Salvo amato, Livia mia

Salvo amato, Livia mia. Regia di Alberto Sironi e Luca Zingaretti, Tratto dai racconti “Salvo amato… Livia mia” e “Il vecchio ladro” di Andrea Camilleri editi da Sellerio Editore.

Il commissario Salvo Montalbano torna dopo diverse scomparse, la morte di Camilleri, Sironi e altri attori della serie,  e un respiro nuovo nella regia. Si nota un tocco diverso, inquadrature più dinamiche e centrate sugli attori principali, soprattutto i tre, quasi moschettieri, Salvo, Mimì e Fazio con un Catarella forse ripetitivo nei suoi gesti, ma necessari per non perdere il contesto narrativo della storia.

Salvo amato, Livia miaLe donne siciliane hanno sempre un ruolo principale, soprattutto in questo episodio Salvo amato, livia mia dove il lato positivo femminile viene letteralmente messo a confronto con quello maschile distruttore, egoista e peccatore. Montalbano è sempre il testimone di questo mondo, capace di gestire i confini tra il vero crimine e la disperazione di chi ha bisogno. Come Maigret, Montalbano è dotato di quella compassione e capacità di amare che gli consente di cambiare il mondo, di essere un punto di riferimento di un’altra società.

Non solo, altro elemento positivo, è la luce. Montalbano vive in un luogo pieno di luce, di energia. La Sicilia. Un luogo di incontri e incroci, di popoli che si incontrano e vivono

Montalbano racconta un’Italia sempre complessa, sempre difficile, ma dove c’è la luce, la luce dell’amore che ha impedito, ucciso, ferito, sempre sopravvive.

Andrea Grilli

 

 

Fermata d’autobus

Fermata d’autobus di Gao Xingjian, traduzione di Daniele Crisà.

Gao Xingjian è il primo letterato cinese ad essersi assicurato il Premio Nobel nel 2000. Nel 1983 scrisse questo testo teatrale senza atti, Fermata d’autobus, che in Italia è stato tradoto da Daniele Crisà per In forma di parole nel 2000.

Fermata d'autobusSi tratta del secondo testo teatrale, dopo Segnale d’allarme del 1982, e sicuramente segna da una parte un tentativo di conquistare una propria autonomia creativa, dall’altra ci sono interessanti richiami alle opere di Samuel Beckett e in particolare ad Aspettando Godot.

Il tema dell’attesa, in questo caso di un autobus, che passa regolarmente ma non si ferma mai, si combina con la percezione del tempo. I personaggi sono soggetti a una distorsione temporale (il tempo passa velocemente, quasi che ogni secondo è un anno) pur lasciandoli sempre fermi all’età e allo stato sociale, quanto al motivo del loro viaggio, sempre costanti.

Gao Xingjian riesce a creare una narrazione a multi-dimensione, dove tempo, spazio e attesa sono dimensioni di una narrazione che scorre senza pause, senza rispettare gli effetti o i danni del tempo… la giovane ragazza che deve andare il centro città per il suo primo appuntamento, non invecchia mai; mentre l’uomo anziano sembra rimanere congelato in una terza età infinita. E così per ogni personaggio.

Nel dibattito però che si crea tra i personaggi, si evince invece il tema sociale, del ruolo delle istituzioni e dell’interesse collettivo. Gao Xingjian è direttamente impegnato nel Partito Comunista, ma dopo Tien Amen lascia il partito fino ad approdare in Francia. In questo testo, di diversi anni prima della protesta studentesca, lo scrittore cinese già identifica gli elementi di crisi del sistema politico e sociale, la perdita di attenzione agli interessi della collettività, per l’emergere di forme di classismo tecnocratico, di abbandono dei valori educativi e colletivi del progetto maoista.

Gao Xingjian è chiaro: la società cinese rimane in un eterno, secolare attesa di una maggiore qualità della società. E forse rimane ancora in attesa, pur con la sempre maggiore ricchezza e il PIL sempre in crescita.

Andrea Grilli

 

Parasite

Parasite, Corea del Sud, film di Bong Joon-ho, 2019.

Parasite è un film ambientato in Corea del Sud in un contesto sociale dalla doppia faccia: chi vive di lavoretti ed escamatoge spesso associati a truffe e chi fa parte della classe borghese ricca e attiva, benestante,  di quella Corea super tecnologica, che appare nei rotocalchi nascondendo il lato oscuro della crescita economica e tecnologica del paese asiatico.

