Darko Maver – La grande truffa dell’arte

Avete mai la sensazione di essere imbrogliati?

Qualche settimana fa arrivò nella nostra mailbox, come in quelle di molti altri, questo documento che annunciava uno dei più grandi e brillanti falsi di Luther Blissett. Si tratta senza ombra di dubbio di un colpo che dimostra la debolezza del sistema Luther Blissettculturale, ormai condizionato da formalità e ipocrisie… e da molto ignoranza. Giocando sulle obbligatorietà del dover dire qualcosa, sull’idea di vittimismo dell’arte, oppressa del sistema, dal dover trovare comunque un significato a tutto, le maggiori riviste e i critici del settore ci sono cascati come pere. Ora tutti i quotidiani, Stampa, Repubblica, Unità, riprendono la notizia e cercano di riportare nel percorso di (dis-) informazione la beffa. Ma la beffa ormai ha smascherato l’ipocrisia, chi crederà più ai tromboni che intervennero su Darko Maver?

E se invece tutto questo fosse vero e la beffa fosse attribuirsi l’ideazione di quanto scritto qui di seguito?

Tutto ormai è volubile nel sistema della comunicazione di massa, non esiste più l’anziano che garantisce la fonte della notizia. Non ci rimane che credere a Luther Blissett.

Una rivendicazione di Luther Blissett e 0100101110101101.ORG

Il seguente comunicato rivendica e ricostruisce nei dettagli una beffa ai danni del mondo dell’arte contemporanea, protrattasi per oltre un anno, nella quale sono caduti quasi tutti i più‚ grossi papponi della Critica, pseudo-esperti che di persona o dalle pagine delle loro riviste hanno millantato la conoscenza di un artista in realtà‚ mai esistito. Nel corso dei mesi la figuraccia ha coinvolto, più‚ o meno direttamente, nomi del calibro di Achille Bonito Oliva, Renato Barilli, Jean Clair, Harald Szeemann, Darko Maver rassegna stampaFrancesca Alfano Miglietti e coniuge, Maurizio Calvesi, Paolo Vagheggi e Giancarlo Politi. Nel novembre ’99 gli artefici della beffa concedono l’esclusiva della rivendicazione a uno dei maggiori quotidiani nazionali. Il giornalista scrive il pezzo, il caporedattore-cultura, entusiasta, assicura che lo farà‚ uscire al più‚ presto… A questo punto, l’articolo viene misteriosamente messo in freezer, e diverrà‚ oggetto di un inspiegabile – o forse facilmente spiegabile – boicottaggio. Ogni richiesta d‚informazioni rimbalza contro un muro di gomma, il suddetto caporedattore continua a dire che lo pubblicherà al più‚ presto. Trascorrono quasi tre mesi, dell’articolo non si sa più‚ nulla. Sospettiamo che qualcuno dei pezzi grossi ridicolizzati abbia esercitato qualche pressione. Abbiamo quindi deciso di togliere l’esclusiva a Lorsignori, e diffondere urbi et orbi la storia che non volevano raccontarvi.

Dichiaro di aver inventato la vita e le opere dell’artista serbo Darko Maver, nato a Krupanj nel 1962 e morto nel Carcere di Podgorica il 13 gennaio 1999.

Darko Maver era nato e vissuto nell’area balcanica, la stessa oggi spolpata viva dagli interessi economici e geopolitici dei potenti, dalle milizie delle diverse etnie e dalla macchina-avvoltoio dei media. Darko Maver era un artista politicamente scomodo, le sue performance erano difficili da digerire, ciononostante era ormai pronto per essere assimilato dal sistema dell’arte. Debitamente omogeneizzata, privata della sua forza espressiva la sua opera era già pronta al viatico canonico che attraverso le gallerie, le mostre, il mercato porta alla pace eterna del museo, apice di un processo anestetico, sterilizzante, disarmante.

Il museo: vero e proprio tempio dove si cerimonia l’arte, è un luogo che falsifica, avvilendola, l’arte che contiene, così come il carcere falsifica rendendola irriconoscibile la vita che nega.

E il teorema, una volta ancora, si dimostra esatto: un artista (un’identità), una poetica, le opere e il sistema è pronto a fagocitare tutto, a tradurre in merce quanto era vita.

…tutto questo per Darko Maver non accadrà.

Perché‚ Darko Maver non esiste! Perché‚ le sue opere non esistono!

Parte I: biografia/la creazione del personaggio

Darko Maver, vero nome di un noto criminologo sloveno, è una creatura mediatica. Costruito nei dettagli per penetrare le difese immunitarie del sistema artistico, novello cavallo di Troia, Darko Maver non ha fallito. Nel momento del suo recupero – inevitabile sorte di ogni pensiero/azione per quanto estremo e radicale – nel momento in cui il cappio si serrava, è svanito, rivelando tutto il suo potenziale.

Parte II: le opere/la mitopoiesi

La diffusione del nome e dell’opera di Darko Maver è una rivolta attiva ad ogni forma artistica dominante. Dove i confini tra realtà e falsificazione, se esistono, sono talmente sottili che spesso i ruoli si invertono ed è la realtà‚ che si trova a copiare l’imitazione, Darko Maver è un saggio di purissima mitopoiesi.

