Americana

Americana, di James Sturm, Coconino Press, 190 pagine, 2002, 14 euro

Americana di James Sturm è una trilogia di racconti disegnati sulla storia degli USA. La prima storia, Il colpo mitico del Golem del 2001, è il racconto delle vicissitudine di una squadra di baseball, Le Stelle di David, che gira per i piccoli centri a caccia di ingaggi. Sulla maglietta campeggia la stessa di Davide e viaggiano su un vecchio autobus. Quando arrivano nei paesi dove giocheranno, i bambini si chiedono sono arrivati gli ebrei? mentre Hetty Douglas, una signora modello zitella con la croce al collo e una figlia con un vestito lungo da suora a quadrettoni da tovaglia, inspiegabilmente si presenta alla partita: non sono qui per il baseball, ma per vedere gli Ebrei…

Americana di James SturmJames Sturm descrive con poche battute la diffidenza dell’americano medio, che vive fuori dai grandi centri urbani, e che crede che l’America sia il baseball. D’altra parte anche Noah Strauss il manager del team prende le distanze dal padre, sarto per conto terzi nella Grande Mela, mio padre sarebbe profondamente deluso se sapesse che giochiamo di Sabato. Lui resterà sempre un immigrato. La sua mente vive nel paese da cui se ne è andato. La mia vive in America e il baseball è l’America.

Poi arriva l’idea di schierare uno dei giocatori, Hershl Bloom, con un costume che lo rappresenti come un Golem, un’idea commerciale di un pubblicitario che immagina il baseball più come un circo che come uno sport. Ed ecco che la nostra squadra arriva a Putnam, il giornale locale esorta alla vittoria contro gli sporchi giudei, uno di loro viene picchiato prima della partita, la città è in subbuglio per l’arrivo del mitico Golem che scaglia palle veloci come saette fiammeggianti. Ma quando lo scontro diventa duro e la folla picchia un giocatore e le urla sovrastano ogni senso sportivo, andatevene ebrei, ecco che Hershl è veramente il mitico Golem e la folla che vorrebbe suonargliele agli ebrei, si ferma. Al riparo nel dugout gli altri giocatori si nascondo, una voce recita lo Sh’ma, Amerai il Signore tuo… Per migliaia di anni gli Ebrei sono spirati con lo Sh’ma sulle labbra, commenta Noah.

Una pioggia torrenziale fa fuggire la folla e i giocatori possono ripartire per un’altra partita.

Golem di James SturmJames Sturm disegna in bianco e nero, con un linea pesante e netta, con poche linee che colgono l’essenza dei personaggi e dei luoghi. Un tratto continuo di color sabbia riempie quei bianchi e neri e da il senso della concretezza. Quando il disegno è così essenziale e semplice, il testo emerge nella sua forza e in questo caso nella sua amarezza di raccontare quella diffidenza a volte sottile a volte pesante e violenta di una società che comunque non è riuscita a scrollarsi di dosso i pregiudizi e gli odii del vecchio continente. Il giornale locale non manca di scrivere un articolo pieno del solito odio condito con le solite accuse: succhieranno il denaro di questa città. Sturm è abile nel navigare dentro la mediocrità e farla emergere nella sua chiarezza, nella sua meschinità.

Andrea Grilli

Ma il crimine paga?

La domanda non è capiziosa. Negli ultimi anni la televisione americana ha prodotto diverse serie televisive dove i personaggi principali sono criminali, dove il punto di vista non è più quello di Kojak o degli intrepidi poliziotti della mitica Sulle strade di San Francisco, ne tanto meno il Grissom di CSI.

Sons of AnarchyI nostri eroi sono capi banda, spacciatori, assassini, serial killer, avvocati dalla parte sbagliata e così via. A loro si uniscono mogli, fidanzate, amici, figli, parenti vari e un turbinio di eventi che troveremo in una pacifica serie come la Famiglia Bradford. E invece il figlio che non vuole studiare fa di cognome Soprano; è Jax Teller a portare i figli all’asilo nido prima o dopo aver scortato un carico di armi; è Dexter a parlare col figlio se non si comporta bene e sarà un padre premuroso e gentile… e il nostro signor White abbraccia affettuoso la moglie durante una festa con amici, tutte brave persone.

