L’ebreo di New York

di Ben Katchor

L'ebreo di New YorkNel 1830 Mordecai Noah cercò di fondare uno stato ebraico a Buffalo. Noah era nato a Philadelphia nel 1785, giornalista, diplomatico, saggista, riteneva che gli indiani d’America fossero una delle dodici tribù d’Israele. Ben Katchor è nato a Brooklyn nel 1951. Opera sia nel mondo del fumetto che teatrale, con le scene dell’opera teatrale The Carbon Copy Building, insignita dell’Obie Award come “miglior nuova produzione 1999-2000”. Le sue opere fumettistiche sono pubblicate a puntate sui maggiori giornali statunitensi. Di particolare interesse è il blog grafico curato sulla rivista on line Slate (http://www.slate.com/id/3733/entry/24714/) nel 1997.

Nel 1998 per i tipi della Bantam Books esce questo fumetto, L’ebreo di New York, che la Mondadori ha proposto nella traduzione di Daniele Brolli. Si tratta di una intreccio di personaggi ebrei sullo sfondo degli Stati Uniti della metà del 1800. Personaggi di varia natura, di professioni diverse, che tessono una serie di racconti che si ricollegano alle teorie di Mordecai Noah sugli Indiani d’America.

La storia centrale è quella di un uomo Nusin Khison che vive per quasi cinque anni con un cacciatore di pelli, che poi si scoprirà anche lui essere ebreo. L’uomo tornato a New York viene confuso per un indiano che parla in ebraico e si esibisce in un teatro della città. Questa presenza di indiani che sembrano essere di origine ebraica genera l’attenzione di molti ebrei newyorchesi, commercianti, linguisti, inviati dalla comunità ebraica tedesca. Ma in questo intreccio si presenta anche un uomo, Francis Oriole, che vuole trasformare in acqua frizzante il lago Erie e cerca finanziatori, tra i quali troviamo un nunzio palestinese che porta con sè un sacco di terra santa. Nel frattempo l’inviato della comunità ebraica tedesca, vestito da sub, legge brani di un libro dove si sostiene l’origine ebraica degli indiani d’America.

Confusi? Beh la storia è questo intreccio incredibile di racconti, flashback, incontri di Ben Katchoruomini che sono sempre dinamici, attivi, pronti a fare qualcosa, perché infondo gli USA sono una terra di opportunità, a volte legali a volte no. Ben Katchor ripercorre così, secondo un sentiero tortuoso, ma avvincente, le speranze di uomini che cercavano una terra nuova dove prosperare senza progrom, dove si potesse più pensare a una vita tranquilla fatta di sacrifici, piuttosto che morte e distruzione.

Ben Katchor ha dichiarato sulla rivista on line The New Jersey Jewish News di non sentirsi legato al mondo ebraico, con la cultura ebraica ha una relazione storica: “For me, Jewish culture is a piece of history rather than part of the modern world I live in.” Questa sensibilità storica appare ben chiara ne L’ebreo di New York, dove gli intrecci storici, spesso parziali e insignificanti nel contesto generale della Storia degli Stati Uniti, insaporiscono però le tavole e ci mostrano quella storia degli uomini comuni, che poi sono loro a fare realmente la storia della società civile.

Lo stile di Ben Katchor è “in miniatura”, le vignette sembrano fotogrammi di un film, che racconta le vicende solo dei personaggi comprimari, quelli di cui non si ricorda mai il nome. È significativo il suo stile, gli spazi sono occupati da linee nere ben impresse nel foglio che determinano le figure su un piano bidimensionale, un bianco e nero piatto, se non che, come nello stile dei primi anni sessanta, una serie di pennellate o macchie d’acquarello danno tridimensionalità alle figure. Ben Katchor ha la particolarità di lavorare per i quotidiani statunitensi proponendo uno stile che tutto ha tranne una proposta grafica semplice e lineare. L’occhio del lettore si educa a leggere gli effetti di pienezza e sfumatura tipica del fresh painting danno il senso di non trovarsi di fronte a una banale rappresentazione di una storia. D’altra parte proprio Ben Katchor, sempre nell’intervista al The New Jersey Jewish News, spiega che “images are a corrective to the text, and the text is a corrective to the image. When you deal with one alone, there’s room for misconceptions”. Questa consapevolezza autoriale si riflette nella lettura de L’ebreo di New York, un fumetto non facile da leggere, dai cambi di ambientazione, ma soprattutto dei personaggi, tantissimi, che ruotano senza sosta e che generano un cambio di registro nella fitta trama creata da Ben Katchor. Ma soprattutto l’aspetto più bizzarro dell’autore newyorchese che, anche se sembra negare la sua ebraicità, se ne appropria proprio nel suo aspetto più vivo, quello storico, quello mnemonico.

