China Doll

di David Mamet, regia di Pam MacKinnon, con Al Pacino è Mickey Ross, Christopher Denham è Carson, scene di Derek McLane, luci di Russell H. Champa e costumi di Jess Goldstein

Christopher DenhamIl momento tanto atteso è arrivato, di nuovo insieme una coppia ormai rodata dello spettacolo statunitense: Al Pacino e David Mamet. Questa volta in uno spettacolo con due attori in scena, con Al Pacino il promettente Christopher Denham affermatosi con il film Argo di Ben Affleck.

David Mamet costruisce una storia che mescola comicità quasi surreale con il cinismo del personaggio, Ross multimilionario quasi a riposo e la subdola presenza di un assistente che vuole imparare troppo in fretta. Il meccanismo non è nuovo, ma Mamet è sempre in sintonia con il suo stile, quello che nel mondo del teatro statunitense chiamano il Mamet speak, uno stile che esalta alcune parole per stimolare il pubblico creando tensione e stati emotivi diversi. Mamet si considera un erede di Harold Pinter e non si può negare che con il drammaturgo britannico condivide l’attenzione per la forza delle parole e gli effetti che genera nel pubblico.

Al Pacino ha dichiarato:

For me over the years the relationship and the collaboration with David Mamet has been one of the richest and most rewarding. We’ve done four projects together and the opportunity to create a new character in the David Mamet canon was an opportunity I couldn’t pass up.

Il personaggio questa volta è un cinico uomo d’affari in pensione che dispensa insegnamenti all’assistente in attesa di risolvere uno stupido, all’apparenza, incidente che impedisce alla giovane fidanzata di raggiungerlo. Ma la storia non è così semplice e il nostro Ross non fa i conti con tutti i personaggi presenti o non che lo circondano.

China DollAl Pacino è grande nel cambiare ritmo, nel definire gesti precisi che descrivono il personaggio oltre le
semplici parole. Sappiamo quando è nervoso, balbetta; quando usa la forza e l’autorità per guidare il discorso, si tira sù il cavallo dei pantaloni; piega la schiena quando subisce sorprese e stupore come se indicasse il peso del colpo che riceve.

Simmetrico nel gesticolare, le braccia spesso aperte quasi ad abbracciare un universo che solo Ross può controllare dall’alto della sua potenza economica. O crede di poter controllare tra un telefono e l’altro. La metafora dell’uomo moderno “always connected” cela però l’impossibilità di avere un quadro completo, ma soprattutto diretto del mondo conoscibile. Come un video game Ross gioca uno scenario di cui non conosce tutte le regole.

Chiusi in una stanza di un albergo di lusso non si può seguire e comprendere il mondo nella sua interezza. Oppure l’esperienza consente di ribaltare le situazioni più disparate?
Il finale rimane aperto.

Andrea Grilli

Woman in gold

Regia di Simon Curtis con Helen Mirren, Ryan Rodney Reynolds e Daniel Brühl.

Sono belli quei film che raccontano il coraggio di chi ha subito profonde ingiustizie e combatte per avere giustizia. Nel caso della Shoà, non sono mai troppi i film che si occupano di condannare, denunciare e trionfare sul nazismo e sui risvolti ancora presenti nelle società tedesche e austriache.

Maria AltmanLa storia di Maria Altman e la sua battaglia per recuperare un quadro di famiglia, anche un capolavoro dell’arte moderna come un ritratto realizzato da Klimt, è una battaglia contro i furti e i crimini dei nazisti, ma è anche  Il film è qualcosa di più di una denuncia, ma la narrazione di una lotta per affermare la propria identità contro chi nega a ogni uomo di essere se stesso sulla base della propria cultura.

Il quadro di Klimt è definito la Mona Lisa dell’Austria, ma l’Austria si era dimenticata che aveva rubato il quadro, ingannato dopo la guerra gli eredi e proseguiva nel percorso segnato dai nazisti rubando agli ebrei. Nel 1996 Maria Altman e il suo avvocato, nipote del compositore Schoenberg, vengono trattati non tanto meglio di come i nazisti trattarono gli ebrei, con lo stesso sentimento di disprezzo e alterigia. Il rifiuto a riconoscere i diritti sui quadri di Klimt, senza alcuna pentimento, senza alcun segno di cambiare veramente rispetto al passato, è il segno, semmai ce ne fosse stato bisogno, del fatto che il nazismo fu voluto dagli austriaci e che il pentimento semmai sarà dei nipoti dei nipoti. Forse.

