Bad Blood

Bad Blood è una serie TV prodotta in Canada con Kim Coates nella parte di Declan Gardiner e Anthony Lapaglia nella parte del famoso mafioso italo-canadese Vito Rizzuto. A questi personaggi/attori si aggiunge Paul Sorvino nella  parte di Nicola Rizzuto, per la prima stagione, e Louis Ferreira nella seconda.

Anche se si tratta di una serie tv, le due stagioni sono decisamente diverse sia per originalità della storia che per le dinamiche dei personaggi.

Bad BloodLa prima stagione è di fatto la storia romanzata degli ultimi anni del boss mafioso Vito Rizzuto che per diversi anni convinse tutta la criminalità di Montreal a lavorare unità con un unico obiettivo: fare tanti soldi senza spararsi. Si combinarono così gli interessi di irlandesi, byker, italiani e altre comunità. Questa stagione, sia per il fatto che racconta fatti in parte reali e in parte ipotizzati, sia per un parco attori di alto profilo, è la migliore e ha elementi di realismo e autenticità molto forti. Questa stagione si può affiancare a i Soprano e fornisce, anche se in forma romanzata, un racconto o un punto di vista su una parte della storia canadese poco approfondita. Del Canada si ha una narrazione positiva, vita simil statunitense ma senza le storture dell’eccesso del liberismo. Una società inclusiva, bilingue e di fatto positiva. Ma spesso sfugge che la criminalità è fortemente radicata nelle varie comunità di emigranti e la presenza di un importante porto.

Alla fine il Canada non è molto diverso da mitologici luoghi come New York, Palermo, Chicago o Los Angeles.

La seconda stagione lascia alquanto perplessi. Abbandonato il filone storico, gli autori hanno cercato di raccontare il periodo di guerra post-Rizzuto creando una serie di eventi che non sembrano propriamente credibili. Kim Coates riesce a reggere la narrazione, ma il personaggio sembra forzato e spesso poco credibile, un Robin Hood criminale con un codice d’onore fatto di morti e facili uccisioni. Louis Ferreira, ottimo attore, non riesce sempre ad alzare il livello, ma “tiene la posizione”; mentre gli attori che interpretano i giovani rampolli calabresi sembrano usciti dalla versione trash di John Wick 2.

In pratica: Buona la prima, sufficiente la seconda. E la terza?

Andrea Grilli

 

Black spot (Zone blanche)

Black Spot (Zone blanche) è una serie televisiva franco-belga, ormai alla seconda stazione e presente anche sulla piattaforma Netflix.

Black SpotNei boschi della Francia, in un piccolo paese dove neanche il telefono ha campo, ci sono troppi omocidi, ci sono ragazze che spariscono e c’è un sostituto procuratore che vuole fare chiarezza. Ma in Black Spot abbiamo anche un maggiore, Laurène Weiss, che è anche lei vittima vent’anni prima di un rapimento.

Nel frattempo il piccolo villaggio è al centro di traffici poco chiari di scori inquinanti, una famiglia troppo potente e soprattutto invadente.

Ma qualcosa non torna, ci sono gruppi ambientalisti molto attivi e uno strano lupo bianco che appare. E un essere che appare… e un vecchio rapimento mai risolto e… un miscuglio, al momento ben congeniato, tra narrazione crime, o polàr secondo una cara classificazione francese, e il paranormale o il mistero antico.

Forse antiche divinità dei boschi, forse donne capaci di sfruttare antiche superstizioni. Dopo la seconda stagione di Black Spot (Zone blanche) ancora rimane aperto il mistero di cosa sia successo al maggiore Laurène Weiss quando era adolescente e si preoccupa di difendere il bosco.

Non dimentichiamo la divinità celtica Cernunnos, figura in sottofondo, forse mitica forse no… la terza stagione dovrebbe chiarire e risolvere i misteri che, con un colpo di scena, negli ultimi minuti dell’ultimo episodio un bel colpo di scena ha lasciato i fan di Black Spot a bocca aperta.

Gli attori sono ottimi, riuscendo a delineare personaggi ben strutturati e senza troppe sbavature. L’atmosfera è tipicamente francese, così come comportamenti e abitudini dei personaggi, dagli adolescenti agli adulti.

Andrea Grilli

La foresta (La forêt)

La foresta (La forêt) è una miniserie televisiva francese in sei episodi, disponibile anche sulla piattaforma Netflix.