Andrea Grilli

La vera storia del pirata Long John Silver

di Björn Larsson, Traduzione di K. De Marco, Iperborea, 1998

Long John Silver è un personaggio mitico nella letteratura quanto ormai nella storia della pirateria. Anche se non è mai esistito realmente, sicuramente qualcuno di simile ha calpestato i ponti delle navi pirate che assaltavano i vascelli pieni di merci e ori.

Long John SilverIl Long John Silver di Björn Larsson è molto diverso dal personaggio fantastico e leggero che Robert Louis Stevenson racconta nell’Isola del tesoro. I lettori sia giovani che adulti sono abituati a ben altre storie, più mature e dure di quanto fosse la letteratura di un paio di secoli fa. Così Björn Larsson inizia dalla gioventù di Long John Silver per costruire la base psicologica del personaggio, perché è un pirata, o meglio come è arrivato a essere uno dei più temuti tra i bucanieri.


Björn Larsson
dimostra di aver approfondito la storia della pirateria, cita e racconta fatti e personaggi realmente esistiti, anche se dal punto di vista di Long John Silver ed è questo l’aspetto più importante. Non vi è un tentativo di storicizzare la pirateria attraverso la bocca del pirata, ma di dare un senso reale o concreto, una specie di realismo al pirata che esiste solo nel romanzo di Robert Louis Stevenson, ma che finalmente acquisisce
Björn Larssonun peso e un valore diverso.
È lo stesso Long John Silver a raccontare se stesso e quindi a rinforzare maggiormente la
verosimiglianza della storia e la sua esistenza.

Ma dall’Isola del tesoro a La vera storia del pirata LongJohn Silver ci sono due secoli di narrazione sempre più intensa, cruda e realistica. Il cinema ha fatto propria la vita sgangherata dei pirati rendendola anche ridicola, ma accattivante.

Il romanzo di Björn Larsson riconduce la pirateria a uno sporco realismo perché origini e destini di quegli uomini non erano romantici, ma di disperazione, sofferenze e speranze mancate.

Andrea Grilli

La cucina di Omero

di Paolo Lingua, Il Melangolo.

La cucina di OmeroL’autore non è nuovo  nella scrittura di libri di cucina. Questa volta però si addentra in un argomento decisamente affascinante e probabilmente anche sottovalutato. Quando si legge l’Odissea o l’Iliade si presta poca attenzione ai banchetti degli eroi omerici.

È l’occasione con questo piccolo libello di conoscere e approfondire questo tema. Paolo Lingua racconta i vari pasti indicati nei canti di Omero, sottolineando non semplicemente l’aspetto culinario, ma soprattutto il valore e il significato di quei pasti.

Perché un toro invece di una mucca, perché un pezzo rispetto a un altro, l’assenza del pane o il tipo di cottura. Nulla è al caso, tutto torna secondo una cultura e uno stile di vita, compresi gli dei.

Una piacevole lettura, agile non solo per gli amanti della letteratura classica.

Andrea Grilli

Il gatto del Rabbino – il Bar-Mitzvah

Può un gatto celebrare il Bar-Mitzvah? È questo il filo conduttore, il dilemma, il gioco narrativo che accompagna il primo episodio della serie Il gatto del Rabbino di Joann Sfar. Il rabbino di una città del nord Africa ha due animali, un gatto sempre taciturno e un pappagallo che parla sempre. Il gatto vorrebbe passare il tempo con la figlia del Rabbino, 01sfar1.gifcosì un giorno il gatto si mangia il pappagallo. Niente di strano che un gatto si mangi un uccello, ma ecco fatto il gatto inizia a parlare. Ne segue un confronto dialettico tra ben due Rabbini e lo stesso animale che cerca in tutti i modi di convincerli che può celebrare il Bar-Mitzvah. Ma l’uso della parola non è facile, il gatto mente subito, oppure è troppo veemente e aggressivo quando vuole dire la sua senza prestare la minima attenzione alla sensibilità degli interlocutori.

