The Fall

The Fall, con Gillian Anderson e Jamie Dornan, serie tv creata da Allan Cubitt, 2013-2016.

The Fall è una serie televisiva britannica ambientata nell’Irlanda del Nord, esattamente a Belfast. In tre stagioni si sviluppa la caccia a un serial killer e le successive attività giudiziarie per raccogliere le prove definitive per il processo.

Gli autori hanno preferito costruire un racconto su un doppio binario, da una parte il serial killer, la famiglia, gli amici, i comportamenti, le modalità con cui uccide; dall’altra parte gli investigatori, con le loro  relazioni, i problemi, le indagini. I due binari operano all’interno di un contesto, l’Irlanda del Nord, e sono connessi tra loro, come degli scambi di veri binari di due treni, dalle vittime, passate e presenti.

L’intreccio è sempre ben lineare, cioè non è di fatto un intreccio nel senso di una incomprensiblità o difficoltà nel mappare gli eventi. A fronte di incapacità, errori da entrambe le parti, mediocrità dei personaggi, Stella Gibson, interpretata in modo straordinario da Gillian Anderson, arriva alla fine a identificare il serial killer, che noi, pubblico, già conosciamo secondo lo spirito che sappiamo chi c’è dietro la tenda e vorremo avvisare il nostro personaggio di prestare attenzione ai piedi che escono dai bordi del tessuto.

The FallJamie Dornan, poi famoso per la trilogia 50 sfumature di grigio, incarna con grande efficacia un uomo che vive una sociopatia che si alterna tra una consapevole ferocia e la affettuosa gestione della famiglia.

Il contesto irlandese è critico per i personaggi. Stella Gibson, catapultata dalla tranquilla Londra, si trova a investigare in una società armata dove la dicotomia cattolici-orangisti è ancora viva e non sopita, neanche dopo gli accordi del Venerdì Santo. Tensione su tensione, violenza su violenza. I personaggi sono travolti da una caduta, the fall, costante, verso un fondo dove non sembra esserci salvezza; attratti da una forza distruttiva che travolge tutti.

La parola the fall in inglese può avere diverse connottazioni, sia positive che negative. Pensiamo a falling in love, dove si può scorgere solo un aspetto positivo; d’altra parte può vuol dire fallimento, sconfitta, perdita di dignità e rispetto. Ma di chi?

Di tutti, dei singoli personaggi, della società irlandese, dell’intero universo di relazioni e fatti che ruotano attorno e dentro la storia di The Fall.

Paul Spector, il serial killer, viene sconfitto; Stella Gibson perde la sua infallibilità e il rigore che la distingue; Jim Burns, Assistant chief constable, perde la sua dignità; e così via tutti i personaggi.

Ma un sospetto nel finale può venire al pubblico, che forse questa caduta travolga tutti, anche coloro che non sono coinvolti nelle indagine e nei crimini del serial killer.

In qualche modo la società irlandese, dopo gli accordi, non riesce a risolvere e risolversi, proseguendo nella caduta che sembra più dettata dalla mancanza di diaologo.

Andrea Grilli

 

 

Topgun Maverick

Topgun Maverick di Joseph Kosinski, con Tom Cruise, Val Kilmer, Jennifer Connelly. 2022.

Jerry Bruckheimer riporta sullo schermo cinematografico Topgun con una operazione di nostalgia. Il film è costruito secondo il modello del primo, aggiornando le scene alle nuove tecnologie apparse dopo gli anni Ottanta, come lo smartphone, anche se il film cerca sempre di riproporre contesti e oggetti tipici di un mondo dove l’esaltazione del superego, prima maschile negli anni Ottanta, e ora anche femminile, non mancano.

Gli autori hanno dovuto affrontare diversi problemi legati al tempo trascorso tra i due  film, ben 34 anni. Maverick ha fatto un po’ di carriera, ma non troppa. Alcuni personaggi sono morti, altri sono cresciuti e altri ancora ormai stanno morendo. Maverick è di fatto l’ombra di se stesso, un pilota relegato a testare aerei sperimentali a cui viene offerta l’ultima missione.