Ma il crimine paga?

Una volta, nelle serie poliziesche, nelle storie pulp, nelle storie di Dick Tracy la frase era senza alcun dubbio, senza quel punto interrogativo: il crimine non paga.

Ma ormai i confini tra bene e male sono sempre più sottili, in realtà lo sono sempre stati, ma il mondo della creatività ha elaborato solo ora il tema in modo così maturo e profondo da trasformarlo in un veicolo importante della produzione e comunicazione di massa.

DexterIl lancio della quarta stagione di Dexter è stata caratterizzata da una imponente cartellonistica per le strade americane, dove il nostro personaggio è mostrato come un papà… macchiato di sangue.

Un po’ gli insegnamenti del maestro Hitchcock hanno messo radici.

E il moralismo americano dove è finito? Quel sano moralismo che impregnava tutti i film e i telefilm, ma anche i giornali, fumetti e altro… Il bene e il male non sembrano più distinti, ed è quindi difficile fare moralismi, indicare strade precise. Anche i poliziotti, tutori della legge (ormai possiamo scriverlo solo in minuscolo), non sono meno di certi criminali.

E allora?

Allora diamo una occhiata a questi criminali.

La famiglia

Uno degli elementi ricorrenti in queste serie è l’attenzione quasi paranoica verso la famiglia. La famiglia è intesa in modo diverso, spesso allargato, ma stiamo parlando di legami che sono fondamentali e quasi inscindibili.

Ed ecco che la famiglia Teller e i Soprano non sono molto distanti, entrambi proteggono il presente e il futuro dei figli, per i quali si pone sempre molta attenzione agli studi, molto costosi negli USA, per l’università.

Breaking BadA tal punto che in Breaking Bad fino all’ultimo episodio il signor White è ancora convinto di aver creato una banda di narcotrafficanti per lasciare un patrimonio ai figli, cosa che farà. Ma dovrà ammettere che voleva principalmente costruire un impero.

Tutti sono fortemente impegnati a difendere, proteggere e pensare il futuro per la famiglia. Per i biker vuol dire i componenti del gruppo, per i Soprano sono anche gli affiliati, per Dexter è la sorella, per White sono la moglie, i due figli e il socio. Per esser condannati, bisogna violare le leggi storicamente condivise del clan o del patto che li ha uniti all’inizio della storia.

Ma la famiglia è il punto di debolezza. Sono facilmente attaccabili in quel punto.

Ah il moralismo però riemerge da qualche parte… i neo-nazisti americani sono sempre senza famiglia, anche se si chiamano zio e nipote in realtà sono solo gente senza anima, sono più cattivi dei criminali (che non è detto siano cattivi). Da qualche parte c’è ancora il coraggio dei soldati che sbarcarono in Normandia.

Michael Moorcock e i Campioni Eterni

[Articolo di approfondimento in appendice alla serie a fumetti Elric di Melniboné pubblicata dalla Phoenix Enterprise Publishing Company]

Si è già scritto dell’importanza dei romanzi di Elric nella letteratura fantasy, del cambiamento di prospettiva nell’eterna lotta tra il Bene (la Legge) e il Male (il Caos), ora bisogna parlare di una serie di caratteristiche che uniscono le opere dello scrittore inglese, unite fin quasi a realizzare una serie di crossover sul modello di quelli delle major fumettistiche statunitense.

Di questi “crossover” si può ricordare quello contenuto nel libro I mari del fato, dove alcuni dei migliori Campioni Eterni vengono riuniti per sconfiggere un nemico particolarmente ostico, oppure il racconto che Jhary-a-Conel fa al principe Corum, nel romanzo Il Toro e la Lancia, in cui narra di altri Campioni Eterni che ha conosciuto nel suo peregrinare, personaggi come Kane, Hawkmoon e Cornelius.