Il Rabbino di fronte alle bugie del gatto così risponde: la parola serve a descrivere il mondo, non a contraffarlo. E il timore che conduca sua figlia su una brutta strada (nel fumetto vediamo il gatto che suggerisce di leggere Il rosso e il nero di Stendhal) lo spingono a tenere sempre con sé il gatto e infine a impartirgli una educazione ebraica al fine di migliorare e di poter frequentare la padroncina.

Rabbino: L’occidentale vuole risolvere il mondo. Fare l’uno con il multiplo. È un’illusione, mi dice il rabbino.
Il gatto: Sì, ma in fin dei conti, maestro, non è che anche il giudaismo cerchi di fare l’uno con il multiplo?
Rabbino: Sì. Ma non allo stesso modo. Il Logos consiste di tesi, antitesi e sintesi. Mentre il giudaismo è fatto di tesi, antitesi, antitesi, antitesi…

Questo è uno dei tanti passaggi, confronti tra il gatto e il Rabbino, momenti che ci permettono di pensare altre antitesi, antitesi…

Il gatto però è anche il nostro narratore, si confronta con tutti anche con il lettore. Con i suoi occhi cinici e senza infrastrutture osserva, giudica, analizza il comportamento dei vari personaggi della storia. Anche gli allievi del Rabbino subiscono le sue attenzioni, uno in particolare che sembra volere la mano della padroncina. È un giovane dalla parola tagliente, sempre preso a difendere i costumi e richiamare le donne come a sottolineare che Se temi Dio, se rispetti lo Shabbat e fai bene le tue preghiere, non ti può succedere niente. È logico. Ma il giovane così rigoroso ha la sua vita segreta fatta del bordello arabo, frequentato per non farsi scoprire. Al gatto piace quell’anima ambigua e ipocrita. D’altra parte il gatto si diverte a dialogare con i suoi interlocutori così come a tacere e osservare il mondo che scorre intorno a lui, prediligendo i più imperfetti oppure coloro che lo coccolano.

Il gatto del Rabbino – il Bar-Mitzvah è una delle tantissime serie a fumetti che Joann Sfar disegna. Autore francese tra i più prolifici e innovativi pesca a piene mani dalle tradizioni dei propri genitori, madre askenazita e padre sefardita. In una intervista al sito Joann Sfarinternet francese www.parutions.com nel 2002 ha sottolineato la profonda educazione religiosa che ha ricevuto fin da bambino. Anzi il Gatto del Rabbino è chiaramente ispirato all’educazione del padre.

Il tratto di Joann Sfar è vicino al fumetto favolistico, con i personaggi quasi infantili nella
loro rappresentazione, il disegno ci riflette immediatamente il loro animo, i loro sentimenti. Nello stesso tempo l’autore francese è interprete di una nuova strada del fumetto franco-belga, ormai sempre meno aderente alla linea-chiara di Hergé. La linea di Joann Sfar è spezzata, anzi più che una linea, sono decine di linee piccole, nervose, sferruzzate sulla tavola senza una apparente logica. Sembrano tante antitesi in un processo logico tra parola e disegno

Andrea Grilli

La shoà e gli X-Men

Quando parliamo di fumetto e Shoà siamo abituati a pensare a Maus di Art Spiegelman oppure più recentemente a Yossel di Joe Kubert o Sono figlia dell’olocausto di Bernice Eisenstein. Eppure dagli sessanta esce mensilmente nelle edicole statunitensi una serie a fumetti che è fortemente caratterizzata dal tema della Shoà. The Uncanny X-Men (settembre 1963) di Stan Lee e Jack Kirby. Entrambi gli autori erano famosi al pubblico per aver creato personaggi come L’uomo ragno, Capitan America e tanti altri, ma tutti questi supereroi erano uomini che avevano acquisito i loro poteri a causa di incidenti, esperimenti scientifici. Anche il Batman della DC Comics non era altro che un eccentrico miliardario che combatteva il crimine.