A. O. Scott del New York Times lo ha definito «terribilmente divertente, quel tipo di film intelligente, generoso, esteticamente energico che annulla le stanche distinzioni tra film d’essai e film di intrattenimento». In effetti Parasite è quel film che riesce a soddisfare un po’ tutti i gusti, tranne quelli meno avezzi al film dark o thriller. Parasite infatti è un film strano, con due tempi o meglio due ritmi diversi, come una sinfonia.

Nella prima parte scopriamo come la famiglia Kim sopravviva e come riesca ad ingannare la ricca famiglia Park, come passo dopo passo, riesca a infitrarsi nei risvolti delle loro esigenze giornaliere, delle loro paure ed eccessi di una vita lussuosa che ormai ha perso il contatto con la realtà della società coreana.

Bong Joon-ho è impietoso nel descrivere la profonda differenza tra una casa dei Kim posta sotto il manto stradale, che un alluvione innonda confondendo le acque nere da quelle bianche (cioè fogne da acqua potabile) e dove i componenti della famiglia non hanno difficoltà nell’immergersi per salvare quel poco di oggetti che hanno;  e la casa dei Park, progettata da un architetto, con la governante che regola ogni evento, con l’autista, con l’insegnante privato e tante comodità che solo i ricchi possono permettersi.

Ma è anche vero che la famiglia Kim non abbandona mai lo smartphone, che diventa l’unico vero contatto e tramite delle notizie utili per sopravvivere.

Parasite, famiglia KimUn elemento ricorrente è la puzza che i bambini della famiglia Park sentono della loro controparte povera, troppo insaponati, puliti e profumati per sopportare l’odore della povertà, tradizionalmente assimilato alla puzza. Non si tratta dello storico odore dell’olio della fabbrica, del grasso che segnava l’appartenenza a una classe sociale che nel lavoro e nel dolore dei sacrifici costruiva un domani per i figli. Questa è una nuova puzza, quella prodotti dai bassifondi di una miseria non eccessiva ma che tiene ancorati gli uomini in uno stallo di sopravvivenza. Non si muore di fame, non si migliora. Si galleggia. Nella merda.

Ma nella seconda parte del film Parasite, un po’ come il capolavoro di Kusturica, Underground, emerge anche una Corea ancora più sotterranea, quella dietro le pieghe della ricchezza, quella che riesce ad anche a nascondersi sotto il tappetto, dove si è soliti nascondere la polvere.

E a seguire una serie di colpi di scena che alternano momenti di grandi risate, macabre, a scene drammatiche, quasi splatter.

Parasite è un piccolo capolavoro, diretto da un ottimo regista, Bong Joon-ho, e un gruppo di attori di grandissima qualità che hanno saputo interpretare i personaggi, personaggi di un teatro dell’assurdo che poi non troppo assurdo dovrà pur essere.

Andrea Grilli

Knives out (Cena con delitto)

Knives out (Cena con delitto), diretto da Rian Johnson, 2019.

Si tratta di un piccolo capolavoro, una splendida regia con richiami ai classici del cinema americano come le riprese alla Orson Welles, dove le linee prospettiche accompagnano l’occhio dello spettatore verso imagini, concetti e sensazioni che si trovano fuori dalla cornice dello schermo, cinema o televisore che sia.

Il frame è solo un frammento, quasi uno zoom, di una immagine più grande e complessa che il regista non riesce a racchiudere, a catturare. Cena con delitto o meglio Knives out lascia sempre un tocco di gusto amaro nello spettatore che sente di non poter vedere tutto, di non poter cogliere tutti gli elementi della storia. Qualcosa sfugge, qualcosa è fuori dalla capacità di essere colta, ma è compito del detective, del Poirot di turno, di svelare le parti mancati… anzi descriverle.

Cena con delittoA questa regia così ricca, si unisce una recitazione spesso impeccabile anche di attori bravi, ma mai emersi, e in alcuni casi piacevoli scoperte cone Chris Evans, finalmente fuori dall’ingonbrante e rigido ruolo di Capitan America.

Va elogiata anche la fotografia e la colonna sonora, senza dimenticare l’infaticabile ruolo del costumista e delllo scenografo, tutti capaci di costruire un ambiente visivo, sonoro e olfattivo di rara qualità.

Cena con delitto – Knives out è un piccolo capolavoro salvo che manca totalmente di una trama credibile, di una trama che sia un giallo classico, vero, autentico dove la triplice presenza di: assassinato, omicida e detective si intrecciano per svelare un mistero, un movente credibile. Invece una banale storia di immigrazione clandestina, eredità mancate e pseudo-assassini. Il tutto condito con sottile, ma onnipresente politica pseudo-democratica. Alla fine sarà l’imigrante che ha rispettato le leggi a ereditare il patrimonio accumulato da un vecchio scrittore americano, che preferisce il profumo della giovane infermiera ai figli, cresciuti da lui come parassiti egoisti e ipocriti.