Non siamo lontani ormai da un format narrativo francese sempre più diffuso e molto intrigante. Invece di ambientare storie e misteri nelle classiche città come Parigi, Lione o Marsigllia, gli autori francesi esplorano il rapporto tra uomo e l’ambiente meno urbano, meno cittadino, ma molto più dinamico e carico di spunti narrativi non banali.

Anzi è frequente la combinazione tra magico, non sempre poi esistente, mistero e realtà nuda e cruda.

Così anche la serie La foresta non tradisce per una serie di combinazioni molto interessanti: la scomparsa di una adolescente, scomparsa simile a quelle di trent’anni fa… esiste forse un maniaco?

E l’insegnante Eve Mendel, interpretata da Alexia Barlier, salvata nel bosco vent’anni prima? Quale mistero si nasconde dietro la sua storia?

La forestaIn sei episodi La foresta propone un incalzare di eventi che diventano sempre più drammatici, ma nello stesso tempo consentono di raccogliere piccoli segnali, indizi che consentono alla Gendarmerie e all’insegnante Eve Mendel di scoprire il maniaco e le sue origini.

Finale non banale e scontato. Ottime le interpretazioni di Samuel Labarthe, navigato attore di serie televisive, Frédéric Diefenthal, noto per film come la seria Taxxi, e Suzanne Clément, attrice canadese vincitrice anche di un premio come Miglior attrice (sezione Un Certain Regard), per Laurence Anyways e il desiderio di una donna…

Andrea Grilli

Ghost Wars

Ghost Wars è una serie telesiviva del canale SyFy prodotta nel 2017 e conclusasi dopo la prima stagione a seguito della scarca accoglienza. Lo stesso canale SyFy ha annunciato la chiusura della serie ad aprile del 2018. La serie telesiviva è ora disponibile nel catalogo di Netflix.

La serie Ghost Wars narra le vicende di un villaggio in Alaska che diventa popolato da fantasmi o presunti tali con particolare attenzione al fatto che questo “presunti” rimarrà tale anche dopo la prima stagione. La trama è molto confusa e poco chiara, ci sono degli elementi che vengono chiariti, come il fatto che il villaggio sua invaso da forze soprannaturali, ma dalla seconda metà degli episodi gli elementi paranormali deviano verso la scienza o fantascienza ma senza un qualche elemento sensato.

Ghost WarsAppaiono gusci incubatori, esseri senzienti cloni degli abitanti che sembrano vogliano fare qualcosa di brutto, forse una invasione. Nel frattempo c’è un abitante del villaggio capace di parlare con un fantasma, ma non con gli altri e non si capisce il perché.

Per non parlare del finale di Ghost Wars costruito su azioni ed eventi che si collegherebbero ma non si capisce il motivo.

Probabilmente l’autore, Simon Barry, aveva in mente di dare spiegazioni e fornire maggiori indizi nella seconda stagione, ma la decisione di SyFy, presa dopo la chiusura della prima stagione, ha probabilmente impedito di organizzare uno spiegone che chiudesse la serie.

La produzione ha raccolto un ottimo cast, con attori di primo ordine, Vincent D’Onofrio, ma anche Kim Coates, noto per Sons of Anarchy, e Kristin Lehman, nota per Motive, Altered Carbon e altre ottime produzioni. 

Andrea Grilli

Da Star Trek a Battlestar Galactica: la ricerca di D-0

In Star Trek V Kirk incontra Dio o quasi. Nel dialogo surreale tra il nostro beniamino e l’essere supremo si rivela tutto il pragmatismo positivista e scientifico della serie Star Trek, ma anche di un periodo della fantascienza “visiva”, cinematografica, che ha sempre avuto qualche problema nel rapportarsi alla divinità.

Spesso e volentieri l’incontro con gli esseri superiori si trasforma in un contatto con simil divinità greche o egizie. È molto difficile trattare in termini fantastici l’esistenza stessa del dio cristiano o quello ebraico o quello islamico.

A D-0 si unisce un altro tema, quello della Creazione e dell’esistenza di altre creature, esseri viventi nello Spazio. In pratica siamo soli?

Star Trek alieniSerie televisive come Star Trek o Babylon V hanno marcato molto il fatto che l’Universo è popolato di altre creature, di altre civiltà, le quali però non sono umanoidi nel senso stretto, ma relativamente. Cioè spesso e volentieri sono comunque bipedi di forma simile a quella umana, ma poi caratterizzati da un circo di colori e estensioni corporee per cercare di creare una certa differenza con gli umani.