Le agghiaccianti foto, presunta testimonianza della sua attività‚ all’accademia di Belgrado, ritraevano autentici feti e aborti che sono stati creduti senza fatica sculture in PVC e vetroresina di proporzioni giganti e persino indossabili! L’ormai famosa opera Tanz der Spinne è composta di immagini reali di omicidi, stupri e violenze di vario genere: nessun manichino è mai esistito e nessun giornale serbo ha mai recensito le performance di Maver. Tutto questo repertorio di immagini raccapriccianti è reperibile nel sito Internet http://www.rotten.com e in altri simili a disposizione di chiunque abbia lo stomaco per vederle. Lo stesso volto di Darko Maver, riprodotto su diverse riviste e decine di siti web, è in realtà quello di Roberto Capelli, storico membro del Luther Blissett Project bolognese. La verità delle immagini credute simulazioni compensa l’inesistenza di un artista creduto reale.

Ma un’artista, per essere tale necessita di una poetica, di una teorizzazione del suo lavoro. Ecco La Dimensione degli Extracorpi‚ e altri testi deliranti e assolutamente illeggibili – parodia di tutta una serie di teorie nauseabonde sulla mutazione/contaminazione – in cui è impossibile trovare un senso qualsiasi ma di cui un grosso critico, durante l’ultima esposizione del caso Darko Maver il 9-9-’99 a Roma, ha attribuito indignato la paternità a niente meno che Francis Bacon!

In principio erano due siti Internet, l’unica testimonianza dell’esistenza di Maver. Ma Internet come medium non fornisce alcuna garanzia anzi facilita la confusione. L’essere presente in rete era per l’artista serbo decisamente troppo poco perché‚ qualcuno si interessasse alla sua opera. Darko Maver, o almeno le sue opere, dovevano concretizzarsi materialmente per essere notate, e cosi‚ è stato.

Parte III: il carcere/le mostre

Nell’agosto ’98 una rinomata galleria di Lubiana, Kapelica Gallery, espone la documentazione di Tanz der Spinne costituendo un prezioso precedente per le successive mostre dedicate al fantomatico artista. Presto segue infatti quella di Bologna, il 18-19-20 febbraio 1999, nel contesto di una manifestazione per la libertà d’espressione che espone opere di diversi disegnatori tra i quali Liberatore, Martin e Manara. Centinaia di attenti visitatori si accalcano nello spazio dedicato a Maver. Scioccati dalle immagini delle performance, i cui originali sono stati censurati e distrutti, cercano spiegazione-conforto nei testi la cui irrazionalità li lascia letteralmente a bocca aperta, definitivamente disorientati. Risultato: dal febbraio di quest’anno, dopo pochi mesi di vita, Darko Maver è già‚ un mito, perlomeno nel mondo underground.

L’opera di propaganda continua su più fronti: in rete gli sviluppi sulla vicenda: la censura delle opere, la distruzione delle stesse e l’arresto per propaganda anti-patriottica sono riportati a centinaia di iscritti dal periodico EntarteteKunst (http://www.EntarteteKunst.org) fruttando numerose citazioni e link da altri siti.

Contemporaneamente escono alcuni articoli: Flesh Art (n°3, aprile ’99) dedica due pagine alla vita e alle opere di Maver mentre Tema Celeste (n°73, marzo ’99) pubblica il comunicato stampa dell’incarcerazione, avvenuta il 13/1/1999 nell’area del Kosovo, e a questi ne seguiranno altri. Maver sarà sempre più volte preso ad esempio per la censura subita, altrove semplicemente citato.

È in questo periodo che la situazione in Kosovo, già da tempo intollerabile, esplode con l’intervento delle truppe NATO nei Balcani.

Parte IV: la morte/il mito

Al 30/4/1999 risale la notizia della morte di Darko Maver. L’immagine del corpo, verosimilmente pervenuta via Internet, si diffonde rapidamente insieme all’interrogativo inquietante: omicidio o il suicidio come ultima tragica performance?

Quest’ultimo atto della vita di Maver ha trovato eco in un lucido e pungente articolo,

Darko Maver la morteManichini di guerra, apparso su Modus Vivendi (n. 6, luglio/agosto ’99) che illustra puntualmente come Darko Maver, le sue opere e la sua storia, potessero essere lette come una critica alla realtà mediatica e alla strumentalizzazione delle immagini delle vittime del conflitto bellico.

Dalla morte al mito il passo è breve. E’ il momento della celebrazione dell’artista serbo morto sotto i bombardamenti NATO. Il 12-6-99 alla Biennale dei Giovani Artisti a Roma il gruppo teatrale Sciatto produce e dedica all’artista serbo il suo spettacolo-performance intitolato appunto Awakening, a tribute to Darko Maver ed espone nuovamente il materiale documentario sulla sua opera.

Il 23 settembre, alla 48° Esposizione Internazionale d’Arte a Venezia, viene presentato il documentario Darko Maver – L’arte della guerra.

Il 25 dello stesso mese il Centro di Produzioni Multimediali Forte Prenestino di Roma ospita una retrospettiva dedicata all’opera di Maver. In mostra, oltre alla documentazione delle performance di Tanz der Spinne le opere giovanili fino ad ora inedite, per lo più‚ sculture e collage, realizzate nei primi anni ’80.

La presenza di Maver alla biennale veneziana rappresenta senz’altro il massimo obbiettivo perseguibile nel lungo processo dimostrativo della permeabilità di un sistema come quello dell’arte.

Tutto il materiale relativo al Caso Darko Maver – opere, articoli, fotografie ecc. – è reperibile all’indirizzo: http://www.0100101110101101.ORG/maver

Star Wars Rogue One

Due recensioni di Star Wars Rogue One per evitare spoiler e clicca qui se vuoi comprare prodotti Star Wars su Amazon: Star Wars

Star Wars Rogue OneStar Wars Rogue One racconta di come i ribelli scoprono il punto debole della Morte Nera. Una storie di eroismo e passione con una delicato aroma di amore.