Il sapore, il profumo del giallo alla Agatha Christie svanisce di fronte all’ansia di dare un significato moderno, ossessivo rispetto a una sana storia di omicidio tra ricchi squatrinati. Il confronto quasi naturale è con la rilettura di Kenneth Branagh di Poirot. L’attore e regista inglese, che sa ben lavorare con i classici grazie alla sua formazione, riesce a rilanciare e interpretare un classico del giallo, senza cadere in banalità moderniste.

Cena con delitto – Knives Out è un film esteticamente stupendo, ma senza trama, intesa come quell’intreccio di eventi, persone e cose che fa emozionare.

Certo però che è nato un nuovo personaggio, Benoît Blanc e un Daniel Craig che lo interpreta in modo straordinario.

Andrea Grilli

 

 

La casa del Guercino a Bologna

La casa del Guercino a Bologna di Marta Comina e Barbara Ghelfi, Pendragon

“Il Barbieri deciso finalmente di fissare la sua dimora in Bologna, comprò insieme al detto suo fratello una casa che per la sua costruzione e per la sua località, trovò adatta tanto come studio da pittore, quanto come abitazione”. (Antonio Orsini, 1891)

Nel 1642 il Guercino si trasferisce da Cento a Bologna. Marta Comina nei suoi studi sul Guercino ha ricostruito la presenza dell’artista emiliano nella città felsinea.

La casa del GuercinoAttraverso una attenta lettura delle fonti, dagli atti notarili al libro dei conti dello stesso Guercino, dove prima il fratello, poi lui stesso venivano annotate le operazioni finanziarie della loro famiglia, l’autrice ripercorre la storia di un autore che fu prima di tutto maestro e imprenditore.

Le esigenze di gestire una bottega ormai sempre più famosa, lo porta insieme al fratello a coinvolgere i famigliari e pensare una struttura, proprio quella di Bologna, oggi in via degli Albari 4. Luogo dove personaggi famosi, autorità e la regina Cristina di Svezia incontreranno il Guercino.

Molto interessante è la parte dedicata alle piantine della casa dove è possibile comprendere anche come si viveva all’epoca, parliamo del 1642. L’autrice, però, non si ferma solo al periodo del Guercino, ma ripercorre fin dove è possibile il destino dei suoi famigliari e del palazzo che nel tempo cambieà destinazione.

La pubblicazione si collega alle attività di promozione dei vent’anni del Centro Natura, uno spazio di cultura naturista e di attività concreta di un modo diverso di vivere e pensare il vivere. Si tratta di un fortuito e felice incontro tra arte e naturismo, ma soprattutto a distanza di secoli anche di una sana imprenditorialità emiliana.

Andrea Grilli

 

Bad Blood

Bad Blood è una serie TV prodotta in Canada con Kim Coates nella parte di Declan Gardiner e Anthony Lapaglia nella parte del famoso mafioso italo-canadese Vito Rizzuto. A questi personaggi/attori si aggiunge Paul Sorvino nella  parte di Nicola Rizzuto, per la prima stagione, e Louis Ferreira nella seconda.

Anche se si tratta di una serie tv, le due stagioni sono decisamente diverse sia per originalità della storia che per le dinamiche dei personaggi.

Bad BloodLa prima stagione è di fatto la storia romanzata degli ultimi anni del boss mafioso Vito Rizzuto che per diversi anni convinse tutta la criminalità di Montreal a lavorare unità con un unico obiettivo: fare tanti soldi senza spararsi. Si combinarono così gli interessi di irlandesi, byker, italiani e altre comunità. Questa stagione, sia per il fatto che racconta fatti in parte reali e in parte ipotizzati, sia per un parco attori di alto profilo, è la migliore e ha elementi di realismo e autenticità molto forti. Questa stagione si può affiancare a i Soprano e fornisce, anche se in forma romanzata, un racconto o un punto di vista su una parte della storia canadese poco approfondita. Del Canada si ha una narrazione positiva, vita simil statunitense ma senza le storture dell’eccesso del liberismo. Una società inclusiva, bilingue e di fatto positiva. Ma spesso sfugge che la criminalità è fortemente radicata nelle varie comunità di emigranti e la presenza di un importante porto.

Alla fine il Canada non è molto diverso da mitologici luoghi come New York, Palermo, Chicago o Los Angeles.