Xavier e MagnetoMa gli X-Men cambiarono radicalmente la percezione dei supereroi nel mondo dei fumetti. I loro poteri sono genetici, cioè questi uomini nascono con i superpoteri, quasi un popolo eletto. Possono leggere nel pensiero, trasformarsi in acciaio, volare con proprie ali, autocurarsi, lanciare raggi gamma dagli occhi. Proprio nel primo episodio della seria, settembre 1963, esordisce anche quello che sarà poi il nemico numero uno, la nemesi, lo specchio dell’ideale che unirà gli X-Men. Questi mutanti sono uniti dall’ideale di un telepate, Charles Xavier, di una convivenza civile tra uomini comuni e mutanti. Dall’altra parte Magneto un uomo con profonde ferite.

Stan Lee, ovvero Stan Lee Lieber nato da una famiglia di ebrei rumeni, così spiega il suo personaggio: “Non ho immaginato Magneto come un cattivo ragazzo. Voleva solo rispondere a quella gente che era così bigotta e razzista… Cercava di difendere i mutanti e poiché la società non li trattava bene, voleva dargli una lezione. Era naturalmente uno pericoloso… ma non ho mai pensato che fosse un villain.”

Lo schema che sarà alla base della serie degli X-Men è impostato. Gli umani temono la diversità dei mutanti, li odiano, come precedentemente avevano odiato gli ebrei o gli zingari. Ma gli X-Men non decollano e la testata rimane a languire finché Chris Claremont non viene assunto alla Marvel Comics. Chris aveva trascorso alcuni mesi in un kibbutz dove aveva incontrato sopravvissuti dei lager nazisti, dove di notte i soldati del Tzahal montavano la guardia e gli caccia con la stella di Davide volavano verso la Giordania per difendere Israele.

Chris Claremont impone un ritmo diverso alla saga degli X-Men trasformandola in una delle serie fumettistiche più lette al mondo e ritenuta, a torto o a ragione, un capolavoro assoluto di discussione e narrazione sul tema della diversità e del diritto di difendersi. Con la sua penna di sceneggiatore Magneto scopre le sue carte. Fino al numero 12 della serie Classic X-Men, pubblicata in Italia dalla Star Comics nel mensile Gli Incredibili X-Men. Magneto è un sopravvissuto di Auschwitz, il suo nome forse è Max Eisenhardt, ed è anche un padre che ha perso la figlia uccisa dall’odio del potere sovietico.

Così nasce un personaggio che non può fidarsi degli uomini, che, come racconta Stan Lee, vuole difendere il suo popolo, ora i mutanti oggetto dell’odio razziale. Nei decenni che seguiranno questo personaggio guiderà anche gli X-Men cercando nuove vie per realizzare i propri obiettivi. Magneto rimane comunque un personaggio tra i più amati dai lettori di fumetti, diciassettesimo nella classifica dei cattivi più amati. Ma al di fuori degli schemi del villain, cioè del cattivo che il supereroe di turno deve sconfiggere, Max Eisenhardt è caratterizzato da una forte senso degli ideali e da un obiettivo che nessuno potrebbe contestare: difendere un popolo.

Magneto e XavierAnche Chris Claremont ha speso un commento su questo personaggio così controverso: “Una volta che trovai il punto di partenza per Magneto (come vittima dell’Olocausto), tutto il resto andò al suo posto, perché mi permetteva di trasformarlo in una figura tragica che vuole salvare il suo Popolo… quindi ho avuto l’opportunità… di tentare di redimerlo… di vedere… se si poteva evolvere nello stesso modo in cui Menachem Begin si trasformò da il ragazzo che i britannici consideravano “shoot on sight” nel 1945… in uno statista che vinse il Premio Nobel per la Pace nel 1976.”