Elric di MelnibonéTutti questi personaggi sono Campioni Eterni, eroi che vengono scelti dal destino per combattere nell’eterna lotta tra Legge e Caos. La loro adesione a una delle due forze non è sempre chiara: in alcuni casi devono sconfiggere le forze del Caos, in altri il loro atteggiamento è più sfumato e le loro azioni rientrano in uno schema che si svela nella sua completezza solo alla fine del ciclo, sia al lettore quanto allo stesso Campione Eterno.

Il caso di Dorian Hawkmoon è d’esempio. Il personaggio per tutta la quadrilogia che compone la sua saga, non riesce a comprendere il disegno della Runa Magica, anzi ogni qualvolta mostra impazienza viene invitato a seguire ciecamente quanto si deve compiere. Il finale ricomporrà i molti tasselli del puzzle creato dall’autore.

Tutti i Campioni Eterni vivono in universi tra di loro differenti sia nel progresso tecnologico, che nella organizzazione sociale. Così, mentre nel mondo di Corum gli umani si stanno affermando come razza dominante, in quello di Elric di Melniboné combattono per liberarsi dal giogo dei Melniboniani, mentre nel mondo della Runa Magica gli scontri sono tra umani.

Sono differenti anche nella potenza che ciascuna della Forze può esercitare: nel mondo del principe dalla Veste Scarlatta le forze del Caos sono deboli e possono essere distrutte (leggi cacciate), in quello del principe albino sono dominanti e all’apparenza vincenti.

Questa continua variazione sul tema del rapporto esistente tra la Legge e il Caos porta il lettore a ignorare cosa potrà mai leggere in una nuova saga, quale trame Moorcock abbia costruito.

Nella composizione dei “multiuniversi” lo scrittore inglese pesca a piene mani dalla Storia per poi apportare quelle modifiche che differenziano un universo dall’altro, come nel mondo di Hawkmoon dove una serie di guerre atomiche e batteriologiche hanno cambiato il quadro evolutivo della razza umana, isolando alcuni continenti e creando attorno a essi un alone di mistero sui loro popoli e il progresso tecnologico e scientifico.

Nel romanzo Il Mastino della Guerra in una ambientazione tardo rinascimentale un capitano di ventura, Graf von Bek, scopre l’esistenza di un altro mondo, il Mittelmarch, dove vivono strane e misteriose creature. Moorcock descrive meravigliosamente l’atmosfera di morte e distruzione che pervase l’Europa.

Questo pescare dalle conoscenze storiche e geografiche comuni a un lettore medio-colto, permette a Moorcock di creare mondi sempre nuovi, e rielaborare gli elementi classici del fantasy (come l’oggetto magico, la predestinazione o il cattivo di turno) per produrre trame originali e stimolanti, discostandosi dalle classiche storie simil-Tolkien che imperversano ormai nella letteratura.

Un altro elemento particolarmente interessante delle sue opere è la mancanza di una Corumvarietà di razze, che potremmo definire classiche, come elfi, nani, troll. Predominante è quella umana, differenziata per stati, popoli e culture, a cui si affiancano antiche razze che stanno perdendo il loro potere o che lo hanno perso e che non accettano la loro fine arroccandosi in una presunzione decadente: l’esempio potrebbe essere quello degli stessi Melniboniani o le vecchie razze dei libri di Corum, come i Vadhagh o i Nhadragh. Di solito queste razze sono portatrici di conoscenze magiche e religiose o ipertecnologiche che andranno perse.

I due maggiori cicli di Moorcock, quello di Corum e di Elric di Melniboné, e non solo questi, prospettano lo sviluppo di una razza umana ignorante e stupida, che arranca in un mondo che non comprende, o meglio che non può comprendere perché non dispone dei mezzi e delle conoscenze per farlo, o forse delle capacità.

Saghe brevi.