Non manca la retorica anni Ottanta, un po’ reaganiana, un po’ ormai americana a tutto tondo. Rispetto alla Guerra Fredda non è corretto fare nomi, così si parla di un fantomatico stato canaglia, armato con un po’ di tutto sia americano che russo. Il film è pieno di imprecisioni dettati da esigenze narrative in pieno stile anni Ottanta. D’altra parte la necessità di una operazione nostalgia impone di recuperare quella leggerezza narrativa dell’epoca.

Topgun MaverickSiamo comunque nel ventunesimo secolo e anche le donne pilotano e combattono, così la presenza di una ottima Monica Barbaro, professionista che non travolge, ma fa il suo onesto lavoro.

Topgun Maverick è un film ben fatto, ben costruito per la semplice necessità di un paio d’ore di emozioni. Tom Cruise tiene bene la posizione, ormai ombra di certi stili e lontano da ben altre recitazioni. L’attore americano sembra abbia la capacità di immergersi nelle assonanze recitative dell’epoca, come se non avesse interpretato capolavori come Codice d’onore, Rain man o L’ultimo samurai.

Scene di combattimento in Topgun

Il film non propone grandi scene di combattimento, ma lavora sulla capacità dei piloti di gestire situazioni al limite dell’impossibile. Fin dall’inizio viene chiarita la debollezza delle tecnologie statunitensi e solo grazie alla capacità degli uomini, della loro volontà di superare le difficoltà il nemico potrà essere sconfitto.

Si ha l’impressione che gli USA di Topgun Maverick vogliano ricordare le grandi gesta di attori come John Wayne, che potevano vincere anche con un braccio ferito, una gamba zoppa e un esercito di indiani che lo inseguivano. L’America si ripensa, riflette sui valori e sulle sua capacità di nazione di opporsi al nemico e come sostenere i suoi alleati. Gli anni Ottanta sono quel momento storico in cui l’URSS viene sconfitta e si deve ripensare al proprio destino.

Forse anche per questo motivo è interessante il richiamo a Star Wars. La missione è di fatto una riproposizione della missione della distruzione della Morte Nera in versione centrale nucleare, montagne e vecchi aerei. L’Imperno non c’è, ma lo stato canaglia, qualunque esso sia, rappresenta l’ostacolo.

La Forza è con Maverick e i suoi uomini o meglio gli anni Ottanta.

Doctor Strange nel Multiverso della Follia

Doctor Strange nel Multiverso della Follia, di Sam Raimi, con Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen, 2022, Marvel Studios.

Nuovo episodio del Marvel Universe e del Doctor Strange. Questa volta, anche se il tema sembra travolgere i multiversi e riguardare eventi di tale portata da coinvolgere forze immense, in realtà gli autori hanno centrato la storia su un archetipo, sì universale, ma così elementare da essere semplice, diretto e travolgente.

Ancora una volta, come grandi saghe come gli X-Men ci hanno abituato, non esiste un villain, distruttore, un cattivo da rifiutare. Chiunque di noi abbia visto questo film non può che essere affianco alla presunta cattiva, alla presunta nemica di Doctor Strange.

doctor-strangeAnche il mistico non può che tentare in ogni istante del film di dialogare con il devastante dolore di una madre. Perché questo Doctor Strange nel Multiverso della Follia racconta una storia molto semplice: l’amore di una figlia per le madri, l’amore di una madre per i figli. Ma tutto questo è condito dentro il Marvel Universe, dove il disegno creativo dei suoi autori, trasforma gli eventi della vita dei loro personaggi come universali.

Siamo tutti Wanda, siamo tutti America Chavez, siamo tutti replicati nei vari multiversi, con tutte le diversità e le specificità di ogni variante e ogni cultura. Il mondo Marvel è sempre un mondo multiculturale.