Maria Altman lo dice chiaramente durante il film. Gli austriaci lanciavano petali di fiori mentre Hitler entrava a Vienna.

Hellen Mirren interpreta Maria AltmanIl film è costruito secondo due piani narrativi, quello contemporaneo e quello storico. Nel primo un giovane avvocato ebreo riscopre la sua identità attraverso il contenzioso per recuperare il Ritratto di Adele Bloch-Bauer, nello stesso tempo una donna cerca di trovare una soluzione al passato e alle scelte che ha dovuto compiere per salvarsi. Questo tema è uno degli elementi più drammatici dei sopravvissuti alla Shoà, che quasi sempre si sentono in colpa per non essere morti al posto di un parente, un amico o un semplice conoscente. Questa è una delle ferite psicologiche più profonde che hanno lasciato i nazisti. Ma sarà proprio questa ferita a consentire a Maria Altman di combattere per avere giustizia e cercare di trovare un punto d’incontro tra presente e passato.

Maria Altman nel film giovane sposa fugge dai nazisti.Quello storico ricostruisce i crimini nazisti, cioè della società austriaca che con grande entusiasmo e senza freni aderì al nazismo. Senza mezze parole gli autori ripercorrono il dramma di un popolo che aveva lavorato duramente per avere una vita integrata in una società che pensavano fosse colta e civile e che invece si rivelò popolata di bestie dai bambini agli adulti. Nella società austriaca, ma anche quella tedesca, si coltivavano le più bestiali disumanità. Il nazismo le aiutò solo ad uscire ed esprimersi.

Il film senza mezzi termini racconta questa barbarie, non salva nessuno. Neanche l’Austria moderna riesce a prendere un percorso diverso. Quando potrebbe l’unica decisione che può prendere e proseguire nel rubare ciò che era degli ebrei. Perché in fondo in fondo sono sempre ebrei. Non illudiamoci.

Un film bellissimo, attori straordinari, una storia assoluta sulla vita, la memoria, la giustizia e l’identità.

Per la precisione: il quadro è a New York, l’Austria ha perso, i nazisti hanno perso. La signora Maria Altman ha avuto giustizia.

Andrea Grilli

Via dalla pazza folla

di Thomas Vinterberg

Cosa vuol dire amare? Quando si incontra l’uomo giusto o quando si capisce di averlo incrociato nella vita?

Via dalla pazza follaNon sono domande facili. L’amore è spesso fonte di tristezza, dolore, scelte sbagliate, avventate. Certamente questo è l’amore giovanile, inesperto, che spesso si fa travolgere dalla passione travolgente e incontrollabile.

Bathsheba Everdine, interpretata da una splendida Carey Mulligan, è una giovane orfana, poco esperta della vita, molto determinata, ma solitaria. Dall’apparenza forte, ma come tutti i forti, poco capaci di essere flessibili, è debole di fronte al richiamo di Cupido.

Nella sua vita incontrerà tre uomini che in qualche modo rappresentano tre aspetti diversi dei ruoli che può giocare il maschio con una donna:

  • figura paterna, protettiva, talmente avvolgente da isolare dal mondo e dalla vita
  • il ribelle che porta tribolazioni e pericolo, brividi lungo la schiena
  • l’uomo che ama senza chiedere, donando e soprattutto capendo l’anima della donna che ama

Potremmo pensare che l’ultimo sia la scelta naturale di Bathsheba, ma il fascino della divisa, dei brividi lungo la schiena riducono fortemente le capacità di comprendere i propri sentimenti, come le intenzioni dei corteggiatori. Anche la prima figura è un estremo, opposto del ribelle, ma sempre un’altra opposta figura. Il padre infatti rappresenta la prudenza, l’immobilismo totale con associata la protezione dal mondo esterno.

Via dalla pazza follaIl padre vorrebbe isolare il suo gioiello, mentre il ribelle vorrebbe gettarla nella folla senza controllo. Nella folla pazza dove, in realtà, non c’è alcun attenzione ai sentimenti e ai desideri veri, sinceri, propri di una persona. Anzi entrambi presi dal loro punto di vista, perdono ogni minima attenzione a quello che dovrebbe l’obiettivo dell’amore.