Va anche detto che le saghe non hanno mai una durata eccessivamente lunga, come invece fanno Marion Zimmer Bradley, Terry Brooks o gli autori delle serie ispirate dai giochi di ruolo della TSR; anzi Moorcock non solo costruisce trilogie o quadrilogie autosufficienti, ma le stesse sono composte da romanzi mai così lunghi da stancare la lettura o da scoraggiarla. Diversamente per le edizioni italiane, pur sembrando voluminose, raccolgono più romanzi, offrendo quasi sempre un ciclo completo.

La enorme produttività dello scrittore inglese non permette di trovare un alto livello letterario nei suoi scritti, soprattutto nella produzione fantascientifica, sicuramente la meno significativa. Gran parte delle sue opere sono senza dubbio l’esempio di uno scrittore che ha trovato il modulo più adatto per raccontare le proprie storie, un modulo che se potrebbe sembrare a volte ripetitivo è stato in grado di apportare quei stravolgimenti di cui si parlava.

Se Moorcock è un maestro della fantasy moderna, non si può dire che lo sia della fantascienza, infatti pur essendo un abile scrittore, non è riuscito, come altri suoi colleghi che frequentano entrambi gli stessi generi, a lasciare romanzi particolarmente significativi, lo dimostra anche l’assenza di riedizioni di opere già apparse nei decenni precedenti nel nostro mercato, a parte Michael Kane il guerriero di Marte (recentemente pubblicato dalla Editrice Nord), che ripropone il mito del pianeta rosso e riscrive in chiave moderna le avventure di John Carter di E.R.Burroughs. In questo ciclo (sono tre i romanzi) lo scrittore britannico descrive un personaggio, Michael Kane, che non è solo uno scienziato che progetta la macchina (non più la caverna) che gli permette di trasportarsi involontariamente su Marte, ma ha anche una mente aperta alla comprensione del nuovo e del misterioso, pronto a sviluppare teorie sulla tecnologia aliena.

Moorcock, come è stato già scritto, cambia prospettiva, infatti non tracciando una netta separazione tra ciò che è accettabile e ciò che è rifiutabile, scava dentro quelle che sono le classiche dicotomie fantastiche (Bene-Male, buono-cattivo) per svelare i loro lati oscuri, ciò che non si vede, ma esiste. Così nell’Europa devastata dalle guerre religiose del seicento, è Lucifero a incaricare von Bek di trovare la Cura per la Sofferenza del Mondo per riguadagnare la posizione persa nelle schiere degli angeli, mentre saranno gli stessi duchi dell’Inferno a combattere il loro Signore per impedirgli che riesca a riappacificarsi con Dio. Alla fine del romanzo Dio incaricherà Lucifero di condurre l’umanità nell’età della Ragione.

Nei suoi libri troviamo la ricerca della Luce nei meandri dell’Oscurità, un raccontare ciò che altri scrittori, soprattutto della scuola tolkeniana, avrebbero raccontato come aberrante e di contorno alla storia dell’eroe. È frequente che affianco del Campione Eterno si schieri un precedente nemico, un ravvedimento dal Cattivo al Buono, anche solo per tornaconto personale.

Nella sua opera teorica sulla epic fantasy (Wizardry and Wild Romance, Victor Gollancz Ltd, 1988) Moorcock con una breve, ma efficace frase ha segnato la separazione tra le sue opere e quelle di Tolkien e dei suoi allievi:

Dopo tutto, chiunque odi gli hobbit non può essere del tutto cattivo.

Andrea Grilli

Il mastino e altre storie

di H.P. Lovecraft, adattamento e disegni di Gou Tanabe.

La creatività giapponese ha sempre amato ispirarsi alla cultura occidentale. Parte dell’animazione, basti ricordare Heidi o Remì per citarne alcuni, si è nutrita di immagini, personaggi, trame tipicamente europee reinterpretandole e dando quel colore invece tipicamente giapponese, che ha resto queste opere una originale presenza nell’immaginario contemporaneo.

