Massimo Carlotto e le irregolari

Intervista pubblicata su Zero in condotta, 25 Novembre 1999 – versione riveduta e corretta.

Siamo al terzo appuntamento della Parola Immaginata, rassegna ideata da Stefano Tassinari. L’ospite è Massimo Carlotto, scrittore giallista impegnato nel campo dei diritti civili e politici. E proprio su questo campo che siamo andati ad intervistarlo, sul suo essere anche persona impegnata a combattere contro falsità e ingiustizie.

Le Irregolari – Buenos Aires Horror Tour  è il libro oggetto della interpretazione degli artisti chiamati da Stefano Tassinari, attori, musicisti e fotografi. Il racconto dell’orrore di una generazione sterminata perché aveva l’attitudine a sognare. Ma i militari non sono capaci di sognare, di immaginare qualcosa di diverso dalla loro caserma, dal loro binario alienante di vita.

massimo-carlotto-300x259Incontro Massimo Carlotto all’ITC di San Lazzaro qualche ora prima dello spettacolo/incontro. Non so chi sto incontrando, conosco la sua storia, ho letto i suoi libri, ma uno scrittore potrebbe anche nascondersi dietro le parole scritte, dietro le metafore.
Invece ho davanti, autenticamente, l’autore delle Irregolari.

Qual è la percezione in Italia della questione dei desaparecidos? e il tuo libro ha avuto un qualche peso nella comprensione della gravità del fatto?

In Itaia il libro ha avuto un peso notevole perché ha aperto squarci di memoria che erano stati rimossi. Va detto che a quell’epoca la sinistra aveva fatto un’operazione molto precisa: privilegiare la questione cilena rispetto a quella argentina. Gli esuli argentini non hanno avuto voce. Il libro ha avuto molto peso anche suagli argentini esuli in Italia, perché da quando è uscito il libro continuo a ricevere materiale su nuove storie, su nuovi casi, molti di più di quelli noti. Gente che per anni è stata in silenzio, adesso mi scrive, mi manda materiali vari, anche su casi sconosciuti nel paese di origine. Ho fatto molte presentazioni di questo libro e mi sono reso conto che non c’è memoria dei propri compaesani o parenti emigrati e scomparsi in quelle terre. Fin adesso è un lavoro (ndr quello della memoria) che hanno fatto gli argentini, e ora in qualche regione, come in Sardegna e nelle Marche.

Però bisogna ricordare che tutta l’Italia, da Torino a Napoli e Sicilia, ha desaparecidos. Su questo ci sarebbe la grossa battagia da fare sul fatto che non è vero che non ci sono gli elementi per valutare i casi, il processo di Roma (ndr. al momento dell’intervista si era appena aperto il processo) riguarda solo otto casi e uno solo è di desaparecion. Si vuole far apparire la desaparecion come un fenomeno marginale, gli altri casi sono omicidi. Ci sono tutte le prove è solo una questione di volontà politica. Ho l’impressione che questo processo, e lo dico da anni, voglia arrivare alla condanna di alcuni militari argentini e poi chiudere la questione. Perché? Perché esistono alcune situazioni che non possono essere toccate, che si chiamano: Fiat, Chiesa Cattolica, Ambasciata Italiana.

Sono situazioni che eredita sia un governo di centro-sinistra che di centro-destra?

Certo, riaprire questi casi vuol dire aprire ferite che nessuno vuole ricordare. E anche vero che i familiari in Argentina dicono che a loro va bene così, perché comunque hanno ricevuto un riconoscimento.

Emergono poi nel libro queste diverse posizioni delle associazioni delle madri su come affrontare le ferite rispetto alla desaparecion: chi si accontenta del risarcimento danni, chi invece vuole giustizia.

Ci sono posizioni politiche molto diverse, perché una parte delle madri è rivoluzionaria. L’altra è un pochino più istituzionale. Loro si accontentano di un riconoscimento. Perché oggi in Argentina, come riportava l’articolo su Zero in Condotta (ndr. numero 92), sta succedendo qualcos’altro. Le democrazie occidentali attraverso Pinochet stanno dicendo che il nuovo corso liberista non vuole più dittature. Solo che per anni hanno allevato squadroni della morte, e adesso questi si stanno ricostituendo perché non vogliono cedere. Tra l’altro tra un po’ ci sarà in Bolivia una riunione della vecchia struttura dell’operazione Condor (ndr. voluta dal Pentagono per opporsi all’espanzione dei movimenti rivoluzionari in Sudamerica) che non ha mai smesso di operare.

1215198246700_fÈ un segno di debolezza il fatto che il fantomatico commando Massera abbia insultato con scritte sui muri le madri di Plaza de Mayo, piuttosto che prelevarle, come avrebbero fatto una volta?

Adesso non possono più farlo perché non vogliono rogne dall’estero, le madri sono protette internazionalmente. Mia zia è protetta perché ha il passaporto italiano. Però i gruppi stidenteschi e degli operai che si oppongono, vengono colpiti duramente dalla repressione, vanno in galera. Le madri in qualche modo sono intoccabili, il resto no, la struttura repressiva è rimasta la stessa.

Non è avvenuto come in Italia dopo la caduta del fascismo, una spartizione delle cariche tra i vari partiti?

Sono stati gli uomini della giunta militare che hanno detto Bene, oggi siamo democratici. Infatti il problema è che questi fanno carriera.