La seconda stagione lascia alquanto perplessi. Abbandonato il filone storico, gli autori hanno cercato di raccontare il periodo di guerra post-Rizzuto creando una serie di eventi che non sembrano propriamente credibili. Kim Coates riesce a reggere la narrazione, ma il personaggio sembra forzato e spesso poco credibile, un Robin Hood criminale con un codice d’onore fatto di morti e facili uccisioni. Louis Ferreira, ottimo attore, non riesce sempre ad alzare il livello, ma “tiene la posizione”; mentre gli attori che interpretano i giovani rampolli calabresi sembrano usciti dalla versione trash di John Wick 2.

In pratica: Buona la prima, sufficiente la seconda. E la terza?

Andrea Grilli

 

Solo, intorno al mondo

di Joshua Slocum, Nutrimenti Mare, Prefazione di Björn Larsson.

Nel 1895 Joshua Slocum riceve in regalo un barca, uno sloop e lo trasforma per essere governato anche da un solo marinaio. Con la nave Spray attraverserà anzi circumnavigerà il globo fino al 1898 diventando il primo uomo a circumnavigare in solitaria la Terra.

Joshua Slocum - NutrimentiSolo, intorno al mondo è il diario di bordo dove Slocum racconta giorno per giorno questo incredibile viaggio. Il libro è un resoconto dettagliato, spesso tecnico spesso letterario; dove l’autore veste diverse ruoli: l’esperto marinaio, il carpentiere, l’antropologo, il semplice curioso e gentiluomo, cacciatore.

Per ognuno dei ruoli Joshua Slocum annota informazioni, dati, commenta gli incontri e i posti, cerca sempre di essere corretto, educato e ben disposto; ma non manca in alcuni casi di sottolineare stranezze e cattivi comportamenti.

L’incontro, per esempio, con il presidente Kruger e la sua idea della Terra piatta, lascia stupito Joshua Slocum che si preoccupa degli effetti di una cattiva educazione nel Transvaal.

Il libro ebbe molto successo all’epoca e consentì all’autore di vivere da benestante e proseguire i viaggi sempre con lo Spray. In Appendice al libro ben editato e tradotto da Nutrimenti, ci sono anche i disegni della nave e commenti dello stesso Slocum sulla navigazione.

Joshua Slocum sparirà nel 1909 in mare.

Andrea Grilli

 

L’ora blu delle fiabe

di Ilse Herlinger Weber, a cura e traduzione di Rita Baldoni, disegni degli studenti del Liceo linguistico delle classi 4E, 4F, 4G, 5E, 5F, 5G e 3L del Liceo Scientifico ( a.s. 2013-2014) del Leonardo Da Vinci di Civitanova Marche

Ilse Herlinger Weber era andata persa, dimenticata in quell’elenco straziante di 6.000.000 L'ora blu delle fiabemorti. Eppure ognuno di noi lascia un segno, Ilse lo aveva lasciato, tra le onde del tempo, tra i sogni dei bambini e tra le favole positive, felici e rivolte al futuro che Ilse Herlinger Weber aveva scritto e raccontato ai bambini che nella sua vita aveva incontrato.

Il suo esordio come scrittrice è nel 1928 con la casa editrice Dr. Färber di Ostrava. Era nata nel 1903 a Witkowitz nello stesso distretto. Si dedica alla scrittura delle fiabe sia per radio che, come abbiamo visto, scritte e pubblicate. Queste fiabe accompegneranno la breve vita di Ilse Herlinger Weber fino alla morte nel campo di concentramento di Theresienstadt, dove aveva assunto la direzione di un Kindermarodenstube (reparto riservato ai bambini malati).

Ilse Herlinger Weber era cresciuta in un ambiente multiculturale, mitteleuropeo e aperto alla diversità, ma incapace di difendersi dall’ora dell’odio e dell’ignoranza che si diffondeva in Europa. Eppure nel suo agire e soprattutto nelle sue fiabe, c’è un sottile e costante ottimismo. C’è il respiro della positività che ogni buona fiaba per bambini deve avere.

Ogni storia presente in questa antologia combina tradizione ebraica e fanciullezza, desiderio che ai bambini sia sempre possibile accedere a un mondo migliore, un percorso che va sempre per la giusta direzione. Se gli eventi vanno male, andranno bene, perché la bontà di cuore è sempre ripagata. Perché nel Mondo c’è spazio per un luce positiva in fondo al tunnel.

In qualche modo non si può uccidere l’innocenza, anzi proprio abbracciando la tradizione ebraica e le sue storie così cariche di valori che si diventa adulti.

Le fiabe di Ilse Herlinger Weber si oppongono all’orrore, anche oggi, leggendole si oppongono all’orrore.