Il mastino e altre storieDirei che in questo contesto si può inserire l’opera di Gou Tanabe Il mastino e altre storie di H. P. Lovecraft. L’autore giapponese ha adattato alcuni dei racconti del maestro di Providence con una linea scura e tenebrosa che bene proiettano le atmosfere cupe delle storie horror. Il colore nero ricopre quasi completamente le tavole, cancellando la funzione salvifica della luce e spingendo il lettore in una dimensione tipica dei racconti di Lovecraft.

Se anche i volti sono fortemente orientali, tutto il resto, dai vestiti agli elementi scenografici e iconografici sono quelli propri di quell’epoca dove razionalità e misticismo si sono confrontate senza trovare un vincitore.

Gou Tanabe mostra di possedere una ottima tecnica fino a padroneggiare le prospettive che cambiando quasi da vignetta a vignetta, il lettore non può che essere spaesato di fronte a una oscurità che trasuda da ogni pagina.

L’atmosfera di un destino o di una realtà ingovernabile dalla razionalità, dove esiste un filo sottile tra il reale e un mondo di mistero e orrore, emerge dagli occhi vitrei dei personaggi, quegli occhi che non riescono a cogliere e catturare quanto vedono, perché non hanno menti in grado di comprendere.

L’universo di Lovecraft è una caverna senza fondo da dove emergono tutti i demoni che si possono immaginare. Demoni che non si vedono, ma si sa che esistono. E Gou Tanabe è riuscito a darci questa terrificante sensazione.

Andrea Grilli

Il cinema degli alieni

Pubblicato su Zero in Condotta n. 92, Roy Menarini, Il cinema degli alieni, Edizioni Falsopiano, 26.000 lire

Dopo oltre vent’anni il leggendario Yoda, maestro jedi dal volto simpatico e paffutoso, è tornato sugli schermi dei cinema per quel primo episodio che tutti sognavamo ogni volta che guardando Star Wars vedevamo quel numero IV.

Ma se il mondo di Lucas era pieno di alieni simpatici o cattivi, ma comunque parte di un mondo multietnico e galattico, altre creature hanno popolato la cinematografia statunitense, altri alieni (alien in americano ha anche un significato doganale, di straniero) che troppo spesso volevano conquistare o salvare il mondo, oppure come nel caso di E.T. tornarsene a casa.

Roy MenariniRoy Menarini, già autore del libro Cameron (1998), ma soprattutto mente delle pagine cinema del nostro quindicinale (ndr. Zero in Condotta), ha scritto un saggio molto brillante su Il cinema degli alieni (il titolo è proprio questo) edito da Falsopiano.

L’autore esamina tutta, e dico tutta per dire che dubito che manchi qualche film sul tema, la cinematografia dove, anche per caso, passi un essere non catalogato dai nostri zoologi.

Alieni da per tutto, in tutte le salse, con tutti i possibili contatti ed espressioni, raccontati dai maggiori e dai minori autori del momento, dentro astronavi per riprodursi, fuori nello spazio per invadere la Terra, pacifici robot che portano parole di salvezza, ad alieni che scalano la piramide sociale per salvare il loro mondo.

Paperi rock, blob misteriosi, divinità egiziane, nubi demoniache, quinti elementi, ragni dello spazio… la lista sarebbe infinita, come complesso è trovare elementi comuni, percorsi di lettura e di comprensione; ma tutto questo non impensierisce Roy Menarini, incredibile studioso dell’immaginario come lo sono Fabio Giovannini o Antonio Caronia nei loro rispettivi campi.

Nessun film sfugge, nessun elemento (dal sesto in poi) che possa disorientare l’autore, tutto viene spiegato e studiato in modo chiaro e intelligente, permettendo ad esperti e non di comprendere questa fetta di genere del cinema statunitense.

La data di partenza è il 1968, un periodo da considerare nodo delle cultura mondiale, anche se, per ovvi motivi di ricerca, i rimandi ai decenni precedenti non mancano.

Un libro interessante che ricompone e rilancia tutto quello che si è detto e tutto quello che si potrà dire sul cinema degli alieni.

In appendice un intervento di Danilo Arona sul cinema italiano alieno.