La prima serie televisiva di Star Trek, forse costretta per problemi di budget a usare pochi trucchi cinematografici e quindi attori non truccati, cercò di dare una spiegazione all’esistenza di tanta umanità in giro, attribuendo a un’altra razza la distribuzione o diffusione su altri pianeti degli umanoidi. Più violenta e penosa è la versione di Stargate dove i crudeli Goa’uld schiavizzarono l’umanità a fini produttivi e militari.

Stargate però solleva una questione interessante, cioè che in fondo di razze non Stargateumanoide possono anche essercene poche, ma chi gioca il ruolo fondamentale, chi è il centro del creato è proprio la razza umana. Anzi sfruttando il mistero della civiltà egizia gli autori riuscirono a creare una ambientazione efficace, creativa e molto rielaborabile, Nella serie televisiva poi l’introduzione degli Antichi che sono ascesi a un altro piano dimensionale, a un altro stato dell’esistenza, favorisce una certa menzione dell’essere divino, ma in piena ottica orientale o buddista, tutti siamo o possiamo diventare divinità se percorriamo le varie fasi della ascesi verso una dimensione immateriale.

Ma questo creatore o creatori come sono? buoni? cattivi? creduli? In realtà le serie per ora menzionate cercano sempre di evitare l’argomento. Se sei una civiltà avanzata, sei “buono” perché civiltà superiore vuol dire abbandonare certi metodi violenti.

Il film Prometheus invece apre il tema, ma forse casualmente e quindi non riesce poi a svilupparlo in modo efficace, a tal punto che il seguito cambia nome e rimane un mistero sulla trama. Ma gli ingegneri, cioè i creatori della razza umana, sono dei guerra fondai, costruttori di armi di distruzione di massa… gli alien. L’incontro tra questi dei e la razza umana è dei peggiori.

PrometheusLa questione sollevata da Prometheus sarebbe molto intelligente, ma forse è il tema più grande di quanto gli autori possano o siano capaci di trattare. La visione positivista che la superiorità scientifica porti all’abbandono della violenza, dell’odio, dell’aggressività viene meno di fronte agli ingegneri, costruttori di armi genetiche distruttive. Ma soprattutto pronti a scaricarle sulla Terra. Dopo aver costruito distruggono.

Difficile capire se avessero anche una intenzione moralistica ne descrivere i creatori come mostruosi assassini. Certamente nel pieno rispetto della mitologia classica la madre/creatrice uccide i propri figli se necessario.

È necessario?

Domanda a cui speriamo dia risposta Alien Covenant.

Ma a questo punto arriviamo a Battlestar Galactica, un remake di una serie classica che aveva anch’essa, come per Stargate, cavalcato i miti classici, le antiche civiltà e prospettato un collegamento molto stretto tra razza umana sulla Terra e altre umanità dello Spazio.

La nuova Battlestar Galactica è un rilettura e riscrittura che non consente Battlestar galacticamezze misure. Il pubblico è costretto a odiare o amare questa serie. Da momenti di scoraggiante ingenuità dei personaggi a un intricatissima trama religiosa, dove idee religiose classiche, nel senso di divinità alla “greca” per intenderci, si mescolano a misteri dell’origini dell’Umanità e una nuova spiritualità che nasce grazie all’incontro di due civiltà che si erano dimenticate.

Da una parte la razza umana, ma come antagonista anche evolutiva e mistica, la razza robotica dei Cyloni.

L’intera serie è caratterizzata dall’esistena prospettata proprio dai robot-cyloni di un unico D-0, un essere senziente che ha dei piani per gli umani e i cyloni. L’elemento ebraico è molto forte, le colonie sono 12 come le dodici tribù d’Israele e i cyloni risultano i sacerdoti che diffondo la novella. Dodici sono anche i modelli cyloni che interagiscono con la razza umana.

Spesso la serie sconfina nel misticismo vero e proprio, con personaggi che rinascono per adempiere a un compito divino oppure coincidenze di scoperte che servono a costruire un percorso o viaggio iniziatico verso la comprensione del messaggio divino.

Seppur la serie è spesso pesante e noiosa, con episodi ordinari, il tema della divinità è la trama portante. Gli autori non hanno timore di parlare di D-0, della divinità unica, assoluta e onnipresente, capace di decidere del destino di ogni uomo o essere vivente.