È la questione che sollevava le Monde Diplomatique (ed. italiana, pag.22, numero di giugno, articolo “I militari laino-americani vestiti a nuovo da Mariano Aguirre) sulle carriere dei militari come uomini politici all’interno delle nuove democraie sudamericane.

Certamente. Ma non solo. Questa gente si sta arrichendo in maniera impressionante, perché sta vendendo ossa: ricevono parenti di desaparecidos e in cambio di soldi idicano dove può essere sepolto il loro parente ucciso. È qualcosa di incredibile questo commercio ed è un altro fatto che va denunciato.

Riprenderei la questione del Cile. La sinistra italiana si concentrò sul Cile e non sull’Argentina perché non esisteva un referente politico, un partito socialista o comunista argentino?

Esisteva in Argentina ed era anche molto forte, non è stato represso, perché si è inventato questa follia della via democratica della dittatura. Un percorso democratico della dittatura, che è una follia. Leggi i documenti è veramente racapricciante. Ma poverini non era tutta colpa loro, il problema era dell’Unione Sovietica, che aveva bisogno di grano e bistecche. All’ONU l’URSS impediva ogni risoluzione proprio per questi motivi e i partiti comunisti si adeguarono.

Ci fu un abbandono generale del tipo “fate voi” .

Da sinistra questo, da destra il fatto che stavano per la prima volta nel novecento provando un modello repressivo funzionante. E tutti sono stati a guardare. Non ci sono prove ma gli spagnoli, che avevano il problema dell’ETA, mandavano gli ufficiali in Argentina. Ma anche l’Italia è coinvolta. Le nonne stanno cercando 16 bambini, che sono stati portati qui ed adottati, 16 bambini non entrano così per sbaglio.

Parlando più direttamente del libro, com’è nata l’idea di usare la formula del romanzo per raccontare la desaparecion?

Ho usato questa struttura perché mi sono reso conto che erano usciti a livello mondiale una serei di libri che prima di tutto non coglievano la complessità del problema, e poi perché il racconto-reportage ti permette di usare fatti e persone assolutamente liberi da ogni schema. Mi sono mosso su questo terreno quando i sono reso conto, girando per l’Italia per raccontare il sistema repressivo degli anni settanta, non conoscevo assolutamente questi fatti. In quegli anni facevo parte di Lotta Continua e di quello che succedeva in Argentina si diceva: sono peronisti, si sparano tra loro. Invece no, il problema era un altro, stavano sperimentando un sistema repressivo.

Il titolo “Irregolari” mi ha richiamato alla mente la campagna che in Italia si sta facendo della necessita’ di un paese normal, di una normalità della vita, di una sua regolarità. Nella vita bisogna essere irregolari?

Si, è una scelta di vita. Oggi essere irregolari è fondamentale, è un valore che rivendico.

Saluto Massimo Carlotto e mi avvio verso la macchina. Nell’intervista, di cui questa trascrizione è solo un ampio stralcio, ha anche parlato Pio Laghi e le sue complicità con la dittatura militare, i suoi affari legati alla struttura di Madre Teresa di Calcutta, alla candidatura al soglio pontificio, al suo rilancio grazie all’intervento di Maurizio Costanzo. Ma anche l’importanza del Movimento Zapatista nello scenario rivoluzionario sudamericano mondiale. L’importanza di Carlotto come di tutti coloro che documentano e testimoniano la repressione in questo mondo contro il desiderio ultimo di ogni essere vivente di sognare, è incalcolabile. L’Irregolarità è un valore, camminare (e non marciare) contro l’appiatimento umano che viene coltivato da chi detiene i nodi del potere.

Leviathan

di Andrei Zvjagincev.

Film russo del 2014. Russo è importante, perché questo film è più simile a un capolavoro letterario della letteratura classica russa. Un grande affresco sulla società di un popolo che non conosce percorsi diversi da quelli della fatica, del dolore e della sofferenza.

Il film è una critica senza pietà, senza mezze misure, anche se con grande poetica, del malessere politico thumbnail_19881della Russia moderna. Non si parla solo di un sindaco corrotto e del prete locale che avidamente scambia il benessere dei fedeli per l’avidità di soldi e chiese sempre più ricche e prosperose. L’autore confronta chi al potere oggi con chi fu. Il passaggio dalla severa dittatura proletaria dell’URSS alla corrotta democrazia. Qual è la levatura o la personalità dei personaggi politici di oggi rispetto a quelli del passato?

L’autore è impietoso. Quelli odierni non valgono neanche un colpo di fucile.

leviathan2I personaggi del film, interpretati da ottimi attori, sono icone di figure smacchiate, che perdono lucentezza a ogni istante. La vodka consuma il corpo, ma anche l’anima, i rapporti umani e riflette dinamiche che sembravano forti, ma invece sono superficiali, perché la società russa è un insieme di strati sottili consumati di degrado. Ogni russo generazione per generazione è alla merce dei signorotti locali che sono sempre presenti, qualsiasi sia lo Stato e l’ideale che lo guida.

Le leggi, le regole, i ruoli sono frutto di soprusi, di violazioni. Anche l’amore sembra perdere la sua potenza salvifica. Non c’è via di scampo. La società russa indefinita e indeterminata, come un mostro, un leviatano, divora la vita di ogni uomo, lo consuma masticandolo in rituali formali che solo i potenti comandano, ma non comprendono.

Instante dopo istante, tutto si consuma. Anche coloro che sembra siano paladini di una giustizia, vengono sconfitti.