Andrea Grilli

Diario di uno Psiconauta dalla Serbia

Chi è questo giornalista, fumettista serbo che da anni disegna i suoi sogni? E i suoi incubi?

ZografAleksandar Zograf appare quando ormai la guerra civile nella Jugoslavia è esplosa, un conflitto che il mondo occidentale non sa capire, o meglio non è in grado di capire, e che di conseguenza gestisce con metodi che sono troppo famigliari alla storia slava per intimorire i signori della guerra dei balcani: la violenza.

Diventa ancora più difficile avere informazioni corrette e equilibrate sul conflitto. Emergono dicotomie tipo: serbo criminale, croato e bosniaco vittime. Peccato che qualche tribunale internazionale sta dimostrando che carnefici si è tutti in guerra.

Così questo serbo, che dovrebbe essere cattivo, diventa il riflesso del nostro limitato modo di affrontare la vita, di tirare linee di confine arbitrarie e stupide per loro stessa natura.

Aleksandar Zograf è serbo, ma (il ma è per chi tira le linee di confine) si dispera come essere umano delle morti (qualunque morte), dell’odio, della disperazione e della distruzione che porta la guerra. E siccome la guerra nei Balcani sembra non finire mai, Aleksandar Zograf da anni disegna e scrive i suoi interventi per informare il mondo di quello che succede.

Ormai è un fumettista affermato, conosciuto in Europa che dal “nemico” statunitense.

Saluti dalla Serbia di Aleksandar ZografL’autore serbo disegna i propri sogni, o meglio ha scelto i propri sogni per descrivere quello che gli succede attorno.

I sogni non mentono. Se qualcuno ci racconta un sogno, non sta nascondendo nulla. L’effetto che ottiene Aleksandar Zograf è di mettersi a nudo, nel modo più semplice e disperato usando uno stile tipicamente underground, quasi alla Crumb.

Senza troppe lungaggini, senza troppi trucchi per allungare il brodo, ma in poche e semplici pagine, trasmette il suo pernsiero (sarà un modo di essere telepatici?), le sue riflessioni che ci appaiono sincere e oneste.

Tutte le sue storie sono pagine di un diario, forse di viaggio, ma non di quelli di qualche nobile inglese che scopre la Toscana o il Lazio. No. Questo diario, che sia scritto o disegnato, è il racconto di un uomo che ha patito(-isce) il freddo, che vede il suo paese rappresentato come la Germania Nazista. Ma siamo propri sicuri che siano tutti uguali questi esseri umani, che per eventi storici millenari, ora si chiamano serbi?

Ma Aleksandar Zograf appare onesto e sincero perché non può mentire, ed è crudo e attraverso le matafore dei suoi sogni ci picchia in testa dicendo: “Ehi sveglia!! Sveglia!! Apri gli occhi!!”

E noi siamo sconvolti perché attraverso di lui vediamo cosa è successo e succede al di là del nostro mare. In questo caso i disegni di Aleksandar Zograf sono come la foto dell’ultimo fratello di Napoleone di cui Barthes parla nel suo “La camera chiara” (Einaudi, pag.5):

“Sto vedendo gli occhi che hanno visto l’Imperatore”.

Abbiamo lo stesso effetto, solo che gli occhi di Aleksandar Zograf hanno visto la guerra insensata dei Balcani. Non un uomo che voleva unficare l’Europa troppo anticipatamente rispetto ai tempi.

Rimane sempre da dire cosa leggere in italiano e dove trovare le sue opere.

Diversi editori in Italia hanno pubblicato le sue opere.

Prima di tutto la PuntoZero di Bologna con ben due volumi a fumetti:

  • Psiconauta, collana Bianco&Nero, 4,13 euro
  • Saluti dalla Serbia, collana Bianco&Nero, 7,75 euro
  • Lettere dalla Serbia, collana PuntoSpot, 7,50 euro

Il Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona gli ha dedicato il volume nr. 9 della collana Schizzo Presenta. Il titolo è Diario (4.000 lire).

Black Velvet ha pubblicato Appunti 1 e Appunti 2 e C’è vita nei balcani?