Sono questi commenti che mostrano quanto la Shoà sia un tema molto presente nella saga degli X-Men, forse sottovaluto e troppo spesso inserito in un contesto generico di trattazione del tema della “diversità”. Mentre appare evidente che gli autori da Stan Lee a Chris Claremont hanno posto la Shoà come un faro che illumina moralmente le scelte e la vita dei loro personaggi, perché direttamente coinvolti. E non solo per aver reso l’avversario principale dei mutanti un sopravvissuto di Auschwitz, ma anche per altri personaggi come Kitty Pride, giovane mutante che nell’episodio 199 de The Uncanny X-Men (gennaio 1985) partecipa a un incontro del National Holocaust Museum di New York per cercare la sorella del nonno.

Sono qui per mio nonno, Samuel Prydeman. Avrebbe voluto essere qui più di ogni altra cosa, ma è morto l’anno scorso. Aveva una sorella, la mia prozia Chava. Viveva a Varsavia prima della guerra.

Andrea Grilli

Marseille

Dopo vent’anni passati come sindaco di Marsiglia, Robert Taro si ritrova a sfidare in un’accesa campagna elettorale il suo ex-protetto, Lucas Barres. [Wikipedia]

La tramma, scritta così, sembra alquanto banale e semplice, invece Marseille, serie produzione Netflix, affronta con estrema intelligenza e anche un bel po’ di coraggio, la situazione politica delle città francesi.

Marsiglia è una delle più importanti città francesi, ma anche e soprattutto il simbolo del fallimento delle politiche sulla sicurezza di Sarkozy e ancora oggi una spina nel fianco di tutti i governi francesi.

MarseilleLa sigla iniziale cantata in arabo è palesemente una provocazione sulla identità della Francia e le frizioni sociali e politiche sul tema della nazione e dell’essere francesi. Le banlieue sono sempre più fuori controllo, la serie Marseille infatti disegna chiaramente la mancanza di un collegamento sano tra i due mondi, quello dei bei quartieri e delle banlieue. Anzi il rapporto di sfruttamento è ben descritto nei rapporti tra una politica corrotta e mafiosa, nel senso vero della parola dove un italo-francese gioca il ruolo classico del mafioso, e una banlieue abbandonata a se stessa, dove il riscatto è quasi impossibile, dove si genera una cultura o sub-cultura che cerca una sua identità.

Ma per la politica dei grandi affari sono solo carne da macello, non tanto diversamente da santoni, capi religiosi e altri imbonitori.

C’è un sottile senso di ottimismo, il sindaco Taro, anche se ben cosciente del marciume della politica, agisce comunque per un profondo amore per la città di Marsiglia. Una contraddizione ormai diffusa, dove l’amore auto-dichiarato per qualcosa, giustifica e sorregge l’auto-giustificazione che tutto si può, anche violare o reinterpretare i valori e le leggi della Francia.

Netflix con questa produzione ha regalato alla Francia una bellissima seria televisiva, ricca di contenuti, con ottimi attori e ha restituito al pubblico francese un Gerard Depardieu che rappresenta sempre e comunque la Francia.

Ma non si può dimenticare Benoît Magimel, interprete nel 1995 La Haine di Mathieu Kassovitz e più volte affianco a Claude Chabrol.

Brava anche le attrici femminili, ma sempre in ruolo, decisamente relegato, di comprimarie, amanti, puttane e mogli. Spesso ruoli scambiabili in una serie decisamente maschilista. Ma non è un peccato, anzi. La forza di Marseille è di essere una serie senza compromessi.

Andrea Grilli

Le origini di Capitan America

Captain AmericaÈ il 1941, marzo, siamo sempre a New York, dove vari fumettisti, scrittori e tipografi stanno scrivendo la storia del fumetto. E’ appena uscito un nuovo comic book con un nuovo supereroe. Si tratta di Capitan America. Dedicare qualche riga a Cap, come spesso viene amichevolmente chiamato è doveroso, visto che dalla sua creazione ha ispirato oltre tre generazioni di supereroi.