Doctor Strange e Wanda

Benedict Cumberbatch prosegue nella sua regolare interpretazione, solida, sicura, molto simile a quella di Holmes. L’attore regge benissimo ogni secondo delle scene, non perdi mai il ritmo e l’energia. Ormai è Doctor Strange, ma non ha l’occasione di dare prova di recitazione profonda. Anche se il personaggio viene abbellito di un dramma personale, il classico amore incompiuto, tutto questo è tropppo debole rispetto alla potenza drammatica di Wanda e del dolore espresso in modo così efficace dalla attrice Elizabeth Olsen.

In realtà è Wanda il personaggio principale, centrale e profondamente vero del film. Qualunque magia, forza oscura, energia universale non può competere con il profondo dolore di una madre. Ed infatti solo Wanda stessa può fermare se stessa, può risolvere l’intreccio malefico del dolore e della morte.

Doctor Strange e tutti gli altri sono comparse. Comparse della vita. Solo una madre è la vita stessa.

Andrea Grilli

OLD

OLD di M. Night Shyamalan, con Rufus Sewell, Ken Leung e altri, 2021.

Il nuovo film di Shyamalan, OLD, è tratto dalla graphic novel Château de sable, di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters e pubblicata in Italia da Coconino Press.

OLD è un film alla Shyamalan, rigorosamente classico nella struttura, si parte cioè da un genere o una impostazione narrativa, di solito calma e tranquilla, dove si descrive una piacevole o gestibile situazione con piccoli drammi; per poi passare ad atmosfere sempre più cupe e inspiegabili fino ad arrivare al colpo di scena.

Classificato come thriller, OLD è senza dubbio un film di fantascienza. Per molti versi Shyamalan potrebbe essere paragonato a Stephen King per la capacità di strutturare storie che possono surfare tra un genere a un altro senza perdere vigore, ma anzi trasformarsi in ansiogene narrazione dove lo spettatore proietta se stesso sugli eventi e i personaggi della storia stessa.

OLD di ShyamalanSi tratta di fantascienza, e non di horror o un thriller, perché il regista, anche autore, offre una spiegazione scientifica e focalizza con molta attenzione il pensiero logico e razionale come via e strumento per orientarsi nella realtà, seppur misteriosa.

Per gran parte di OLD, il pubblico vede i personaggi barcollare e morire senza poter comprendere cosa stia accadendo. Il sensore di quale genere sia il film, si muove tra l’horror, cioè la mancanza di spiegazione razionale, al thriller angosciante in attesa di un colpevole, di un fattore umano che dia senso a tutto questo. Ma ci sono segnali evidenti, indizi che qualcosa non sia come dovrebbe essere, ma che comunque si possa comprendere.

Lo stesso Shyamalan ogni tanto si distrae e ci lancia una briciola di pane… seguimi, sembra dire al pubblico. Ma solo quando i personaggi riescono ad accettare la morte, come un samurai, allora la ragione, libera da ogni zavorra della paura, può espandere le proprie capacità e trovare quegli indizi, collegare le informazioni e infine trovare la scienza.

OLD di Shyamalan è un piccolo gioiello, ci obbliga a riflettere sulla vita, su come spendiamo il tempo che abbiamo, a chi lo dedichiamo, quali sono i veri temi della vita e delle relazioni. Dedichiamo il giusto tempo agli anziani, ai figli? Doniamo del nostro tempo a chi amiamo?

È così breve la vita. Sembra dirci Shyamalan. Non rischiamo di trovarci nel mezzo del cammin senza avere una idea di come l’abbiamo spesa. La Vita.

Andrea Grilli

50 – Santarcangelo Festival

50 – Santarcangelo Festival – Scritto e diretto da: Michele Mellara, Alessandro Rossi, Mammut Film

I due autori della Mammut Film ci hanno abituati a film documentari molto ricchi e profondi. Si tratta di un percorso narrativo molto rigoroso. Mellara e Rossi cercano di ricostruire attraverso documenti e testimonianze una storia, che non viene in realtà interpretata, ma scoperta con il pubblico. Come per esempio con I’m love with my car, dove si tratta un tema ormai normalizzato, quotidiano e dato per certo, automatico, quasi indispensabile, come l’automobile. Eppure Mellara e Rossi riescono a farci riflettere sugli impatti che ha sulla nostra vita, nel bene e nel male.