Ed è questo il merito. Battlestar Galactica non teme, come nei romanzi e nei film Dune, l’uso di un linguaggio religioso che richiama direttamente religiosità contemporanee, anzi spesso gelose della propria Verità.

Il D-0 di Battlestar Galactica è il D-0 di Israele, della Chiesa Cattolica, il dio unico anche islamico. È l’entità assoluta, il Dio di Abramo.

Ma Abramo non esiste, ancora. Forse è un cylone o lo sarà. Ma tutto deve ancora avvenire, il disegno divino è misterioso, anche dopo 150.000 anni. Forse questa data o questo numero è esagerato. Forse gli autori all’ultimo momento si sono spaventati dall’idea di costruire un collegamento così stretto tra una creazione fantastica e la Creazione associata alle divinità monotoiste.

Battlestar Galactica è una serie che va vista con attenzione da chi vuole assaporare la ricerca dell’esistenza di D-0 da un punto di vista inedito e fantascientifico, combinando origini dell’Umanità e scontro tra civiltà e razze diverse. Il tutto in un lungo viaggio nello spazio e nell’animo e anima di un popolo in rischio di estinzione.

Andrea Grilli

Dal tramonto all’alba (film e serie tv)

Dal tramonto all’alba, serie tv e film, raccontano una storia nuova sui vampiri… non pipistrelli, ma serpenti… e gli aztechi sempre più cattivi.

Il tema dei vampiri è super sfruttato, super abusato. Anzi nella piena crisi di trovare nuove trame si è arrivati anche a scrivere storie dove i vampiri recitano tra metafora e non, il classico conflitto di crescita con altre creature della notte.

Ma nel 1996 la felice combinazione di Tarantino e Rodriguez diede il via a una saga che recuperò antichi leggende azteche combinandole tra di loro: vampiri, sacrifici umani e cannibalismo. Si dice che la storia fu scritta da Tarantino quando era a scuola, comunque è una trama semplice, ma avvincente per la sua felice combinazione di una prima parte totalmente votata al poliziesco on the road e una seconda parte tutta brividi di sangue e carne.

Non male anche la scelta degli attori con un George Clooney affiancato da un immenso Harvey Keitel e un Tarantino che quando si mette in gioco, spolvera cammei ragguardevoli. Il film ha dato vita a una trilogia che però col tempo ha perso qualità.

Dal tramonto all'alba serie tvNel 2014 Rodriguez riprende la storia e nasce una serie televisiva, sempre intitolata Dal tramonto all’alba, che ricalca la trama principale del primo film, ma la sviluppa introducendo nuovi personaggi e scavando nelle personalità dei vecchi, compresi i vampiri.

Forse il vero problema, più che la trama stessa, era trovare attori che potessero sostituire Clooney, Tarantino, Keitel ma soprattutto la super sexy Salma Hayek.

Dal tramonto all'alba

Dal tramonto all’alba diventò anche un culto per la performance di una giovane e affascinante attrice che scaldò la passione dei fan. La combinazione di passione, violenza e orrore trainarono sicuramente il successo del film. L’ottima regia diede corpo a una trama semplice ma divertente.

Dal tramonto all'alba serie tvLa sostituta di Salma Hayek è Eiza Goanzales, bella, affascinante ma priva di quei fianchi sinuosi che fanno della Hayek una delle donne più affascinanti che recitino nel cinema americano.

La seria tv Dal tramonto all’alba, ora alla sua terza stagione, ha ottimi momenti creativi soprattutto nella prima stagione, e perde qualcosa sul finale della seconda (la terza deve ancora arrivare in Italia). Un po’ di confusione negli ultimi due episodi non aiuta a ridare quella atmosfera di leggenda un po’ trash e un po’ seria del primo film.

Bisogna dire che Rodriguez ha chiaro in mente che non si può parlare di vampiri come se fossero simpatici adolescenti immaturi o usarli come metafora degli umori ormonali della adolescenza stessa. I vampiri sono cattivi, sono brutti e sono carnefici senza pietà. La vita di un essere vivente non ha valore, sono predatori e noi siamo le prede.

Siamo accessori di una storia antica e di una guerra antica tra le loro divinità e i vampiri stessi.