Buona lettura.

 

 

 

 

 

 

 

Questo nuovo episodio gioca su alcune frasi del IV episodio e sulla idea di tradurre in film l’operazione portata avanti negli anni scorsi da Lucas con fumetti e romanzi.

Star Wars Rogue One. La morte nera.L’estensione commerciale del brand Star Wars è un bene per gli appassionati. Anche se ovviamente un calo di qualità è naturale se la produzione aumenta, ma soprattutto viene espanso l’universo stesso della saga cercando perciò di coordinare informazioni e personaggi.

Il filme si può tranquillamente dividere in due parti, come spesso accade per i film di Star Wars. Una prima parte costruisce il percorso dei personaggi verso la decisione finale che li renderà eroi, la seconda parte narra l’evento o meglio l’avvento narrativo che li renderà tali.

Lo schema comincia a essere ripetitivo, ma soprattutto è stancante la sequenza di eventi e situazioni di combattimento. Sempre le stesse. Questo Star Wars Rogue One è per di più un patchwork di situazioni già viste e riviste.

Ma soprattutto la prima parte del film segna debolezze generali nella sequenza narrativa (per entrare nei dettagli leggete la recensione Con Spoiler). I personaggi compiono azioni e prendono decisioni che sono giustificate con spiegoni incomprensibili e senza senso.

Bravi però gli attori che salvano il film comunque.

La seconda parte è tutta una super battaglia in stile IV e VI episodio. D’altra parte non ci si poteva aspettare diversamente.

Detto questo l’episodio è coerente però con la saga generale, i personaggi sono dentro la trama generale e meritevole è l’attenzione verso, per esempio, il rispetto della tecnologia (vedi invece la confusione nel film Prometheus). Anche se qui e là c’è un po’ troppo di tutto. Troppi caccia imperiali, troppi caccia ribelli, navi e contronavi.

Si potrebbe dire che è brutto, ma il secondo tempo riscatta. Si potrebbe dire che è bello, ma il primo tempo è inguardabile. E allora?

Allora è Star Wars. Ancora una volta e comunque l’Impero perde, il sogno di libertà, giustizia vince. A costo delle vite di chi crede veramente che si possa cambiare tutto.

Andrea Grilli

 

Questo nuovo episodio gioca su alcune frasi del IV episodio e sulla idea di tradurre in film l’operazione portata avanti negli anni scorsi da Lucas con fumetti e romanzi.

Star Wars Rogue One equipaggioL’estensione commerciale del brand Star Wars è un bene per gli appassionati. Anche se ovviamente un calo di qualità è naturale se la produzione aumenta, ma soprattutto viene espanso l’universo stesso della saga cercando perciò di coordinare informazioni e personaggi.

Il filme si può tranquillamente dividere in due parti, come spesso accade per i film di Star Wars. Una prima parte costruisce il percorso dei personaggi verso la decisione finale che li renderà eroi, la seconda parte narra l’evento o meglio l’avvento narrativo che li renderà tali.

Proprio la prima parte è la più debole del film, contraddizioni e illogicità sono distribuite nei dialoghi e nelle scelte dei personaggi. Per esempio lo spiegone dello scienziato, Galen Erso, che cerca di giustificare perché avrebbe costruito la Morte Nera anche se era contrario. Il passaggio in cui spiega che se non lo avesse fatto lui, lo avrebbe fatto un altro, non ha senso visto che proprio all’inizio del film gli imperiali vanno a recuperarlo perché solo Galen Erso poteva costruirla. E attenzione la nostra povera vittima accetta senza ricatto (i famigliari non sono nelle loro mani e la moglie si è suicidata abbandonando la figlia: quale madre lo avrebbe fatto?)

Talmente è incoerente la base della trama che è anche difficile da spiegare.

A questo aggiungiamo che l’unico schema narratibo che gli autori di Star Wars sono in grado di immaginare, è il conflitto tra padre e figli. Per non farsi mancare niente, la nostra eroina perde il padre naturale e quello adottivo. Ma lei supera in poche ore tutto ciò e via così a combattere l’Impero.

A questo aggiungiamo che lo schema delle azioni comincia a essere ripetitivo, stancante. La sequenza di eventi e situazioni di combattimento sono sempre le stesse. Questo Star Wars Rogue One è un patchwork di situazioni già viste e riviste.

La seconda parte è tutta una super battaglia in stile Star Wars IV e Star Wars VI episodio. D’altra parte non ci si poteva aspettare diversamente. Ma tutto già visto: i caccia che non possono attaccare perché c’è uno schermo protettivo, poi bisogna far partire una comunicazione di dati che vengono conservati dentro un bel cilindro enorme (questo forse è nel V episodio), navi che si guardano e si sparano.

Visto poi che gli jedi dovrebbero tutti essere morti, ecco apparire un guerriero shaolin cieco, talmente forte che non di capisce perché la saga si basi sugli jedi.

Il finale lo conoscete già, vi è stato raccontato in Star Wars IV, muoiono tutti. Non ci saranno superstiti. Ma d’altra parte non potevano esserci. Altrimenti a che servivano Luke e Han?

Personaggi quindi che devono morire perché la loro funzione era semplicemente quella di trovare un file con il progetto tecnico della Morte Nera. Ma allora perché tutto il primo tempo con la solita problematica psicologica tra padre (anzi padri questa volta) e figlia? Per di più infognandosi in una trama-spiegone che scricchiola dovunque?