Con 50 – Santarcangelo Festival l’operazione non è molto dissimile. Il problema di raccontare un festival teatrale come quello di Santarcangelo è di tracciare inevitabilmente una  storia del teatro italiano e delle politiche di gestione e sviluppo.

Il film ripercorre dalle origini fino agli ultimi anni le scelte autoriali, politiche del comune e dell’ente organizzatore, di direttori artistici affrontando non solo le difficoltà pratiche, ma anche quelle che in prospettiva potevano incidere sulla storia del teatro italiano.

E in quel percorso, così difficile, fatto spesso di mancanze, come di un chiaro e ben tenuto archivio storico, Mellara e Rossi sono riusciti a ricostruire una storia di Santarcangelo, forse meglio anche di quanto la stessa cittadina romagnola abbia percepito e percepisca.Santarcangelo, Gruppo indagine visiva

Riflessioni su Santarcangelo

La percezione di tristezza o malinconia. Come se c’era una volta un progetto teatrale collettivo e sociale, ma col tempo si è sgranato. Dal primo tentativo di Patino, passando da Bacci fino a Leo De Berardinis. il tema del terzo teatro, del teatro politico, della attenzione al mondo circostante piuttosto che a se stessi, col tempo si perde. L’onda di autoreferenzialità degli anni Ottanta arriva anche nel teatro.

50 – Santarcangelo Festival non è una vera celebrazione di Santarcangelo, ma non ci saremmo aspettati questo dagli autori, quanto piuttosto un raccontare un percorso, una strada; e una strada può essere malinconica perché favorisce l’introspezione, il guardarsi dentro o anche indietro, i passi fatti.

Mentre si guarda 50 – Santarcangelo Festival si rimane in attesa che arrivi qualcosa, non subito si ha l’impressione di sapere cosa si attende. Si tratta di una assenza che solo alla fine appare evidente, gli abitanti di Santarcangelo. Forse il festival è ormai diventata una gigantesca operazione intellettuale che ha perso le sue origini? Penso al primo catalogo che era anche in tedesco, teso cioè a raccogliere l’attenzione anche dei turisti tedesci della riviera.

E allora questo dovrebbe diventare una grande riflessione sul teatro e sulla cultura in generale (come d’altra parte qualcuno menziona nel film), cioè la perdita o la caduta della parola “politica” nella cultura. Un progetto politico culturale, il terzo teatro, diventa un dibattito autoreferenziale del teatro o uno show di performance. Quindi torniamo al coraggio dei due autori, che hanno affrontato la storia di uno dei festival più importanti e significativi, ma un po’ come la RAI di un tempo, così tesa alla cultura e alla produzione di qualità, è diventato il luogo che deve esserci, non di cui abbiamo bisogno per riflettere sul significato profondo dell’essere umano.

Un po’ come gli antichi greci, abbiamo dimenticato le origini e 50 – Santarcangelo Festival ci sprona a riflettere su cosa sia il teatro oggi e se sia ancora lo specchio dei nostri più profondi archetipi.

Andrea Grilli

 

 

 

Alice e il sindaco

Alice e il sindaco, di Nicolas Pariser, con Fabrice Luchini e Anaïs Demoustier

Storia ambientata a Lione nel mondo della politica e delle trasformazioni sociali che le grandi città francesi hanno subito negli ultimi vent’anni, generando da una parte la crisi degli approcci dei partiti tradizionali al disagio sociale, d’altra l’emergere di nuovi linguaggi e criticità. Già Netflix aveva proposto una serie tv dedicata alla città di Marsiglia e alle lotte interne tra i partiti di maggioranza, Marseille.

Così gli autori di Alice e il sindaco sviluppano una tramma non troppo classica, ma molto francese, nel costruire un dialogo tra una giovane donna, studiosa, intellettuale e idealista rispetto invece al navigato ed esperto politico che si trova nelle condizioni di salire nelle gerarchie del partito o affrontare il viale del tramonto.