Alla fine solo Gabriel Oak, interpretato da Matthias Schoenaerts, sempre affianco Bathsheba fin dal primo minuto del film, fin dal primo istante in cui lei ha avuto bisogno, sempre pronto a donare, sempre pronto a capire il cuore di quella donna, ecco solo Gabriel Oak ama Bathsheba. La ama veramente. Fino al punto di attendere, rinunciare, ma anche saper essere fermo e deciso nel darle quei consigli che nascono solo dal cuore.

Carey Mulligan, Via dalla pazza follaUna storia d’amore, forse lineare nella sua trama, ma quando si parla di amore, di passione, solo l’argomento fa saltare i nostri cuori, palpitare l’emozioni. Supportato tutto da una fotografia calda, naturale orientata ai colori naturali della campagna, come il verde, il bianco delle pecore, il giallo del grano.

Ma soprattutto con tutti i cliché dei film d’amore, inseguimento finale compreso. E, oggi, con tutti questi film di “super”, di eroi vari, alieni e quant’altro, una semplice sincera e classica storia d’amore era necessaria.

Andrea Grilli

La minaccia degli Esmeraldiani

La minaccia degli EsmeraldianiGli anni Ottanta sono stati estremamente stimolanti per la fantascienza. Gli autori americani si lanciarono in diverse interpretazioni e visioni della Realtà futura che le tecnologie suggerivano. La collana Urania, nel 1983 a cura della tragica coppia Fruttero e Lucentini, proponeva nel numero 956 un romanzo breve di Ron Goulart dal titolo originale Brinkman e tradotta nel più commerciale La minaccia degli Esmeraldiani con copertina di Karel Thole, molto suggestiva ma senza alcun collegamento con l’opera di Goulart.

La traduzione, per fortuna, era di Vittorio Curtoni.

La storia è abbastanza surreale e sarcastica con mille battute e ironie sulla qualità del cibo fastfood, sul mondo dell’informazione, future inclinazioni della politica cinese e si cita anche un elettrolibro, anticipando il buon e-book.

Il tema centrale, molto attuale e diffuso nelle trame del cinema e dei romanzi, è la riprogrammazione della memoria. Anche Philip K. Dick in quegli anni scrive sul tema con il racconto Ricordiamo per voi.

Ron GoulartRon Goulart non riesce però a essere così impattante e profondo come Philip K. Dick, anzi riesce a elaborare un racconto poco credibile e superficiale, tra trama semplice e immediata con personaggi più simili a macchiette che realmente ben costruiti.

Ma tutta la struttura del racconto è costruita in questo modo, c’è l’intenzione dell’autore di giocare con il futuro, ma in stile anni Ottanta. Oggi il romanzo ha poco da dirci, se non come storia della fantascienza.

Taking the FifthA seguire un racconto di Hayford Peirce dal titolo 5° Emendamento, titolo originale Taking the Fifth uscito su Analog nel 1983, terribilmente reale e attuale. Come la polizia costruisce un piano per avere la maggioranza nel parlamento statunitense e modificare la costituzione. Ogni riga del racconto sembra scritta oggi. I temi della giustizia, della ricerca delle prove e la consegna alla giustizia dei criminali è un tema attuale, trattato benissimo nella serie televisiva Law & Order.

Questo racconto vale l’acquisto nelle librerie dell’usato di questo libretto di Urania.

Andrea Grilli

Full Color

Mostra di Franco Fontana.

Roland Barthes nel suo capolavoro La camera chiara ricorda che la fotografia rappresenta il passato, una rappresentazione di ciò che non è più.

Puglia, Franco FontanaLe foto di Franco Fontana superano la semplice rappresentazione, perché mostrano un elemento che è sempre stato poco amato dalla fotografia artistica. Si sa il Bianco & Nero è sempre stato lo stile del “fotografo bravo”, come se tutti fossero in grado di fotografare a colori. Franco Fontana è un grande fotografo, tra i più apprezzati degli artisti italiani, ma a colori. Le sue foto non rappresentano qualcosa che è stato, ma come era colorato, come nella realtà lo spettro dei colori veniva colto dalla nostra mente.