Infine altre storie sono apparse sulla rivista “Mano”, ora edita dalla Coconino Press, e da Kerosene. Sempre Coconino Press ha pubblicato Storie e Segnali.

Andrea Grilli

La vasca da bagno

di Giancarlo Tramutoli, Fernandel

La vasca da bagno di Giancarlo TramutoliQuesto è il terzo libro di Giancarlo Tramutoli. Viene definito anche un romanzo, ma se del romanzo ha sicuramente un percorso, una trama che si srotola per le sue 95 pagine, la lingua è ben diversa. Quando un poeta si occupa di raccontare storie porta con sé l’attenzione per la lingua, la scelta accurata e oculata delle parole. Questo è senza dubbio il merito più grande. Di meno la storia, troppo intimista, troppo raccolta dentro le esperienze dell’autore per far parte della letteratura matura. Sia chiaro il problema non è solo di Giancarlo Tramutoli, ma di quasi tutta la letteratura italiana. Sono pochi i nomi di autori in sintonia con un’atmosfera a cavallo tra due secoli.

La storia è divisa in 185 piccoli capitoli, frammenti di una più ampia narrazione che vaga tra la mente dell’autore e del lettore. Ma tutto questo non potrebbe essere lasciato nella sfera della poesia?

Se pensiamo a La vasca da bagno come una vita di un uomo svelata attraverso tante poesie in prosa non abbiamo invece una prova di grande valore letterario?

Per cui ci permettiamo di bacchettare l’editore che in quarta di copertina ha scritto che si tratta del primo romanzo di Tramutoli, per di più finalista al premio Assisi come inedito nel 1996.

Forse versi come questi non saranno poesia classica:

“Leggevo di nascosto quella rivista che comprava mia sorella. Era una rivista di educazione sessuale. Un articolo diceva che non era vero che la masturbazione portasse alla cecità. Ci rimasi male. Io preferivo che la sega avesse questo alone eroico e autodistruttivo. Un modo piacevole di suicidarsi a tappe. Piappa dopo piappa.”

Ma sono i migliori versi veri e sinceri sulla nostra adolescenza. Questa capacità di penetrare le proprie intimità, è la dote di scrittore di Giancarlo Tramutoli.

Andrea Grilli

Stelle velate

Tahar Ben Jelloun, Stelle velate, testo a fronte, trad. Egi Volterrani, 300 pagg., Einaudi, £. 26.000

Di Tahar Ben Jelloun conosciamo la produzione di prosa e saggistica, l’ultimo libro edito dalla Einaudi è Lo specchio delle falene, i lettori poi di Repubblica e Panorama lo conoscono anche come opinionista e giornalista. Ma adesso finalmente appare una raccolta di poesie. Già nel 1991 la piccola, ma affascinante casa editrice Melangolo ci aveva regalato il poema sulla guerra del Golfo Dalle ceneri (presente per intero anche in questa raccolta).

Stelle VelateL’Einaudi ha pubblicato questa raccolta che presenta sia componimenti delle origini, 1971 con Uomini sotto sudario di silenzio, fino agli ultimi dedicati alla città di Fès, sua città natale (1944 – Marocco): Fès. Trenta componimenti, anch’esso pubblicato per intero.

La poesia di Tahar Ben Jelloun all’inizio della sua carriera di scrittore, quando era ancora uno studente universitario, era strettamente legata alla situazione sociopolitica del Marocco, ed era una poesia impegnata.

E lo si nota sia nella lunghezza e nella quantità dei versi, per la ricerca del poeta di approfondire, forse capire, e soprattutto comunicare gli eventi del proprio paese.

Successivamente abbandona le tematiche politiche e si sposta verso una maggiore ricerca della parola, del messaggio e della sintesi del linguaggio, senza abbandonare l’attenzione verso la realtà che lo circonda, ma che fin da l’inizio ha sempre letto con uno sguardo onirico, quasi fantastico. Una caratteristica che lo rimanda alla tradizione favolistica e fantastica dell’antica narrativa araba.