Fu creato oltre che da Jack Kirby anche da Joe Simon. Joe era cresciuto a Rochester, New York, in una famiglia di ebrei dove il padre praticava il mestiere del sarto. Il co-autore di Cap inizia a lavorare con diversi autori e syndacate come freelance. È in quella occasione che incontra Kirby, nel 1998 ha così descritto quell’evento:

I had a suit and Jack thought that was really nice. He’d never seen a comic book artist with a suit before. The reason I had a suit was that my father was a tailor. Jack’s father was a tailor too, but he made pants! Anyway, I was doing freelance work and I had a little office in New York about ten blocks from DC [Comics]’ and Fox [Feature Syndicate]’s offices, and I was working on Blue Bolt for Funnies, Inc. So, of course, I loved Jack’s work and the first time I saw it I couldn’t believe what I was seeing. He asked if we could do some freelance work together. I was delighted and I took him over to my little office. We worked from the second issue of Blue Bolt…

Successivamente la Timely Comics, prima di diventare la Marvel Comics, commissiona ai due autori la creazione di un nuovo supereroe dopo il successo della Torcia Umana. Nasce così Capitan America che vende subito un milione copie. Si tratta di un personaggio figlio del periodo della guerra.

Sempre Simon dice ”The opponents to the war were all quite well organized. We wanted to have our say too.” Proprio così. Il personaggio combatte nazisti e giapponesi, presentando il punto di vista di chi ritiene che si debba combattere il pericolo nazista. Il personaggio generò una ricca discussione tra i lettori di comics spesso con lettere molto negative e la nascita di fan club.

Il duo Simon-Kirby produsse solo i primi dieci numeri, poi passò alla DC Comics. Il loro Jack Kirbypersonaggio resisterà fino al 1950 per poi andare in vacanza e tornare nelle edicole americane nel marzo del 1964 nel numero 4 del comic book The Avengers. Il personaggio ha sempre rappresentato i valori di libertà tipici della società statunitensi. E li difenderà fino a morire in una delle miniserie più forti anche politicamente della Marvel, Civil War, dove i supereroi si dividono tra coloro che rivelano la loro identità e chi si rifiuta per non essere controllato dallo Stato. Una miniserie che riflette il drammatico dibattito politico e sociale sulla Libertà durante l’amministrazione di Bush junior.

Cap è contro la schedatura, contro il carcere per coloro che si oppongono. Difende quella libertà assoluta, piena, autentica che aveva difeso contro il nazismo. E morirà per questo.

Per poi tornare, come tutti gli eroi non può veramente morire. Il suo destino è perseguire l’obiettivo che gli autori gli hanno affidato. Spesso è stato associato a temi nazionalistici e troppo-americanofili, perdendo spesso nel confronto con altri “super” meno marcatamente statunitensi. Ma alla fine non può che emergere il significato più profondo, la sua identità di difensore della Libertà. Come i supereroi creati da Stan Lee, Bob Kane e tanti altri autori ebrei statunitensi, il Capitan America di Jack Kirby e Joe Simon si erge al golem che non è più tra noi e difende i più deboli da chi come il nazismo conosce solo la violenza morale e fisica.

Andrea Grilli

Captain America: Civil War

di Anthony e Joe Russo.

Ed è arrivato, come molti fan aspettavano dopo una campagna di marketing della Marvel che ha bombardato il web e non solo.

Sono passati molti anni dalla straordinaria e drammatica saga del fumetto Civil War dove la Casa delle Idee affrontò i grandi temi sociali che stavano e stanno devastando da anni la società statunitense. Il Patrioct Act con la riduzione delle libertà personali ha scatenato ben più di un semplice conflitto, ha portato alle estreme conseguenze, ai confini massimi, l’esercizio delle libertà che costarono sangue e dolore a tantissimi coloni.

Bilancia Libertà e SicurezzaNell”accademia di West Point si discuteva se questa bilancia Libertà e Sicurezza, all’aumentare dell’una, si riduce l’altra o viceversa. Dov’è l’equilibrio tra queste due profonde esigenze? Quanto è cambiato il concetto di sicurezza rispetto alla Rivoluzione Americana? Quando fu pensato il secondo emendamento della Costituzione americana, si pensava proprio alla difesa nel rispetto della Libertà e oggi?

Di questo grande e profondo dibattito nel film non vi è traccia. Il brand “civil war” diventa una scaramuccia famigliare con l’inganno di un super cattivo di turno.

Eppure non siamo di fronte a un brutto film, ma sicuramente ci sono diversi elementi che lasciano perplessi.