È un film senza risposte, senza domande, solo un cammino senza speranza, dove solo i singoli possono provare a salvare il salvabile, come gli affetti, una parvenza di giustizia, un tentativo di dignità che però prima o poi il Leviatano divora.

Andrea Grilli

Samba

di Éric Toledano, Olivier Nakache, con Charlotte Gainsbourg e Omar Sy.

L’Italia è il paese che per sua posizione geografica è al centro dell’immigrazione verso l’Europa. Eppure un film così non potevamo realizzarlo. Troppo presi dalla drammatizzazione o dagli ideologismi politici.

Omar+Sy+Samba+Premiere+Red+Carpet+2014+Toronto+CaaXAPbSg4plIntanto in Francia esce Samba con un gruppo di attori francesi, ma immigrati o quasi, colonna sonora straordinaria con l’intervento di un signore dal nome Ludovico Einaudi. Solo il gruppo di lavoro è il segno della nuova Europa che sta nascendo dall’immigrazione.

Una Europa sempre arcobalenica.

Samba è un film sull’immigrazione senza retorica e moralismi. Attraverso la storia di una donna, Alice, in crisi, con un esaurimento nervoso che l’ha portata a cambiare o cercare di cambiare il ritmo della vita. Samba è un senegalese che dopo dieci anni di clandestinità cerca di regolarizzare la presenza in Francia, finendo in un centro accoglienza. L’incontro con Alice cambia la vita di entrambi. Non è solo un incontro etnico, ma anche sociale. La donna fa parte della borghesia francese in cerca di affermazione professionale, completamente dissociata da modelli di vita più umani.

Samba è parte del nuovo proletariato, che vive nelle banlieue fuori dal centro di Parigi, fuori dalla vita ufficiale che con zelo la polizia francese difende.

L’incontro poteva essere raccontato in forma arida e solamente utilitaristica, ma gli autori hanno Samba_FilmR439_thumb400x275preferito percorrere una strada più dolce e romantica. I due personaggi si inseguono tra attrazione fisica e timidezza sentimentale che li porta a definire una nuova espressione amorosa un bacio convenzionale o non. Perché in fondo è non convenzionale il modo con cui si fondono i cuori in questa società in cambiamento e soprattutto come possano comunicare mondi così diversi per convenzioni e regole. Nuove linguaggi verbali e fisici necessitano di creatività e di sacrificio, di mescolarsi anche.

Charlotte Gainsbourg rappresenta anche fisicamente la decadenza della società occidentale, manca degli elementi antropologici capaci di generare attrazione, come seni, fianchi. È asciutta, magra, senza curve, per le società ancora in via di sviluppo, manca di femminilità. Samba invece è un maschio fisicamente prestante, potente e sessualmente attivo. Rappresenta l’energia pura e primordiale, le nuove forze che vengono dall’Africa per popolare il nostro continente ormai in declino.

61659920141010022329Samba e Alice sono due curve che si incontrano, una sale e una scende, ma c’è ancora un punto di incontro e quell’incrocio potrebbe essere l’inizio di una nuova Europa. Gli autori suggeriscono che nella gestione caotica, nell’universo di problemi, paure, rischi e dolore che entrambe le parti vivono, c’è la possibilità di una nuova origine.

Ma tutto dipende da noi, noi intesi come essere umani se vogliamo riscrivere una nuova socialità dove probabilmente dovremo scambiarci identità, come Alice indosserà la maglietta di Samba e lui imparerà a cucinare sapori nuovi.

Andrea Grilli

Da Bastardi senza gloria a Django Unchained… fine della poesia

« Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie »
(Theodor W. Adorno, 1949)

Anche se anni dopo Adorno criticherà negativamente questa frase, mi sembra che la stessa sia un ponte, una giuntura tra gli ultimi due film di Quentin Tarantino. Bastardi senza gloria e Django Unchained.

Ricordiamoci brevemente le trame. Nel primo film un commando alleato, arricchito da un soldato tedesco disertore, gira per l’Europa uccidendo nazisti. La missione finale li vede impegnati nell’uccidere tutti i gerarchi compreso lo stesso Hitler. La Germania descritta è quella nazista.

Nel secondo film invece, Django Unchained, un tedesco (lo stesso attore Christoph Waltz recita in entrambi i film il cattivo nel primo, il buono nel secondo) salva Django dalla schiavitù e muore per lui e per la libertà della moglie, Brunilde.

Christoph Waltz ha vinto due Oscar per questi due film ed è il minimo comun denominatore, anzi il nesso tra i due film. Perché?

In Bastardi senza gloria Tarantino racconta una totale degenerazione di un popolo e di una cultura, anzi l’assenza stessa della cultura. Questo elemento è sottolineato dal fatto stesso che la morte di Hitler e dei suoi gerarchi avviene proprio dentro un teatro. Un teatro. Il luogo dove Re e tiranni muoiono colpiti dalla spada della creatività dello scrittore e degli attori. Riccardo III, terribile dittatore dell’omonima opera di Shakespeare, trova la morte sul palcoscenico, così come i gli assassini del padre di Amleto e così via in un universo di anarchia che non perdona tiranni e malfattori della libertà umana.

Il popolo tedesco cancella una storia di letteratura, cultura, filosofia appiattendosi sulle folli elucubrazioni di un piccolo dittatore. Dov’è il popolo tedesco, quello stesso che in Django Unchained combatte per la libertà di due schiavi?

Ascoltiamo King Schultz, video in inglese con sottotitoli in italiano.