Fontana sa bene che il nostro cervello è grande strumento di analisi e sintesi. Fotografando l’autore cerca di darci o meglio di cogliere quali siano i colori che raccontano ciò che era, ciò che esisteva.

Le foto sono strettamente collegare ai luoghi fotografati, il giallo della Puglia non è il giallo di New York. Il primo è solare, luminoso, il secondo è scuro, consumato dall’inquinamento, dalle gomme dei pneumatici.

La stessa New York è città non solo per i suoi palazzi di Manhattan, ma perché i colori di persone e cose si confondano, tutti parte di un unico progetto esistenziale.

Franco FontanaI colori identificano linee che disegnano una realtà geometrica, ma non astratta. Emotiva, il punctum di Barthes, ma anche lo studium. Quali domande razionali, puntuali possiamo fare all’autore e a noi stessi quando i nostri occhi sono invasi dalle geometriche rappresentazioni del passato?

La mostra di Pescara, presso il Museo d’Arte Moderna Vittorio Colonna, ricorda al visitatore che la realtà è colore acceso, puro. Pura passione che esalta i nostri sensi. E proprio perché è rappresentazione del passato, necessita di un elemento fortemente eccitatorio. Il colore appunto, colto nella sua essenza, nel suo picco di intensità.

Andrea Grilli

Promossa da: COMUNE DI PESCARA
Organizzazione: CIVITA CULTURA
Con: ABRUZZO INTRAPRENDERE

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Il Prete

di Thomas M. Disch

Questo secondo titolo della collana Dark della Fanucci propone un romanzo dalle forti tinte storico mistiche. L’autore è una solida presenza della letteratura di genere statunitense, si tratta di Thomas M. Disch. Noto in Italia soprattutto per i suoi romanzi di fantascienza, è anche autore teatrale e narratore fantasy e gotico.

Il PreteDagli inizi degli anni Novanta si occupa di tematiche legate alla cultura cattolica. Con Il Prete ha realizzato un affresco ampio e completo sul suo pensiero riguardo ai dettami della Chiesa e al modo di comportarsi del clero. La posizione di Disch si potrebbe dire, come spiega anche lo scrittore di fantascienza italiano Valerio Evangelisti nella postfazione al libro, che Il Prete è un libro anticattolico. Non sono solo i preti, la gerarchia ecclesiastica ad apparire come corrotti, peccaminosi e contraddittori nel suo rapporto con i dettami della Fede. Ma anche il Cattolicesimo appare come una religione al di fuori dello stato della realtà. Nell’impossibilità di comprendere dove e come la società statunitense stiano andando.

Ma non possiamo neanche ridurre tutto il lavoro di Disch a una mera operazione anticattolica.

L’autore di Campo Archimede e 334 è un esperto e abile fabbro di parole e intessitore di trame complesse e di non immediata comprensione.

Il meccanismo a cui da vita sembra procedere verso una strada che potrebbe anche sembrarci poco interessante. Forse troppo spesso il ferro viene battuto sullo stesso punto. Forse potremmo anche sorridere rispetto a certe descrizioni del Medioevo europeo.

Ma tutte le convinzioni che via via si sono formate dentro di noi, vengono smontate, anzi sgretolate proprio quando ormai potremmo aver accettato le incredibile magie che ci sono state descritte. La sospensione delle pur minime regole del credibile che il lettore è disposto ad accettare pur di arrivare alla fine, viene stravolta da Disch. Non viene rispettato il patto e gliene siamo grati.

Thomas M. DischDisch ci ha ingannato. Abbiamo vissuto la stessa follia di uno dei personaggi credendo che fosse tutto possibile. Ma alla fine cos’è vero e cosa è il prodotto della nostra mente malata?

Echeggiano ancora nella scrittura di Disch gli insegnamenti del grande Philip Dick.

Di cosa parla Il Prete? Di preti, di uomini che devono rispettare dettami che contrastano con le loro pulsioni sessuali, con le loro ambizioni di vita. Ma racconta anche l’orrore di chi persegue questi dettami senza nessun approccio critico, senza nessuna distinzione tra il possibile e l’impossibile.

Tra il reale e un altro reale. L’importante è crederci.

