale, ha quindi conquistato o associato alla propria competenze scientifica, un’altra più antica e forse più tradizionale, ma che gli consente di prendere decisioni limitate, decisioni che tengono conto anche del prossimo, del prossimo uomo.

A lui si confrontano scienziati come Amelia e il padre, il prof. Brand, che hanno perso il contatto con l’uomo, e quasi accademicamente parlano di specie umana.

Ed è quindi qui il tema del film, almeno per chi scrive, la differenza profonda tra Umanità e Specie, tra Umanesimo e Scienza. Se ognuno di questi elementi sono distinti, non possono che generare distruzione. Parlare solo di specie vuol dire dimenticare ogni singolo essere umano con il suo nome, la sua storia, i suoi sentimenti. Parlare solo di Umanità vuol dire perdere il senso storico-evolutivo della Terra.

Gli autori scelgono una strada decisamente più umanistica, ma densa di scienza. È il rapporto padre-figlia, vecchio e nuovo, a rinsaldare il percorso dell’Umanità. La specie si salva perché non dimentica i propri singoli, le proprie singolarità che potranno salvarsi lasciando la Terra. Non poteva essere una madre, perché essa rappresenta la terra, ma la terra è stabilità, mente l’uomo deve elevarsi e prendere il largo.

Come un figlio, vola verso il cielo, tra le stelle.

Andrea


Umorismo yiddish disegnato: le origini fino a Shreck e Omer Simpson

Nel 2012 in occasione della giornata della cultura ebraica mi fu chiesto di intervenire sul tema dell’umorismo yiddish nella serie Simpson e comics in generale.
L’incontro avvenne nella Sinagoga di Milano

Con l’ultimo respiro e Lo strano caso di Michael Farmer

di Lorenzo Sartori

Si tratta di due romanzi brevi o racconti lunghi scritti da Lorenzo Sartori al suo esordio come scrittore, ma già giornalista e figura importante del mondo ludico come autore del wargames Impetus e direttore della rivista Dadi & Piombo.

Un game designer che scrive racconti porta con sé l’approccio del matematico e del sistemista. Di chi vede gli eventi con una serie di passi verso una tappa finale. In qualche modo i racconti di Sartori hanno questo elemento che li unisce. Si tratta di sentieri narrativi o pezzi di un puzzle che vanno via via montandosi come se il lettore si trovasse in un gioco dove la mappa si scopre indizio per indizio, pagina per pagina. Nel caso di un ebook byte per byte.

cover_ultimorespiroCon l’ultimo respiro abbiamo un racconto fantasy e come tutti i romanzi fantasy propone un mondo nuovo da scoprire. Sartori sa bene che questo genere letterario soffre di  mancanza di “opzioni” creative. La dicotomica visione del bene e del male non permette molte scelte narrative. La strada alternativa sarebbe il dark fantasy dove gli antieroi hanno un ruolo dominante.

Invece l’autore riesce a smarcarsi da questo pasticcio creativo e rilancia una bella storia d’amore, con cavalieri e giostre, eroi e misteri di un foresta misteriosa. Ma soprattutto ci lascia sempre quella sensazione di non aver detto tutto, che ci sia qualcosa che per essere scoperto bisogna giungere all’ultima pagina.

Ma poi vogliamo veramente arrivare all’ultima pagina? Non siamo in fondo curiosi di questo nuovo mondo fantasy che poi così normale non è, così semplice non è.

Aspetti che si ripetono anche con l’altro lavoro di Sartori, Lo strano caso di Michael Farmer, un giallo dai toni mistery che ricorda le trame bizzarre di Woody Allen senza quella pesantezza intellettuale che alla fine fa girare la testa.

Un racconto che ha o può avere anche toni horror se il lettore è uno scrittore. Infatti il nostro Michael Farmer ha una bella gatta dCOPERTINA600x800-450x600a pelare per dirla tutta. Essere scrittori senza idee, o meglio con troppe idee che ti inseguono di persona, non aiuta e non permette di
riflettere.

Quando poi c’è di mezzo una donna, bella, allora siamo in un bel guaio.

In questo racconto l’autore ha giocato una doppia partita, vero è che il mistero si compone pagina per pagina, ma con frequenti colpi di scena. Anzi la trama si sviluppa come una spirale a quattro dimensioni e non è detto che tutto sia come appare, proprio come una formula quantistica.

Eppure Michael Farmer avrebbe capito tutto, allora perché non riesce a risolvere il mistero?

Un mistero sicuramente c’è per Sartori, è ora di passare a sfide più complesse, il romanzo è il prossimo passo. Sperando che non si trasformi nello Strano caso di Lorenzo Sartori o Michael Farmer o…

Andrea

L’ultima vacanza a memoir

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La storia della lotta della maggioranza nera negli Stati Uniti è attraversata dalle vite di molti uomini, molti uomini che ha fatto scelte, anche e soprattutto culturali, artistiche.

Come rappresentare se stessi e i principi che lo guidavano. Quale fosse la forma di lotta da perseguire per essere ciò che si era. Essere umani. Un percorso che ancora oggi negli Stati Uniti è una questione fondamentale, se l’elezione di un afro-americano  come Presidente è stata un trauma per molti e che solo oggi libri come Il buio oltre la siepe di Harper Lee sono stati riconosciuti come classici della letteratura, ma soprattutto libri di formazione della società statunitense.