Prima di tutto la struttura narrativa ha una fase di drammatizzazione molto lunga, quasi Capitan America teamesasperata, potenzialmente indizio di una trama poco condivisa dal team creativo o debole. Di fatti l’introduzione di leggi restrittive sui super è immediata senza indicare un percorso di dibattito o di esasperazione. Per di più la trama parte da un’altra parte… Sembrano due idee sommate in un guazzabuglio, tipo melting pot narrativo.

Personaggi. Troppi, buttati nella varie fasi delle battaglie cercando, ogni volta di dare spiegazioni, di recuperare l’origine degli stessi e cercare di evitare che il pubblico non si chieda “ma chi è questo?” oppure “adesso che succede?”.

Linguaggio. Tra la prima e la seconda parte del film si riscontrano due schemi di Iron Man teamlinguaggio e di parole a tal punto che si passa da discorsi lunghi, pomposi, esplicativi a uso di parole volgari, frasi più strette e coincise e il ritorno dell’umorismo totalmente assente nella prima parte.

Combattimenti. Abbiamo visto di meglio, come direbbe Shakespeare Much Ado about nothing. Tanto rumore, tanta roba rotta, macchine che si rompono, inseguimenti in gallerie etc… tanto rumore per nulla.

Un film che sembra un patchwork di idee, ma che fa difficoltà a decollare con uno schema più o meno simile ai film precedenti senza averne però la poesia e la potenza narrativa, l’eroismo e la miticità. Sempre che tutto questo non fosse voluto perché alla fine questo film funziona e si spiega solo se è un nuovo inizio, se bisogna catturare nuovo pubblico e gestire la confusione che si sta creando.

I dubbi però rimangono, la qualità è di gran lunga distante dai film precedenti della Casa delle Idee.

Andrea Grilli

PS. il film piacerà tanto a chi non legge i fumetti, ai più giovani e a chi vuole divertirsi senza pensieri.

Sono figlia dell’olocausto

di Bernice Eisenstein – Guanda

Durante una Fiera del Libro di Torino mi sono fermato presso lo stand della Giuntina. Così navigando tra le pagine dei libri, mi è stato consigliato di leggere un libro di Lizzie Doron, una autrice che potremmo definire della seconda generazione dei narratori della Shoà.

Questa considerazione mi ha fatto riflettere sul fatto che nel mondo del fumetto non è mai Sono figlia dell'Olocaustoesistita una prima generazione di narratori. Chi è sopravvissuto ha usato il metodo della scrittura, della parola ferma su un foglio, per memorizzare e raccontare quanto aveva vissuto. Il mondo del fumetto era al di là dell’oceano, per assurdo rinnovato e sviluppato da editori e fumettisti ebrei, ma nessuno dei quali era “sopravvissuto”, era una parte di un qualcosa perso. Così i padri della memoria come Primo Levi o Elie Wiesel si esprimono con la parola e non con il disegno.

Sarà poi Art Spiegelman a dare il via alla memoria disegnata per conto terzi, per conto del padre. Oppure Joe Kubert ipotizzerà la vita che avrebbe potuto vivere in Polonia, ma sono orecchie di testimonianze, mani che raccolgono le parole del ricordo e le conservano in un vaso nuovo, forse più vicino al nuovo modo di esprimersi dei nostri ultimi decenni.

Bernice EisensteinUn tema nuovo inoltre si inseriva in questa memoria, il tema di esseri figli o nipoti di sopravvissuti. Cosa vuol dire vivere affianco a uomini e donne che portano, ne portaron
o ne porteranno, ma con un pesante indicativo portano con tutto il peso e la fatica psicologica che ne consegue, la memoria della Shoà?

Berice Eisenstein ha scritto e disegnato un libro raccontando la sua vita di figlia di due deportati. Non abbiamo però il racconto della esperienza dei genitori, ma la sua esperienza nella famiglia, nelle emozioni, nei legami e sentimenti che ogni suo parente ha tessuto con lei. Vuol dire inevitabilmente definire luoghi, istanti della propria identità che non potranno essere paragonabili ad altri.

La memoria collettiva di una generazione parla, e io sono obbligata ad ascoltare, a vederne gli orrori, a sentirne l’offesa.

Andrea Grilli