Ma fare qualcosa alla Sporca Dozzina?

Star Wars Rogue OneDetto questo l’episodio però è coerente con la saga generale e meritevole è
l’attenzione verso, per esempio, il rispetto della tecnologia (vedi invece la confusione nel film Prometheus). Anche se qui e là c’è un po’ troppo di tutto. Troppi caccia imperiali, troppi caccia ribelli, navi e contronavi.

Si potrebbe dire che è brutto, ma il secondo tempo riscatta. Si potrebbe dire che è bello, ma il primo tempo è inguardabile. E allora?

Allora è Star Wars. Ancora una volta e comunque l’Impero perde, il sogno di libertà, giustizia vince. A costo delle vite di chi crede veramente che si possa cambiare tutto.

Andrea Grilli

Il canto di Kali

Dan Simmons “Il canto di Kali”, trad. Lidia Perria, Oscar Mondadori, £. 14.000

Vi sono luoghi troppo malvagi perché sia consentito loro di esistere.

Con questa frase agghiacciante Dan Simmons, che nel 1985 si affermò proprio con questo romanzo, inizia a narrare la storia di un uomo che viene inviato in India per intervistare un poeta, Das, che si riteneva morto e che invece dopo anni ricompare.

Il canto di KaliAnzi dopo anni ricompare un poema inedito e sconosciuto del poeta indiano.

Dove è stato per tutto questo tempo Das?

Perché pur essendo attribuibile a lui, il poema mostra temi e argomenti così lontani dai suoi soliti?

Perché c’è tanto mistero per incontrarlo?

Ma soprattutto cosa c’entra Kali, la sanguinaria dea della mitologia indiana, in tutta questa storia?

Se vi raccontassi un solo evento di questo romanzo, rovinerei il lavoro di Simmons.

Mi limito a segnalarvi la grandezza di questo scrittore statunitense, autore tra l’altro della trilogia di Hyperion, sempre edita da Mondadori, che vaga da un genere ad un altro, dimostrando, sempre che ce ne sia bisogno, che il confine dei generi è morto e sepolto da parecchio tempo… semmai proprio ucciso da Kali.

Calcutta è uno di questi luoghi.

Andrea Grilli

Cronosisma

Kurt Vonnegut “Cronosisma”, trad. Sergio Claudio Perroni (A.I.T.I.), Bompiani, £. 28.000

«Allo scoccare di quelle che a New York erano le 2:27 del 13 febbraio, l’Universo ebbe una crisi d’autostima. “Debbo continuare a espandermi indefinitamente? Che senso avrebbe?” si chiese».

Questo è in sintesi la base su cui Kurt Vonnegut, uno dei più grandi scrittori statunitensi, ha fondato Cronosisma, l’ultimo suo lavoro edito in Italia.

CronosismaMa non dovete aspettarvi un romanzo con una trama: tipo inizio e fine e un filo conduttore di eventi tra questi. Anzi una selva di piccoli aneddoti, storie, vicende, accaduti che vedono sempre, in qualche modo, come principale personaggio uno scrittore, che rappresenta lo stesso Vonnegut, che ha sempre una frase significativa per ogni cosa.

Il libro racconta gli effetti di questa crisi di autostima dell’Universo su un gruppo di personaggi, ma anche le loro vite prima e dopo l’inizio di questa crisi.

Ma forse la prima domanda che un lettore di questo libro si farà: è come si possa manifestare una crisi di autostima dell’Universo.

Beh, contraendosi di dieci anni e costringendo l’Umanità a ripetere quanto già fatto nei dieci anni trascorsi.

Un libro aneddotico e curioso per tutti coloro che apprezzano una narrazione un po’ fuori dalle righe.

Andrea Grilli

Ps. Pubblicato sul magazine on line Stradanove.net nel maggio 1998

Da Star Trek a Battlestar Galactica: la ricerca di D-0

In Star Trek V Kirk incontra Dio o quasi. Nel dialogo surreale tra il nostro beniamino e l’essere supremo si rivela tutto il pragmatismo positivista e scientifico della serie Star Trek, ma anche di un periodo della fantascienza “visiva”, cinematografica, che ha sempre avuto qualche problema nel rapportarsi alla divinità.

Spesso e volentieri l’incontro con gli esseri superiori si trasforma in un contatto con simil divinità greche o egizie. È molto difficile trattare in termini fantastici l’esistenza stessa del dio cristiano o quello ebraico o quello islamico.

A D-0 si unisce un altro tema, quello della Creazione e dell’esistenza di altre creature, esseri viventi nello Spazio. In pratica siamo soli?

Star Trek alieniSerie televisive come Star Trek o Babylon V hanno marcato molto il fatto che l’Universo è popolato di altre creature, di altre civiltà, le quali però non sono umanoidi nel senso stretto, ma relativamente. Cioè spesso e volentieri sono comunque bipedi di forma simile a quella umana, ma poi caratterizzati da un circo di colori e estensioni corporee per cercare di creare una certa differenza con gli umani.

La prima serie televisiva di Star Trek, forse costretta per problemi di budget a usare pochi trucchi cinematografici e quindi attori non truccati, cercò di dare una spiegazione all’esistenza di tanta umanità in giro, attribuendo a un’altra razza la distribuzione o diffusione su altri pianeti degli umanoidi. Più violenta e penosa è la versione di Stargate dove i crudeli Goa’uld schiavizzarono l’umanità a fini produttivi e militari.