D’altra parte non è infrequente in Francia il nascere di passioni e forti rapporti tra generazioni diverse, rapporti che possono essere amorosi, quanto intellettuali. Alice entra abbastanza velocemente nella macchina politica, superando diffidenze e meccanismi ormai super rodati ma adatti a un vecchio modo di fare politica.

Il sindaco, affascinato dal pensiero innovativo della giovane filosofa, cerca di impostare un forte cambiamento nella strategia politica, ma ormai anche il partito guarda oltre nuove sponde.

Alice e il sindaco è girato direttamente nei luoghi più suggestivi di Lione, la terza città di Francia, dopo Parigi e Marsiglia. Una città fondamentale, un nodo economico e culturale che è sempre più presente nei film quanto nelle serie tv, come Cherif, serie di grande successo che ha giocato su una lettura meta-televisiva del genero stesso poliziesco.

Gli attori di Alice e il sindaco.

Alice e il sindacoFabrice Luchini recita con la delicatezza e le generosità che lo ha sempre distinto, sottoponendo se stesso a un doppio binario recitativo, da una parte il corpo a rappresentare l’età del riposo, dall’altra invece la mente, l’energia curiosa e audace del politico pronto sempre a mettersi in gioco. Ma le regole sono cambiate e neanche Alice potrà condurlo nella nuova era.

Anaïs Demoustier gioca bene il ruolo di speccio e contraltare culturale ed emotivo del sindaco. Si muove negli spazi occupandoli senza mai invadere lo spazio attoriale, ma anche emotivo di Luchini e del sindaco. Il loro recitare è fraseggio di rara intensità attoriale e artistica.

Il finale.

Il fallimento della convention del partito segna la fine politica del sindaco. La giovane filosofa gli renderà omaggio, come un giovane soldato riconosce il maestro. Percorsi e strade diverse li hanno allontanati, ma non quella sensazione di intensa attrazione politica e intellettuale che spesso è l’unico vero amore.

Un film francese, nell’estetica, nei modi, nel linguaggio dei corpi e nelle espressioni dei volti che intrecciano sguardi, emozioni ed eventi. Nell’amore.

 

 

Equinox

Equinox, serie Netflix, 2020, Danimarca.

Equinox è una serie danese per Netflix, di sei episodi. Non è chiaro se sarà prodotta una seconda stagione, ma molto difficile che possa funzionare, visto la debolezza della trama della prima stagione.

21 ragazzi scompaiono durante una gita post diploma, Astrid diventata adulta cerca di scoprire cosa sia successo alla sorella, Ida, dopo che uno sconosciuto la chiama per rilevarle informazioni sul fatto. Inizia quindi l’indagine di Astrid per scoprire cosa sia realmente accaduto e dove possa essere la sorella: morta, prigioniera, non si sa.

L’ispirazione della storia proviene da una leggenda nordica della dea Ostara, divinità collegata all’equinozio di primavera e ai suoi rapporti con una lepre (o coniglio che fa le uova, le famose uova di Pasqua); questo culto è anche diffuso in gran parte dell’Europa con nomi diversi e viene associato proprio alla Pasqua. Inoltre la storia stessa della serie tv è ispirata al podcast Equinox 1985.

EquinoxIl problema della serie è che già dal terzo episodio è chiara quasi tutta la trama, comprese le sottotrame. Anzi si rimane stupiti del perché Astrid non faccia l’unica cosa da fare (per evitare spoiler non approfondiamo). Per tutti gli altri tre episodi la ragazza vaga tra un personaggio e un altro rimbalzando tra pianti e attacchi isterici. Nel frattempo l’unica reazione del padre e dell’ex marito è di tentare di rinchiuderla in manicomio. La madre invece che conosce il mistero riesce sempre a non rispondere, passando da pseudo matta e bugiarda.

Anche quando Astrid si trova di fronte a fatti talmente chiari che c’è poco altro da fare, non approfondisce. A parte la trama, va sottolineata la bravura degli attori, delle atmosfere nordiche, sempre belle e avvincenti; e la natura, dove spesso i personaggi si immergono.