Andrea Grilli

Fuck me mon amour

di Grazia Verasani

Fuck me mon amour è il nuovo (si intende il 2001 quando fu scritto l’articolo) romanzo di Grazia Verasani. I lettori di Zero in condotta già la conoscono per le sue incursioni sul giornale e molto probabilmente i più attenti musicofoli della città bolognese per i suoi passati musicistici e musicali. Altri invece la conosceranno per il suo precedente lavoro, L’amore è un bar sempre aperto, anch’esso edito da Fernandel, che dire bello e profondo è riduttivo. Da questafrase avrete capito che anche questa recensione non sarà certamente una tiratina d’orecchie all’autrice per il solo fatto di aver dedicato un altro lavoro all’amore.

libri-cover-fuck_me_mon_amour-234x363Scusate che cosa c’è di più bello dell’amore? Più avventuroso? Più emozionante? dell’amore? Direi proprio nulla.

Allora se decidiamoci di scrivere qualcosa dobbiamo partire dal titolo, direi che siamo obbligati, è troppo succoso. “Fuck me” e “mon amour” sono due espressioni che in amore si usano ampiamente. Ma separatamente. Sembrerebbero cozzare l’una con l’altra, soprattutto se abbiamo quella visione romantico/istica delle relazioni amorose. E poi due lingue così nemiche che alla fine vanno per incontrarsi, per accarezzarsi mentre pronunciamo fuck me mon amour.

L’inglese è una lingua così diretta, decisa, poco adatta a soffermarsi sul piacere lento, appassionato, goduto. Infatti “fuck me” se lo pronunciate con il giusto ritmo è rapido, non indolore, e zac… poche dolcezze, un po’ come il nostro fottimi. Invece che dire di un “mon amour”? Già le emme rallentano il nostro pensiero, accarezzano il nostro cuore, ci fanno sussultare. E poi amour, amore in francese, è tutta un’altra cosa. Non ricordare il “Cyrano de Bergerac”?

Che cos’è un bacio se non un apostrofo rosa tra le parole t’amo?

Ma dire T’amo non è facile. Ci si può frequentare per mesi senza avere il coraggio di rivelare i propri sentimenti, o meglio il coraggio di essere sinceri con se stessi.

La nostra Gabri, scrittrice, decide di mettersi al lavoro sul secondo libro dopo essere stata lasciata da un tipo che la tradiva alla grande. Vienna Ravenna è il personaggio del romanzo. Emilio è un suo amico intimo, ma non fin dove pensate (ndr. leggete il periodo precedente sul coraggio). E poi ci sono altri personaggi, tipo donne che hanno vissuto l’amore in modi diversi, ma sempre da donne.

E già perché Grazia non ha perso due cose scrivendo questo libro: lo stile e la sensibilità femminile che caratterizza le sue storie.

Perché mettersi nei panni di chissà chi, quando sei già tu un personaggio da raccontare? Grazia non fa altro che capovolgere la frase di Samuel Jackson nel film  Pulp Fiction quando recita: “Go into the character” (entriamo nel personaggio). Lei entra in se stessa e ci svela un grande cuore. Una grande sensibilità e noi non possiamo che farci innondare. Anche perché è bello.

I sentimenti, le emozioni, anche le più dolorose, sono sempre meglio della aridità, del rimanere chiusi nel proprio orticello. Gabri cerca di analizzare la sua storia finita, di sollevarsi e riprendere a vivere; ma troppo presa dal suo dolore non si accorge che avrebbe l’Amore accanto… e quando lo vedrà sarà troppo tardi, ma tardi per cosa non si sa. Gabri come molte persone vede ostacoli che non esistono (l’età, esperienze negative, lontananza… e il bestiario potrebbe proseguire).

L’ultimo dialogo tra lei ed Emilio rappresenta le forche caudine dove siamo passati tutti.

“Sei strana”, sta dicendo (ndr. Emilio). “Ti sei innamorata di qualcuno?”.
Ecco la mia grande occasione.
“No”, rispondo.
Ultima chance.
“Sei sicura?”
Sventolo la ricevuta alla cassa come se fosse un ventaglio.
“Gabri, sei sicura?”
“Sicurissima”

Sicurissima de che?
E dillo.