Stargate però solleva una questione interessante, cioè che in fondo di razze non Stargateumanoide possono anche essercene poche, ma chi gioca il ruolo fondamentale, chi è il centro del creato è proprio la razza umana. Anzi sfruttando il mistero della civiltà egizia gli autori riuscirono a creare una ambientazione efficace, creativa e molto rielaborabile, Nella serie televisiva poi l’introduzione degli Antichi che sono ascesi a un altro piano dimensionale, a un altro stato dell’esistenza, favorisce una certa menzione dell’essere divino, ma in piena ottica orientale o buddista, tutti siamo o possiamo diventare divinità se percorriamo le varie fasi della ascesi verso una dimensione immateriale.

Ma questo creatore o creatori come sono? buoni? cattivi? creduli? In realtà le serie per ora menzionate cercano sempre di evitare l’argomento. Se sei una civiltà avanzata, sei “buono” perché civiltà superiore vuol dire abbandonare certi metodi violenti.

Il film Prometheus invece apre il tema, ma forse casualmente e quindi non riesce poi a svilupparlo in modo efficace, a tal punto che il seguito cambia nome e rimane un mistero sulla trama. Ma gli ingegneri, cioè i creatori della razza umana, sono dei guerra fondai, costruttori di armi di distruzione di massa… gli alien. L’incontro tra questi dei e la razza umana è dei peggiori.

PrometheusLa questione sollevata da Prometheus sarebbe molto intelligente, ma forse è il tema più grande di quanto gli autori possano o siano capaci di trattare. La visione positivista che la superiorità scientifica porti all’abbandono della violenza, dell’odio, dell’aggressività viene meno di fronte agli ingegneri, costruttori di armi genetiche distruttive. Ma soprattutto pronti a scaricarle sulla Terra. Dopo aver costruito distruggono.

Difficile capire se avessero anche una intenzione moralistica ne descrivere i creatori come mostruosi assassini. Certamente nel pieno rispetto della mitologia classica la madre/creatrice uccide i propri figli se necessario.

È necessario?

Domanda a cui speriamo dia risposta Alien Covenant.

Ma a questo punto arriviamo a Battlestar Galactica, un remake di una serie classica che aveva anch’essa, come per Stargate, cavalcato i miti classici, le antiche civiltà e prospettato un collegamento molto stretto tra razza umana sulla Terra e altre umanità dello Spazio.

La nuova Battlestar Galactica è un rilettura e riscrittura che non consente Battlestar galacticamezze misure. Il pubblico è costretto a odiare o amare questa serie. Da momenti di scoraggiante ingenuità dei personaggi a un intricatissima trama religiosa, dove idee religiose classiche, nel senso di divinità alla “greca” per intenderci, si mescolano a misteri dell’origini dell’Umanità e una nuova spiritualità che nasce grazie all’incontro di due civiltà che si erano dimenticate.

Da una parte la razza umana, ma come antagonista anche evolutiva e mistica, la razza robotica dei Cyloni.

L’intera serie è caratterizzata dall’esistena prospettata proprio dai robot-cyloni di un unico D-0, un essere senziente che ha dei piani per gli umani e i cyloni. L’elemento ebraico è molto forte, le colonie sono 12 come le dodici tribù d’Israele e i cyloni risultano i sacerdoti che diffondo la novella. Dodici sono anche i modelli cyloni che interagiscono con la razza umana.

Spesso la serie sconfina nel misticismo vero e proprio, con personaggi che rinascono per adempiere a un compito divino oppure coincidenze di scoperte che servono a costruire un percorso o viaggio iniziatico verso la comprensione del messaggio divino.

Seppur la serie è spesso pesante e noiosa, con episodi ordinari, il tema della divinità è la trama portante. Gli autori non hanno timore di parlare di D-0, della divinità unica, assoluta e onnipresente, capace di decidere del destino di ogni uomo o essere vivente.

Ed è questo il merito. Battlestar Galactica non teme, come nei romanzi e nei film Dune, l’uso di un linguaggio religioso che richiama direttamente religiosità contemporanee, anzi spesso gelose della propria Verità.

Il D-0 di Battlestar Galactica è il D-0 di Israele, della Chiesa Cattolica, il dio unico anche islamico. È l’entità assoluta, il Dio di Abramo.

Ma Abramo non esiste, ancora. Forse è un cylone o lo sarà. Ma tutto deve ancora avvenire, il disegno divino è misterioso, anche dopo 150.000 anni. Forse questa data o questo numero è esagerato. Forse gli autori all’ultimo momento si sono spaventati dall’idea di costruire un collegamento così stretto tra una creazione fantastica e la Creazione associata alle divinità monotoiste.

Battlestar Galactica è una serie che va vista con attenzione da chi vuole assaporare la ricerca dell’esistenza di D-0 da un punto di vista inedito e fantascientifico, combinando origini dell’Umanità e scontro tra civiltà e razze diverse. Il tutto in un lungo viaggio nello spazio e nell’animo e anima di un popolo in rischio di estinzione.

Andrea Grilli

Tra sentimenti e natura, la poetica di Moira Di Fabrizio

Vorrei volare come una nuvola al di là dei confini del cielo…

La feluca con le aliLa poesia non gode di un grande favore nel nostro sistema produttivo culturale. È ormai genere ristretto a pochi appassionati cultori che la leggono e la scrivono. I motivi sono tanti, complessi e si collegano anche a un cortocircuito educativo, formativo che non è riuscito a mantenere il passo dei tempi che ormai abbandonavano la complessità della lingua letteraria per un facile smistamento delle parole mal scritte.

La poesia è un sistema di regole, sintassi, ritmi musicali e zoppicanti respiri che non si può sposare con la banalità della comunicazione moderna, fatta di velocità, superficialità e semplificazioni.