Nel riscrivere il mito dei vampiri, gli autori hanno potenziato il collegamento con la cultura Piramide azteca - dal tramonto all'albaazteca e soprattutto il ruolo dei serpenti. Non pipistrelli quindi, ma diversi e affascinanti serpenti con tutto quello che ne consegue, per esempio i denti, dentatura, completamente diversa dai pipistrelli.

La magia è assente, ma i luoghi magici, i riti oscuri riempiono di sangue la pellicola.

Tutto ha un taglio noto, ma reinterpretato e rivitalizzato dal sangue delle prede… noi umani.

Pur con qualche caduta Dal tramonto all’alba, la serie tv, ha ottime prospettive di sviluppo, soprattutto mantenendo il doppio binario dell’horror vampirico  e del poliziesco.

Andrea Grilli

Dal tramonto all’alba.

Un film di Robert Rodriguez. Con Harvey Keitel, Juliette Lewis, George Clooney, Salma Hayek, Quentin Tarantino, 1996.

Seguono altri due film.

Dal tramonto all’alba. Serie TV

Con D.J. Cotrona, Zane Holtz e Eiza Goanzales
Da El Rey Network Original “From Dusk Till Dawn: The Series”, 2014 – corrente, tre stagioni.

Ragione e sentimento, House e Bones

Diciamolo subito, non parliamo del romanzo di Jane Austin. Il gioco di parole è per introdurre un argomento che è sempre più parte delle narrativa televisive statunitensi. Il titolo originale è Sense and Sensibility, ricordando che comunque sono i sensi, i cinque sensi ad aiutare la comprensione.

La Cambridge University così definisce “sense”: an ability to understand, recognize, value, or react to something, especially any of the five physical abilities to see, hear, smell, taste, and feel.

È interessante confrontare alcune serie televisive come Dr. House e Bones per esempio per accorgersi che la narrazione del rapporto tra ragione e sentimento non è risolto nello stesso modo, ma soprattutto merita attenzione comprendere come gli autori abbiano raccontato gli effetti dell’incontro/scontro tra la parte emotiva e quella razionale dei personaggi.

Dr. HouseHouse e Bones sono due scienziati. Non ci sono dubbi che la scienza è il fondamento stesso della loro vita. Entrambi i personaggi partono dallo stesso punto: massima razionalità, massimo controllo del sapere o meglio del Sapere e un rifiuto quasi ossessivo per le emozioni. Anche il sesso è gestito praticamente allo stesso modo, prostitute per il primo e toy-men per la seconda. Ma il discorso non cambia.

Non abbiamo caratteri propriamente uguali, House è carico di ironia, cattiveria e sarcasmo contro un mondo con cui è in guerra; mentre Bones, pur vivendo in un grande rifiuto verso una umanità che cerca di razionalizzare e inquadrare in regole antropologiche, esprime un distacco da alieno che osserva.

House da medico non può che accettare la psicanalisi, almeno per identificare segnali che lo aiutino ad aggiustare o corpi difettosi, mentre Bones riflette quel mondo scientifico più collegato ai numeri e ai dati, meno intuizione e più ricerca sul campo.

Ma entrambi non sono in grado di affrontare i sentimenti, la razionalità e la scienza Bonesservono come uno scudo, una difesa al dolore che spesso i sentimenti possono dare. Entrambi compiono una valutazione dove gli aspetti positivi vengono persi paragonati al dolore delle frustrazioni e fallimenti dei sentimenti.

Sembra che gli uomini possano far soffrire se non incastonati in un pensiero scientifico.

Eppure i personaggi percorreranno strade diverse e approderanno a soluzioni diverse.

House ha una percorso di costante auto distruzione, non che manchi di cercare affetto ed amore, fino ad iniziare una storia sentimentale con Cuddy e quasi innamorarsi della finta moglie. Ma in realtà dietro tutto questo c’è un profondo egoismo e una profonda paura della Vita. Anche se cerca di aprirsi, in realtà la Medicina è una scienza che gli consente di trovare un porto sicuro, piccolo forse, ma sicuro.

Diversamente Bones è comunque una ricercatrice, non può fare a meno di porsi domande anche se vorrebbe isolarsi e proteggersi. L’incontro con l’agente di polizia Booth segna il cambio di confronto con il mondo. Booth è credente, è padre, uomo duro o dolce in base ai momenti e alle situazioni. Accetta le debolezze e soprattutto i doni, sa commuoversi e soprattutto donare e amare. Potrebbe essere lo specchio di Bones, ma in realtà ne è il complemento, quella mezza mela che cerca la parte mancante.