La storia di Gil Scott-Heron è anche questa storia, non solo le vicende di un giovane nero,  un afro-americano, della sua vita di ragazzo che cresce tra madre, zio Buddy e i ricordi del padre. Ma anche del suo incontro con la scuola superiore, e soprattutto l’arrivo alla Lincoln, fondamentale per la formazione e lo sviluppo di una coscienza nera di lotta.

Scott-Heron però fa scelte precise, la musica, la scrittura, la non violenza, la lotta come affermazione di una coscienza. L’uomo e l’artista che si stanno formando iniziano un percorso che lo porterà ad accompagnare i grandi degli anni settanta e ottanta, ma soprattutto il grande concerto-manifestazione voluto da Stevie Wonder per proclamare festa nazionale il giorno della nascita di Martin Luther King.

Sarà con le sue canzoni e svelare i problemi della società americana, di una borghesia conservatrice seduta nei salotti medi di case medie di una cultura media.

Questo libro racconta questo percorso, questa strada percorsa con coraggio e fiducia nelle proprie capacità.

Sicuramente la seconda parte è la più intrecciata con la storia americana, più universale perché coinvolge personaggi famosi e fatti storici, mentre la prima parte potrebbe essere il racconto della vita di qualsiasi ragazzo che affronta la dura Gil-Scott-Heron-and-Stevi-007vita del Bronx.

Lascia un po’ perplessi la parte centrale scritta in terza persona. Un residuo della prima stesura di questa biografia che non convince. È vero che può rappresentare la cima di un percorso della coscienza che ha o può aver bisogno di una oggettivazione fornita dalla terza persona. Probabilmente l’autore si è specchiato e questa modalità gli permetteva di osservare meglio. Ma quattro pagine su 256 sono un po’ poche per segnare una tecnica di scrittura o di narrazione.

Detto questo, anche se con qualche scricchiolatura nella parte iniziale della traduzione, il libro di LiberAria si inserisce in quei volumi che non possono mancare nella libreria di un amante della grandi battaglie civili della società umana.

Lo stile di Scott-Heron è molto molto dettagliato. Ripercorre la vita con grandi accelerazioni per poi soffermarsi con puntigliosità su passaggi che l’autore considera fondamentali. Bisognerebbe essere esperti di cultura statunitense per capire il valore di certi racconti, aneddoti, personaggi che vengono citati e che riempiono questa biografia come stelle in un cielo pieno di note e parole.

Gil Scott-Heron non è citato in ogni trasmissione radiofonica, e sicuramente anche chi è amante della musica rap e hip-hop non lo conosce. È prima di tutto un padre spirituale, culturale e artigiano umile della coscienza.

È una biografia, come tutte le biografie, la storia di un uomo si fa storia. Storia in questo universale degli afro-americani. Storia che oggi ha prodotto anche un presidente degli Stati Uniti.

Buon ascolto:

Andrea Grilli

 

Lukas

Michele Medda e Michele Benevento. Sergio Bonelli Editore

Ed eccoci con il primo numero di una nuova serie della Bonelli, scritta da un autore di garantita professionalità come Medda e sostenuta graficamente da un talentuoso Michele Benevento.

La serie persegue il nuovo approccio narrativo della Bonelli, ormai sempre più sgombro dalle classificazioni tradizionali della narrativa di genere. I suoi autori seguono con attenzione le tecniche di storytelling americane e cercano di trovare un bilanciato equilibrio tra lo spirito avventuroso della stessa casa editrice e i nuovi argomenti sempre meno classificabili come genere horror, mistery, fantascienza.

Lukas è un accenno di tutti questi generi nella stessa trama narrativa. Ci sono ghoul, ma nello stesso tempo la moneta corrente è una bizzarra EPS, anche se non ci sono segni, indizi di un mondo futuro lontano. La città descritta è propria come una delle nostre, anche se l’atmosfera descritta è più atroce, crudele, disumana di quanto si possa immaginare.

Lukas non è sicuramente un eroe, forse un anti-eroe, ma più probabilmente un anti-cattivo. Una specie di ex delinquente che si trova costretto a compiere gesti sia buoni che cattivi, sia generosi che ingenerosi verso la vita e la società.

La prima storia è decisamente introduttiva, tanti personaggi che fanno parte del quadro generale ma senza che al lettore sia possibile capire quando e  come. Il problema, anzi i problemi sono diversi: prima di tutto dopo aver letto questo primo numero non è chiaro se valga la pena leggere il secondo. Il ritmo della narrazione non è sicuramente lento, anzi le canoniche 96 pagine scorrono bene, ma alla fine Dampyr fornisce più elementi forti e intriganti.

I ghoul a parte il fatto che si mangiano carne umana, non hanno particolare fascino. Morti o semi morti sono sempre mostri di seconda categoria.

Il secondo aspetto sono i disegni di Benevento, tutti ben fatti, ben costruiti, ma pochi incisivi, se non puliti, rispetto allo sporco sanguinolento dei mostri che girano per il fumetto. Sicuramente Lukas si somma bene con i toni di Dampyr, ma in generale la partenza è debole. La voce narrante in terza persona è bizzarra, quando estraneante.

Insomma un promosso secco è difficile, una bocciatura secca altrettanto. Il secondo numero è il più importante. Se non quadra, si rischia di avere una falsa partenza.

Rimandato ad aprile.

Andrea