Ecco perché è sempre motivo di grande piacere leggere antologie di poesie nuove, inedite e attenzione, una poesia è sempre nuova e inedita. Nuova perché indica sempre una strada non percorsa nel complesso labirinto dei sentimenti umani; inedita rispetto a chi legge, aiutandolo a confrontarsi con l’emotività che sempre un po’ neghiamo o con grande fatica accettiamo.

Moira Di FabrizioCosì Moira Di Fabrizio ha raccolto in unico volume una ricca produzione poetica che riflette una ricchezza e profondità emotiva ormai sempre più rara.

La sua poesia è in bilico tra la materia e un orizzonte di sogni e speranze che l’autrice brama con potente forza emotiva.

Resto sempre incantata dalla tua soave voce sembra quasi trasportarmi e guidarmi fino ad arrivare a te… È come il vento che cullandomi mi porta alla fonte della felicità e della serenità… è come il suono del mare… che noi due ascoltiamo tenendoci per mano sulla spiaggia… mentre una splendida e luminosa stella cadente s’infrange all’orizzonte.

Il linguaggio è un moto costante che traghetta le passioni da uno stato onirico o emotivo a uno reale.

L’inquietudine emotiva scuote l’autrice spingendola verso orizzonti spesso inediti ma mai irreali. I sentimenti sono veri, pesanti, portatori di un universo emotivo maturo e complesso, dove non manca mai il desiderio ultimo della positività dell’amore.

Dolcemente ti guardo dormire… Raggiante ai miei occhi, sogni indisturbato… Accarezzo i tuoi capelli e li sento tra le mie dita… Percepisco la forza e la felicità che mi trasmetti ad ogni contatto con la tua pelle!

L’amore di cui parla l’autrice è fisicamente definito dai confini fisici dell’esistere dell’oggetto dell’amore. Si può toccare, sentire, vedere nei momenti più intimi e indifesi. Ma l’amore è anche un ponte tra spazio reale e onirico, come si diceva:

Nella culla dei tuoi sogni mi lascio trasportare… come unica spettatrice di quest’ anima raggiante al cospetto della vita. Liberi vagano i tuoi pensieri, i tuoi gesti, mi sfiorano… e iniziano a danzare attorno a me, rendendomi protagonista, in quell’ istante, in quel minuto, in quell’ ora… della tua pura essenza di dormiente. Non ti accorgi di nulla… e mentre respiri piano io sono già parte di te!

La natura ha un ruolo fondamentale nelle poesie di Moira Di Fabrizio, essa sembrare colmare o essere complementare alle identità umane. C’è un disegno di positività nei versi, un istante che guarda positivo a fronte dei bombardamenti negativi del reale. è come se l’autrice riuscisse a dribblare gli influssi negativi e cogliesse solo che ciò che è più bello, puro e positivo possa esistere.

Ho sognato il mare, le onde infrangersi contro gli scogli, il calore della sabbia sotto i piedi. Ho sognato la neve, sui monti d’Abruzzo, scendere in festa da rami imbiancati e straboccanti.

C’è una sensazione di incompletezza, di riduzione per differenza di sentimenti, di emozioni mancate e mancanti. Forse c’è una ricerca di semplicità, di sentire nel profondo del cuore i sentimenti più genuini.

Notte furiosa, notte di tempesta, la pioggia è assordante mentre batte sulla mia anima… in questa notte solitaria.

e ancora:

Che il sole illumini la via come la luna custodirà i nostri sogni più reconditi nell’immensità del cielo!

Moira Di Fabio scrive poesie in una società che non è più in grado di comprendere il passo poetico della parola. È un atto coraggioso, generoso perché va a condividere con l’umana cecità quella parte dell’anima che non è mai sazia a sufficienza di sentimenti propri e altrui, non per divorarli, ma per condividerli.

È forse questo il passo che dobbiamo preservare nella frettolosa esigenza di raggiugnere non si sa che cosa, ma di cui i media ci assillano. Obiettivi confusi ma soprattutto che non hanno più l’essenza del poetico respiro della vita.

Andrea Grilli

Giacoma Foroni

“Relazione – riflessioni e giudizio sul sesso di un individuo umano vivente chiamato e conosciuto sotto il nome di Giacoma Foroni” prefazione di Giorgio Celli, Edizioni Tre Lune, collana Taliquali, pagg. 32 + 4 tavole, £. 18.000

Il 13 maggio del 1802 una commissione di medici e notabili si recò da Giacoma Foroni per stabilire se questo essere umano fosse maschio o femmina.

Giacoma ForoniLa relazione scritta da questi signori che segnò il destino di Giacoma Foroni fu poi pubblicata a Mantova da La Società Tipografica all’Apollo ed oggi riproposta dall’editore mantovano Tre Lune.

Si tratta di un caso che forse oggi avrebbe una fine meno triste e amaro: Giacoma si sente donna, possiede accenni di entrambi i sessi  anche se non maturi e completi e si sente attratta dai maschi, eppure il risultato della commissione di esperti che la visiterà sarà completamente diverso: l’individuo visitato non è altrimenti una donna, meno un ermafrodito di nessun genere, ma un uomo decisamente dalla natura con bizzarria nel pudendo mal conformato.

E le sue pulsioni sessuali sono il frutto di una educazione errata dei genitori convinti che fosse femmina.