Nel seguito King Schultz offre il suo aiuto a Django perché si sente responsabile dopo averlo liberato e perché un tedesco non si potrebbe rifiutare avendo incontrato un Sigfrido.

Dov’è il popolo che può sentire nel cuore una storia così romantica, sognare l’esistenza di un eroe e pensare di averlo trovato nella cruda realtà?

Forse in qualche modo è vero che con l’arrivo del nazismo, di Auschwitz, finisce la poesia. Finisce la poesia tedesca, si spegne quella fiamma che nell’Ottocento aveva espresso una forza senza pochi.

sigfridoTarantino realizza uno specchio con Waltz, carnefice e salvatore. Il vero Sigfrido è lui, ma ormai non ha più l’anima e i sentimenti di un popolo che lo ispirino. Muore col finire dell’Ottocento, muore prima che con la Guerra di Secessione inizi un’era di guerre talmente sanguinose e feroci da cancellare l’idealismo romantico della poesia.

Forse la poesia è già morta quando arriverà il nazismo, è morta nei campi di Gettysburg, nelle trincee della Somme o di Caporetto. Ma è morto anche travisando il significato mitico della leggenda dei Nibelunghi, tanto amata dai nazisti.

Sigfrido non salverà più Brunilde, perché il suo spazio leggendario, culturale e mitologico è occupato dal vuoto totale, dalla insensatezza della ideologia nazi-fascista.

Brunilde è ancora in quel castello, prigioniera di un drago.
Sigfrido vaga cieco per il mito.

Andrea Grilli

Intervista: Simona Vinci

Ho incontrato Simona Vinci nel novembre del 1997, il suo primo romanzo Dei bambini non si sa niente scaldava le pagine letterarie con discussioni più o meno sensate. L’incontro avvenne in un Bar Greco vicino piazza Verdi a Bologna. L’intervista uscì per il settimanale on line www.stradanove.net

Questa intervista viene riproposta con leggere modifiche lì dove la lingua zoppica. Furono toccati due temi, il romanzo appena pubblicato e la letteratura italiana, almeno quella contemporanea del momento. Comunque gli errori sono tutti miei.

Ricordo un certo nervosismo o emozione, ma soprattutto un piacevole incontro.

Andrea Grilli: La storia del romanzo, dei bambini inizia positivamente, c’è una famiglia che lavora, i bambini hanno i loro giochi; poi a un certo punto c’è un baratro progressivo, un incalzare di eventi che porta alla disgrazia. È stata semplicemente una tua scelta all’interno della schema narrativo, oppure anche nella realtà è possibile, secondo te, un processo di questo genere?

simonabnSimona Vinci: Non faccio lo psicologo infantile, ho raccontato una storia che va in un certo modo, come una sorta di scoperta, che poi tutti fanno, dell’erotismo tra bambini. Dopo, quello che succede, è che semplicemente entra lo sguardo degli adulti attraverso queste riviste pornografiche. Quindi, penso che sì, possa accadere, è una direzione possibile. Ho cercato di immaginare cosa possa accadere a un ragazzino, tra i 10 e i 15 anni che passa la giornata metà a scuola, l’altra metà fuori casa. Non tutti i bambini hanno le mamme a casa, hanno il dopo scuola, tanti girano.

AG: Di solito nei mezzi di informazione quando si parla dei bambini e di qualcosa di negativo che gli accade, la famiglia è sempre disastrata…

SV: Non sono disastrate, però sono assenti gli adulti. Li ho resi proprio assenti, perché secondo me c’è un grandissimo divario tra il mondo infantile e degli adolescenti e quello degli adulti. Anche quando non sembra. Perché in realtà poi non si discute delle cose vere in casa, si sta in casa davanti alla televisione, magari si parla, comunque sempre in modo edulcorato. C’è sempre questa visione della infanzia e della adolescenza così un po’ pulitina che non corrisponde a quello che sono.

AG: Quello che mi ha colpito nel romanzo è la mancanza di dialogo  dei figli con i genitori.

SV: Li ho voluti eliminare proprio perché a me interessava raccontare della fatalità dell’esistenza, una metafora, del fatto che le cose accadono e non sai bene perché. Però volevo uno sguardo neutro, nel senso che di uno sguardo che non desse giudizi, ed è lo sguardo di questi ragazzini. Se avessi inserito degli sguardi, delle voci di adulti, avrei dovuto dare giudizi in negativo o in positivo.

AG: L’assenza di giudizio, narrare.

SV: Sì, narrare e basta.

AG: C’è l’assenza dell’adulto che porta al peccato, è un bambino più grande (NB. Mirko) quello che conduce gli altri personaggi a un certo tipo di esperienza.

SV: Anche il personaggio di Mirko, che porta queste riviste pornografiche e inserisce dei giochi sempre più violenti, è in realtà una vittima. A me è stato rimproverato che un ragazzo di quindici anni non va a scegliere come compagni di giochi delle bambine di dieci, questo non è vero, perché lui è un ragazzo ovviamente disturbato, viene detto nel romanzo. Martina lo guarda e si domanda perché. Per lui più che una esperienza di erotismo, è di potere. Non può esercitarlo a scuola, sulla famiglia, sulle ragazze della sua età, ma su quei bambini più piccoli, a cui può far fare quello che vuole. Quindi è un esercizio di potere.

AG: Mi è sembrato che anche l’ambiente geografico descritto nel romanzo, di Budrio, Granarolo, sia importante.