“Sì, mi sono innamorata. Ti amo. E allora che fai? Mi mandi a fanculo? No, non mi ami. E allora. Ma va a farti fottere!”

Ops. Quel fottere mi ricorda quel fuck me del titolo.
Chissà se c’entra qualcosa. Ma. Comunque parafrasando quel gigante della regia che è Baz Luhrman, non possiamo che concludere dicendovi che questa è una storia di Verità (dolore),
di Bellezza (Gabri),
di Libertà (lo scrivere)…
ma soprattutto
di AMORE

Andrea Grilli

The Odd Couple

Eli Valley è l’autore di The Great Jewish Cities of Central and Eastern Europe: A Travel Guide and Resource Book to Prague, Warsaw, Cracow, and Budapest pubblicato nel 1999, un libro molto apprezzato dai viaggiatori statunitensi nei loro viaggi per riscoprire le città dell’Est Europa.

Ma Eli Valley si è ritagliato anche un ruolo di eccellente cartonista sulla versione on line del settimanale ebraico Forward (http://forward.com) con una serie di tavole graficamente ispirate all’underground statunitense di James Burns o Robert Crumb con un taglio drasticamente ironico o umoralmente sadico sugli ebrei e l’ebraismo. Valley incarna quell’umorismo critico che obbliga, a tratti “con colpi bassi”, a confrontasi con la propria identità. Pregi e difetti.

The Odd CoupleNella tavola The Odd Couple troviamo due modelli estremi di identità: da una parte Avi Klopnik, un ortodosso israeliano, dall’altra Brian Greenstein, un giovane statunitense totalmente ignorante delle sue origini. Il nostro giovane ragazzo arriva in Israele dove impatta con il fanatismo di Klopnik, il loro dialogo è tra sordi. Mentre l’ortodosso parla in ebraico, il giovane non lo capisce e solo perché sente parlare in ebraico entra in uno stato emotivo ascetico, dove una serie di emozioni lo spingono a rimanere in Israele ed aderire all’ortodossia senza aver capito una parola del proprio interlocutore. Il buon Klopnik intanto esprime una serie di concetti tutti intransigenti ed oltranzisti: contro i valori liberali, contro il governo israeliano, contro gli arabi, contro i progressisti, etc… Ma Brian è preso da una tempesta emotiva che gli impedisce di chiedersi: cosa sta dicendo Avi?

Eli Valley disegna spesso personaggi che ascoltano poco, che fanno piani assurdi e che esprimono concetti così folli da sopravvivere dal giudizio critico, perché alla fine questo non esiste più. Sono personaggi disegnati in toni sopra le righe. Alla fine Brian e Avi rappresentano i due estremi di una identità che nel momento in cui prende alloggio nella casa di un pensiero e si ferma, diventa sorda, incapace di ascoltare, di porre quelle domande, quel processo di antitesi costante di cui parla spesso Joann Sfar.

Eli non denigra od offende le figure sociali che rappresentano i suoi personaggi, si limita ad estremizzarle per far emergere i difetti. In fondo con l’ironia smonta le certezze per mostrare quanto sfugge al nostro pensiero. I vari Klopnik e Greenstein stiano in campana…

Andrea Grilli

Notte eterna e The Strain

di Guillermo Del Toro e Chuck Hogan

Tema classico come quello dei vampiri. Un tema che ha offerto negli anni diverse gestazioni e soluzioni diverse sulle origini e sul modo per eliminarli. Dal Dracula di Bram Stoker, versione romantica ottocentesca del Male, alle versioni supereroistiche alla Blade della Marvel Comics, di idee ne sono passate tante sotto i ponti. Anche il buon Wes Craven, come produttore, cercò di inserire nuovi elementi al mito del vampiro attribuendogli l’identità di Giuda Iscariota.

Vlad TepesIl tema è sempre biblico o cristiano. C’è sempre qualcuno che fa una scelta “malefica” per diversi motivi e si ritrova a portare, piacevolmente o no, la maledizione del sangue. Nell’ultimo Dracula Untold, decisamente brutto come film, scopriamo un Vlad Tepes intento a salvare la famiglia, la terra su cui regna e un generico intento anti-islamico sugli Ottomani. Un film che cavalca la paranoia di questi anni.