Giacoma ForoniIl testo descrive secondo la terminologia medica dell’epoca il corpo di Giacoma, minuziosamente informa delle varie misurazioni e della visita che subisce al confine della negazione di un diritto minimo di affermare una propria dignità di essere umano, che forse la Foroni cerca di trovare nel dichiarare che è attratta dai maschi e quindi risolvendo in termini molto personali e semplici il suo sesso.

Ma in una società che sta cercando di scrollare le superstizioni, le magie e le religioni, l’Io non ha spazio, mentre la fredda scienza e la dea Ragione possono svelare le equazioni che governano il mondo e dare risposte a ogni domanda.

Conclude e sentenzia così la congrega di notabili e scienziati: quest’essere infelice, quantunque riconosciuto assolutamente spettante alla specie maschile, non è capace di matrimonio. Non può essere moglie, perché escluso nel rango di donna, e ha la fatalità per il bizzarro difetto dei suoi organi di non poter essere legalmente marito.

Viene da chiedersi come abbia vissuto Giacoma Foroni.

Andrea Grilli

Pubblicato sulla rivista Flesh Out

Intervista a Moni Ovadia

Oylem GolemAbbiamo incontrato Moni Ovadia a Minerbio il 26 aprile 2000 qualche ora prima di andare in scena. È stato un incontro con il pubblico bolognese e del comune di Minerbio per parlare della cultura ebraica e non solo. Confrontarsi con un uomo di così grande cultura, vuol dire parlare di molto più di una semplice domanda. Gli argomenti e le parole scorrono come fiume.

Moni Ovadia è (lo diciamo con affetto) logorroico, una domanda è l’occasione per aprire mille rivoli, mille argomenti, di cui Moni Ovadia parla con cognizione di causa, con sapiente cultura. In diversi momenti ha parlato della spiritualità ebraica, ha spiegato passi significativi delle antiche scritture, ha soprattutto posto l’accento sulla libertà dell’uomo. L’uomo nasce libero, è libero, e questa libertà ha fondamento nelle stesse parole del Signore. L’uomo è Suo servo e di nessun altro, niente tiranni, tutti uguali.

Ascoltarlo è un piacere, vi riportiamo le sue risposte alle uniche due domande che siamo riusciti a fare per il ridotto limite di tempo.

Qual è la funzione dell’umorismo ebraico oggi giorno?

Oylem GolemL’uomorismo ebraico autodelatorio, rivolto verso se stessi, cotnro se stessi, è una specie di sterminato patrimonio, come uno scrinio senza fondo, da cui escono perle di intelligenza. Mi rendo conto che ogni volta che mi avvicino a questo repertorio, che è un repertorio tradizionale, elaborato da ognuno di noi a sua maniera, di cogliere nuove suggestioni.

Sembra offrire mille sfacciatature possibili per un cammino È come se fossero per me i capitoli di un lungo libro che potrei intitolare “L’ebreo che ride” (1), non per rifarmi al libro, ma per rifarmi al cammino umoristico, un cammino millenario.

Che funziona ha oggi? Dovrebbe avere una grande funzione, ma come tutte le spiritualità quella ebraica ha dei problemi grossi, ha dei problemi estremamente densi e molto gravosi per l’identità ebraica, perché c’è una sorta di delirio di sé.

Nel momento in cui non sei più disperso, esiste una terra, questa terra ti da una copertura di sicurezza e addirittura in alcuni casi produce forme di teoparanoia o di delirio dell’anticipazione messianica.

Secondo me questo è il vero problema ebraico nel futuro: l’idolatria di sé.

Allora l’umorismo potrebbe avere una enorme funzione, ma sembra temporaneamente affaticato L’umorismo è stimolato sempre in qualche misura dal rischio. C’è una sorta di ritorno in Egitto degli Ebrei. Ma non è l’Egitto quella della schiavitù dura, è quello della schiavitù dorata, che è molto peggio. Perché il primo ti fa rendere conto di chi sei, viene voglia di ribellione, di pensiero, l’Egitto della schiavitù dorata fa rimpiangere a quella parte di ebrei che uscirono con Mosé la terra da cui fuggivano.

Allora c’è qualcosa di estremamente inedito per gli ebrei ed è la costruzione di un Egitto non fuori nell’esilio, ma in quella che dovrebbe essere una casa.

Il problema della terra con gli ebrei, del loro rapporto è estremamente drammatico e verrà fuori nella sua pienezza quando verrà fatta la pace con gli arabi.

Credo sarà l’attesa di qualche lustro non più. Questa pace arriverà.

Allora si capirà che esiste ancora una funzione per l’ebraismo, che cos’è il problema degli ebrei, se il problema degli ebrei è la riattivazione di una presunta israele biblica che non esiste più, che non è esistita per duemila anni. È quello il problema?

È altro?

Quale sarà il rapporto che gli ebrei stabiliranno nel futuro fra particolarismo e universalismo?
In questo momento l’umorismo ebraico sembra guardare al suo glorioso passato, così faccio io certo per sollecitare il futuro.

E questo è il meccanismo della memoria ebraica. Noi per larlare del domani, guardiamo all’ieri, nel senso che tutto il lavoro ebraico è percuotere quel testo millenario e attraverso un lavoro emeneutico di interpretazione, rivitalizzare i pozzi, le fonti, che le acque non siano stagnanti, ma siano sorgive.

L’uomorismo dovrebbe percorrere questo cammino, non siamo noi la generazione. Conosco i limiti della mia generazione: sono intanto di guardare solo dentro i limiti della mia generazione.