Non possiamo dimenticare il finale, o forse vorremmo dimenticarlo. Un finale senza senso, falsamente poetico e poco coerente con tutto quanto seminato nei cinque episodi precedenti. Si tratta di un tentativo di creare una serie horror-fantasy, ma poco riuscita, probabilmente per un tentativo, legittimo comunque, di cercare una originalità che non è visibile. Si tratta comunque di trame simili con altre serie Netflix o acquistate dal canale streaming, come la francese Zone Blanche (Black Spot), di ben altro spessore, ma ancora ferma alla seconda stagione.

Trilogia del Baztán

Trilogia del Baztán, Regia di Fernando González Molina, con Marta Etura.

Nel film Trilogia del Baztán Amaia Salazar, ispettore della Policia Foral, è arrivata alla fine della sua indagine. Tre film, tratti da altrettanti libri della scrittrice basca Dolores Redondo. Una trama travagliata e sofferta, piena di scatole cinesi dentro scatole cinesi, in una serie di colpi di scena che se nei primi due film potevano anche essere poco prevedibili, nel terzo film diventano una serie di eventi scontati e poco misteriosi.

Il primo film della Trilogia del Baztán, Il guardiano invisibile, ci propone la bellissima valle di Baztán, nei paesi Baschi, e costruisce una serie di relazioni presentando la famiglia di Amaia Salazar con i suoi segreti e oscure ombre di magia e terrore. Anche se già nel primo film ci sono alcuni elementi abbastanza inutili, come il rapporto con il marito, personaggio inutile dal primo film fino al terzo. Ma la vera forza è il mistero e le storie, le leggende e le tradizioni di Baztàn. Fin dal primo film è evidente che la debollezza dei personaggi principali è ampiamente compensata dalla regia, dalla fotografia, dalle location naturali veramente suggestive.

Trilogia del BaztánVa sottolineato che Marta Etura in realtà è molto efficace nella sua recitazione, è proprio il personaggio che peggiora ad ogni film. Nel secondo film della Trilogia del Baztán, Inciso nelle ossa, la scontro con la madre, personaggio di grande potenza narrativa ed  espressiva, diventa la chiave della trama. Vari elementi vengono sparsi nella narrazione, alcuni dei quali probabilmente consentirebbero di chiudere l’intera vicenda già al secondo film. Basti pensare che si parla di una setta, ma si indaga poco sulla setta.

Così si arriva alla terza puntata, Offerta alla tormenta, dove per metà del film assistiamo ad Amaia Salazar che piange, urla e soffre; a tal punto che si possono indovinare i momenti in cui “frignerà” il personaggio. Una totale perdita di controllo con scatti di azione che scompaiono di fronte all’ennessima drammatizzazione. Una serie di eventi abbastanza prevedibili e di fatto nessuna soluzione. La setta in realtà vince, i colpevoli rimangono liberi.

Questo terzo film della Trilogia del Baztán è una patchwork di eventi senza controllo. La parte investigativa è a singhiozzo, interrotta da inutili scene con il marito e dialoghi con la zia, personaggio poco sfruttato e che poteva essere in qualche modo una delle chiavi della narrazione. Mentre si limita a leggere i tarocchi e rischiare la vita, ma non troppo.

Eppure si tratta comunque di tre film ben diretti, belli da vedere nel loro complesso, senza troppo aspettatative sui personaggi. Il fascino è nella valle di Baztàn, nei suoi misteri, nei colori della natura, delle montagne; nella lingua basca e nel suo popolo. E forse Amaia Salazar è semplicemente la voce di un popolo e di una serie di storie e di emozioni, di sentimenti veri e autentici.

Andrea Grilli

Alieni a Crema

Alieni a Crema di Lorenzo Sartori, Plesio Editore, 2018.

Va subito detto che il romanzo Alieni a Crema di Lorenzo Sartori contiene la ricetta autentica del tortello cremasco. Solo questo sarebbe un buon motivo se non che Lorenzo Sartori, game designer, giornalista, direttore della rivista Dadi & Piombo, creatore e direttore artistico di DeGenere, festival della letteratura di Crema, ha scritto un bel romanzo di fantascienza.