D’altra parte la letteratura di genere cavalca le paranoie.

Qualche tentativo di produrre vampiri con origini scientifiche c’è stato e non senza ragguardevoli risultati. Non possiamo dimenticare la trilogia (il quarto film lo lasciamo bruciare nelle cantine) Underworld dove l’origine di vampiri e licantropi è attribuita alla progenie di un uomo, Alexander Corvinus. Idea interessante, ben girata e divertente.

Si parla di film perché il tema dei vampiri ha ben mescolato media diversi, tra cinema e letteratura. Molti gli adattamenti da romanzi, molti film e anche serie televisive.

Ovviamente la serie Twilight la possiamo scartare, si tratta di un prodotto per adolescenti il cui mercato di intrattenimento nel caso specifico è più simile a Top Gun degli anni Ottanta.

Insomma che il vampiro sia figlio di un uomo, Giuda, trasformato per un patto con il Diavolo, collegato a antichi demoni mesopotamici o precolombiani (vedi Dal Tramonto all’Alba), comunque piace.

Non stupisce allora che un Guillermo Del Toro si sia lanciato nell’avventura di scrivere prima una trilogia, insieme allo scrittore Chuck Hogan, e poi lavorare sulla serie televisiva, The Strain.

Notte EternaNotte eterna è il terzo volume della trilogia Nocturna. Un libro che si può leggere indipendentemente dai primi due per la completezza dei riferimenti sia mitici che narrativi. Il lettore comprende perfettamente cosa è successo.

Un romanzo senza picchi narrativi, ben scritto, con molte scene d’azione e personaggi sempre uguali a se stessi, come tali devono essere i personaggi di “genere”. Finale un po’ tirato e qualche balbettio nella coerenza fantastica che dovrebbe convincere il lettore “a crederci”.

Ma se cercate un buon libro da leggere senza troppi pensieri o siete incalliti amanti dei succhiasangue, allora non può mancare. Rinunciando però alla sorpresa sul finale della serie televisiva The Strain.

Andrea Grilli

Ant-Man

ovvero la Creazione è più articolata e ricca di quanto si possa immaginare.

Ultimo film della Fase Due del Marvel Cinematic Studios, è un simpatico e divertente gioco narrativo ben costruito. Sceneggiatura solida, chiara senza troppe sorprese, che richiama schemi vincenti già utilizzati sia nei fumetti che in altri film della serie Marvel.

Ant-ManTutto è sotto controllo, i buoni come i cattivi sono ben organizzati. Presenti tutti: Hydra, Avengers, The Shield. Manca Thanos, ma non si può avere tutto. E poi Ant-Man è troppo piccolo per competere con un semi-dio.

Ci sarebbe poco da dire. Il film non è un capolavoro, è un ottimo prodotto di intrattenimento da non perdere.

Un tema però è molto interessante, il rapporto di Ant-Man con le formiche che a sua volta apre uno dei temi più interessanti del mondo supereroistico, Marvel e non.

Ant-Man è un supereroe, come tutti è strettamente collegato alla fantascienza e alla scienza. Cioè senza la molecola Pym non sarebbe possibile ridursi a quelle dimensioni, così come non si potrebbe immaginare una storia di questo tipo.

Il personaggio è figlio degli anni Sessanta, della guerra atomica e fredda, della scienza che esplodeva in tutta la sua potenza, anche distruttiva. Anche Pym risponde alle regole ebraiche dei supereroi: Curare il mondo e assumersi responsabilità proporzionate ai superpoteri che si possiedono (come è indifferente). Ma questa volta siamo di fronte a una potenza superiore. Pym può creare un ponte tra l’Uomo e la Creazione. Le formiche sono l’alleato, ma solo se la conoscenza con loro è tale da creare un rapporto costruttivo, simbiotico, utile alla Creazione.

Ant-Man con Gordon PymEcco perché Ant-Man è qualcosa di più. Ecco perché Ant-Man può diventare un personaggio attuale, contemporaneo più di qualunque altro. Attuale nel 2015, nell’anno in cui gli USA affermano che è ora di lanciare un piano energico innovativo, sostenibile che consenta di salvare il Creato.

Se poi Thanos o Galactus vorranno farci una visita, troveranno pane per i loro denti.

Andrea Grilli