Basta leggere l’ultima raccolta Fès. Trenta componimenti, dove Tahar Ben Jelloun racconta la storica città, per leggeri versi che solleticano il nostro odorato e ci trasmettono profumi dell’antico oriente:

(…)

Si dice che l’olio di Fès
Sullo zenzero
Ridia speranza ai destini spezzati

Si dice ancora che le donne di Fès
Abbian pelle di latte e vita snella
Ma siano grasse e ridanciane

(…)

Andrea Grilli

Scrivere, linkare, comunicare per il web

di Enrico Pulcini, FrancoAngeli, 26.000 lire

Giornalismo web internetSiamo già al terzo libro di Enrico Pulcini dedicato al web e soprattutto ai contenuti della Rete. Dopo il pionieristico Giornalismo su Internet dove esplorava e spiegava come fare il giornalista per Internet e presentava anche le prospettive future dell’informazione dopo l’avvento dell’era digitale, e Dopo Internet (entrambi pubblicati da Castelvecchi) un libro che cercava di raccontare gli sviluppi della Rete e l’evoluzione futura, esce questo saggio/manuale che abbandona gli aspetti visionari, tipici dei saggi che parlano di questi argomenti, e si tuffa sul concreto come fare contenuti per il web.

Enrico Pulcini non fa riferimento in modo specifico al giornalismo e non offre quindi approfondimenti su tecniche per realizzare articoli o interviste. Così si parla come scrivere un testo per una pagine web, che sia per un negozio on line che per una profumeria, oppure quale grafica scegliere per meglio presentarsi al navigatore. Ancora l’uso appropriato dei link, dei colori, dei font. Come rendere un sito visitabile da chiunque. E per concludere i video e la televisione on line. Molto importante è la parte dedicata alla web usability, la disciplina creata e promossa dal guru Jacob Nielsen per realizzare buoni siti web.

Insomma un bel manuale, scorrevole e pratico, che comunque necessita di molte ore di navigazioni e di conoscenza diretta del web e soprattutto non renderà i suoi lettori redattori on line in grado di essere competitivi sul mercato del lavoro. Come dire un buon saggio per capire cosa è utile e cosa non è utile fare per il proprio sito. Semmai un problema persiste nel mondo del web italiano: come e dove formare personale competente per realizzare contenuti per Internet? In fantomatiche scuole professionali o in corsi dove si spiega di tutto un po’?

Andrea Grilli

Un’aringa in Paradiso – Enciclopedia della risata ebraica

di Elena Loewenthal, Baldini & Castoldi, 245 pagg., £. 22.000

Se non conoscete la storiella dell’aringa potete sempre leggerla nella quarta della sovracopertina del libro, ma se invece volete conoscere più approfonditamente l’umorismo yiddish, l’espressione amara e allegra di un popolo perennemente perseguitato, allora dovrete acquistare questo libro.

L’autrice è nota ai lettori dell’inserto culturale de Il sole 24 Ore, per via della sua rubrica sulla cultura ebraica “Judaica”.

Questa volta si è cimentata nella ricerca e nella sistematica di una serie di figure tipiche dell’umorismo yiddish, che spesso e con ricorrenza si trovano all’interno delle storielle.

Così la figura della mamma, in yiddish non esiste la parola madre, è al centro di divertentissime, quanto acide storie. Oppure il mendicante in perenne richiesta di soldi al ricco ebreo, che sa di dover dare, ma recita sempre la parte del taccagno, per onorare l’impegno dello schnorrer, appunto il mendicante.

Come dimenticare la perenne dialettica tra un prete e un rabbino, personaggi di storielle dove si discute della superiorità del sesso sul prosciutto (si sa il prete non si può sposare, ma l’ebreo non può mangiare certi tipi di cibo, come il maiale, che non siamo kasher, cioè adatti).

E così via tra risate e riflessioni, questo libro si rivela un ottimo strumento di riflessione per capire su quanta idiozia si fondi l’antisemitismo.

Andrea Grilli