SV: Abito lì. Sono luoghi che amo molto e che trovo molto inquietanti. È strana l’Emilia, c’è deibambininonsisanientequesto passaggio continuo tra città e campagna una dietro l’altra. Per me è molto importante il rapporto con il paesaggio. Ho trovato una grande assonanza tra questo tipo paesaggio, come l’ho descritto, e quello dei narratori dell’america del sud, come Flannery O’Connor, Faulkner. Comunque c’è questa idea della campagna soffocante, dove accadono le cose in modo lento, strano, che non si capiscono molto.

AG: Questo aspetto di Budrio e di altri paesi come hinterland bolognese, si può collegare alla descrizione che fa Carlo Lucarelli nel suo ultimo romanzo, Almost Blue, di Bologna come una metropoli che va da Reggio Emilia alla costa romagnola?

SV: È così. L’Emilia è una cosa strana, per questo dico che in qualche modo rassomiglia all’america: grandi spazi. Questa è una regione caratterizzata dalla mobilità, la gente lavora in una città, però vive in un’altra.

AG: Un’ultima domanda: perché gli adulti non sanno niente dei bambini?

SV: Perché non li guardano. Non li guardano con gli occhi limpidi, guardano con l’idea che hanno dei bambini. Hanno già un’ idea di come i bambini dovrebbero essere, quindi non li vedono.

Andrea Grilli: Con l’antologia Gioventù Cannibale si è generato uno scontro tra coloro che considerano fonte degli scrittori gli autori classici, lo scrittore italiano deve passare per dei passaggi obbligati di fonti letterarie altrimenti non è uno scrittore. I nuovi invece hanno fonti letterarie completamente diverse, come la pubblicità, la musica, i fumetti, un certo tipo di cinema. Anche tu fai parte di questi scrittori?

SV: Faccio parte di una generazione che è cresciuta ascoltando la stessa musica, guardando la stessa TV, anch’io ho una impostazione di questo tipo. Però poi ho fatto studi classici, mi sto laureando in lettere. A me è stato rimproverato, sinceramente mi fa molto ridere, da Luca Canali di non aver letto il Satyricon, se lo avessi letto avrei scritto un altro romanzo. In realtà l’ho letto e lo so tradurre alla perfezione, perché ho fatto un esame su questo. Puoi aver presente la tradizione, ma decidere che la tua scrittura va in un’altra direzione, ma non è vero che non conserva gli echi di tutto quello che hai studiato, che sta dietro di te. A me non pare, mi pare in realtà di avere una scrittura molto classica.

AG:…

SV: Non ho padri, non ho una scrittura che si può dire rassomiglia a questo scrittore o a un altro.

AG: Forse è la cosa migliore, penso per uno scrittore.

SV: Però è più difficile inquadrarti. Non sanno dove metterti. Qualcuno mi ha detto “gergo giovanilistico”, altri che sono “di maniera”, mi sembrano due cose che cozzano. Si vede che non sanno dove mettermi.

AG: Secondo te il fatto che la critica letteraria abbia attaccato altri scrittori precedenti alla tua pubblicazione, vuol dire che non riescono a capire le fonti di ispirazione, non riescono a ricondurre le storie, le immagini a un precedente letterario conosciuto?

simona_vinciSV: Non credo sia solo per questo. Sì, non riescono a capire questa violenza che c’è dentro questa narrativa. Che poi fra l’altro è tutta diversa, perché non si può paragonare Fois ad Ammaniti. Fois è comunque uno scrittore classico, con una  scrittura limpida, Ammaniti è un narratore di storie roboanti. Tutti diversi. Secondo me è il fatto che la letteratura italiana si sta svegliando da due decenni di noia infinita. Perché ci sono stati dei narratori pallosi, minimalisti, pscologici, che hanno raccontato storie di una generazione, che a noi, non ci assomiglia più.

Il barista porta un caffè greco per Simona e un cappuccino per me.

SV: (sorridendo) mi sono persa…

AG: Parlavi dei due decenni di noia della letteratura.

SV: Infatti si sta svegliando e il pubblico risponde bene, perché evidentemente i gusti del pubblico, condizionati probabilmente anche dalla televisione e dal cinema, sono più grossolani. Forse la gente ha voglia di sentire delle storie.

AG: Forse questi scrittori sono in sintonia con i lettori.

SV: sì, perché raccontano delle storie, cosa che negli ultimi vent’anni non è accaduto. Romanzi, anche di scrittori bravissimi, che non ti raccontano nulla, vai nell’ultima pagina e non accade niente. Già la vita è un tedio mortale.

AG: Einaudi quando ha presentato la nuova sede della agenzia Einaudi a Bologna ha parlato molto bene della collana Stile Libero, come ti senti in una collana dove c’è di tutto, da Cooper ad Ammaniti e Albertino?

SV: Mi sento bene, nel senso che ogni romanzo e ogni scrittore hanno una storia a sé. Non credo o non so se rimarrò in Stile Libero. A me fa piacere che questa collana sia facile, che costa poco. Chi entra in libreria e trova un libro di un esordiente che semmai costa 30,000 lire, dice “ma questo qua chi è?”, lo rimette a posto. Invece 13,000 lire anche se non lo conosci, lo compri. E poi una collana innovativa, mette insieme la tradizione di una casa editrice che ha sempre portato il nuovo in Italia.

AG: Quello che poi diceva Einaudi.

SV: È comunque una casa editrice che non si è normalizzata,  continua a esplorare.