Alieni a CremaAlieni a Crema è un piccolo gioiello di fantascienza ambientato in Italia, dove una razza aliena di umonidi decide di organizzare uno scambio culturale e inviare i propri giovani a fare esperienza… Una trama ricca di elementi e intrecci non semplici, dagli alieni che sono 100 e sembrano un branco di curiosi e indifesi esseri a caccia di nuove esperienze, un po’ come dei giovani statunitensi appena finito il college; ma soprattutto la società italiana è il cuore dell’analisi di Lorenzo Sartori.

Con cinismo e fredda osservazione, l’autore cremasco, mette in evidenza le tendenze sociali e culturali che negli ultimi anni si stanno diffondendo; dal blogger, che pensa di essere un giornalista, al politico in cerca di gloria, all’adolescente, che in fondo fa il suo mestiere… l’adolescente e vari altri personaggi, tanto finti quanto veri.

Lorenzo SartoriUn affresco dell’Italia che scorre preso con la giusta dose di ironia e sarcasmo. Non mancano i colpi di scena e varie macchiette, ahimè troppo vere. Non si tratta di un romanzo di fantascienza classica, il tratto ironico e l’attento sguardo sulla società contemporanea consente di affiancare questo romanzo a classici come Guida galattica per gli autostoppisti. Osservando eventi improbabili, possiamo ridere di noi stessi e capire molto di cosa succede.

Dopo le prime esperienze di racconti e romanzi brevi, Lorenzo Sartori ha raggiunto un ottimo livello narrativo. La composizione della storia è ricca senza mai perdere il giusto ritmo. Personaggi tondi e ricchi nel contesto ironico che l’autore ha costruito plasmando la materia dei sogni.

Andrea Grilli

Black ’47: Ireland’s Great Hunger

Black ’47: Ireland’s Great Hunger, Scritto e disegnato da Damien Goodfellow, O’Brien Press, Dublino.

Black ’47: Ireland’s Great Hunger è una graphic novel su uno dei periodi più tristi della storia irlandese, The Great Femine. La grande carestia, in irlandese An Gorta Mór, causò la perdita del 25% della popolazione dell’isola tra morti e immigrazione, tra il 1847 e il 1849, anche se gli effetti, compresa la mancanza di cibo, perdurò per molti pi anni. La data del 1849 è solo indicativa e nei documenti ufficiali dei britannici che la fissarono solo ufficialmente senza tener conto dello stato di miseria e povertà delle campagne irlandesi.

Damien GoodfellowDamien Goodfellow ha raccontato An Gorta Mór attraverso la storia di una famiglia che perde la terra e la casa a favore del nobile latifondista che col ricatto e l’inganno li priva della minima sussistenza.

Jack, un giovane irlandese, è costretto alla fuga, fino a imbarcarsi e raggiungere gli Stati Uniti dove avrà l’opportunità di crearsi una nuova vita. In poco meno di 96 pagine, Goodfellow ha raccontato la storia di milioni di irlandesi.

Il disegno è una tensione costante, una esplosione di tratteggi che drammatizzano Black '47: Ireland's Great Hungerogni scena, come se fossero quadri del Caravaggio. Ogni tavola è un concetto che colpisce per la sua violenza emotiva, l’autore fissa nel disegno il dolore, la sofferenza, la miseria umana del governo britannico; nello stesso tempo Damien Goodfellow racconta anche la vita e gli ambienti della società irlandese, fino a quella america che fu terra promessa per molti popoli.

Va sottolineato che il modo di raccontare la storia non è didascalico, l’autore preferisce non fare digressioni storiche o “spiegoni”, anzi forse perde in completezza del racconto del An Gorta Mór, ma guadagna in forza e consistenza narrativa. Invece di soffermarsi sulla malattia che colpì le patate, preferisce invece raccontare il dramma del padre di Jack che perde il raccolto.

Leggere Black ’47: Ireland’s Great Hunger non vuol dire documentarsi sul tema della Great Famine, ma leggerne il dramma storico di un popolo.

Andrea Grilli