House invece non riesce a trarre beneficio dagli amici, non esiste un complemento alla follia di House, al suo raziocinio asettico.

Ed ecco forse la chiave per comprendere come Bones diventi una donna più ricca, più completa fino a scegliere la maternità, mentre House affonda fino alla distruzione totale della vita, della carriera. Gli amici sono il ponte o la nave che traghetta Bones verso una maggiore apertura alla Vita, mentre quelli di House falliscono perché temono fino all’ultimo di combattere gli errori dell’amico.

Anche se Cuddy, Wilson ci piacciono e ci affascinano, in realtà non sono buoni amici. House affonda senza controllo, mentre Bones matura. Due linee narrative diverse, stupende nella loro narrazione. Ma con un solo lieto fine… c’è un aspetto importante di cui dobbiamo rendere conto: Bones in tutto questo diventa noioso. È il dolore e il dramma di House che ci tengono attaccati allo schermo del televisore.

Andrea Grilli

River

Netflix colpisce duro. Un’altra serie, anzi miniserie, profonda e senza mezze misure per raccontare storie che riescono ad afferrare la nostra attenzione e obbligarci a non mollare questo canale che sempre di più conquista il cuore della passione dei fan delle serie televisive.

RiverRiver è un investigatore della polizia inglese, molto bravo con un piccolo problema. Qualcosa che scopriremo quasi subito nel primo episodio, qualcosa che gli autori faranno evolvere nei sei episodi e che viene però utilizzato dagli autori per orchestrare la regia e stupirci continuamente. River ha allucinazioni quasi costanti, parte degli episodi sono caratterizzati da dialoghi con allucinazioni che ci vengono mostrate come se invece fossero autentiche. Le allucinazioni sono amici, criminali, persone tutte morte sulla strada di River, senza che per questo ne possa essere il responsabile. Probabilmente la causa è il senso di colpa oppure l’insoddisfazione di un Mondo che non comprende, ma quelle allucinazioni lo aiutano a ragionare.

D’altra parte per River sono autentiche ma tutto questo non impedisce di muoversi in modo convenzionale o non convenzionale tra le intricate trame di crimini più o meno complessi, ma soprattutto scoprire una rete di inganni e intrighi che alla fine lo coinvolgono più di quanto pensi.

E le sue visioni, le allucinazioni sono qualcosa di più di semplici messaggi del subconscio…

Andrea Grilli

Marseille

Dopo vent’anni passati come sindaco di Marsiglia, Robert Taro si ritrova a sfidare in un’accesa campagna elettorale il suo ex-protetto, Lucas Barres. [Wikipedia]

La tramma, scritta così, sembra alquanto banale e semplice, invece Marseille, serie produzione Netflix, affronta con estrema intelligenza e anche un bel po’ di coraggio, la situazione politica delle città francesi.

Marsiglia è una delle più importanti città francesi, ma anche e soprattutto il simbolo del fallimento delle politiche sulla sicurezza di Sarkozy e ancora oggi una spina nel fianco di tutti i governi francesi.

MarseilleLa sigla iniziale cantata in arabo è palesemente una provocazione sulla identità della Francia e le frizioni sociali e politiche sul tema della nazione e dell’essere francesi. Le banlieue sono sempre più fuori controllo, la serie Marseille infatti disegna chiaramente la mancanza di un collegamento sano tra i due mondi, quello dei bei quartieri e delle banlieue. Anzi il rapporto di sfruttamento è ben descritto nei rapporti tra una politica corrotta e mafiosa, nel senso vero della parola dove un italo-francese gioca il ruolo classico del mafioso, e una banlieue abbandonata a se stessa, dove il riscatto è quasi impossibile, dove si genera una cultura o sub-cultura che cerca una sua identità.

Ma per la politica dei grandi affari sono solo carne da macello, non tanto diversamente da santoni, capi religiosi e altri imbonitori.

C’è un sottile senso di ottimismo, il sindaco Taro, anche se ben cosciente del marciume della politica, agisce comunque per un profondo amore per la città di Marsiglia. Una contraddizione ormai diffusa, dove l’amore auto-dichiarato per qualcosa, giustifica e sorregge l’auto-giustificazione che tutto si può, anche violare o reinterpretare i valori e le leggi della Francia.