AG: L’ultima domanda. Gli scrittori di ultima generazione sono in parte emiliano-romagnoli, oppure di altre regioni che sono passati per questa città e si sono fermati. Questa “città” riesce a stimolare delle immagini, delle storie che poi si vuole scrivere, oppure è qualcosa che qualcuno ha dentro ed è tutto una casualità?

SV: È tutta e due le cose. Da un lato è una casualità, perché io mi sento uno scrittore e mi sarei sentita così da per tutto. Certo che è una zona fertile, a parte la città universitaria. C’è passaggio di teatro, musica, c’è sperimentazione.

AG: Tu sei emiliana?

SV: No, sono milanese. Ma ho molto toscano.

Andrea Grilli

…per andare da casa mia a Bologna mi piace fare la strada che passa per Granarolo. Luoghi familiari, nei quali ho visto girare un sacco di bambini e di adolescenti.

Questo brano fa parte della dedica della giovane autrice, nata nel 1970, di Budrio in provincia di Bologna e leggendo il libro si coglie una capacità di osservazione tale da riuscire a far immaginare la campagna bolognese al lettore anche estraneo all’Emilia.

Il tema del romanzo è molto forte, violenze tra minori, e forte è anche il modo con cui viene trattato. Una lenta progressione di eventi che portano a una fine inevitabile. Non c’è spazio per l’innocenza quando gli adulti, e si può essere adulti anche a giovane età, vogliono giocare con i bambini. Un pugno allo stomaco portato con precisione. Un libro scomodo per molti, che ha già sollevato critiche, ma che in realtà si rivela un buona prova di partenza per una esordiente. Si sa che la difficoltà maggiore per un giovane scrittore è scriverne un secondo che faccio dimenticare il primo.

Nota: ha scritto più di un “secondo libro”… 🙂

Alicia Giménez-Bartlett riceve il Premio Pepe Carvalho 2015

Festival del Noir BCNegra di Barcellona
Giovedì 5 febbraio alle 19,00
nell’ambito del Festival del Noir BCNegra
Cerimonia di premiazione
Barcellona, Saló de Cent de l’Ajuntament, Plaça sant Jaume, 1

Venerdì 6 febbraio alle 18,15

Alicia Giménez-Bartlett incontra i lettori

Intervengono gli editori Outti Makinnen (Finlandia), Anja Ruediger (Germania), Antonio Sellerio (Italia), e l’editor spagnolo Emili Rosales
Modera Paco Camarasa
Barcellona, centro Barts – Av. Parallelo 62,

Alicia Giménez-Bartlett ha vinto il Premio Pepe Carvalho 2015. La giuria, composta da Jordi Canal, Andreu Martín, Rosa Mora, Daniel Vázquez Sallés, Sergi Vila-Sanjuán e Paco Camarasa, ha motivato l’assegnazione riconoscendo alla scrittrice un ruolo fondamentale nella letteratura «per aver rinnovato il romanzo poliziesco spagnolo, arricchendolo con una nuova prospettiva femminile e per aver creato due personaggi – l’ispettrice Petra Delicado e l’inseparabile Fermín Garzón – che sono andati sempre più consolidandosi fino ad incarnare delle  figure classiche del genere poliziesco e a conquistare un pubblico internazionale».

Il Premio Pepe Carvalho, giunto alla decima edizione, è nato per celebrare la memoria di Manuel Vázquez Montalbán ed è un ambito riconoscimento internazionale dedicato al romanzo poliziesco. Alicia Gimènez-Bartlett entra a far parte di una lista di vincitori nella quale figurano importanti autori del giallo e noir quali Andrea Camilleri, che si è aggiudicato il premio lo scorso anno, Maj Sjöwall, Petros Márkaris, Andreu Martín, Ian Rankin, Michael Connelly, P.D. James, Henning Mankell e Francisco González Ledesma.

The adventures of Yaakov & Isaac

di Joe Kubert

Nel 1985 Joe Kubert riceve una visita molto particolare, Rabbino Dr. David Sholom Pape, editor della rivista Moshiac Times, che in quel periodo stava cercando un fumettista ebreo per un incarico particolare. Nella sua ricerca si era imbattuto in Paul Levitz della DC Comics che lo aveva mandato da Kubert.

Così un giorno si presentano dal nostro autore quattro uomini che gli prospettano l’occasione di disegnare storie ispirate dalla tradizione ebraica o dalla Torah secondo un obiettivo chiaramente didattico. Dopo una prima resistenza Kubert accetta, da quel giorno inizia a produrre circa due pagine al mese. Il risultato è un volume The adventures of Yaakov and Isaac, oggi reperibile direttamente su Amazon.com e sono pubblicati dall’editore Mahrwood Press, impegnato nella pubblicazioni di libri illustrati di argomenti religiosi.

51BZG0JF8AL._SY344_BO1,204,203,200_Si tratta di due ragazzi, due giovani ebrei come tanti, che curiosano nelle libreria della scuola rabbinica e leggono diverse storie, in una, intitolata L’importanza della Torah, leggono di Rabbi Chiya, in un’altra storia apprendono l’importanza dei Tefillin. E così via. Ogni storia, in due-tre pagine, Kubert presenta i due giovani in particolari situazioni che sono l’occasione per sottolineare l’importanza di un mitzvah. Il disegno di Kubert è sempre eccellente, ogni inquadratura ci accompagna nella storia, cogliendo gli elementi fondamentali: l’impegno di Yaakov durante la corsa è sottolineato da una serie di immagini che esprimono il modo con cui il ragazzo ha vinto la gara. Ma alla fine del racconto lo stesso Yaakov spiegherà che indossare i Tefillin ogni mattina gli permette di riflettere sul significato della disciplina, che a sua volta lo ha aiutato a essere migliore.