Per l’edizione italiana va sottolineato lo straordinario lavoro di traduzione, ma ancor prima di recupero e riscoperta di Ilse Herlinger Weber fatto da Rita Baldoni e dai suoi studenti che hanno tradotto la bellezza delle favole, in disegni dipinti con gli stessi occhi dei bambini che hanno letto e leggeranno queste storie.

C’è comunque un argine all’odio, al male, la innegabile e immortale innocenza degli occhi dei bambini. Finché ci sarà un bambino, ci sarà speranza.

Andrea Grilli

Black spot (Zone blanche)

Black Spot (Zone blanche) è una serie televisiva franco-belga, ormai alla seconda stazione e presente anche sulla piattaforma Netflix.

Black SpotNei boschi della Francia, in un piccolo paese dove neanche il telefono ha campo, ci sono troppi omocidi, ci sono ragazze che spariscono e c’è un sostituto procuratore che vuole fare chiarezza. Ma in Black Spot abbiamo anche un maggiore, Laurène Weiss, che è anche lei vittima vent’anni prima di un rapimento.

Nel frattempo il piccolo villaggio è al centro di traffici poco chiari di scori inquinanti, una famiglia troppo potente e soprattutto invadente.

Ma qualcosa non torna, ci sono gruppi ambientalisti molto attivi e uno strano lupo bianco che appare. E un essere che appare… e un vecchio rapimento mai risolto e… un miscuglio, al momento ben congeniato, tra narrazione crime, o polàr secondo una cara classificazione francese, e il paranormale o il mistero antico.

Forse antiche divinità dei boschi, forse donne capaci di sfruttare antiche superstizioni. Dopo la seconda stagione di Black Spot (Zone blanche) ancora rimane aperto il mistero di cosa sia successo al maggiore Laurène Weiss quando era adolescente e si preoccupa di difendere il bosco.

Non dimentichiamo la divinità celtica Cernunnos, figura in sottofondo, forse mitica forse no… la terza stagione dovrebbe chiarire e risolvere i misteri che, con un colpo di scena, negli ultimi minuti dell’ultimo episodio un bel colpo di scena ha lasciato i fan di Black Spot a bocca aperta.

Gli attori sono ottimi, riuscendo a delineare personaggi ben strutturati e senza troppe sbavature. L’atmosfera è tipicamente francese, così come comportamenti e abitudini dei personaggi, dagli adolescenti agli adulti.

Andrea Grilli

L’ultimo viaggio della Dnepro

L’ultimo viaggio della Dnepro di Alessandra Cristallini e Andrea Pomes, Watson Edizioni, Finalista Premio Urania 2018

L’ultimo viaggio della Dnepro è il romanzo di esordio di Alessandra Cristallini, blogger+influencer su Tumblr e Andrea Pomes. Anche finalista del Premio Urania e non è poco, anche se la Cristallini ha nel suo blog un archivio di racconti brevi che le hanno consentito di farsi le ossa e farsi apprezzare per la qualità dello stile e della narrazione.

L'ultimo viaggio della DneproL’ultimo viaggio della Dnepro è un’opera prima e ci sono tutti gli elementi di un’opera prima, citazioni da film, giochi da tavolo e qualche elemento di ingenuità, che fa sempre piacere, e quel troppo innamoramento della propria storia che spesso fa perdere la capacità critica di tagliare impietosamente interni brani.

Ma tutto questo non è rilevante. Si apprezza del romanzo la capacità di immergere il lettore nella atmosfera soffocante di un cargo spaziale, dove gli spazi sono pochi e scomodi; nella dinamica dell’equipaggio della Dnepro, quasi una banda di “scappati di casa”, come direbbe qualcuno. E sottolineo della Dnepro perché a fare da specchio positivo, c’è un’altra nave spaziale, forse meno importante, ma che svolge il compito più classico: quello di raccogliere e testimoniare i fatti narrati.

È il Jim della situazione, colui che, questa non di persona, ma raccogliendo le prove, testimonia che qualcosa è successo. Ma va ricordato, siamo figli di una narrazione dove il cliffhanger è necessario, quasi dovuto.

Nello sfondo della storia abbiamo una guerra persa, famiglie distrutte, ricordi e tanto dolore. Ma anche nuove generazioni che guarderebbero al futuro con maggiore intensità.

Anche se al termine della lettura si ha chiara la sensazione che la trama è buona, ma non straordinaria, è come gli autori scrivono, sviluppano e affrescano la storia, che rende L’ultimo viaggio della Dnepro molto bello da leggere.

E, se questa è l’opera prima, ci aspettano ottime sorprese per il futuro.

Andrea Grilli