Netflix con questa produzione ha regalato alla Francia una bellissima seria televisiva, ricca di contenuti, con ottimi attori e ha restituito al pubblico francese un Gerard Depardieu che rappresenta sempre e comunque la Francia.

Ma non si può dimenticare Benoît Magimel, interprete nel 1995 La Haine di Mathieu Kassovitz e più volte affianco a Claude Chabrol.

Brava anche le attrici femminili, ma sempre in ruolo, decisamente relegato, di comprimarie, amanti, puttane e mogli. Spesso ruoli scambiabili in una serie decisamente maschilista. Ma non è un peccato, anzi. La forza di Marseille è di essere una serie senza compromessi.

Andrea Grilli

Ma il crimine paga?

La domanda non è capiziosa. Negli ultimi anni la televisione americana ha prodotto diverse serie televisive dove i personaggi principali sono criminali, dove il punto di vista non è più quello di Kojak o degli intrepidi poliziotti della mitica Sulle strade di San Francisco, ne tanto meno il Grissom di CSI.

Sons of AnarchyI nostri eroi sono capi banda, spacciatori, assassini, serial killer, avvocati dalla parte sbagliata e così via. A loro si uniscono mogli, fidanzate, amici, figli, parenti vari e un turbinio di eventi che troveremo in una pacifica serie come la Famiglia Bradford. E invece il figlio che non vuole studiare fa di cognome Soprano; è Jax Teller a portare i figli all’asilo nido prima o dopo aver scortato un carico di armi; è Dexter a parlare col figlio se non si comporta bene e sarà un padre premuroso e gentile… e il nostro signor White abbraccia affettuoso la moglie durante una festa con amici, tutte brave persone.

Ma il crimine paga?

Una volta, nelle serie poliziesche, nelle storie pulp, nelle storie di Dick Tracy la frase era senza alcun dubbio, senza quel punto interrogativo: il crimine non paga.

Ma ormai i confini tra bene e male sono sempre più sottili, in realtà lo sono sempre stati, ma il mondo della creatività ha elaborato solo ora il tema in modo così maturo e profondo da trasformarlo in un veicolo importante della produzione e comunicazione di massa.

DexterIl lancio della quarta stagione di Dexter è stata caratterizzata da una imponente cartellonistica per le strade americane, dove il nostro personaggio è mostrato come un papà… macchiato di sangue.

Un po’ gli insegnamenti del maestro Hitchcock hanno messo radici.

E il moralismo americano dove è finito? Quel sano moralismo che impregnava tutti i film e i telefilm, ma anche i giornali, fumetti e altro… Il bene e il male non sembrano più distinti, ed è quindi difficile fare moralismi, indicare strade precise. Anche i poliziotti, tutori della legge (ormai possiamo scriverlo solo in minuscolo), non sono meno di certi criminali.

E allora?

Allora diamo una occhiata a questi criminali.

La famiglia

Uno degli elementi ricorrenti in queste serie è l’attenzione quasi paranoica verso la famiglia. La famiglia è intesa in modo diverso, spesso allargato, ma stiamo parlando di legami che sono fondamentali e quasi inscindibili.

Ed ecco che la famiglia Teller e i Soprano non sono molto distanti, entrambi proteggono il presente e il futuro dei figli, per i quali si pone sempre molta attenzione agli studi, molto costosi negli USA, per l’università.

Breaking BadA tal punto che in Breaking Bad fino all’ultimo episodio il signor White è ancora convinto di aver creato una banda di narcotrafficanti per lasciare un patrimonio ai figli, cosa che farà. Ma dovrà ammettere che voleva principalmente costruire un impero.

Tutti sono fortemente impegnati a difendere, proteggere e pensare il futuro per la famiglia. Per i biker vuol dire i componenti del gruppo, per i Soprano sono anche gli affiliati, per Dexter è la sorella, per White sono la moglie, i due figli e il socio. Per esser condannati, bisogna violare le leggi storicamente condivise del clan o del patto che li ha uniti all’inizio della storia.

Ma la famiglia è il punto di debolezza. Sono facilmente attaccabili in quel punto.

Ah il moralismo però riemerge da qualche parte… i neo-nazisti americani sono sempre senza famiglia, anche se si chiamano zio e nipote in realtà sono solo gente senza anima, sono più cattivi dei criminali (che non è detto siano cattivi). Da qualche parte c’è ancora il coraggio dei soldati che sbarcarono in Normandia.