Per ogni storia c’è una introduzione e un finale scritto dove vengono offerte ulteriori riflessioni e spunti per approfondire i valori dell’ebraismo.

Si tratta di un volume veramente strano, ma non è il primo, a combinare illustrazioni ed educazione, basta ricordare le bellissime Haggadah di Mark Podwal e di Emanuele Luzzati; oppure “L’ebraismo per principianti” di Charles Szlakmann che con molto umorismo e anche ironia racconta la storia degli ebrei e i principi dell’ebraismo.

Da quando la madre di Chagall prese per matto il figlio quando gli rivelò la sua attenzione di fare il pittore, l’approccio alla rappresentazione dell’uomo è cambiata a tal punto da pensare che l’illustrazione e i fumetti possano essere un veicolo importante di conoscenza per i giovani. Ma attenzione. Il disegno deve sempre essere realizzato non solo secondo le miglior tecniche, ma anche secondo le migliori sensibilità. Spesso l’approccio didattico può essere pedante. Ecco perché fu un’ottima idea chiedere aiuto a Kubert.

Andrea Grilli

Comics & Science

comicsandscienceNel 2013 Andrea Plazzi e Roberto Natalini esordiscono con un progetto che combina il fumetto e la scienza. Andrea Plazzi è un pilastro del fumetto e della cultura del fumetto in Italia, Roberto Natalini è uno scienziato del CNR. Il progetto è anche supportato da Lucca Comics & Games che arricchisce la sua proposta anche con eventi di alto livello culturale.

La combinazione poteva anche sembrare vicino a un semplice H2O, un bel bicchiere d’acqua e via così. Ma in realtà i due curatori hanno combinato sostanze pericolose che stanno dando frutti interessanti e ricchi di succo.

misterius-speciale-scienza-il-primo-fumetto-m-L-ZolnITNel 2013 combinano un autori di fumetti come Leo Ortolani e un matematico come Cèdric Villani per il primo numero di una serie di volumi, formato comic book, dove si parla di scienza e si combatte la pseudo-scienza, quella delle trasmissioni televisive come Voyager dove viene triturata senza pietà la ricerca scientifica, il pensiero logico, il metodo scientifico e così via.

Comics & Science è una combinazione bizzarra. Fumetto e scienza. Due discipline completamente bistrattate nella Italia di Gentile e D’Annunzio. Eppure ecco un programma editoriale particolarmente curioso e coraggioso. Pubblicare un comic book con un articolo di Villani e una lunga intervista a Ortolani che riesce a parlare di scienza e scherzare, è un valore del prodotto, ma c’è anche il rischio che prevalga più l’attenzione su Ortolani che nel progetto nel suo complesso.

comicsscience-2Forse anche per questo motivo che il secondo comic book, uscito nel 2014, è molto più scientifico senza perdere l’apparente leggerezza del fumetto. Questa volta tocca a Tuono Pettinato cimentarsi sul tema del “tempo”, ma il volume è molto più ricco di contenuti del primo. Abbiamo così interventi di Antonella Del Rosso del CERN, Amedeo Balbi, astrofisico, ma abbiamo anche un resoconto di Mabel Morri della visita fatta da un gruppo di fumettisti guidati da Andrea Plazzi all’Acceleratore del CERN. Non manca un articolo di Lercio.it su Stephen Hawking.

Durante Lucca Comics, lo stand di Comics & Science è stato preso d’assalto. Sicuramente il progetto è acuto e intelligente e sta avendo la giusta risonanza mediatica.

Il futuro ci dirà se la combinazione fumetto/scienza produrrà effetti interessanti. Probabilmente tra due decenni il prossimo Nobel italiano ringraziando del premio citerà questo progetto, ricorderà Andrea Plazzi e sapremo se da una semplice H2O siamo riusciti a ottenere una più efficace C3H5(ONO2)3 che dia quella scossa necessaria per tornare a essere scienziati. Per ridare il giusto valore se non al pensiero logico e razionale, almeno al buon senso, prevalendo sulle manie pseudo-scientifiche che sempre di più si diffondono.

Andrea Grilli

 

Mico è tornato coi baffi

di Massimiliano Scuriatti, Bietti

scuriatti-micoIl titolo di questo romanzo è in qualche modo il riassunto spirituale della storia dei personaggi. Due amici di un paesino della Sicilia che sono costretti a lasciarsi per percorsi di vita diversi. Il narratore è storpio, l’autore non entra mai nei dettagli delle malformazioni, preferisce mostrarci le difficoltà che queste comportano. Mico è l’oggetto principale della narrazione, un super amico che è un riferimento per il narratore.

Mico è partito per la guerra, la Grande Guerra. È partito giovane, nel senso di ancora non uomo, informe nella sua crescita, come informe è il corpo del suo amico rimasto nel paese. Ma Mico affronta una serie di percorsi che lo porteranno a crescere: la guerra, l’amore e i baffi. Già perché i baffi sono un segno di passaggio, una espressione fisica e formale che indica l’ingresso nell’era adulta.

Il narratore invece rimane bloccato, ancorato in un corpo che non gli consente di crescere, di diventare un uomo. Cerca disperatamente di partire, vuole partire, ma quando riesce a staccarsi fisicamente, fallisce emotivamente. Diventare uomini è complesso, richiede anche risorse e forza.