Moni OvadiaCredo che la nostra generazione, per attivare un meccanismo nuovo di umorismo autodelatorio sufficientemente feroce da scardinare tutta una serie di nuovi totem, debba uscire dall’Egitto, dal nuovo egitto che è stato il Nazismo, il più duro. Siamo troppo influenzati da questo, è stato qualcosa che ha vibrato un colpo talmente impressionante al cammino ebraico, al rapporto col divino che richiede un tempo di elaborazione.

I segni interessanti ci sono. Molti vecchi ebrei dell’est, che vivono in Israele, non amano l’umorismo israeliano, più rude di quello ebraico, però ci sono segni affascinanti.

Per esempio quesat storiella, che non è umoristica ma parecchio dura di un bambino che gira con suo nonno e questi gli indica un albero e dice “vedi questa quercia  una volta non c’era, l’ho piantata io”, poi cammina “vedi questa casa, una volta non c’era, l’ho costruita io”, girano girano e il nonno con la fierezza di dire queste cose, finché il nipote perplesso gli chiede: “nonno, di’, una volta eri arabo?”.

Allora questa storiella molto aspra pone il problema del ritorno ebraico e della situazione già trovata lì, la tragedia di due popoli non prevista.

L’uomorismo potrebbe giovare a scuotere un po’ le acque stagnanti. Forse l’umorismo reciproco, i palestinesi sono persone molte vicine agli ebrei di altri popoli arabi, perché hanno vissuto una diaspora, un esilio. Sono due popoli fatti per intendersi, anche qui ci vorrà ancora un po’ di tempo.

Bisognerà rivisitare l’umorismo e rifertilizzare i campi, riattivare le acque morte attraverso il pensiero, perché l’umorismo ebraico è una struttura cognitiva, non è qualcosa per far ridere, ma per fare pensare.

È sempre per mettere qualcuno di fronte a se stesso.

È un grande strumento di intelligenza e di pietas nei confronti dell’uomo, perhé ne fa vedere i difetti.

Credo che nel cammino umoristico, si debba attendere una generazione che ritrovi i cammini dell’incertezza, i cammini dell’alea, del rischio.

Non c’è il rischio che si conosca della cultura ebraica solo l’umorismo e non altri aspetti?

Credo che l’umorismo abbia avuto successo nei non ebrei perché per questi è stata una scoperta. Gli ebrei erano pensati come personaggi scuri, brutti, difficile pensare che uno di questi rabbini con i riccioli e con un passo pensoso e strano, possa ballare in una platea dopo aver bevuto mezza bottiglia di wodka.

Non è vero che l’ebraismo è stato conosciuto solo attraverso l’umorismo, posso dirlo perchéMoni Ovadia sono il principale responsabile, tutti i miei libri, quelli di Fölkel (2) no, perché Fölkel ha fatto una cosa molto semplice, ha preso dei repertori e poi li ha ordinati. La sua operazione ha avuto il pregio di essere la prima in Italia, io invece mi considero un allievo di Leo Rosten, anche se lui non mi ha conosciuto. Tutti i miei libri collegano l’umorismo alla spiritualità.

Perché secondo me il cammino cognitivo ebraico è inaugurato fortemente dalla opzione umoristica.

Oggi i libri sull’ebraismo in ambito cristiano, cattolico, se ne pubblicano a migliaia, di umorismo ne esistano 7-8. Se noi andiamo a vedere Giuntina (http://www.giuntina.it), casa editrice che pubblica solo argomenti ebraici, pubblicazioni umoristiche forse non ce n’è neanche una.

Ha fatto molto rumore soprattutto nel mio lavoro, quello più conosciuto, Oylem Goylem, che è stata una specie di sorpresa. Ma anche in questo c’è una preghiera sulla Shoà, e ci sono momenti di grande riflessione, di grande tensione espressiva.

Se andiamo a prendere tutto quanto è stato pubblicato, romanzi, salmi, vediamo che le pubblicazioni umoristiche non siano più dello 0.2%.

Assolutamente super esiguo, ha fatto più impressione perché ha permesso di vedere per la prima volta gli ebrei in un modo diverso.

Si parla sempre di umorismo, ma facendo quattro conti vadiamo che se ne parla pochissimo, se prendo il catalogo della case editrici cattoliche dehoniane e le Paoline, trovo centinaia e centinaia di libri sull’ebraismo, ma non trovo libri sull’umorismo.

Dei libri specifici sull’umorismo pubblicati in Italia conosco i due di Fölkel, i miei, uno della Loewenthal (3) e un libro di Rosten, finalmente tradotto come “oy oy oy!” (4). Poi abbiamo Woody Allen, i fratelli Marx, che erano fortemente inseriti nell’umorismo ebraico, però non sono esplicitamente tali. Jerry Lewis, Mel Brooks non sono esplicitamente umorismo ebraico, mentre Chaplin è quello che fa la sintesi più folgorante dei tipi umoristici del ghetto, dello shtetl. Mostra l’universalità di quei tipi che sono quelli dell’omino pieno di disavventure, ma mai domo, dignitoso e sempre pronto a battersi per le buone cause.

Andrea Grilli

Note

(1) di Moni Ovadia, pubblicato da Einaudi, Stile Libero

(2) pubblicati nel 1988 e nel 1990 nella collana BUR della Rizzoli con il titolo: “Storielle ebraiche” e “Nuove storielle ebraiche”

(3) Elena Loewenthal, “Un’aringa in Paradiso – Enciclopedia della risata ebraica”, Baldini & Castoldi, 245 pagg., £. 22.000

(link non più attivo: http://www3.stradanove.net/news/testi/libri/lagri1709982.html)

(4) Leo Rosten “oy oy oy! – umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yiddish”, 338 pagg., Mondadori