L’amico di Mico ama leggere Pinocchio, un romanzo di formazione, ma che riflette profondamente l’immagine critica che ha di sé.

Intorno ai due amici una Sicilia di inizio Novecento dove superstizioni e cultura popolare si incrociano con una nazione che va alla sua prima guerra, che vede morire i suoi figli senza capirne il motivo.

Un continente isolato e lontano che impone le sue regole, le sue forme, ma che non è in grado di compensare i sacrifici di Mico, Antonino, del nostro narratore.

Massimiliano Scuriatti, siciliano, scritto, drammaturgo e story editor per la televisione, tinge con i colori della lingua massimiliano-scuriattisiciliana questa storia di amicizia e di formazione. Il linguaggio è una serie di pennellate che animano personaggi di un affresco, quell’affresco che ha un solo nome e una sola definizione, la vita.

La vita che racconta l’affetto di una madre morente che vive per un figlio storpio e un figlio che cerca disperatamente e forza contro la sua stessa natura fisica e anche mentale, di alzarsi e camminare verso un nuovo destino. Ma quel destino sembra già scritto da quel giorno è il nostro narratore è nato. Mico e Antonino sono due di quei tanti giovani che subirono gli effetti devastanti di una guerra devastante.

Qui in paese di tabbùti (cassa da morto, bara) di compaesani ne arrivano sempre meno, ormai sono quasi tutti morti.

Un piccolo romanzo che dona grandi emozioni, un linguaggio chiaro e ricco.

Andrea Grilli

American Sniper

di Clint Eastwood

L’ultimo film di Clint Eastwood è e sarà sicuramente tra i film più discussi e controversi del regista statunitense. È un errore valutare il film sulla base delle posizioni politiche, notoriamente repubblicane, perché American Sniper è un film strano, non è contro la guerra, ma neanche a favore.

Ricorda alcuni film sulla II guerra mondiale spesso fraintesi come guerrafondai, ma in realtà girati per raccontare quello che era stato.

split-cooper9fAmerican Sniper è la storia del miglior cecchino dell’esercito statunitense, film tratto dalla biografia dello stesso soldato, scritta prima di morire ucciso in un poligono di tiro da un altro veterano. Bisogna capire bene il ruolo di un cecchino per comprendere i motivi per i quali Chris Kyle diventò molto famoso tra i soldati, considerato “la leggenda” e definito invece dagli insorti iracheni Il diavolo di Ramadi con una taglia di 180.000 dollari.

I soldati americani avanzavano casa per casa senza avere una visuale a lunga distanza che li proteggesse da attacchi a sorpresa. Chirs Kyle da una postazione elevata, coprendo anche distanze di 1 km, uccideva insorti, comprese donne e bambini, che cercavano di uccidere quei soldati.

american-snEcco perché ogni soldato che non moriva ucciso da una granata, da una autobomba, da un lancia razzi, lo considerava una leggenda. Possiamo ovviamente disquisire sui motivi dell’invasione irachena, ma sicuramente il film non vuole esaltare l’invasione o la guerra nel suo genere. Certo il personaggio parli di selvaggi per intendere gli iracheni, ma, senza volerlo scusare, è probabilmente il termine con cui gli americani cercarono di relazionarsi con un mondo che non comprendevano e non comprendono ancora nella sua complessità.

Clint Eastwood ha compiuto un piccolo miracolo, riuscendo a descrivere la guerra dal punto di vista di un soldato che era lì convinto di dover difendere il suo Paese e la famiglia. I fatti raccontati, i commenti sono sempre in relazione a motivazione di carattere personale, il confronto è sempre fatto sulla base delle relazioni tra i personaggi, marito-moglie, commilitoni.

Nel film si parla poco, ma si parla senza offendere, si parla della vita di Chris Kyle… semplicemente. La storia di un uomo che si è arruolato per difendere la propria comunità, ha combattuto ed è tornato con un Disturbo post traumatico da stress, lo ha sconfitto ed è tornato a essere l’uomo di cui la moglie si era innamorata. Un uomo non certamente nella media.

AMERICAN SNIPER MOVIl film di Clint Eastwood rende omaggio a questo personaggio, lo ricorda e aiuta l’america a ricordare i suoi figli migliori, chi ha rischiato non solo la vita, ma anche la sua stessa famiglia per un senso particolare di dover proteggere il prossimo. Indipendentemente dalla storia e dal personaggio che può non piacerci, questo film è un capolavoro. Fotografia chiara, che non lascia nulla alla finzione, senza rinunciare alla bellezza dell’arte cinematografica.

Clint Eastwood inquadra sempre frontalmente gli attori, non ci sono dubbi che in persona ognuno di loro abbia vissuto quella storia, la centralità del personaggio rinforza l’elemento narrativo, sottolinea la potenza biografica del film.

A questo si associa un montaggio alternato tra guerra e vita famigliare che rompe costantemente la routine narrativa, non c’è pace per lo spettatore, la sua mente deve reggere velocità narrative diverse, ritmi incalzanti e pacifici. Eastwood è un maestro d’orchestra impietoso, passa dal lento all’allegretto con la padronanza di un grande compositore.

Il finale dove non si mostra l’omicidio di Kyle è un sipario che si chiude senza mostrare i fatti. Taya chiudendo la porta di casa, segna la fine della finzione cinematografica, le ultime scene sono video reali del funerale di Chris Kyle.

American Sniper è un assoluto capolavoro, un racconto caldo e sincero della storia di un uomo e di un soldato.